Le guerre di Mosca: Georgia 2008

Le guerre di Mosca: Georgia 2008

Le guerre di Mosca: Georgia 2008

Le guerre di Mosca: Georgia 2008

Georgia, la guerra dell’estate 2008

La diffusa instabilità nella regione del Caucaso. Dalla fine del confronto bipolare la regione del Caucaso è stata sempre più interessata da un livello di instabilità crescente, direttamente proporzionale all’importanza strategica dei territori attraverso i quali transitavano o sarebbero dovute transitare le condotte energetiche che alimentano di gas e petrolio l’Europa. Ma non soltanto questo, in quanto l’arco delle crisi aveva (e ha tuttora) una estensione tale da comprendere anche l’insieme delle piccole repubbliche autonome e degli stati sorti dalla dissoluzione dell’Unione sovietica legandoli tutti tra loro in un confronto titanico derivante da disegni strategici di vasto respiro. Infatti, nelle aspettative di Mosca il Caucaso dovrebbe divenire il grande collettore del gas russo verso il sud dell’Europa attraverso il Mar Nero. Una ragione che aiuta a comprendere la determinazione del Cremlino e la sua grave decisione di intervenire militarmente in Georgia. I giganti energetici russi hanno bisogno di pompare i flussi di gas estratto dal loro bacino della regione del Volga-Urali nella Russia occidentale e di quelli provenienti dalla regione caspica di Astrakhan e dalla Siberia occidentale; alle quantità di gas russo si andrebbero poi aggiunte anche quelle estratte dai giacimenti dell’asia centrale, in particolare del Turkmenistan. Lo scontro, sia di dimensione globale che strettamente regionale, verteva (e tuttora verte) principalmente sulla dimensione del controllo delle materie prime energetiche da parte della Russia, in alcuni casi sia dalla loro fase di estrazione, nella totalità in quella del transito verso il ricco ed energivoro mercato europeo. Per gli statunitensi e i loro alleati locali (Ucraina, Polonia e Georgia in primo luogo) ridurre l’influenza di Mosca in questo settore attraverso la sottrazione del suo sostanziale monopolio sull’esportazione di gas e petrolio avrebbe portato anche al conseguimento del risultato del suo ridimensionamento come potenza. Numerose crisi rimaste “congelate” per anni hanno così conosciuto fasi di recrudescenza.

Al momento dell’esplosione del conflitto che tra Georgia e Russia nel territorio dell’Inguscezia, una delle repubbliche più povere della Federazione russa, erano presenti circa 300.000 rifugiati dalla vicina Cecenia, da dove il perdurante conflitto in atto da anni continuava a influenzare anche la regione confinante a causa del terrorismo e dei numerosi omicidi. Nel 1992 l’Inguscezia era entrata in guerra contro l’Ossezia del Nord, un’altra repubblica autonoma della Federazione russa, a maggioranza cristiana in forte tensione con la componente musulmana. L’Ossezia del Nord, che ospitava una delle maggiori basi dell’Armata rossa della regione, tra le sue minoranze, oltre a un 30% di russi, annoverava anche un 5% di ingusceti. L’Ossezia del Sud, invece – come meglio si potrà vedere in seguito – dal 1989 era impegnata in un duro conflitto con la Georgia; nel 1992 la popolazione locale si espresse per l’indipendenza della regione da Tbilisi e per una successiva unione con l’Ossezia del Nord, cioè con Mosca. La maggioranza dei sud osseti era in possesso del passaporto russo e, di fatto, l’economia legale era integrata con quella della Russia. Anche un’altra regione della Georgia, l’Abkhazia, aveva proclamato la propria indipendenza dopo un anno di guerra combattuto contro le forze di Tbilisi e, fino all’intervento militare di Mosca dell’agosto 2008 la situazione di non belligeranza veniva mantenuta a stento dalle unità militari dell’Armata rossa presenti sul suo territorio. Il Daghestan, maggiore repubblica della Federazione russa a maggioranza musulmana, dal 1999 era divenuta teatro delle incursioni della guerriglia cecena e, inoltre, sul suo territorio venivano registrati numerosi attacchi contro le autorità costituite e le forze di polizia. La Cecenia – della quale in questa sede si farà soltanto un breve cenno rinviando a uno specifico approfondimento – si era dichiarata indipendente da Mosca nel 1991; nel 1994 aveva subito l’attacco militare russo, che in ventuno mesi di conflitto aveva provocato oltre 50.000 vittime; nel 1999 le truppe di Putin avevano nuovamente invaso il suo territorio iniziando a effettuare una serie di operazioni militari contro la guerriglia jihadista e il terrorismo. Infine, il Nagorno-Karabakh, enclave a maggioranza armena (cristiana) dell’Azerbaigian (paese a maggioranza musulmana), a partire dai primi anni Novanta si trovava in conflitto con quest’ultimo paese; a seguito dell’applicazione del cessate il fuoco dal 1994 la zona si trova sotto il controllo degli armeni, seppure si fossero continuati a registrare con continuità scontri a fuoco con le forze armate azere.

  

   Georgia: un conflitto “congelato” e l’annessione occulta russa. Negli ultimi anni del “congelamento” del conflitto nelle regioni secessioniste georgiane il Cremlino non ha mancato di approfittarne allo scopo di influire sulla situazione interna determinatasi nella piccola ex repubblica sovietica del Caucaso. Si è parlato di una sorta di annessione occulta da parte di Mosca, che ha imposto un embargo alle importazioni russe di merci dalla Georgia e concedendo il passaporto russo ai cittadini osseti e abkhazi, facendo tutto questo senza mostrare l’interesse per un’annessione vera e propria, riconoscendo al contrario, almeno sul pino formale, la piena sovranità di Tbilisi sulle sue due regioni separatiste. Per il Cremlino la Georgia riveste una fondamentale importanza strategica e per questa ragione si è sempre dichiarato fortemente contrario a forme di confederazione dei popoli del Caucaso. La Georgia rappresenta uno sbocco sul Mar Nero, divenuto ancora più importante a seguito dell’indipendenza dell’Ucraina, che per la Russia ha comportato la perdita del controllo del porto di Sebastopoli. Inoltre la Georgia si trova in prossimità delle repubbliche caucasiche musulmane, in più confina direttamente con la Turchia e il suo territorio viene attraversato da importanti condotte energetiche che originano nel bacino del Caspio.

 

   Georgia, il pivotal state degli Usa nel Caucaso. Nella perseguimento delle loro politiche di egemonia globale gli Usa hanno sempre fatto riferimento a stati loro “clienti”, i cosiddetti pivotal state, presenti in ogni regione del mondo. Questi pivotal state, scelti da Washington sulla base delle capacità di controllo geopolitico sulla regione di appartenenza, risultano funzionali all’influenza dei paesi loro vicini nel senso di un indirizzo politico ed economico di questi ultimi che non sia contrario agli interessi strategici americani. Alla fine del secolo scorso, nello spazio transcaucasico il ruolo di pivotal state degli Usa venne conteso da Georgia e Azerbaigian.

In realtà, Mikhail Saakashvili, presidente georgiano divenuto il fondamentale referente di Washington nella regione, non era sempre stato una avversario di Mosca, infatti, nel passato era stato un personaggio le cui politiche erano risultate gradite al Cremlino. Nipote di un colonnello del KGB, Saakashvili si era formato frequentando i corsi dell’Istituto di Studi Internazionali di Mosca, cioè della scuola di diplomazia controllata dalla Lubianka, ricoprendo in seguito una carica ministeriale in Georgia nell’esecutivo filorusso di Edvard Shevardnadze. Dopo lo smembramento dell’Urss l’ex ministro degli esteri sovietico dell’era Gorbaciov era divenuto il primo ministro di un governo imposto a Tbilisi da Mosca e in quella veste aveva fatto numerose concessioni al Cremlino, tra le quali l’accettazione della presenza in territorio georgiano di unità dell’Armata rossa, ufficialmente ridislocate in qualità di forze di pace. Saakashvili rispose a tal punto alle esigenze del Cremlino da divenire uno degli interlocutori del ministro degli esteri russo Ivanov nell’imminenza della cosiddetta Rivoluzione delle rose, quando data ormai per certa la destituzione di Shevardnadze Mosca si rese artefice di una mediazione tra lo stesso premier uscente e, appunto, Saakashvili allo scopo di favorire un processo di transizione che non comportasse il ricorso all’uso della forza da parte delle autorità statali di Tbilisi e che fosse il meno traumatico possibile per Mosca. In seguito, una volta che Saakashvili ebbe assunto il potere, per il tramite del ministro dell’economia di Tbilisi, Mosca intervenne nell’economia georgiana favorendo il rilascio di una serie di concessioni governative a favore di imprese russe attive nei settori agricolo ed energetico. Per l’intera durata della presidenza Elt’cin, Saakashvili risultò perfettamente funzionale alla visione geopolitica del tempo, basata sul principio della condivisione degli interessi russi e americani in quella che era stata la “fascia sud” dell’Unione sovietica, cioè le regioni del Caucaso e dell’Asia centrale. Una funzionalità destinata però a cessare con l’insediamento al Cremlino di Vladimir Putin, che fina da subito improntò la sua azione di governo alla presa di distanze dal quadro internazionale preesistente e alla concomitante ricerca del ripristino della sovranità di Mosca sul suo “estero vicino”. Dunque, con l’uscita della Russia dall’Occidente si sbiadì la stretta referenzialità del presidente georgiano Saakashvili col Cremlino. Di pari passo all’irrigidimento delle relazioni bilaterali tra Mosca e Tbilisi iniziarono a essere applicate misure di ritorsioni nei confronti della piccola ex repubblica sovietica affacciata sul Mar Nero: Mosca tagliò i flussi energetici che rifornivano Tbilisi attraverso il gasdotto caucasico, bloccò le importazioni di vino georgiano e negò il rinnovo del permesso di lavoro precedentemente concesso a migliaia di cittadini georgiani emigrati in Russia, inoltre incrementò il sostegno sia economico che militare alle entità separatiste filorusse di Abkhazia e Ossezia del Sud.

In seguito, al fine di consolidare il proprio potere e realizzare l’annunciato programma di modernizzazione del paese, Saakashvili non ha esitato a impiegare le maniere forti, compromettendo così i residuali deboli spiragli di dialogo con quelle due regioni secessioniste filorusse. L’immagine del presidente georgiano subì inoltre un duro colpo nell’autunno del 2007 in conseguenza dell’esplosione dello scandalo provocato dalla denuncia sporta nei confronti del presidente dall’ex ministro della difesa Iraki Okruashvili, personaggio fatto immediatamente arrestare dalle forze di sicurezza di Tbilisi agli ordini di Saakashvili col pretesto di un coinvolgimento in una evasione fiscale e, con ogni probabilità, torturato in carcere affinché ritrattasse le sue accuse. Il controverso caso Okruashvili prestò il fianco agli avversari di Saakashvili, in particolare al potente magnate Badri Patarkazishvili, che contribuì all’orchestrazione di una serie di dure manifestazioni di protesta nel paese, liquidate successivamente dal giovane e spregiudicato presidente mediante la proclamazione dello stato di emergenza in Georgia, che permise alla polizia di effettuare arresti indiscriminati, brutali repressioni del dissenso e la chiusura di autorità delle emittenti radiotelevisive dell’opposizione. Una stretta sulle fondamentali libertà civili, come il diritto dei cittadini all’informazione, che in Georgia venne limitato dal controllo dello stato sulle televisioni e, indirettamente, dal controllo da parte dell’establishment che esprimeva il presidente Saakashvili dei principali organi di stampa.

 

   Il riarmo di Tbilisi in vista di un conflitto con la Russia e gli aiuti americani. La strategia militare nazionale georgiana è il risultato della Strategic Review avviata da Tbilisi nel 2004 con l’aiuto degli Usa e di altri partner. Gli obiettivi fondamentali perseguiti nel corso della presidenza di Mikhail Saakashvili sono stati quelli della restaurazione dell’integrità nazionale della Georgia unitamente all’ingresso come membro nella NATO e nell’Unione europea.

Nel tempo, la persistente presenza di elementi jihadisti nel settentrione del paese e la contemporanea infiltrazione di guerriglieri e di terroristi ceceni nella zona della gola di Pankisi hanno ufficialmente giustificato l’invio, deliberato dal Pentagono nel 2002, di circa duecento istruttori militari americani con il compito di affiancare e assistere il governo di Tbilisi nello specifico settore. Si trattava della missione addestrativa nota come Georgian Train and Equip Program (GTEP), successivamente evolutasi nel più complesso Sustainability and Stability Operation Program (SSOP), che ha previsto l’organizzazione e l’addestramento di quattro battaglioni dell’esercito georgiano.

La pianificazione strategica di Tbilisi identificava nella Russia la principale minaccia incombente sul paese e, conseguentemente, lo strumento militare nazionale si faceva carico dei due obiettivi fondamentali di una efficace autodifesa e dello sviluppo delle capacità richieste da una prevista, futura, integrazione nella NATO sulla base delle condizioni precedentemente poste dall’Individual Partnership Action Plan (IPAP), concordato da Tbilisi con l’Alleanza atlantica il 29 ottobre 2004. A quel tempo le autorità militari georgiane non ritenevano come praticabile un ritiro delle loro forze nell’eventualità di un’aggressione nemica del territorio nazionale, le ragioni alla base di questo orientamento risiedevano nella geografia del piccolo paese caucasico, che non offriva la sufficiente profondità strategica a un riposizionamento del proprio dispositivo in funzione di una difesa arretrata maggiormente efficacia; esistevano inoltre altri impedimenti, costituiti dalla dispersione dei centri urbani georgiani e dalla dislocazione dei siti produttivi nel paese. Il risultato fu che, nell’eventualità di ostilità con la Russia, Tbilisi si sarebbe trovata a contendere al nemico l’intera superficie del territorio nazionale georgiano. La consapevolezza riguardo alla schiacciante superiorità del potenziale nemico portavano i vertici della difesa georgiana a prevedere anche forme di guerriglia nel complesso delle attività di resistenza all’invasore, puntando quindi sul prolungamento della durata della guerra perseguendo l’evidente risultato della successiva (ma non eccessivamente tardiva) mobilitazione dell’opinione pubblica internazionale e, ovviamente, degli alleati occidentali In primo luogo degli statunitensi, ma non solo, anche dei paesi che facevano parte della cosiddetta Comunità della scelta democratica, un consesso stabilito il 2 dicembre del 2005 che, oltre alla Georgia, annoverava l’Ucraina, la Romania, le repubbliche baltiche, la Moldavia e la ex Repubblica jugoslava di Macedonia (Fyrom). In sostanza, a Tbilisi si perseguiva lo sforzo nel senso di una trasformazione dalla forma della difesa territoriale a quella della difesa collettiva, un risultato che veniva ritenuto di natura strutturale e che avrebbe attenuato il livello di precarietà in termini di sicurezza della Georgia.

La NATO dunque, una prospettiva dai contorni salvifici che dal momento dell’avvento al potere di Saakashvili divenne il paradigma della politica estera di Tbilisi: entrare nell’Alleanza atlantica nel minore tempo possibile al fine di garantirsi un’assicurazione sulla vita per il lungo periodo. In ogni caso prima del 2009, anno nel quale erano previste le elezioni presidenziali in Georgia. Da queste premesse scaturì il pressing diplomatico teso all’ottenimento di un Membership Action Plan (MAP), culminato con il forum sulla sicurezza di Tbilisi che ebbe luogo dal 16 al 18 febbraio del 2006. Il MAP, fortemente voluto dall’amministrazione statunitense guidata dal repubblicano neocon George Walker Bush, qualora sottoscritta avrebbe impegnato i georgiani al perfezionamento delle loro istituzioni democratiche, del sistema giudiziario, di quello economico e, come accennato, dello strumento militare. Tutto questo a fronte di costi estremamente sostenuti per un paese del livello della Georgia, che si sarebbe dovuta fare carico delle spese del passaggio a forze armate professionali, che seppure ridotte negli organici, avrebbero inquadrato effettivi specializzati, senza parlare poi degli onerosi investimenti in nuovi sistemi d’arma necessari all’adeguamento agli standard della NATO.

Attraverso efficaci strategie comunicative e attività di lobbying, Saakashvili non mancò di rimarcare ufficialmente e in modo reiterato tutte le convenienze e le opportunità per l’Occidente conseguenti a un ingresso georgiano nell’Alleanza atlantica: innanzitutto il completo consolidamento della cooperazione già avviata con gli Usa e la Turchia, quest’ultima definita partner strategico; quindi la diffusione dell’immagine di una Georgia contributrice della sicurezza globale attraverso la fornitura di contingenti di truppe alle maggiori missioni di stabilizzazione post-conflitto che vedevano in quel momento impegnati i paesi occidentali; infine, il varo di misure di riforma concordate con l’Alleanza atlantica da attuare sul piano interno in ottemperanza al già citato IPAP. Il governo di Tbilisi dovette assumere il reale controllo politico dello strumento militare nazionale attraverso una catena di comando sulle forze armate rinvenente il proprio vertice nel presidente della repubblica e nel ministro della difesa, mentre contestualmente venivano inoltre sciolte le unità paramilitari dipendenti dal ministero dell’interno.

Gli oltre 21.000 uomini in servizio con le forze armate di Tbilisi risultavano inquadrati nelle unità dell’esercito (quattro brigate di fanteria, una di artiglieria, una di forze speciali, una antiaerea più quattro battaglioni specializzati e di supporto), inoltre, nell’ambito della componente terrestre andava annoverata anche la guardia nazionale, formata da personale volontario che, oltre allo svolgimento di altre funzioni (mobilitazione del personale, addestramento dei riservisti richiamati in servizio e intervento nel caso di calamità naturali) trovava impiego operativo sui fronti osseto e abkhazo. La marina georgiana era una forza di ridotte dimensioni e priva di capacità operative d’altura che veniva impiegata esclusivamente per la sorveglianza costiera, leggermente diverso il caso dell’aeronautica, che con un organico di circa un migliaio di uomini svolgeva funzioni di supporto alla componente operativa terrestre.

L’esercito georgiano (in particolare le forze speciali e le altre unità di punta), partecipando alla missione in Iraq avevano avuto l’opportunità di migliorare le proprie capacità incrementando al contempo il livello di interoperabilità con i loro alleati americani. Nell’Iraq del dopo Saddam, oltre al controllo del territorio, i militari di Tbilisi ricevettero infatti specifici addestramenti da parte di consiglieri militari statunitensi e israeliani. Per il piccolo paese caucasico quella missione non era stato un impegno indifferente, in quanto la partecipazione alle operazioni di stabilizzazione post-conflitto aveva conosciuto una fase incrementale che aveva portato le dimensioni del contingente inviato da Tbilisi dagli iniziali 160 uomini a circa 2.000 (il terzo contingente nazionale dopo quello Usa e quello britannico), una progressione verso il gigantismo dettata dalle necessità di Washington di compensare il ritiro di altri contingenti minori della coalizione. In precedenza, nella sua pervicace aspirazione a entrare nella NATO, il governo georgiano aveva inviato all’estero altri suoi contingenti militari facendoli operare nell’ambito delle missioni multinazionali in Kosovo e in Afghanistan. Il training dei militari di Tbilisi era poi proseguito anche in Georgia e con esso le forniture di sistemi d’arma in vista di un conflitto nell’Ossezia del Sud, vento bellico che in quel momento era in fase di preparazione. Le compagnie private israeliane Global CST e Defense Shield avrebbero continuato a svolgere le loro attività di supporto alle forze armate di Saakashvili fino all’inizio del conflitto, operando da alcune basi militari nel paese caucasico; i contractors israeliani vennero però prontamente evacuati dalla Georgia mediante un ponte aereo prima che quelle stesse basi fossero conquistate dai russi nel corso della loro travolgente offensiva. (¹) (²)

Nel marzo del 2008, dunque a pochi mesi dal breve conflitto che avrebbe insanguinato il paese caucasico, la NATO valutò positivamente lo stato di avanzamento del programma di avvicinamento agli standard atlantici perseguito dalle forze armate georgiane. Un traguardo conseguito non certo casualmente, dato che negli anni immediatamente precedenti Tbilisi aveva ricevuto aiuti nono indifferenti da statunitensi, ucraini e israeliani, che, oltre a cedere ingenti quantità di armamenti, avevano inciso sul suo profilo strategico orientandone l’apparato militare verso una dottrina di natura offensiva che presumeva il possesso delle capacità necessarie al recupero del controllo dei territori delle regioni di Abkhazia e Ossezia del Sud. Tale dottrina, almeno apparentemente, non contemplava però la possibilità di una immediata risposta militare russa su vasta scala. Un errore che si sarebbe dimostrato fatale, dato che le forze georgiane – nonostante il prolungato periodo di addestramento e standardizzazione in buona parte finanziato dagli Usa, il supporto di forze speciali americane e contractors e, financo, delle informazioni fornite dall’intelligence di Washington e Tel Aviv – all’atto pratico non poterono contare ancora sull’intervento rapido degli stessi americani o della NATO, evidenziando per altro deficienze nella mobilitazione del personale e non brillanti capacità operative.

 

Tbilisi e la NATO. Il continuo allargamento della NATO a Oriente e il dispiegamento dello scudo antimissile statunitense in Europa centrale sono stati due importanti fattori che in quegli anni contribuirono in maniera determinante all’irrigidimento del confronto tra la Russia di Putin e l’Occidente. Qualora Ucraina e Georgia avessero fatto ingresso nell’Alleanza atlantica per Mosca il significato sarebbe stato quello di una presenza militare americana in un’area per lei estremamente sensibile e sulla quale rivendicava (e rivendica tuttora) interessi legittimi di natura fondamentale.

Durante la sua visita ufficiale compiuta a Washington nel marzo del 2008, il presidente georgiano Saakashvili ricevette da Bush l’assicurazione che l’amministrazione Usa si sarebbe spesa facendo tutto il possibile per favorire un ingresso immediato di Tbilisi nella NATO. A tale scopo, una strada percorribile sarebbe stata quella dell’esercizio di adeguate pressioni sugli altri paesi occidentali in vista del previsto svolgimento del vertice alleato che avrebbe avuto luogo a Bucarest tra il 2 e il 4 aprile seguenti. Però, in quell’occasione l’inquilino della casa bianca non ottenne concreti risultati a causa delle resistenze di francesi e tedeschi, intenzionati a evitare un eccessivo incremento del livello di tensione con la Russia. Dunque, seppure favorevoli a un impegno di massima relativo a un futuro ingresso di Tbilisi e di Kiev nella NATO, gli alleati degli Usa dichiararono ufficialmente che nel dicembre successivo le aspirazioni delle due ex repubbliche sovietiche avrebbero iniziato a coronarsi attraverso la loro partecipazione al già citato MAP, programma finalizzato alla preparazione all’adesione dei futuri membri dell’organizzazione. Una decisione che non poté che contrariare fortemente il Cremlino, da dove Vladimir Putin ammonì l’Occidente che la Russia avrebbe considerato la formazione di un potente blocco militare alle sue frontiere come una diretta minaccia alla propria sicurezza.

Inseguito al vertice di Bucarest la cooperazione tra NATO e Georgia si andò ulteriormente rafforzando, al punto che il 20 giugno del 2008 (quindi soltanto sette settimane prima dell’attacco che sarebbe stato sferrato da Tbilisi all’Ossezia del Sud) il presidente Saakashvili visitò quartier generale dell’organizzazione a Bruxelles, dove incontrò il segretario generale Jaap De Hoop Scheffer. Il 23 luglio (cioè due settimane prima dell’attacco) due navi da guerra del NATO Maritime Group 2 al comando dell’ammiraglio italiano Giovanni Gumiero si recarono in visita al porto di Batumi, questo mentre in territorio georgiano aveva inizio l’esercitazione militare Immediate Response 2008, attività che vedeva impegnate, oltre alle unità dell’esercito e dell’aeronautica della Georgia, contingenti di truppe inviati il loco da Usa, Ucraina, Azerbaigian e Armenia. Fu in quell’occasione che circa mille militari americani vennero dislocati all’interno della base di Vaziani, a meno di cento chilometri di distanza dalla linea di confine con la Russia. Contestualmente, ma in Ucraina, aveva luogo l’annuale esercitazione militare Sea Breeze, nella quale venivano impegnate forze statunitensi e altri dieci paesi della NATO.

Se a Bucarest l’amministrazione Bush non era riuscita a ottenere il pieno successo dell’ammissione di Georgia e Ucraina nell’organizzazione militare atlantica poteva comunque condizionarne le politiche, inducendo ancora i governi di questi due paesi ad allinearsi sulle proprie posizioni in campo internazionale coinvolgendoli altresì negli impegni derivanti dai conflitti scatenati in Afghanistan e Iraq. Impegni, questi, che avevano prodotto la conseguenza di mutare la natura dei bilanci nazionali di Tbilisi e Kiev gravandoli pesantemente dalle voci relative al riordino e all’esercizio dei loro strumenti militari. Il disegno perseguito da Washington appariva chiaro: dopo l’ingresso nella NATO di Albania e Croazia le candidature di Georgia e Ucraina risultavano funzionali alla strategia di sfondamento verso Oriente in direzione della Russia. Una strategia che delineava le nuove funzioni dell’Alleanza atlantica dopo la fine della guerra fredda, una strategia che non era più rispondente al contenimento dell’Urss – cioè la funzione originaria della NATO che ne aveva contraddistinto l’esistenza per decenni fino alla dissoluzione del nemico – che aveva conosciuto una revisione con l’attacco alla Jugoslavia di Milošević, primo passo verso il controllo dell’Asia centrale e delle risorse energetiche presenti nel suo sottosuolo. (³)

Ma proprio in seguito a quel conflitto e alle conseguenti dure e provocatorie risposte di Mosca l’ipotesi dell’allargamento parve perdere realizzabilità. Ormai era stato innescato un confronto dagli aspri contorni che avrebbe conosciuto una fase incrementale della tensione tre anni dopo, quando l’amministrazione Bush favorì la caduta dei governi di Georgia e Ucraina sponsorizzando le cosiddette rivoluzioni democratiche, che a Tbilisi e Kiev portarono all’insediamento di leadership politiche disponibili all’isolamento di Mosca e, attraverso l’adesione all’organizzazione atlantica, allo spostamento verso Oriente della NATO fino a lambire direttamente i confini della Russia. Tutto questo avveniva mentre sullo sfondo Washington avviavano il loro progetto di scudo antimissile.

Dopo l’imponente esercitazione Immediate Response 2008 ne venne prevista un’altra, denominata Georgian Express 2008, nell’ambito della quale elementi delle forze speciali britanniche addestrarono i militari dell’esercito georgiano al combattimento nelle aree urbanizzate.

 

   La guerra dell’estate 2008. Il conflitto scatenato il 7 agosto dal blitz georgiano contro l’Ossezia del Sud, abitata da 70.000 russi, provocò la tempestiva risposta di Mosca, che inviò nell’area la 58ª Armata, grande unità dislocata a copertura del delicato settore del Caucaso settentrionale che riversò su Ossezia del Sud e Abkhazia 10.000 soldati, una massa di manovra che andava ad aggiungersi ai 5.000 militari dell’Armata rossa già presenti in zona di operazioni e ai paramilitari russofoni delle due regioni secessioniste, stimati in alcune migliaia. I russi dapprima contrastarono le forze di Tbilisi attestatesi nei pressi della città di Tskhinvali, poi contrattaccarono lanciando diverse offensive simultanee e convergenti in direzione della città di Gori, nodo strategico dei collegamenti tra l’est e l’ovest della Georgia. Un attacco su due fronti che costrinse l’esercito di Saakashvili al ripiegamento onde evitare l’accerchiamento delle forze che erano state impegnate nell’attacco al capoluogo ossetino. Nella ritirata i georgiani abbandonarono sul terreno gran parte dei loro mezzi pesanti, carri armati e semoventi di artiglieria.

Di fronte all’evolvere della situazione sul campo di battaglia il principale alleato di Tbilisi non si spinse oltre la dura critica nei confronti dell’operato di Mosca. Washington nella regione non disponeva che di limitate capacità e, quindi (ammesso in ogni caso che ciò corrispondesse realmente ai suoi disegni strategici) non si trovava nelle condizioni di poter intervenire militarmente al fianco di Tbilisi. Anche con il senno di poi risulta sempre difficile formulare delle ipotesi su casi controversi come questo e di risulta interrogarsi sui possibili avvertimenti pervenuti al giovane presidente georgiano e al suo entourage da settori dell’amministrazione e dell’intelligence statunitense, ammonimento che avrebbero preventivamente messo in guardia Saakashvili dal non tirare eccessivamente la già sfilacciata corda tesa con i russi. In quel particolare momento, body count alla mano, l’opinione pubblica americana avrebbe accettato davvero con estrema difficoltà nuovi interventi militari del loro paese all’estero, dato che le negative e dolorose esperienze dell’Iraq e dell’Afghanistan bruciavano ancora troppo.

Resta il fatto che nei confronti della poderosa controffensiva russa a nulla valse il costoso programma di aggiornamento e potenziamento dello strumento militare perseguito in precedenza da Tbilisi con il sostegno americano. Uno sforzo che per la Georgia di Mikhail Saakashvili negli ultimi tre anni aveva comportato un sostanzioso incremento delle spese per il settore difesa. L’ultimo di questi stanziamenti, aggiuntivo al bilancio statale, era stato deliberato dal parlamento di Tbilisi meno di un mese prima dell’attacco, il 15 luglio, un ulteriore incremento delle spese militari finalizzato alla copertura finanziaria dell’aumento degli effettivi in forza all’esercito, da 29.000 uomini a 37.000, ai quali si aggiungevano circa 100.000 riservisti. Al momento dello scoppio delle ostilità la Georgia schierava 170 carri armati T-72, 350 tra mezzi corazzati e blindati, 200 lanciarazzi campali, 250 tra cannoni e obici semoventi, 600 mortai, missili antiaerei, armi anticarro, velivoli da attacco Sukhoi Su-25 (macchine modernizzate in Israele) ed elicotteri da combattimento Mil MI-24. Buona parte di questi sistemi d’arma, ad esempio i citati elicotteri Mi-24 ceduti da Kiev, erano stati forniti alla Georgia da paesi amici in passato appartenenti al Patto di Varsavia. Polacchi e ucraini avevano fornito anche elicotteri Mil MI-8 PzL-2, mentre dall’America pervenuti alcuni UH-1H. Sempre Varsavia aveva ceduto alle forze armate di Tbilisi 30 sistemi missilistici antiaerei Grom, coi quali nel corso dei combattimenti i georgiani riuscirono ad abbattere alcuni velivoli militari russi. Forniture di armamenti alla Georgia vennero effettuate anche da paesi appartenenti alla NATO: la Turchia cedette 100 blindati leggeri Cobra, la Repubblica ceca 24 obici semoventi Dana; gli statunitensi fornirono anche armi leggere e veicoli tattici, (materiali destinati prevalentemente alle unità di punta dell’esercito di Saakashvili, formate in buona parte da veterani che avevano operato nell’ambito delle operazioni in Iraq nelle province di Dyala e Wasit), mentre Israele contribuì sia all’aggiornamento dei sistemi di puntamento dei carri T-72 che alla fornitura di velivoli senza pilota da ricognizione Hermes 450 prodotti dalla Helbit. (⁴)

Nonostante tutto questo potenziale Tbilisi evidenziò da subito i suoi punti deboli, principalmente nella componente aerea (mancanza di aerei da caccia) e in quella marittima (forze navali estremamente limitate). (⁵)

Il blocco navale alla Georgia subì un allentamento soltanto in seguito all’intervento del governo ucraino, che minacciò di inibire alla Flotta russa del Mar Nero l’importante base navale di Sebastopoli. In seguito, un altro fattore deterrente al blocco russo sarebbe stato rappresentato dalla presenza delle unità della US Navy attraccate nei porti della Georgia con la giustificazione ufficiale della fornitura di aiuti umanitari alla popolazione civile.

Nel corso delle operazioni condotte nei cieli georgiani Mosca perdette alcuni velivoli, ma riuscì a non dare tregua alle forze terrestri nemiche, infatti, grazie alla loro totale superiorità aerea i russi furono nelle condizioni di martellare le colonne corazzate georgiane. Al riguardo va considerato un altro interessante aspetto connesso con questo conflitto, quello relativo alla cyberwarfare, dato che nell’estate 2008 i russi utilizzarono le loro capacità nello specifico settore per distruggere la quasi totalità della piccola aviazione di Tbilisi. Mosca era in possesso di molte informazioni sul sistema di difesa aerea georgiana e sul sistema di trasmissione delle informazioni, per i suoi operatori è stato quindi possibile in sole ventiquattro ore infettare i computer del sistema di difesa nemico e su quelli aerotrasportati mediante worms. Nulla di particolarmente sofisticato, dato che i russi avevano la possibilità di penetrare il sistema informatico georgiano con diversi tipi di virus e lo hanno fatto in modo massiccio provocando due effetti principali sul nemico: la messa in uno stato di incapacità di comunicare e la distruzione dei programmi della rete. Non è stato particolarmente difficile od oneroso per i russi, essi hanno pienamente sfruttato il fattore sorpresa per portare a termine un’operazione ritenuta dagli esperti del settore sicuramente interessante ma non particolarmente significativa. Infatti, come accennato in precedenza, l’aviazione georgiana era una forza di limitate dimensioni e a questo andava aggiunto che i sistemi di sicurezza di Tbilisi si dimostrarono davvero deboli, quindi per i russi non è stato necessario agire su livelli di aggressione superiori per conseguire l’obiettivo della eliminazione dal campo di battaglia dell’aviazione del nemico. Un attacco portato con strumenti eccessivamente sofisticati espone chi lo pone in essere all’intelligence dell’avversario, evidenziando così il raggiungimento di livelli superiori di sofisticazione tecnologica. Anche nel caso della guerra in Georgia i russi hanno improntato la loro condotta alla prudenza, evitando di fornire dimostrazioni “gratuite” della loro piena capacità.

 

Mar Nero, presenza militare Usa e NATO. Il primo volo statunitense recante aiuti umanitari alla Georgia atterrò il 13 agosto. Insieme ai medicinali da bordo del gigantesco C-17 venne sbarcato anche un team di specialisti inviato dal Pentagono a monitorare i movimenti della flotta russa nel Mar Nero allo scopo di prevenirne movimenti tesi al blocco o all’inibizione delle vie marittime di accesso al paese caucasico. Undici giorni dopo il cacciatorpediniere lanciamissili McFaul approdava nel porto di Batumi, si trattava la prima unità guerra della VI Flotta ufficialmente adibita al trasporto di aiuti umanitari nel quadro di una operazione diretta dal comando delle forze navali Usa in Europa con base a Napoli, in Italia. La USS McFaul era dotata di un sofisticato sistema radar e installava a bordo vari sistemi d’arma, inclusi i missili da crociera Tomahawk. (⁶)

Tre giorni prima, il 21 agosto, allo scopo di effettuare un’esercitazione NATO della durata prevista di tre settimane, avevano iniziato a incrociare nel Mar Nero quattro navi militari di Usa, Polonia, Germania e Spagna. Si trattava del gruppo navale che costituiva la NATO Response Force (NRP), dispositivo a elevata prontezza operativa posta direttamente alle dipendenze di SHAPE (quartier generale delle forze alleate in Europa) e forte di 25.000 uomini in grado di essere proiettata entro cinque giorni in qualsiasi parte del mondo. In concreto, uno dei pochi atti di vero contrasto dell’iniziativa militare di Mosca nel Caucaso fu l’annuncio dell’imposizione di severe limitazioni nell’uso del porto di Sebastopoli alla flotta russa del Mar Nero. Un annuncio fatto dal presidente ucraino Viktor Yushenko su diretta induzione degli americani che generò una situazione estremamente delicata che presentava tutti i rischi di una rapida degenerazione qualora Kiev avesse realmente cercato di porre in essere tali limitazioni, che per altro erano state subito respinte da Mosca. Esse prevedevano che almeno settantadue ore prima del movimento di ogni unità russa le autorità ucraine ricevessero una lista dettagliata di tutti i sistemi d’arma installati sulla nave unitamente a una carta di immigrazione per ogni marinaio presente a bordo, inoltre, a fronte di tutto ciò, Kiev si sarebbe poi riservata la facoltà di negare l’ingresso o l’uscita ai membri dell’equipaggio. (⁷)

Nella situazione di marcata instabilità politica vissuta allora dall’Ucraina la mossa antirussa di Yushenko rischiò di provocare una gravissima crisi all’interno del paese a causa di una prevedibile ribellione nelle province russofone, questo in concomitanza di un confronto di natura militare di più vaste dimensioni che avrebbe potuto innescarsi con Mosca. In questo perturbato quadro all’Armata rossa veniva attribuito anche lo schieramento in Ossezia dei potenti missili SS-21. La notizia venne diffusa da quotidiano “New York Times”, che citò delle proprie fonti del Pentagono rimaste anonime. La notizia venne prontamente smentita da Mosca, però successivamente rilanciata da ambienti dell’intelligence statunitense, che affermarono di essere in possesso dello schieramento dei sistemi missilistici russi avendole ricavate dalle immagini dei loro satelliti spia, che mantenevano continuamente puntati sul Caucaso i loro obiettivi allo scopo di sorvegliare l’area di crisi monitorando i movimenti russi. Oltre alla presenza degli SS-21 posizionati a nord di Tskhinvali, i satelliti americani rilevarono anche il rischieramento in Ossezia di batterie missilistiche antiaeree e l’approssimarsi ai confini della Georgia di unità aviotrasportate. A una osservazione e degli analisti lo schieramento di questo genere di armi da parte russa indusse a ritenere che Mosca fosse in procinto di scatenare nuove operazioni militari nella regione. Infatti, dall’Ossezia gli SS-21 erano in grado di comprendere nel loro raggio di azione sia la capitale Tbilisi che gran parte del resto del territorio della Georgia. Un’altra ipotesi formulata in quei giorni, che era poi quella più accreditata, ricondusse lo schieramento dei missili a una strategia russa di deterrenza e intimidazione mirante a scoraggiare l’eventuale sostegno di Usa ed Europa a Saakashvili nella sua avventura bellica e, obiettivo ancora più importante per Mosca, nella sua aspirazione a far entrare la Georgia nella NATO. (⁸)

 

   Sviluppi della situazione sul campo e cessate il fuoco. Nella loro inesorabile avanzata i reparti dell’Armata russa, oltre a travolgere il piccolo esercito di Tbilisi, si premurarono anche di costituirsi delle ulteriori misure di sicurezza. Nelle zone della Georgia occupate, in particolare a in ridosso dei confini abhkazi e osseti, le unità del genio appartenenti alla 58ª Armata distrussero sistematicamente le infrastrutture e i materiali abbandonati nella ritirata dalle forze di Saakashvili. La logica che guidò quest’azione distruttiva non fu riconducibile a un mero desiderio di vendetta nei confronti del nemico o alla volontà di inviare un duro ammonimento a Saakashvili (perlomeno non in maniera esclusiva), bensì nell’intenzione di rendere ai georgiani difficile, se non addirittura impossibile, una ripresa a breve termine dei loro progetti militari. La tabula rasa compiuta dai russi ridusse sensibilmente il potenziale militare georgiano, al punto che a Tbilisi sarebbe occorso molto tempo, volendolo, per ricostituire uno strumento bellico credibile e in condizioni di tornare a minacciare le milizie filorusse in Abkhazia e Ossezia del Sud. I militari di Putin demolirono quindi le basi dell’esercito georgiano delle città di Gori, Senaki, Zugdidi e Kutaisi, che in precedenza avevano ospitato tre delle quattro brigate di fanteria e la brigata di artiglieria. A Zugdidi e Kutaisi vennero distrutti anche gli aeroporti e le installazioni radar della difesa aerea. Mosca volle azzerare le capacità militari di Tbilisi colpendo la zona di massima concentrazione di caserme, depositi e infrastrutture logistiche. La base di Senaki (i cui ultimi reparti ancora attivi si trovavano in quel momento schierati attorno alla capitale a sua difesa) rappresentava in modo particolare il simbolo della modernizzazione dello strumento militare di Saakashvili reso possibile dal sostegno di Washington. La medesima sorte subì anche il complesso di infrastrutture presenti nella zona di Poti, dove dopo la requisizione della ridotta flotta militare georgiana, l’esercito e la fanteria di marina di Mosca distrussero caserme e radar portuali. Nel caso del ponte ferroviario di Kaspi, obiettivo classificabile come di natura civile, posto sulla linea che collega la capitale con la città di Gori, la messa fuori uso era finalizzata all’interruzione dei collegamenti interni della Georgia dividendo così il paese in due. Tornando a Poti e alla fascia costiera georgiana, va rilevato che in seguito all’attracco delle unità dell’US Navy nel porto di Batumi, alcune navi della Flotta russa del Mar Nero incrociarono al largo delle coste dell’Abkhazia mentre, contemporaneamente, i soldati dell’Armata russa allestirono una serie di posti di blocco all’interno dell’area portuale di Poti e nelle sue zone immediatamente adiacenti allo scopo di controllare i materiali (ufficialmente aiuti umanitari) scaricati da bordo delle navi americane e diretti nella capitale Tbilisi. I russi crearono inoltre una fascia di sicurezza larga alcuni chilometri attorno ai confini delle due regioni separatiste.

L’accordo tra Russia e Georgia per un cessate il fuoco, raggiunto il 12 agosto grazie alla mediazione francese, per il piccolo paese caucasico, di fatto, costituì una resa. Però, Tbilisi non fu certo esente da responsabilità in ordine allo scatenamento di quel breve ma intenso conflitto, infatti, dai rapporti redatti dagli osservatori dell’OSCE (Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa) che si trovavano nell’Ossezia del Sud il 7 agosto, data di inizio dell’offensiva contro i separatisti, emersero gravi elementi di colpa ascrivibili al governo del presidente Mikhail Saakashvili, oltre a cenni su attività ai limiti del crimine di guerra compiute dalle forze armate e dalla polizia georgiana. L’accordo che pose termine ai combattimenti in ogni caso non vincolò eccessivamente le truppe di Mosca, che, affiancate da milizie irregolari abkhaze e ossete nonché da formazioni composte da ceceni filorussi, che, oltre al porto di Poti e alla città di Gori (in questi due casi mediante sortite ripetute nel tempo), occuparono numerosi villaggi georgiani situati sulla fascia di confine spingendosi fino a una distanza di venticinque chilometri dalla capitale Tbilisi senza incontrare alcuna resistenza.

  

   Ragioni alla base dell’azzardo militare georgiano in Ossezia del Sud. Un’escalation sfuggita di mano, questa è una delle interpretazioni più accreditate delle possibili ragioni alla base dell’azzardo di Saakashvili in Ossezia del Sud, intenzionato a riunire alla Georgia la repubblica secessionista mediante un rapida ed efficace operazione militare condotta contro i ribelli filorussi osseti e abkhazi. Per Tbilisi la ricostruzione dell’integrità territoriale georgiana rispondeva a una serie di specifiche esigenze di carattere strategico, non ultima quella dell’allontanamento delle unità militari russe ancora stabilmente dislocate in Georgia, presenza che costituiva un ostacolo all’eventuale futura integrazione del paese nella NATO e nell’Unione Europea. A quel punto si sarebbe trattato soltanto di tradurre tali esigenze nelle forme di una opzione militare e a questo avrebbero pensato la ristretta cerchia di potere del presidente di concerto con i vertici della difesa del piccolo paese caucasico. Queste persone si resero favorevoli a una soluzione muscolare del problema osseto in forza del presunto – ma in seguito mancato – sostegno diretto statunitense al loro attacco. Su di loro potrebbero avere influito, determinandoli alla grave scelta, le strette relazioni intrattenute dal loro giovane presidente con l’entourage repubblicano degli Stati Uniti, in particolare col senatore McCain, che ha sempre considerato la Russia come un antagonista dell’Occidente. A questo punto il gruppo dirigente di Tbilisi sarebbe entrato nel perverso vortice degli eventi, venendo fortemente condizionato in primo luogo dal timing dell’intera operazione. È osservando attentamente i tempi e le dinamiche dell’attacco che si rinviene una delle ragioni principali dell’azzardo militare di Saakashvili in Ossezia del Sud, dato che fu proprio il fattore tempo ad apparire come decisivo ai fini di tentare di tradurre una temporanea superiorità tattica conquistata sul campo in una situazione di fatto compiuta e difficilmente reversibile. Occupare militarmente porzioni di terreno per poi negoziare con Mosca da posizioni di forza, un azzardo che imponeva dei tempi stretti, dato che Saakashvili e i suoi avrebbero necessariamente agire entro e non oltre i termini definiti dalla scadenza del mandato dell’amministrazione Bush. In seguito è stato anche affermato che le forze armate georgiane avrebbero potuto conseguire un successo qualora l’operazione di attacco da loro pianificata si fosse conclusa in tempi più brevi.

In effetti, al giorno 6 agosto 2008, data di inizio dell’offensiva di Tbilisi, il bilancio delle forze combattenti nel ridotto teatro sud-ossetino si presentava in netto favore di Tbilisi. I georgiani ritenevano di poter occupare in poche ore l’intera regione, fatto che li avrebbe posti nelle condizioni di bloccare il tunnel di Roki, unica via di rapido collegamento esistente tra il territorio georgiano e quello russo, che se preclusa ai reparti di terra dell’Armata rossa avrebbe costretto Mosca a effettuare una reazione servendosi esclusivamente delle sue forze aeree, non potendo altrimenti colpire gli obiettivi posti in territorio georgiano. Per i russi sarebbe stata una condizione non certo ottimale, e non soltanto dal punto di vista tattico, dato che i bombardamenti a tappeto avrebbero sicuramente cagionato vittime tra la popolazione civile e danni incalcolabili, pregiudicando così definitivamente ogni possibilità di giustificare il proprio intervento militare nel paese confinante con delle ragioni umanitarie.

Saakashvili attivò il suo strumento militare sfruttando appieno il propizio momento dell’assenza da Mosca dei massimi vertici della Federazione russa, dato che quel giorno sia il presidente Medvedev che il premier Putin non si trovavano nella capitale, Putin era addirittura a Pechino per la cerimonia di apertura dei giochi olimpici. Anche in questo caso tutto si giocò sul tempo, in quanto a Tbilisi si pensò di ricavare importanti vantaggi nell’immediato da una presunta lentezza della risposta dell’apparto politico e militare del nemico. Un’aspettativa rivelatasi nei fatti del tutto infondata, dato che Mosca sarebbe egualmente riuscita ad arginare l’offensiva facendo ricorso alle scarse forze di cui in quel momento disponeva nell’area del Caucaso e alla sua schiacciante superiorità aerea, mantenendo il controllo sul tunnel di Roki e sul capoluogo ossetino di Tskhinvali in attesa dell’afflusso dei rinforzi. Nei primi due giorni di guerra il confronto sul campo tra i belligeranti è stato quasi alla pari, però, una volta fallito il colpo di mano per Tbilisi non ci sono state più speranze e, a quel punto, vane si sono dimostrate le recondite aspettative di un sostegno americano fino a quel momento nutrite da Saakashvili. Washington non gli fornì neppure una copertura aerea passiva, evitando di far volare nello spazio aereo georgiano i propri velivoli. La conseguenza fu che, nell’arco di alcune ore, lo strumento militare di Tbilisi si liquefece. In un primo tempo i georgiani furono costretti al ripiegamento dall’incalzare dell’Armata rossa, un ripiegamento trasformatosi poi in vera e propria rotta con l’abbandono delle posizioni tenute sui fronti di Senaki e di Gori.

   Ma, allora come andrebbe interpretato il comportamento suicida dei vertici dello stato georgiano dell’estate 2008? L’azzardo militare di Mikhail Saakashvili in Ossezia del Sud sarebbe stato davvero possibile senza una qualche forma di avallo da parte degli Usa? Le forze armate di Tbilisi avrebbero potuto prescindere dall’indispensabile consulenza dei consiglieri precedentemente inviati dall’amministrazione Bush nel piccolo paese caucasico?

Con ogni probabilità la risposta a questi due ultimi interrogativi e la medesima: no. Infatti sarebbe stato impensabile che a Washington (ma anche a Tbilisi ovviamente) si fossero dimostrati talmente sprovveduti da non essere al corrente della sproporzione delle forze schierate dai potenziali belligeranti su quello specifico scacchiere, dunque va sicuramente esclusa la sorpresa riguardo all’intensità della risposta militare russa, che tutti si aspettavano “tombale”. Considerazioni che acquisiscono ancor più coerenza e fondatezza alla luce della strategia regionale concordata nel corso dell’ultima missione diplomatica ufficiale prima della guerra effettuata a Tbilisi dal segretario di stato Usa Condoleezza Rice.

   È in questo delicato passaggio dunque che si collocherebbero le intrinseche ragioni alla base dell’azzardo di Saakashvili, dato che in realtà né gli Usa né la Georgia sarebbero stati colti di sorpresa dalla risposta militare russa, in quanto sia a Washington che a Tbilisi erano perfettamente consapevoli dei rapporti di forza in atto in quel momento sul campo. Al contrario, una delle ipotesi ricondurrebbe la strategia aggressiva georgiana alla volontà di scatenare una risposta “muscolare” di Mosca per poi sfruttarla a livello internazionale sul piano mediatico attraverso la mobilitazione delle opinioni pubbliche mondiali. In tal senso acquisterebbero un senso ulteriore (quindi non sarebbero da considerarsi casuali) sia l’immediato sostegno fornito a Tbilisi dai governi russofobi di Kiev e Varsavia , fatto pervenire il giorno 12 di giugno, che la pronta accettazione della realizzazione in Europa del programma americano relativo allo “scudo ABM” (Anti Ballistic Missile). Se questo corrispose alla realtà allora si trattò di un vero a proprio azzardo, una mossa dai contorni estremamente pericolosi tesa allo sfruttamento artificioso di un potenziale (come si è visto in seguito attualizzato) esercizio della forza economica e militare di Mosca a danno dei suoi vicini ex satelliti finalizzato a una successiva conseguente giustificazione a posteriori dell’espansione di Washington nella regione, il tutto, ovviamente, a scapito della solidarietà e dell’integrità europea.

Ma a questo punto tornerebbero anche altri conti. Infatti, seguendo la traccia di quest’ultima analisi si giungerebbe alla conclusione che i destini delle due regioni indipendentiste georgiane di Abkhazia e Ossezia del Sud sarebbe stato scritto nel preciso istante nel quale l’amministrazione Bush, sostenuta in questo da alcuni paesi suoi alleati del Vecchio continente, in violazione del principio di integrità territoriale degli stati sovrani sancito dall’ONU, forzarono la mano nell’ambito del processo di riconoscimento dell’indipendenza dell’ex provincia autonoma serba del Kosovo.

Dal canto suo, Saakashvili avrebbe poi cercato di dirigere gli effetti dell’operazione militare in Ossezia del Sud sul piano interno georgiano, dove l’opinione pubblica viveva uno stato di frustrazione a causa del rinvio dell’amissione del paese alla NATO, un’adesione sistematicamente promessa dalla martellante propaganda ma sempre rinviata (l’ultima delusione era giunta dal recente vertice alleato di Bucarest). I vertici politici di Tbilisi avrebbero ritenuto quindi opportuno forzare i tempi sfruttando il periodo che ancora residuava prima della fine del mandato del presidente neocon e interventista George Walker Bush. Cementare il consenso interno, alla leadership di Tbilisi l’occupazione dell’Ossezia del Sud e l’eliminazione della guerriglia separatista sarebbe tornata utile sul piano politico: dopo i disastri di Shevardnadze sarebbe stato possibile fare leva sulla retorica del sentimento popolare antirusso dei georgiani per alimentarla e cavalcarla in un conflitto. Saakashvili, però, giocò male le sue carte: seppure godesse di notevole popolarità, egli non calcolò ponderatamente – oppure, come affermato in precedenza, si produsse in un azzardo temerario – lo scarso livello di coesione politica all’interno del suo paese, ritenendo in ogni caso di poter ricavare una situazione di coesione nazionale, ancorché temporanea, da una crisi internazionale sfociata in guerra aperta. Ma come si è visto, l’escalation “controllata” scaturita dall’azzardo militare sfuggì di mano al giovane presidente georgiano e al gruppo di potere che lo sosteneva, fornendo al Cremlino l’opportunità di una dura contromossa, un’evenienza quest’ultima niente affatto sgradita ad alcune agenzie statunitensi.

Infatti, nel complicato gioco di interessi che ruotò attorno alla guerra combattuta nell’agosto del 2008 l’amministrazione Bush (o almeno alcuni suoi settori) potrebbero aver nutrito interesse al coinvolgimento di Mosca nel conflitto allo scopo di alimentare ulteriormente la tensione internazionale. Il calcolo era sottile: considerate le condizioni economiche russe e le sue prospettive nel breve-medio termine, il coinvolgimento di Mosca in una situazioni di stato di guerra avrebbe trascinato il Cremlino in un rischioso processo di militarizzazione delle proprie relazioni internazionali che avrebbe comportato l’adozione di moduli conflittuali di contrasto dell’Occidente, con un conseguente impegno a fini militari di risorse altrimenti destinate alla modernizzazione e allo sviluppo del paese. In questo senso, è possibile che Washington abbia tentato di sfruttare le lacune evidenziate dallo strumento militare di Mosca, un carenza che sarebbe stata prevista dagli analisti statunitensi in concomitanza con la fase di disorganizzazione amministrativa e operativa dell’Armata russa stabilita per il periodo 2008-2010, quando, nel quadro di un profondo processo di riorganizzazione e ammodernamento della difesa, in Russia si registrò un graduale deterioramento delle capacità operative delle forze armate. (Allo specifico riguardo si veda anche il successivo paragrafo Il dispositivo militare russo nel dopo-Urss: come Mosca è arrivata al conflitto dell’estate 2008).

In ogni caso la risposta americana è stata limitata all’invio di aiuti militari alla Georgia e allo spostamento di velivoli dell’USAF e unità della US Navy, mentre sul piano politico e diplomatico Washington non si è spinta oltre il supporto incondizionato a Tbilisi, richiamando Putin a un formale rispetto del governo di Tbilisi, a un reale cessate il fuoco e al ritiro dei reparti dell’Armata russa dai territori che questa aveva occupato, guardandosi bene, però, dal minacciare misure di ritorsione o pressione che fossero immediatamente applicabili nei confronti di Mosca. (⁹)

Un altro possibile strumento di disturbo delle posizioni di Mosca nella regione venne inoltre rinvenuto nelle diffuse attività dei movimenti jihadisti presenti nelle aree settentrionali della Caucaso russo, primi tra tutti quelli ceceni. Il territorio della Cecenia è raggiungibile dalla Georgia tramite la Valle di Pankisi, un corridoio perfettamente praticabile dai guerriglieri wahhabiti che, con il sostegno e il placet degli americani, si pensò potesse essere utilizzato da Tbilisi per alimentare la guerriglia e il terrorismo islamista contro l’Armata russa e i locali alleati di Mosca nei territori dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia. (¹⁰)

  

   Il dopoguerra. In seguito al disastroso conflitto combattuto contro la Russia in Georgia non tardò l’inevitabile resa dei conti. La situazione politica interna venne interessata dai primi effetti della débâcle già alla metà del mese di agosto, quando Nino Burianadze (personaggio molto popolare nel paese che in passato era stato portavoce del parlamento di Tbilisi e stretto alleato di Saakashvili) attaccò il presidente chiedendogli di rendere conto dei suoi azzardi bellici nei confronti della Russia e delle che da essi erano derivate alla Georgia. Molti in quella difficile fase misero le mani avanti criticando l’operato del presidente, tra questi David Gamkredlidze, leader del partito di opposizione di centrodestra Nuovi Diritti, opposizione che il 26 agosto giunse a dichiarare ufficialmente la fine dell’appoggio di guerra al governo in carica, accompagnando il ritiro del sostegno con la richiesta della formazione di un nuovo esecutivo.

Gli eventi bellici dell’estate 2008 e la concomitante crisi politica alla coalizione filo-occidentale al potere in Ucraina ebbero inoltre l’effetto di ridurre la funzionalità di Tbilisi ai fini della realizzazione dei disegni americani, di risulta l’amministrazione Bush si vide costretta a ricercare nuove modalità per isolare la Russia. I neocon al potere a Washington avrebbero però dovuto trovare una soluzione in tempi relativamente brevi, in quanto due incognite incombevano ora sul loro progetto: l’avvento di un democratico alla presidenza della repubblica degli Stati Uniti e la possibile frattura in seno alla NATO sulla posizione da tenere nei riguardi della Russia, cioè se inasprire ulteriormente la già di per sé pericolosa situazione di confronto con Mosca oppure praticare la strada della distensione. Infatti, Francia, Germania, Italia e Spagna si dissero contrarie a un’inclusione della Georgia nella NATO, perlomeno non nei tempi rapidi voluti dagli americani. In quell’occasione, questi paesi riuscirono ad avere buon gioco anche grazie allo stesso statuto dell’Alleanza atlantica, che prevede l’impedimento all’adesione per i paesi interessati da conflitti etnici. In ogni caso gli americani si attivarono immediatamente per ricostituire nel minor tempo possibile il potenziale militare georgiano che era stato duramente provato dal breve ma intenso conflitto con la Russia. Ben presto emissari di Washington si recarono in visita al ministero della difesa di Tbilisi, dapprima fu la volta del generale Bantz J. Craddock, capo del comando europeo delle forze statunitensi, in seguito quella di Robert Simmons, rappresentante speciale per il Caucaso e l’Asia centrale del segretario generale della NATO.

Per quanto concernette l’Europa dal vertice dei capi di stato e di governo dei ventisette paesi dell’Unione che ebbe luogo a Bruxelles il primo settembre emerse la volontà di non scontentare nessuno, quindi come risposta alla crisi si optò per il congelamento dei colloqui con Mosca intavolati per giungere a un nuovo accordo di partnership strategica, una sospensione che sarebbe durata fino al momento del ritiro dell’Armata russa dai territori occupati in Georgia, come per altro previsto dal piano di pace in sei punti che era stato approvato il 13 agosto precedente. L’Unione europea condannò la decisione del Cremlino di riconoscere l’indipendenza dichiarata da Tbilisi dalle due regioni secessioniste (autoproclamatesi repubbliche), un annuncio di presa delle distanze che però assumeva dei toni tutt’altro che punitivi nei confronti di Mosca. Infatti, nel documento di condanna non venne fatto alcun riferimento all’applicazione di sanzioni,   ma tuttalpiù alla possibilità di un’eventuale differenziazione delle fonti di approvvigionamento energetico da parte dei paesi dell’Unione europea clienti dei russi. A Bruxelles si ebbe piena consapevolezza del fatto che anche Mosca fosse in possesso di strumenti ritortivi utilizzabili nei confronti dell’Occidente qualora la situazione sul piano internazionale avesse conosciuto una fase di ulteriore degenerazione. Gli ambiti potenziali all’interno dei quali i russi avrebbero potuto agire per disturbare gli occidentali erano quelli afghano, mediorientale ed energetico. Il primo contesto (Afghanistan) si prestava perfettamente al peggioramento delle condizioni operative per le forze NATO impegnate nelle missioni contro i taliban e i gruppi jihadisti, nel secondo (Medio Oriente) si sarebbero potute accentuare le dinamiche di mutamento dei preesistenti equilibri militari regionali, mentre nel terzo (materie prime energetiche) i russi avrebbero potuto agire sulla leva delle forniture riducendo o addirittura interrompendo i flussi di gas diretti ai paesi dell’Europa centrale e occidentale.

In tal senso le avvisaglie della determinazione di Mosca erano pervenute già il 21 agosto, quando il governo russo comunicò ai paesi membri della NATO la sua decisione di sospendere tutti gli eventi previsti nell’ambito dei programmi di cooperazione reciproca, comprendendo eventualmente anche i permessi di transito concessi ai vettori recanti materiali “non letali” destinati al teatro operativo afghano. Al riguardo si pensi all’utilizzo americano della base aerea kirghiza di Manas, ottenuta grazie al placet del Cremlino, un’infrastruttura di importanza fondamentale ai fini del mantenimento della catena logistica della missione ISAF in Afghanistan, disponibilità che i russi avrebbero potuto negare mediante la sospensione del permesso di attraversamento del loro spazio aereo concessa ai velivoli della NATO. Contestualmente, la visita ufficiale a Mosca del presidente siriano Bashar al-Assad sembrò essere il preludio della stipulazione del definitivo accordo per la fornitura a Damasco di nuovi sistemi missilistici antiaerei ritenuti in grado di mettere in difficoltà l’aviazione israeliana (IASF, Israel Air and Space Force). In questo confronto – definito laterale in quanto il coinvolgimento della NATO non era diretto – il raffreddamento delle relazioni con la Russia avrebbe comunque potuto comportare notevoli complicazioni per l’alleato strategico degli Usa nella regione mediorientale, cioè lo Stato ebraico. (¹¹)

Per gli occidentali la collaborazione russa se non indispensabile risultava, però, quanto meno estremamente importante anche negli ambiti della War on Terror, del pattugliamento navale nel Mediterraneo e nel contrasto del traffico di sostanze stupefacenti. Il Cremlino si trovava dunque nelle condizioni di scaricare su di essi buona parte del prezzo del deterioramento delle relazioni internazionali. Mosca giunse così al riconoscimento delle due repubbliche secessioniste del Caucaso, la mattina del 26 agosto i due rami del parlamento russo (Duma e Consiglio della Federazione), decisero all’unanimità di sostenere al dichiarazione di indipendenza dichiarata nei giorni precedenti dalle regioni secessioniste georgiane dell’Abkhazia e dell’Ossezia meridionale. Un voto che non vincolò la successiva definitiva decisione nel merito, spettante secondo il dettato costituzionale russo al presidente della Federazione, che, comunque, venne avallata il giorno seguente dal presidente Medvedev, che attraverso un proprio atto ufficiale riconobbe l’indipendenza di Sukhumi e Tskhinvali. La puntuale firma del decreto presidenziale smentiva le previsioni e le aspettative degli occidentali, che invece speravano in un periodo di attese e negoziati in parte condotti segretamente. La Russia stabilì così con Abkhazia e Ossezia del Sud formali rapporti diplomatici, impegnandosi inoltre a tutelarne la sicurezza e l’integrità territoriale. Il riconoscimento sanciva la sostanziale presa d’atto dell’impossibilità di una soluzione alternativa della crisi sul piano politico-negoziale, almeno in tempi realisticamente prevedibili.

I leader delle due regioni georgiane secedute. Edvard Kokoity, divenuto capo del neonato stato indipendente dell’Ossezia del Sud, vide i propri natali nel 1964. In gioventù fu un campione di lotta libera e, sempre ai tempi dell’Unione sovietica, compì i primi passi della sua carriera politica divenendo segretario del Komsomol di Tskhinvali. Nel 1991, a seguito del collasso dell’Urss, si mise in affari e si trasferì a Mosca, dove strinse amicizia con un altro lottatore sud-osseto, Jambulat Tedeyev, il cui clan di appartenenza era uno dei più potenti della regione di origine. Nel 2001 fece ritorno Tskhinvali e, grazie al sostegno dei Tedeyev, venne eletto presidente dell’Ossezia del Sud con il 46% delle preferenze, carica alla quale sarebbe poi stato riconfermato nel 2006 con il 98% dei voti. Giunto al potere assegnò a un membro del clan Tedeyev la direzione del servizio doganale, incarico che garantiva il controllo dell’unica fonte di reddito della regione, derivante dal transito delle merci attraverso la direttrice di collegamento tra la Russia e la Georgia. Le lotte intestine esplose a Tskhinvali nel 2005, culminate in una serie di scontri armati, portarono poi all’esclusione dei membri del clan Tedeyev dai centri decisionali locali e alla successiva concentrazione di tutto il potere nelle mani di Kokoity e dei suoi sodali.

Il leader abkhazo Sergei Bagapsh nacque a Sukhumi nel 1949. In Abkhazia trascorse quasi tutta la sua esistenza, dove ebbe luogo anche la sua carriera politica, iniziata alla segreteria locale del Pcus. In seguito alla guerra e, di fatto, all’indipendenza della Georgia, divenne rappresentante del governo abkhazo a Mosca, quindi, dal 1997 al 2004, premier del medesimo esecutivo. Nel 1998, dopo che Tbilisi ebbe tentato di riconquistare parte del territorio della regione seceduto, Bagapsh guidò il suo paese in una breve e vittoriosa guerra combattuta contro la Georgia. Nel 2004 si candidò alle elezioni presidenziali, consultazioni in seguito finite nel caos tra conteggi dei voti e proclamazioni di vittoria contrapposte. Nel 2005, all’atto della ripetizione della consultazione elettorale, Bagapsh si impose senza difficoltà, presentandosi in lista insieme al suo numero due, che in passato era stato il suo principale oppositore.

 

Conseguenze del conflitto sul piano energetico. Tra le conseguenze del conflitto russo-georgiano dell’estate 2008 ci fu il congelamento della guerra per le condotte energetiche, evento del tutto favorevole a Mosca. Infatti, la grave crisi che interessò la regione del Caucaso produsse anche l’effetto di sconvolgere gli assetti dei corridoi strategici occidentali concepiti per aggirare il territorio russo attraverso un reticolo di gasdotti e oleodotti impiantato dagli americani. A seguito della controffensiva del Cremlino in Georgia, però, la prospettiva di una riduzione della dipendenza europea dalle forniture di materie prime energetiche russe risultarono gravemente compromesse. Allo stesso tempo le velleità di Tbilisi di porsi quale referente privilegiato dei Paesi baltici e dell’Ucraina nel quadro di un partenariato energetico esclusivo che ponesse in collegamento le regioni del Caucaso e del Baltico attraverso il Mar Nero. Mosca poté consolidare le proprie relazioni con i produttori turchi e dell’area del Caspio, consolidando l’importanza delle sue condotte dirette in Europa e imponendosi inoltre sul mercato del gas.

Da anni la Russia era impegnata in un’azione di contrasto dei tentativi americani volti a sottrargli progressivamente gli sbocchi al mercato europeo per le materie prime energetiche provenienti dal suo territorio. Washington agì attraverso lo sviluppo di progetti che prevedevano approvvigionamenti diretti da Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan sfruttando il ruolo di collettore principale dei flussi svolto dalla Turchia. Con l’allargamento della NATO a Oriente gli sforzi americani poterono ricevere un supporto dalla Polonia e dai Paesi baltici, mentre, contestualmente, Washington poté contare anche su stati non membri ma desiderosi di entrare nell’Alleanza, quali l’Ucraina e la stessa Georgia.

Nel 2006 trovò realizzazione il progetto di maggiore importanza ai fini del perseguimento degli interessi americani nel Caucaso e in Asia centrale, l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), condotta parte di un più ampio corridoio energetico strategico che avrebbe convogliato il greggio estratto in Azerbaigian dalla regione caspica al Mediterraneo attraverso il Caucaso. Un progetto parallelo prevedeva l’affiancamento a questa condotta di un gasdotto, il Baku-Tbilisi-Erzurum (BTE), che avrebbe dovuto far giungere il gas in Europa attraverso la Georgia e la Turchia. Il problema che si pose fu però quello dell’insufficienza di materia prima pompata al suo interno. Conseguentemente, con la perdita di importanza del BTE divenne meno concreta anche l’economicità di un altro progetto direttamente correlato al precedente, il Nabucco, che agganciandosi al terminale gasifero di Erzurum per poi, bypassando i fornitori russi, avrebbe raggiunto Vienna. (¹²)

Alcuni analisti giunsero persino a ipotizzare l’elaborazione da parte della leadership di Tbilisi di una strategia di partenariato energetico esclusivo che prevedeva la centralità della posizione georgiana. Un’alternativa all’attraversamento del territorio turco che avrebbe utilizzato gli approdi del piccolo paese caucasico sul Mar Nero. Emarginato dai progetti prefiguranti l’approvvigionamento di MPE dell’Europa centrale occidentale attraverso la Turchia e la Romania, il gruppo dirigente che attorniava il presidente Saakashvili, in parte influenzato dai suoi referenti a Kiev e Varsavia, ritenne possibile la realizzazione di un progetto mirante al potenziamento della preesistente condotta Baku-Supsa e dei porti di Poti e Batumi. Le difficoltà emersero però ben presto e con evidenza e furono di ostacolo ai grandi progetti di investimento stranieri pregiudicandoli: l’occupazione militare russa conseguita al breve conflitto dell’estate 2008 frazionò ulteriormente il territorio, un fattore impeditivo che si aggiungeva a quello costituito dai limiti dell’estensione costiera georgiana sul Mar Nero.

Inevitabilmente i combattimenti lambirono subito l’oleodotto BTC e già al secondo giorno di guerra i rischi posti al normale flusso di petrolio costrinsero l’Azerbaigian alla sospensione delle esportazioni che fino a quel momento aveva effettuato attraverso i terminali di Batumi e Kulevi. Una volta bloccato il proprio traffico navale da e per la Georgia, la Socar (compagnia petrolifera azera) per immettere i suoi idrocarburi sul mercato dovette necessariamente orientarsi verso l’alternativa rappresentata dalla pipeline russa che dal Baku sboccava nel mar Nero a Novorossijsk, bypassando in questo modo Poti, fino ad allora maggior porto sul Mar Nero e sito strategico per i flussi petroliferi provenienti dalle aree di estrazione del Caspio. Ma non fu soltanto la Socar a essere condizionata dagli eventi bellici dell’estate 2008, infatti anche la BP (British Petroleum) si vide costretta a interrompere precauzionalmente i flussi di materie prime energetiche in due delle tre condotte che attraversano la Georgia, l’oleodotto Western Route Export Pipeline e il gasdotto South Caucasus Pipeline. (¹³)

Queste interruzioni ebbero per altro luogo in un momento in cui, a causa di un concomitante attentato terroristico, l’oleodotto BTC veniva reso inattivo nel suo segmento turco. Tutti fattori che, sommati alla messa fuori uso di un ponte situato a ovest di Tbilisi, avrebbero indotto di lì a poco (18 agosto) la BP a sospendere i propri flussi petroliferi che dai pozzi dell’Azerbaigian attraversavano la Georgia, circa 120.000 barili al giorno movimentati per mezzo di cisterne ferroviarie. La dimensione del danno arrecato apparve oltremodo evidente: la BP subiva una riduzione ai minimi termini delle esportazioni dai pozzi off-shore del Caspio. Nel complesso si giunse a un calo sensibile del quantitativo di greggio trasportato ai terminali costieri del Mediterraneo dalle aree estrattive del Caspio: da 850.000 barili al giorno a 250.000. (¹⁴)

A rendere ancora più incerte le prospettive future della Georgia contribuirono inoltre i rumours relativi a un tramonto (in verità dato quasi per certo) dei progetti di nuove condotte attraverso il paese che avrebbero dovuto far affluire le materie estratte nel Caspio. In tal senso un duro colpo alle aspettative di Tbilisi lo assestò proprio la BP, che nel mese di settembre annunciò ufficialmente la sospensione della partecipazione alla realizzazione dell’oleodotto Baku-Supsa, questo mentre contestualmente il presidente azero Ilham Aliyev respingeva seccamente le richieste del vicepresidente statunitense Dick Cheney che si era appositamente recato in visita a Baku allo scopo di sostenere il progetto Nabucco, pipeline che escludeva la Russia dal suo tracciato. In effetti, sarebbe stata proprio l’aspirazione americana al bypassaggio del territorio russo a contribuire ad alimentare le mire di Saakashvili e del suo entourage, un gruppo di potere che aveva maturato la convinzione di poter fare assumere alla Georgia un ruolo strategico nel complesso dei flussi di materie prime energetiche estratte nella regione caspica e dirette ai mercati europei. In fondo non si trattava di nulla di nuovo, dato che nel Caucaso si trascinava da anni uno scontro che vedeva Washington impegnata nel tentativo di porre in discussione la posizione di fornitrici di gas e petrolio all’Europa mantenute dalle imprese russe del settore, una dipendenza ritenuta dannosa agli interessi americani. La mossa per aggirare Mosca aveva assunto la forma delle forniture alternative provenienti da Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan, con la Turchia nel ruolo di collettore logistico dei flussi. Agli sforzi dell’amministrazione Bush si erano uniti quelli dei Paesi baltici e della Polonia, che, sfruttando la spinta delle aspirazioni di Kiev all’ingresso nella NATO, avevano messo nel conto la concreta possibilità di alimentare l’Europa occidentale assetata di energia direttamente dall’Ucraina, sfruttando la preesistente rete di condotte che uniscono la costa del Mar Nero con quella del Baltico. (¹⁵)

Restava comunque il fatto che, in ogni progetto di transito, la Georgia era risultata un’ineludibile elemento connettivo tra il polo energetico azero e il collettore turco, una posizione che fino al momento del conflitto con Mosca aveva consentito a Tbilisi di assicurarsi quote di approvvigionamenti in grado di soddisfare i suoi bisogni energetici, ponendola inoltre nelle condizioni di effettuare limitate operazioni di export dai suoi porti sul Mar Nero. La storia in seguito avrebbe dimostrato che le eccessive ambizioni che animavano i vertici politici di Tbilisi, unite a una totale sottostima della determinazione del Cremlino, erano però destinate a rimettere tutto in discussione, precipitando la Georgia in una situazione disastrosa. Ma a questo punto l’interrogativo di fondo diviene ricorrente: perché il gruppo dirigente che faceva capo a Mikhail Saakashvili nell’estate del 2008 decise un azzardo del genere?

La strategia che ispirò i vertici dello stato a Tbilisi era finalizzata alla trasformazione del piccolo paese caucasico in uno snodo fondamentale per i flussi di materie prime energetiche. Forte della sua posizione geografica la Georgia avrebbe potuto sfruttare la vicinanza dell’Azerbaigian (un paese produttore ma anche potenziale collettore degli idrocarburi estratti in Asia centrale) per imporsi come anello centrale di congiunzione all’interno di un corridoio energetico tra Mar Nero e Mar Baltico, questo in una prospettiva di allargamento della NATO a Ucraina e Georgia che a Tbilisi – anche su ispirazione dei circoli repubblicani vicini al vicepresidente americano Dick Cheney – veniva ritenuta tutt’altro che remota. (¹⁶)

Ma per dare avvio a questo ambizioso progetto Saakashvili e i suoi avrebbero dovuto sgomberare il terreno da un ostacolo rilevante: il controllo russo su parte dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, territori entrambi caratterizzati da una forte instabilità e dalle aspirazioni separatiste delle popolazioni residenti, luoghi troppo vicini ai porti di Batumi e di Supsa che per realizzare il loro progetti i georgiani avrebbero dovuto necessariamente potenziare attraverso ingenti investimenti internazionali. Una situazione maledettamente difficile che a Tbilisi si pensò di risolvere con un colpo di mano, recuperando manu militari il controllo dell’Ossezia de Sud per poi concentrare le forze sulla più complicata realtà abkhaza: una sorta di mini blitzkrieg per conquistare spazio vitale in vista dell’affermazione della Georgia a livello regionale. Il timing di questa azzardata operazione era estremamente serrato, infatti Saakashvili non avrebbe potuto rinviare oltre l’attacco, pena i fondati rischi di perdita del sostegno di Washington, dato che la possibile futura elezione alla Casa Bianca di un presidente maggiormente interessato ai problemi posti dall’Afghanistan avrebbe distolto le attenzioni americane dal Caucaso, regione dove nessuno avrebbe voluto farsi coinvolgere in un duro confronto con la Russia. Con ogni probabilità la dirigenza di Tbilisi (e i suoi mentori) ritennero percorribile la strada del conflitto fiduciosi che la reazione di Mosca a un attacco all’Ossezia del Sud, che ovviamente avrebbe usato la mano pesante, avrebbe cementato la solidarietà dei paesi del blocco dell’Est nei confronti della Georgia, favorendone quindi – si pensava erroneamente a Tbilisi – anche l’adesione all’Alleanza atlantica, magari proprio nell’imminente vertice fissato per il dicembre successivo. Tutto calcolato dunque, con il suggello del segretario di stato Usa Condoleezza Rice, giunta appositamente a Tbilisi in visita ufficiale il 10 luglio.

  

   Il piano di pace e la missione degli osservatori dell’Unione europea. Nei giorni immediatamente successivi al cessate il fuoco, le stime inizialmente elaborate sulla ricostruzione dell’Ossezia del Sud indicavano la necessità di due anni di tempo e 300 milioni di euro di costi; l’UNCHR, alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, fornì invece i dati relativi agli sfollati e ai profughi causati dal conflitto, complessivamente circa 160.000, dei quali quasi 100.000 in Georgia, 30.000 in Ossezia del Sud e 30.000 rifugiatisi nel territorio della Federazione russa. Nicolas Sarkozi, in quel momento presi dente di turno dell’Unione europea, si fece promotore di un accordo di massima che venne accettato sia da Mosca che da Tbilisi, esso prevedeva sei punti fondamentali: la cessazione immediata delle ostilità; l’impegno dei belligeranti a non fare ulteriore ricorso alla forza; il libero accesso alle zone di guerra per gli operatori delle organizzazioni internazionali e non governative che recavano aiuti umanitari; il ritorno delle unità militari georgiane nelle sedi di loro abituale stazionamento; il ritiro dell’Armata russa dietro le linee precedenti alle ostilità e l’assunzione da parte di Mosca di misure aggiuntive di sicurezza fino al momento del ristabilimento di un clima di fiducia tra gli ex belligeranti; l’apertura di negoziati internazionali sui futuri status di Abkhazia e Ossezia del Sud. Su impulso del Cremlino i dirigenti delle due province secessioniste, l’osseto Kokoity e l’abkhazo Bagapsh, apposero la loro firma in calce al testo dell’accordo precedentemente siglato da Medvedev e Saakashvili. Per Mosca si trattava dell’ottenimento di un risultato sul piano diplomatico, infatti, la partecipazione dei due leader secessionisti avrebbe precostituito un ulteriore elemento di forza in grado di avvalorare un futuro riconoscimento di Abkhazia e Ossezia del Sud come entità del tutto separate dalla Georgia.

Al punto 5 dell’accordo di cessate il fuoco venivano autorizzati i movimenti di truppe russe all’interno del territorio georgiano, dunque i militari di Mosca si trovavano nella condizione di poter effettuare dei pattugliamenti anche alcuni chilometri al di fuori dei confini ossetini, con la sola esclusione dei centri urbani, una condizione favorita dall’inesistenza nel piano di pace di limiti di natura temporale o quantitativa all’azione del contingente “di pace” dell’Armata russa presente nelle due aree. Era evidente che quell’accordo sarebbe stato foriero di incertezze riguardo alla gestione del dopoguerra, in particolare l’incognita verteva su chi e in quale modo avrebbe svolto le necessarie operazioni di peacekeeping, questo seppure il consiglio straordinario dei ministri degli esteri dell’Unione Europea avesse fornito da subito la disponibilità all’invio di un contingente militare da affiancare all’Osce. In ogni caso una missione del genere avrebbe necessitato dell’indefettibile avallo dell’Onu, che avrebbe potuto inviare nel Caucaso un contingente di caschi blu. I militari dei paesi dell’Unione europea si sarebbero incaricati di svolgere la funzione di osservatori, ferma comunque restando la permanenza dei peacekeeper russi. Permase però il nodo relativo a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, autorizzazione formale di una qualsivoglia forma di intervento di pace, questo perché una iniziale bozza elaborata dai francesi venne respinta dal veto di Mosca. Allora negli ambienti diplomatici venne paventata l’alternativa di un’operazione globale da effettuare mediante la copertura della NATO, una ipotesi concretamente mai esplorata a causa della categorica opposizione del segretario generale dell’organizzazione atlantica Jaap De Hoop Scheffer. Nel frattempo la nuova missione dell’Osce, meglio sarebbe dire l’allargamento di quella precedente, si andava configurando come una operazione di osservazione e monitoraggio, dunque non di mantenimento della pace e tantomeno di una sua imposizione (peace enforcing). Mosca gradì la presenza di un folto contingente di osservatori internazionali europei o comunque dell’Osce all’interno della fascia di sicurezza ai confini dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, ritenendola, in prospettiva, utile a contribuire al distacco definitivo dalla Georgia delle due province secedute, infatti una nutrita presenza di osservatori rappresentava per Mosca la migliore assicurazione nei confronti di un possibile tentativo eventualmente posto in essere da Tbilisi di riprendere l’offensiva. Ma, a differenza di quanto era stato stabilito negli accordi raggiunti nl 1994, venne previsto che gli osservatori internazionali non venissero schierati nelle due province secessioniste, bensì all’interno del rimanente territorio georgiano. Un aspetto che, se considerato congiuntamente al previsto ritiro delle unità dell’Armata russa dalla fascia di sicurezza, riconduceva i potenziali pericoli di un nuovo conflitto alla Georgia, in qualche modo riconosciuto dall’impegno formale sottoposto al presidente Saakashvili – e che avrebbe dovuto essere garantito dall’Unione europea – di non ricorrere ulteriormente ad azioni di forza nei confronti delle entità secessioniste di Abkhazia e Ossezia del Sud, un punto che però lo stesso Saakashvili si rifiutò di sottoscrivere e che, di risulta, venne escluso dalla bozza di accordo presentata ai negoziatori georgiani. Forte del sostegno statunitense e di alcuni paesi europei Tbilisi si oppose fermamente a possibili discussioni a livello internazionale sul futuro status di Abkhazia e Ossezia del Sud. Il fondamento dei timori nutriti dai georgiani era evidente: se realizzata, tale rimessa in discussione avrebbe implicitamente messo a repentaglio l’integrità territoriale del piccolo paese caucasico.

Il 15 settembre i ministri degli esteri dei ventisette paesi dell’Unione europea approvarono in via definitiva la propria missione di in Georgia, 200 osservatori civili che avrebbero iniziato i loro lavori nei primi giorni del mese successivo. Contestualmente, l’Unione europea istruì anche un’inchiesta internazionale indipendente sul conflitto convocando inoltre una conferenza dei donatori per la ricostruzione della Georgia e, allo specifico scopo, in sede europea venne assunto l’impegno di versare nelle casse di Tbilisi un finanziamento 500 milioni di euro in due anni. (¹⁷)

 

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(¹) Soltanto il 10 di agosto 2008, quindi dopo una giornata di aspri combattimenti, il ministro degli esteri israeliano raccomandò un congelamento delle cessioni di materiali d’armamento alla Georgia di Saakashvili nel timore di una dura ritorsione russa. Gerusalemme voleva evitare di innescare una reazione a catena che avrebbe posto Mosca nelle condizioni di fornire moderni sistemi antiaerei alla Siria e all’Iran.

(²) Nel settembre 2008 Tbilisi ammise ufficialmente di aver impiegato cluster bombs nel corso del conflitto combattuto contro la Russia nell’Ossezia del Sud, ordigni tipo M85 di produzione israeliana lanciati dai georgiani nell’area del tunnel di Roki.

(³) In fin dei conti gli americani il concetto dell’esistenza di interessi “collettivi” al di fuori del territorio tradizionale dell’Alleanza atlantica lo avevano formulato già in precedenza. A esplicitarlo con chiarezza dalle colonne del quotidiano New York Times era stato il 21 gennaio del 1997 il Segretario alla Difesa statunitense Cristopher W. Perry, che aveva parlato della Extraordinary Power Projection e della «…insensatezza della NATO quale alleanza difensiva» che avrebbe invece dovuto concentrarsi su “nuovi interessi comuni” da individuare nell’impedimento dell’interruzione dei flussi petroliferi, della violenza genocida e nelle guerre di aggressione nelle altre regioni.

(⁴) Almeno uno di questi UAV (Unmanned Air Vehicle) è stato abbattuto dai russi su Tshkinvali.

(⁵) Un’unità lanciamissili della marina di Tbilisi venne affondata l’11 agosto da un missile antinave russo lanciato da un’unità appartenente alla Flotta del Mar Nero partecipante al blocco delle coste georgiane.

(⁶) Il General Dynamics BGM-109 Tomahawk è un missile di crociera a lunga gittata costruito dall’impresa statunitense General Dynamics. Sviluppato per soddisfare le esigenze della marina militare di Washington, il Tomahawk può essere lanciato dall’aria o dal mare. In questo secondo caso, secondo la nomenclatura ufficiale americana si tratta di un SLCM (Sea Launched Cruise Missile), cioè di un’arma impiegabile sia da bordo di unità di superficie che da sottomarini in immersione. I sottomarini lanciano il missile servendosi dei loro tubi lancia-siluri, mentre le navi impiegano specifici lanciatori corazzati installati in coperta o, in alternativa, sistemi di lancio verticali. Il SLCM Tomahawk può essere impiegato in azioni antinave o per attacchi al suolo, caricato con testate di esplosivo convenzionale oppure nucleare, applicando a seconda della particolare missione diversi tipi di sistemi di guida; il sistema di guida base impiega il TERCOM (Terrain Contour Matching), adottato anche nella versione distribuita all’USAF (United States Air Force). Già a partire dalle versioni prodotte nei primi anni Novanta il missile poteva venire lanciato nella direzione generica del bersaglio, verso la quale esso volava a bassa quota per evitare di essere tracciato dai radar nemici, quindi, a una distanza pre-programmata, il suo radar-altimetro si commutava sulla funzione “scoperta e acquisizione” dell’obiettivo. Il TERCOM utilizzato nella versione da attacco terrestre per guidare il missile sull’obiettivo impiega un sistema di navigazione inerziale che fa riferimento alle posizioni note della piattaforma di lancio e del bersaglio, coordinate geografiche conosciute dal sistema in quanto impostate immediatamente prima del lancio. A questo punto la rotta di volo pre-programmata viene seguita fino al bersaglio; lo speciale radar altimetro del TERCOM controlla le caratteristiche del profilo del terreno sorvolato dal Tomahawk durante la sua intera rotta e le trasmette automaticamente al sistema, che è successivamente in grado di confrontarle con i dati del terreno della rotta stabilita che sono immagazzinati nel suo data base, il medesimo computer provvede poi a fornire un consenso qualora la rotta venga seguita correttamente, altrimenti fornisce gli elementi necessari alla tempestiva correzione della stessa. Al momento in cui il Tomahawk giunge in prossimità del bersaglio si attiva una telecamera digitale che confronta ciò che viene “visto” dal cono anteriore del missile con la library contenente le immagini del bersaglio in precedenza ottenute dai satelliti da ricognizione e, se il sistema rileva anche dei minimi scostamenti dalla traiettoria sul bersaglio, apporta in tempo reale le appropriate correzioni.

(⁷) Sulla base di un accordo bilaterale stipulato da Mosca e Kiev dopo la dissoluzione dell’Urss e l’indipendenza dello Stato ucraino, accordo che avrebbe dovuto avere una validità fino al 2017, la Flotta russa del Mar Nero ha mantenuto gli approdi e le sue strutture terrestri di supporto in Crimea.

(⁸) Il missile balistico a corto raggio SS-21 Točka (denominazione in codice attribuita dalla NATO: “Scarab”), concepito a suo tempo per sostituire il razzo pesante non guidato FROG-7 (“Luna”), entrò in servizio nel 1976. Nella versione iniziale (Scarab A) il missile monostadio a propellenti solidi era lungo 6,4 metri, aveva un diametro di 65 centimetri, un peso di 2.000 chilogrammi e una gittata massima di 70 chilometri. Il CEP (errore circolare probabile) previsto era inferiore ai 30 metri quando veniva usata la testata ad alto esplosivo a guida terminale, mentre questo sistema di guida non era previsto per le testate a dispersione e per quelle nucleari tattiche. Alcune fonti ipotizzarono che del missile ne fosse stata approntata anche una versione antiradar dotata di una testata a guida passiva; furono inoltre realizzate testate chimiche, antipista e anticarro a submunizionamento. La successiva versione, denominata Scarab B e immessa in linea nel 1986, di dimensioni e pesi equivalenti alla prima vide l’apporto di una serie di migliorie quali l’incremento della gittata incrementata a 120 chilometri e la manovrabilità della testata allo scopo di eludere le difese antimissile del nemico. Essa venne poi seguita da un’ulteriore versione migliorata nella gittata, che vene incrementata a 185-200 metri. Gli spostamenti sul terreno del sistema missilistico SS-21 veniva assicurata dai veicoli ruotati ad alta mobilità TEL sui quali trovava installazione. Nell’ambito dell’Armata rossa (e in seguito in quella “russa”) venne assegnato a unità di livello brigata dotate di 18 lanciatori ciascuna e almeno 72 missili. Questo tipo di arma dopo il lancio sviluppava una traiettoria relativamente piatta dopo una fase di accelerazione ridotta, di conseguenza nei suoi confronti risultavano scarsamente efficaci sistemi di ingaggio come i missili ABM. Per contrastare questo tipo di minaccia in Occidente ci si orientò verso sistemi di autodifesa idonei non soltanto nei confronti dei missili tattici, ma anche dei razzi di artiglieria, come ad esempio le armi a energia diretta quali i laser.

(⁹) Se si escludono la cancellazione di una prevista esercitazione militare congiunta tra Usa e Russia e il rifiuto della convocazione di Mosca al vertice NATO che era stata richiesta da Putin, per quanto riguardò le ritorsioni a Washington rimasero nel campo delle pure ipotesi. Vennero esplorate le possibilità di colpire la Russia sul piano economico mediante l’apposizione di un veto al suo ingresso nel WTO (World Trade Organization), l’espulsione dal G8, il sequestro dei beni finanziari russi negli Usa e dell’esercizio di pressioni sul Comitato olimpico al fine di ottenere la cancellazione dei giochi invernali assegnati per il 2014 alla città russa di Sochi. La conseguenza del rinvio dell’ammissione al WTO minacciato dai paesi occidentali fu la sospensione da parte di Mosca degli accordi preliminari che essa aveva stipulato in vista di una sua piena adesione. Si trattava, comunque, di accordi tutto sommato onerosi per la Russia, in base ai quali il sempre più ricco mercato interno era stato aperto senza protezioni doganali ai manufatti e ai prodotti agricoli esteri. Altri accordi prevedevano poi l’acquisizione di particolari produzioni russe a prezzi favorevoli per le imprese occidentali; un esempio era quello relativo al legname che fino a quel momento era stato esportato in notevoli quantità nei paesi scandinavi per essere lavorato dalle cartiere e dai mobilifici di Finlandia e Svezia.

(¹⁰) Nella seconda metà dell’agosto 2008 Putin chiuse le frontiere meridionali della Russia. Questa decisione venne motivata dai rischi di infiltrazioni terroristiche, in particolare di organizzazioni armate islamiste. Di conseguenza il transito attraverso la Georgia e l’Azerbaigian venne precluso a tutti i cittadini stranieri a eccezione di quelli dei paesi aderenti alla CSI (Comunità degli Stati Indipendenti), consesso dal quale la Georgia era da poco uscita. In quella fase le relazioni tra la Russia e l’Azerbaigian non risultavano particolarmente deteriorate e, fino a quel momento, dalla frontiera comune erano transitate soprattutto persone e merci provenienti dall’Iran. La ragione di un provvedimento drastico come quello andava dunque fatto risalire a cause differenti dal terrorismo jihadista, quali la sotterranea contesa tra Mosca e Baku avente a oggetto il prolungato blocco da parte delle guardie di frontiera azere di un importante carico di materiali russi indispensabili a Teheran per la conduzione del suo programma nucleare. Al riguardo va però anche rilevato che in materia di terrorismo le autorità azere si erano sempre dimostrate inflessibili con gli estremisti islamisti presenti sul proprio territorio, mostrandosi al contrario relativamente tolleranti nei riguardi dei jihadisti diretti all’estero, in particolare con quelli provenienti dalla Turchia, paese allora divenuto crocevia del terrorismo internazionale anche in ragione della sua posizione geografica a ridosso di Europa, Caucaso, Medio Oriente e Asia centrale.

(¹¹) Si pensi ad esempio al peso apportato nel confronto militare siro-israeliano dalle forniture russe a damasco dei sistemi missilistici antiaerei Pantsyr-S1 e BUK-M1, armamenti al tempo relativamente avanzati; senza contare poi che, nel caso del Pantsyr-S1, arma di più semplice concezione e impiego, ne avrebbe potuto fare uso anche la milizia libanese di Hizbullah.

(¹²) Il gas naturale può essere trasportato dalle zone di estrazione ai mercati di consumo sia attraverso infrastrutture fisse che attraversano spesso i territori di vari paesi, le cosiddette pipeline, oppure, dopo che la materia prima energetica ha subito un processo di liquefazione (gas naturale liquefatto o GNL), mediante navi gasiere attraccate presso specifici terminali portuali. Il gas allo stato liquido offre al compratore il vantaggio di una più ampia diversificazione dei fornitori (creando, teoricamente, anche un favorevole clima di competizione tra questi ultimi ritenuto salutare per il mercato), anche se i costi del suo trasporto via mare risulta superiore del 30-40% rispetto a quello effettuato mediante gasdotto sottomarino (entro distanze di 1.200 chilometri) e di quello via gasdotto terrestre (entro distanze di 2.500-3.000 chilometri).

(¹³) L’oleodotto Western Route Export Pipeline collega il porto azero di Baku con quello georgiano di Supsa, mentre il gasdotto South Caucasus Pipeline, pur sempre originante nel Caspio, sbocca però in territorio turco nel terminale di Erzurum.

(¹⁴) La British Petroleum era la compagnia-guida delle società che gestivano la totalità dei pozzi in Azerbaigian, cioè l’azera Socar e la statunitense Exxon.

(¹⁵) La variante ipotizzata – fortemente avversata da Mosca – prevedeva l’abbandono del corridoi energetico turco, dato che dalle zone di estrazione della regione caspica la condotta non avrebbe piegato verso sud, bensì in direzione della costa georgiana, da dove si sarebbe diramata nel bacino del Mar Nero fino a Odessa, collegandosi successivamente con la costa polacca.

(¹⁶) Alla determinazione all’azzardo di Saakashvili non risultarono estranee le influenze esercitate da Polonia e Ucraina, attori regionali entrambi interessati a uscire dalla loro condizione di stress energetico. I due partner di Tbilisi si erano infatti trovati esclusi dai tracciati energetici diretti dal Mar Nero all’Europa occidentale, questo perché la tendenza in atto era quella di privilegiare gli sbocchi in Romania per il transito del petrolio e in Bulgaria per quello del gas naturale. Inoltre, le compagnie russe erano le principali acquirenti del gas estratto in Asia centrale, di risulta si trovavano nelle condizioni di incidere sulle dinamiche dei prezzi, un monopolio che stringeva in una morsa i paesi un tempo suoi satelliti.

(¹⁷) Nelle discussioni che precedettero il conferimento del mandato alla missioni degli osservatori dell’Unione europea alcuni paesi membri si distinsero per la loro asserita intenzione di non escludere incursioni del personale della missione all’interno dei territori delle entità secessioniste, una opzione decisamente esclusa dal Cremlino già in precedenza la cui trattazione rimase quindi circoscritta alla fase liminare della discussione. Quindi, gli osservatori europei si sarebbero potuti spingere al massimo all’interno della zona cuscinetto istituita da Mosca al confine con l’Ossezia del Sud e, in ogni caso, soltanto a seguito dell’avvenuto ritiro delle truppe dell’Armata russa dall’area.

 

 

DOCUMENTI – LE GUERRE DI MOSCA 2

Mosca l’estero vicino e il dispositivo militare: come il Cremlino è giunto al conflitto dell’estate 2008

   Mosca e il suo “estero vicino”. Nell’estate 2008 il dispositivo difensivo della Federazione russa venne colto di sorpresa dall’attacco militare georgiano? Si tratta certamente di un aspetto controverso, soprattutto alla luce della dinamica della risposta fornita dalle forze di Mosca, in termini quantitativi inizialmente scarse nel teatro caucasico. Dopo la fine delle ostilità alcuni commentatori ritennero che l’operazione militare in Georgia fosse stata minuziosamente preparata dai russi, argomentando la loro tesi mediante il comprovato afflusso delle unità da campagna ai confini con l’Ossezia del Sud e con il contestuale approntamento di un’adeguata catena logistica di aderenza in loro sostegno. Una lettura degli schieramenti sul campo farebbero evincere le reali finalità strategiche perseguite dal Cremlino, infatti le due sole unità complesse a livello di brigata, unitamente ai loro supporti tattici (per complessivi 6.000 uomini), costituivano un complesso sufficiente a sconfiggere l’esercito e la piccola aeronautica di Saakashvili, ma certamente non a effettuare un controllo capillare del territorio georgiano. (¹)

L’opportunità fornita dagli sviluppi ossetini permise al Cremlino di manovrare meglio all’interno del più vasto contesto regionale nell’ambito del mai sopito confronto strategico con Washington e l’Occidente, nel tentativo di vanificare (o almeno limitare) il consolidamento degli avamposti americani nel Caucaso, ristabilendovi la propria influenza e favorendo al contempo il distacco dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud dalla Georgia. (²)

Tuttavia, attraverso il breve conflitto dell’estate 2008 e la situazione regionale che ne derivò, Mosca oltre a colpire uno dei suoi maggiori nemici nel Caucaso (Saakashvili), lanciò al mondo un inequivocabile segnale riguardo alla sua necessaria presenza in quello che i russi definiscono il proprio “estero vicino”, una vasta area sulla quale ambiscono a mantenere il loro controllo. Con la debellatio delle forze armate georgiane veniva così riaffermata la vigenza del concetto multipolare di divisione dell’Eurasia nelle due sfere d’influenza, quella russa e quella americana. Infine, ma stavolta sul piano interno, attraverso l’esercizio dell’opzione “dura”, Vladimir Putin, sodali i gruppi riconducibili ai settori conservatori della politica e dell’amministrazione russa nonché i militari, rafforzava la propria posizione di potere a Mosca. (³)

In Georgia l’Armata russa cessò di combattere soltanto quando ebbe conseguiti gli obiettivi prefissati a livello politico dal Cremlino: colpire il maggiore alleato degli americani nell’area smantellandone almeno in parte il dispositivo militare rendendo al contempo irreversibile il distacco delle due province secessioniste. Ma la débâcle di Tbilisi ebbe anche due ulteriori conseguenze: una fu la dimostrazione della scarsa efficacia (se non addirittura della nocività) dell’azione di sostegno a Saakashvili espressa in varie forme nel tempo dagli Usa e dalla NATO, l’altra fu la situazione di difficoltà in cui si trovò lo stesso presidente georgiano, costretto a giustificare di fronte all’opinione pubblica nazionale l’azzardo che aveva precipitato in una catastrofe il suo paese. Il successo dei russi apparve inequivocabile, essi ottennero non soltanto l’avallo europeo alla permanenza di proprie unità militari nelle due province secessioniste (ufficialmente con funzioni di mantenimento della pace), ma anche il possibile futuro rafforzamento. (⁴)

Per quanto concerne gli Stati Uniti, il duro colpo sui piani politico, diplomatico e militare fu indubbio: dimostrando una scarsa capacità di difendere i propri alleati l’amministrazione Bush, che aveva pervicacemente alimentato l’escalation nel Caucaso, alla luce degli esiti della crisi georgiana si trovava a fare i conti con la concreta possibilità di un calo dell’influenza americana nella regione. In fondo, in Europa a sovraesporre la propria posizione nell’ambito del confronto con Mosca furono soltanto alcuni governi di paesi in precedenza o satelliti dell’Urss (la Polonia) oppure sue repubbliche costitutive (i Paesi baltici e l’Ucraina), questo mentre gli altri, al netto della retorica di facciata della quale in casi del genere si fa ampio esercizio, si smarcarono però dalle iniziative avventuristiche di Washington e dei suoi referenti orientali. E le ragioni di questo comportamento apparvero oltremodo evidenti: a ragione, i paesi dell’Europa occidentale trovarono maggiormente conveniente una difesa seppur passiva dei propri interessi economici immediati nei settori dell’energia, degli investimenti e dei commerci, che altrimenti nell’eventualità di una rottura con la Russia avrebbero subito un drastico ridimensionamento se non addirittura un tracollo. Questo rifiuto di schierarsi contro Mosca fu un indirizzo confermato anche nella successiva riunione al vertice dei ministri degli esteri dei paesi aderenti all’Alleanza atlantica svoltosi a Bruxelles il 19 di agosto, dove, a fronte della conferma del mantenimento di una disponibilità al dialogo con Mosca, l’ormai screditato governo in carica a Tbilisi ricevette esclusivamente un formale rinnovo di sostegno.

Sulla regione caucasica e, più in generale, sul suo estero vicino il Cremlino ha da sempre concentrato grandi attenzioni. Infatti, per esso il Caucaso rappresenta un potenziale enorme collettore del gas verso i mercati dell’Europa meridionale, ambizione che presuppone come indefettibile il mantenimento del controllo sugli sbocchi del Mar Nero. Mosca aveva dunque la necessità di controllare una vasta regione attraverso la quale convogliare i flussi di gas naturale proveniente dai vari bacini estrattivi situati in Russia e in Asia centrale. (⁵)

Il 2008 non fu solo l’anno della crisi georgiana, ma anche quello che segnò l’inizio di una profonda crisi finanziaria globale, i cui prodromi erano stati segnalati nella primavera dell’anno precedente da un allarmante report - forse volutamente poco ascoltato – della Banca dei Regolamenti Internazionali (Bank of International Settlements). Un periodo nel quale mentre in Occidente gli investimenti sia degli operatori privati del settore che di quelli istituzionali subivano sensibilmente gli effetti liquidità delle banche, in Russia il surplus finanziario frutto dell’accumulazione derivante dalle esportazioni e dalle speculazioni sulle materie prime energetiche consentiva invece agli operatori locali ampi margini di manovra sul lungo termine. La crisi finanziaria globale originatasi negli Usa a causa dei mutui sub-prime influenzò solo in maniera ridotta l’economia russa, dato che quest’ultima era basata per buona parte sulle esportazioni di gas e petrolio, prodotti commercializzabili senza eccessive difficoltà anche al di fuori del mercato americano. Il conflitto divampato l’estate di quell’anno si collocò quindi in una situazione di generale espansione economica per la Russia, un paese nel quale veniva registrato un tasso di crescita annuo del 7%, un successo dovuto principalmente alla fase di crescente aumento dei prezzi petroliferi. (⁶)

Permaneva in ogni caso una fragilità di fondo dell’economia russa, eccessivamente sbilanciata sul lato della dipendenza dall’esportazione di materie prime energetiche e sostanzialmente afflitta dall’assenza di progressi nel processo di diversificazione, questo in un quadro di debolezza e di obsolescenza di importanti componenti del settore manifatturiero. (⁷)

Secondo alcuni autorevoli analisti il termine “estero vicino” altro non sarebbe se non un eufemismo utilizzato dai russi per indicare le repubbliche ex sovietiche divenute indipendenti a seguito dell’implosione dell’Urss avvenuta nel 1991. (⁸)

In passato Vladimir Putin definì il collasso del sistema comunista come «la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo», ponendo così una particolare enfasi sul fatto che la comune infrastruttura energetica e dei trasporti, unite alla tradizione dei legami economici e culturali che le repubbliche post-sovietiche hanno ereditato dallo Stato comunista, costituivano per loro un grande vantaggio all’interno di un mondo ormai globalizzato, legandole quindi fortemente a Mosca. La Russia non perseguiva più politiche di espansione territoriale, seppure ambisse ancora a mantenere forme di controllo sulle ex repubbliche sovietiche, un obiettivo il cui conseguimento alla luce delle condizioni in cui si trovava il paese per altro non appariva neppure alla sua portata. Malgrado questi dubbi, la politica posta in essere dal Cremlino a partire dall’avvento dell’era Putin si concretizzò nel sostegno diretto o indiretto alle forze e ai movimenti separatisti filorussi attivi nella regione. Il suo scopo principale fu il mantenimento della propria sfera d’influenza, perseguito spesso anche con metodi spregiudicati, come quello dell’appoggio fornito ai regimi autoritari e del contemporaneo isolamento delle economie di questi stessi stati dall’economia mondiale, basti soltanto riflettere sulle potenzialità offerte dalla leva energetica, efficace strumento di pressione sperimentato e affinato ai danni di vari paesi del suo estero vicino. Per Mosca il controllo della cintura di repubbliche ex sovietiche che la cingono a ridosso dei confini è una necessità indotta dalla fragile stabilità della Federazione, esposta direttamente ai rischi di frantumazione interna determinati dalle dinamiche (attuali e potenziali) in atto nel contesto circostante, principalmente provenienti dal mondo islamico. Una situazione pericolosa che i russi hanno provato ad affrontare in maniera preventiva. Se nel 1998 il primo ministro Evgenij Primakov giunse a paventare una seria minaccia per l’unità della Russia, già quattro anni dopo ridimensionò quel pericolo pur senza escluderlo del tutto. Infatti, nel 2002 egli fece riferimento alla persistente minaccia rappresentata dai taliban afghani come un elemento di grave instabilità sia per l’Asia centrale che per le zone del proprio paese dove erano concentrate popolazioni di fede islamica. Però non furono soltanto le ex repubbliche sovietiche a maggioranza musulmana a divenire oggetto delle attenzioni di Mosca, giacché contingenti militari russi risultavano presenti a ridosso degli affacci sul Mar Nero in Transnistria. (⁹)

L’intervento militare in Georgia rappresentò in ogni caso la maggiore operazione bellica condotta da Mosca dalla fine dell’era sovietica, una guerra alla quale furono chiamate a partecipare l’intero complesso delle sue forze armate.

 

   Il dispositivo militare russo nella prima fase post-sovietica: come Putin si presentò al conflitto dell’estate 2008 in Georgia. Fin dai primi giorni in cui assise alla presidenza del suo paese Vladimir Putin affermò costantemente che il riarmo della Russia avrebbe costituito lo strumento fondamentale della sua politica. La nuova dirigenza moscovita si fece dunque carico del gravoso e per niente semplice compito di rafforzare la capacità militare nazionale, che aveva conosciuto un notevole indebolimento nell’era Eltcin, attraverso un ammodernamento delle forze armate che sarebbe stato perseguito di pari passo con la loro riforma e con lo sviluppo del cosiddetto complesso militare-industriale. Uno sforzo titanico che avrebbe comportato una diretta assunzione da parte dello stato del carico derivante dagli oneri relativi all’ammodernamento tecnologico e militare della Russia, intervento che avrebbe necessariamente accresciuto la presenza pubblica nell’economia nazionale, ribaltando in questo modo i termini dell’indirizzo politico seguito a partire dal 1992 e fino a quel momento dai suoi predecessori al Cremlino. Il riarmo deciso dal nuovo presidente avrebbe consentito a Mosca di far pesare di più le sue posizioni sulle questioni internazionali, imponendo ove necessario il proprio punto di vista in un auspicato contesto globale che avrebbe visto una graduale fine del sistema unipolare che si era affermato dopo l’implosione dell’Unione sovietica. Con Putin il segno prevalente della politica estera e di sicurezza russa assunse i tratti del pragmatismo e della volontà di ricercare soluzioni ai vari problemi di volta in volta affrontati che fossero vantaggiose per tutte le parti interessate, tenendo conto in modo realistico dei reali rapporti di forza sul terreno. Un approccio che portò sia il Cremlino che la sua diplomazia a sostenere la propria piena disponibilità al dialogo anche nei casi più controversi nei quali sarebbero state espresse posizioni dure. Pur apparendo a volte aggressiva e inquietante nel linguaggio, la politica estera di Putin fu sostanzialmente moderata nei suoi contenuti, anche se l’ex ufficiale del Kgb assiso al Cremlino evitò comunque di ripetere gli errori commessi in passato da Michail Sergeevič Gorbaciov, che volendo piacere a tutti a ogni costo finì per indirizzare la Russia sul sentiero di una politica estera debole. Era evidente che a Mosca si aveva piena consapevolezza dell’enorme divario in termini di potenzialità economiche con gli Usa, ma ai russi riuscirono con altrettanta lucidità a rinvenire i numerosi utili spazi di manovra che in quel momento offriva il nuovo contesto internazionale.

Una volta superato definitivamente il problema della sudditanza politica, militare e psicologica nei confronti dell’Occidente (in particolare degli Usa), conseguenza della fine dell’Urss, trovatasi di fronte agli insperati vantaggi derivatigli dai corsi dei prezzi petroliferi e dalla dipendenza da gas e petrolio dell’Europa, la Russia ha avuto a disposizione una efficace leva energetica da associare a quella politica. Nonostante ciò, anche volendolo Mosca non avrebbe né potuto imbarcarsi in una vera corsa agli armamenti con l’Occidente né perseguire velleitari progetti di potenza militare, dato che la propria economia non sarebbe stata nelle condizioni di sostenere uno sforzo del genere. Oltretutto non andava dimenticato che il conflitto ceceno e i diversi focolai di crisi, più o meno congelate, erano causa di ingenti assorbimenti di uomini, e di materiali. Mosca incontrò enormi difficoltà nel mantenimento in efficienza del proprio strumento militare, uno sforzo mai completamente riuscito che comportò il finanziamento del parziale ammodernamento dei materiali in servizio e degli ormai limitati programmi di acquisizione di nuovi sistemi d’arma da immettere in servizio, sostenendo al contempo significative attività di ricerca e sviluppo di tecnologie avanzate. (¹⁰)

Stante questa situazione una reale minaccia diretta alla sicurezza dell’Europa (e più in generale all’Occidente) da parte russa sarebbe stata sicuramente da escludere. Anche tenendo conto dei progressi conseguiti in campo economico l’economia del paese permaneva notevolmente inferiore a quella americana (13 volte più piccola), quindi quando il Cremlino decideva di porre in essere politiche di potenza lo faceva esclusivamente laddove riteneva di avere comprovati vantaggi competitivi, come nel settore energetico o di particolari contesti di crisi anche militari (ad esempio quella georgiana). Altrove Mosca si vedeva costretta a soppesare lucidamente le sue mosse al fine di evitare l’errore fatale che accelerò l’implosione dell’Urss, cioè quando i vertici dell’Armata rossa imposero al Partito comunista sovietico (Pcus) l’inseguimento degli stati Uniti di Ronald Reagan sul terreno del riarmo strategico. Per restare al biennio immediatamente precedente al 2008, anno del breve conflitto in Georgia, le cifre rendevano chiaramente il quadro della situazione: nel solo 2006 le spese militari affrontate dagli Usa (comprensive dell’impegno bellico in Iraq) ammontavano a 670 miliardi di dollari, mentre quelle russe raggiungevano soltanto 23 miliardi; l’anno successivo il Cremlino incrementò questa cifra del 23%, attestando gli stanziamenti per la difesa all’1% del prodotto interno lordo (pil), quota in ogni caso di molto inferiore a quella degli stanziamenti americani, che risultava pari al 6,4% del pil statunitense. Sebbene le spese effettive della Russia nel settore militare vadano considerate superiori a quelle ufficialmente dichiarate, esse non risultavano neppure lontanamente paragonabili a quelle dei tempi dell’Unione sovietica, che nel 1988 (anno della caduta del muro di Berlino e della crisi degli stati comunisti dell’Europa orientale) avevano raggiunto la considerevole quota del 19% del prodotto interno lordo. (¹¹)

Nel 2006 Mosca pianificò un programma di riarmo che avrebbe impegnato le casse statali per il periodo 2007-2015 in stanziamenti per complessivi 5.000 miliardi di rubli, cioè oltre 300 miliardi di dollari, quindi meno della metà della somma spesa dagli Usa in quello stesso anno. Un programma comunque ambizioso che poneva per il 2010 il fondamentale obiettivo dell’ammodernamento del patrimonio tecnologico allora esistente, che però si prevedeva avrebbe iniziato a produrre effetti soltanto a partire dal 2011 col concreto avvio delle acquisizioni in serie di nuovi sistemi d’arma da immettere in servizio nell’Armata russa. Si trattava del terzo programma del genere, seguito ai due precedenti che, però, non avevano trovato una completa realizzazione.

Le difficoltà nella quadratura del bilancio a Mosca non rappresentavano una novità, infatti anche nel 2005, anno precedente a quello della citata pianificazione, fissato in sede previsionale alla quota del 3,5% del pil a quella data non raggiunse neppure il 3%. Tuttavia, si trattava di una cifra meramente nominale, dunque scarsamente indicativa della realtà, in quanto andava comunque ponderata alla luce delle entrate statali derivanti dall’incremento delle esportazioni di materie prime energetiche registrato in quel periodo. Di risulta il bilancio della difesa russo presentava una aumento reale su base annuale del 25-30%, sebbene da esso andasse detratta l’inflazione, che quell’anno incise per il 10-12%. Nel 2006 per le forze armate lo Stato della Federazione russa stanziava poco meno di 500 miliardi di rubli (un incremento del 2,3% rispetto all’anno precedente), mentre per il 2007 veniva prevista una spesa di quasi 594 miliardi di rubli, una somma destinata però in via principale alla voce “personale” (stipendi dei militari e altri assegni di vario genere), con meno della metà dell’intera posta di bilancio spesa per investimenti, quindi impiegati nelle attività di aggiornamento, ricerca e sviluppo di nuovi sistemi d’arma da parte delle industrie nazionali.

Nel delicato settore aerospaziale ancora alla fine degli anni Novanta i campioni nazionali Mapo MiG e Sukhoi soffrivano ancora a causa della perdurante carenza di ordini interni e unita alla concomitante crisi dell’economia nazionale. Questi due giganti dell’industria russa in quella stessa fase si trovavano immersi in un processo di ristrutturazione che si protraeva ormai da tempo con alterni risultati, scontando per altro le lotte senza quartiere in atto tra le fazioni rivali interne alle dirigenze aziendali. Malgrado tutto nel 1998 entrambe le società riuscirono comunque a conseguire alcuni risultati favorevoli, rischiarando un poco l’orizzonte delle prospettive per il futuro a breve termine, un miglioramento che nel recente passato era apparso impensabile. Una situazione frutto della concomitanza di due fattori: gli incoraggianti sviluppi sui mercati interno e internazionale e le aspettative riguardo a un rapido completamento del menzionato processo di ristrutturazione industriale, che, una volta realizzato, si riteneva avrebbe consentito al management di concentrare le attenzioni sul lavoro spostandole definitivamente dai contrasti intestini alle aziende. E, in effetti, coerentemente con queste aspettative nell’aprile del 1999 allo scopo di favorire la creazione di un efficiente consorzio industriale intervenne un decreto promulgato dal ministro dell’economia, che consolidava sotto la responsabilità della VPK MAPO il complesso delle attività di progettazione, produzione, marketing e commercializzazione della MiG, una fusione seguita quella precedentemente realizzata nel 1995, che della MiG aveva interessato l’ufficio progettazione. (¹²)

Paradossalmente, nel medesimo periodo i maggiori ostacoli alle esportazioni russe di materiali d’armamento venivano posti dalla situazione di stallo in essere in seno alla leadership della corporazione nazionale del settore, la Rosvooruzhenie, dove si aveva luogo lo scontro tra i gruppi interessati allo sviluppo di due diversi velivoli da combattimento di punta, il MiG-29 e il Su-27. Al contrario, la politica industriale della VPK MAPO era più chiara, dato che per la prima volta dalla disgregazione dell’Urss veniva espressa una strategia effettivamente in linea con le esigenze reali e i mezzi finanziari concretamente disponibili sia dalla forza aerea russa (V-VS, Voenno Vozdhdusnnye Sily) sia dei potenziali committenti stranieri. (¹³)

In quegli stessi anni, proprio nel pieno della sua fase di trasformazione in società per azioni controllata dallo stato, all’interno della Sukhoi si consumò un duro scontro che vide contrapposti i rappresentanti delle organizzazioni industriali e il vertice dell’ufficio progettazione. Le due fazioni erano portatrici di concetti diametralmente opposti, dato che i primi erano intenzionati a mantenere il “core business” nella fascia dei velivoli da combattimento, al contrario dei secondi che, invece, erano convinti della necessità di intervenire su larga scala anche nel comparto civile. (¹⁴)

La peculiarità dell’aviazione militare russa era l’accentuato stato di deterioramento dei velivoli in linea e delle infrastrutture terrestri. Sulla base dei dati forniti nel 2006 dal Comitato per la sicurezza e la difesa della Duma di Stato (il parlamento della Federazione russa), l’usura del patrimonio tecnologico della V-VS raggiungeva un livello del 60 %. (¹⁵)

Nel 2006 la V-VS schierava circa 5.600 velivoli, quando soltanto tre anni prima ne disponeva ancora quasi 7.000 (5.100 aerei e 1.800 elicotteri). Il 10% di queste macchine riusciva a essere mantenuto in servizio attraverso un prolungamento della vita operativa, elevando così il livello di obsolescenza dei materiali a quasi la metà del totale, ai due terzi se si prendeva in considerazione la difesa antiaerea (ex PVO). Gli insufficienti finanziamenti con i quali coprire le spese degli interventi per il prolungamento della vita operativa dei sistemi d’arma in servizio e delle attrezzature tecniche, la carenza di ricambi e l’invecchiamento dei materiali, portò numerose unità all’accumulazione di un 60% di armi e apparecchiature guaste, con comprensibili deleteri effetti sull’operatività delle forza armata. Alla fine del 2005 venne finalmente immesso in servizio il primo lotto (due soli aerei) del Sukhoi Su-27IB/Su-34, cioè della versione da attacco del FLANKER, una macchina destinata a sostituire sulle linee di volo i Su-24 FENCER; a distanza di quindici anni dal primo decollo ne venne dunque avviata la produzione al ritmo di cinque aerei all’anno. (¹⁶)

Ancora alla metà del 2009, nonostante alla Sukhoi fosse stato assegnato un contratto pluriennale per lo sviluppo del cacciabombardiere Su-34, non risultavano però ancora noti né il valore della commessa, né il numero di aerei previsti dalla commessa statale e neppure i tempi di consegna. (¹⁷)

Neppure la situazione della linea bombardieri strategici si presentava bene, anche se nello specifico settore Mosca intervenne nel tentativo di limitare il degrado della sua flotta e alla fine degli anni Novanta le fu possibile recuperare alcuni velivoli di vario tipo mediante una serie di accordi stipulati con le repubbliche ex-sovietiche. Ai kazaki, che in quel periodo erano intenti a modernizzare le loro forze aree, i russi proposero uno scambio che contemplava la restituzione di 40 Tupolev Tu-95MS BEAR a fronte della cessione di un considerevole quantitativo di MiG-29, Su-27 e Su-25; gli ucraini, invece, scambiarono gli otto Tu-160 BLACKJACK che avevano ereditato dall’Unione sovietica e che fino ad allora non avevano mai utilizzato con delle forniture di gas naturale, un baratto che metteva la V-VS nelle condizioni di costituire almeno uno squadrone da bombardamento operativo formato da queste macchine. (¹⁸)

Dal 2004 aveva preso avvio un piano di aggiornamento di parte della flotta della V-VS, intervento che però non prevedeva il recupero delle infrastrutture che si trovavano in un profondo stato di degrado (soprattutto i 142 aeroporti considerati di importanza strategica ai fini della difesa nazionale). Sul versante dell’addestramento le cose non andavano meglio, dato che il monte ore medio di volo dei piloti russi risultava inferiore a quello minimo previsto dagli standard internazionali, un aspetto che aveva le sue dirette ricadute sull’elevata ricorrenza di incidenti. Dei 150 tra reggimenti e brigate della difesa missilistica antiaerea esistenti nel 1991 (anno di dissoluzione dell’Urss) nel 2006 ne erano sopravvissuti una ventina, la metà dei quali posti alla difesa della capitale. Di essi il 70% circa era armato con sistemi immessi in servizio quindici o venti anni prima e che dunque avevano già raggiunto l’80% della loro vita operativa utile, una carenza che aveva indotto allo stanziamento di fondi destinati all’ammodernamento degli S-300, degli S-400 e della rete di sorveglianza radar. Venne intrapresa la realizzazione di una nuova rete radar per certi aspetti analoga a quella che in precedenza aveva coperto lo sterminato territorio sovietico, un sistema che avrebbe controllato lo spazio aereo federale avvalendosi del simultaneo contributo dei siti delle diverse forze armate, delle forze spaziali e di gestione del traffico civile. (¹⁹)

Nel 2007, un anno prima dell’esplosione del conflitto in Georgia, la Russia stava gradualmente ricostituendo la catena di radar di scoperta aera a lungo raggio, una necessità divenuta impellente a causa dei vulnerabili “buchi” apertisi in seguito alla frantumazione dell’Urss. Allo specifico scopo Mosca aveva raggiunto una serie di accordi con alcuni dei neonati stati indipendenti che si erano trovati a ereditare parte dei sistemi che fino a poco tempo prima avevano formato la rete di sorveglianza e difesa sovietica. In ogni caso i russi vollero disporre di una rete radar indipendente e di conseguenza si impegnarono in due nuovi programmi finalizzati alla realizzazione dei nuovi apparati di radiolocalizzazione Voronezh, il primo dei quali venne installato non distante da San Pietroburgo, dove vennero avviati i test operativi in vista della piena operatività dell’apparato prevista per l’anno successivo. Questi radar sarebbero subentrati dapprima a quelli in funzione nei confinanti Azerbaigian e Kazakistan e solo in seguito in sostituzione di quelli dislocati nei siti sul territorio della Federazione russa (Irkutsk e Pečora), mentre la stazione Volga di Baranoviči, situata in territorio bielorusso, sarebbe stata sostituita soltanto in seguito. I russi erano costretti a prevenire gli eventi. Infatti, qualora l’Ucraina in futuro avesse aderito alla NATO, oppure se il governo di Kiev avesse deciso di chiudere le stazioni radar russe presenti sul suo territorio, oltre 2.000 chilometri di frontiera russa si sarebbero trovati di colpo privati di copertura radar, con la conseguente perdita del controllo sull’enorme area comprendente il bacino del Mediterraneo, l’Europa e il Medio Oriente. (²⁰)

Tra le forze armate della Russia a marina (Voenno Morskij Flot) era quella che versava nelle condizioni più difficili. Nel 2007 venne pubblicamente denunciata l’arretratezza nel settore combattimento oceanico, dove Mosca riusciva a mantenere in esercizio soltanto una portaerei, la Kuznetsov (a fronte di dodici unità schierate nello stesso periodo dalla US Navy), mentre quattro lanci di prova su cinque del missile balistico BULAVA, vettore destinato alla marina, si risolvevano in un fallimento. (²¹)

Nel 2008 vennero previsti degli stanziamenti che, però, corrispondevano soltanto a una minima parte del fabbisogno ritenuto minimo per la manutenzione e la modernizzazione delle flotte e addirittura insufficiente al mantenimento delle capacità operative delle unità in linea. L’altra novità introdotta in quel periodo fu il trasferimento del comando supremo della marina militare dalla città di Mosca a quella di San Pietroburgo, una decisione che avrebbe comportato il distacco dallo stato maggiore della difesa e che avrebbe richiesto alcuni anni per la sua completa messa in opera. Ovviamente tale scelta sollevò una serie di dubbi e di polemiche in seno ai vertici militari della Federazione, in particolare qualcuno eccepì che la gestione della forza armata avrebbe subito negative influenze per il fatto che il passaggio del centro operativo da una posizione centrale a una periferica (nella esclusiva prossimità della piccola Flotta del Baltico ma distante dalle altre principali flotte russe, quella del Nord e soprattutto quella del Pacifico) avrebbe potuto causare uno stato di perdurante paralisi nella gestione della forza armata. Le precarie condizioni nelle quali si trovava la marina russa era evidenziata poi dal rallentamento dei ritmi di costruzione di nuove navi da guerra e dall’assenza di nuovi significativi progetti relativi a unità da mettere in cantiere, un malinconico declino che riconduceva la marina di Mosca a un ruolo minore nell’ambito del complesso delle forze armate. Poste in disarmo le unità della classe Kirov restava in linea soltanto una portaerei, la Kuznetsov, dato che la portaeromobili Varyag, ceduta inizialmente all’Ucraina, sarebbe stata in seguito venduta alla Cina, mentre la Kiev e la Admiral Gorshkov venivano acquistate dall’India. (²²)

Per la Russia di Medvedev e Putin l’unica strada percorribile che si prospettava era quella della concentrazione delle scarse risorse finanziarie e degli sforzi nei settori in grado di garantire ritorni immediati in termini politico-strategici, come l’arsenale nucleare. Non appariva dunque casuale che a partire dal 2007 siano state focalizzate le attenzioni sullo sviluppo nel settore dei missili balistici, inizialmente annunciando la prevista realizzazione di un ICBM pesante derivato dallo SS-24 che avrebbe dovuto avere una gittata di 10.000 chilometri e una dotazione di dieci MIRV, poi immettendo in servizio un nuovo SLBM a propulsione liquida designato SNEVA destinato al riarmo dei SSBN classe DELTA IV. (²³)

Le forze nucleari strategiche continuavano a costituire un’efficace deterrente, infatti, nel 2006 i russi disponevano di oltre 500 missili nelle varie classi: pesanti a propellente liquido tipo RS-20 (SS-18), medi e leggeri tipo RS-18 (SS-19) e tipo RS-16 (SS-17), oltre ai vettori a propellente solido tipo RS-22 (SS-24) risalenti agli anni Ottanta e ai più moderni RS-12M2 TOPOL-M ed RS-12M (SS-X-27 SICKLE). Anche la forza missilistica strategica era stata oggetto di uno scontro al vertice che ne aveva messo in discussione la stessa esistenza. Una prova di forza che nel 2001 aveva visto contrapposte due fazioni, quella perdente (i cosiddetti missilisti), facente capo al ministro della difesa Igor Sergeyev, che ne propugnava il distacco dal resto delle forze armate per farne una forza indipendente, e quella riconducibile ad Anatoly Kvashin, capo di stato maggiore generale dell’Armata russa. Fu Vladimir Putin a risolvere d’autorità questa disputa, intervenendo personalmente per chiarire i rapporti di forza allora in essere a Mosca: mandati forzatamente in pensione alcuni degli uomini più fidati di Sergeyev, il presidente della Federazione russa fece ratificare dal Consiglio per la sicurezza nazionale il passaggio della forza strategica missilistica alle dirette dipendenze dell’aeronautica, un transito di competenze che in ogni caso avrebbe richiesto alcuni anni per essere realizzato. Nel 2005 l’arsenale missilistico strategico subiva un’ulteriore riduzione attraverso l’eliminazione di una quota di missili e il successivo scioglimento di due unità, la 59ª Divisione ICBM di Kartaly (dotata di SS-18 Mod.4) e della 10ª Divisione ICBM di Kostroma (dotata di SS-24). Se in quel momento Mosca poteva disporre ancora di circa 500 ICBM (principalmente SS-18, SS-19, SS-25 ed SS-27), data la lentezza dei ritmi produttivi sia dei nuovi vettori che dei loro lanciatori, per gli anni a venire era però prevista una sensibile flessione in questo delicato settore, tenuta anche presente la contestuale riduzione delle testate di armamento dei missili. Completamente smantellati i complessi RT-23 UTTX MOLODEC (SS-24 SCALPEL) delle cinque divisioni, alla metà della prima decade del nuovo millennio si aggiungevano i sistemi mantenuti in linea dalle forze aeree e navali, cioè quelli a bordo dei 12 SSBN (per complessive 192 rampe di lancio di SLBM recanti un totale di 672 testate nucleari), quelli trasportati dai 78 bombardieri dell’aviazione strategica (poco più di 970 missili da crociera a lunga gittata). Malgrado la quasi totalità dei sistemi missilistici ereditati dall’Unione sovietica ancora in servizio presso le forze strategiche russe avesse esaurito il suo periodo di garanzia, Mosca si vide però costretta dalle circostanze a estenderne per ulteriori 15-20 anni la vita operativa, cioè fino al totale esaurimento previsto al massimo per il 2015. (²⁴)

Con la crescita economica fu possibile imprimere un moto di cambiamento alla situazione in essere. Le esercitazioni congiunte effettuate con l’Armata Popolare di Liberazione cinese, attività militari condotte nell’ambito del cosiddetto Gruppo di Shanghai, evidenziarono l’intenzione di Mosca di rafforzare la cooperazione in Asia nel tentativo di controbilanciare i tentativi di penetrazione statunitense. Sempre nel 2007 il presidente Putin riprese implementandola l’opera di trasformazione dell’industria aerospaziale nazionale al fine di porla in grado di competere con quella europea e statunitense, un obiettivo impegnativo perseguito comunque con una certa lentezza che, però, aveva pur sempre portato all’importante risultato della costituzione dell’OAK (Società aeronautica Unita). (²⁵)

La Russia attraversava un momento relativamente felice: in quegli anni pompava gas e petrolio in gran quantità che poi esportava ricavando notevoli entrate, l’economia del paese pareva aver superato la fase più critica e, seppur in modo disomogeneo, continuava a registrare una crescita, infine i costi industriali interni permanevano largamente inferiori a quelli dell’Occidente, seppure con minori risultati sul piano dell’efficienza. Tuttavia, questo quadro congiunturale positivo non avrebbe comunque potuto sostenere dei disegni velleitari di potenza o il tentativo di ritorno a ruoli analoghi a quello svolto in passato dall’Unione sovietica. Putin è una mente fine e questo lo capì benissimo fin dal principio, impostando per il medio termine una politica internazionale tesa a mettere in difficoltà Washington, inducendo gli americani a riflettere sul fatto che la loro non era l’unica superpotenza, soprattutto se militarmente impegnata su più fronti. In sostanza, i tempi di Eltcin erano finiti e adesso gli Usa non sarebbero più stati in grado di decidere e condizionare l’intero ordine globale. Un segnale significativo della svolta imposta da Putin alla politica di sicurezza del suo paese derivò anche dallo stanziamento di fondi per il progetto di sviluppo di un nuovo bombardiere tattico con caratteristiche stealth designato inizialmente T-60S/S-60, del quale venne ottimisticamente prevista l’immissione in linea per i primi anni del nuovo millennio in sostituzione dei Tu-22 e dei Su-24. (²⁶)

Nel 2007 ripresero anche le intercettazioni dei bombardieri strategici russi in volo nei cieli dell’Artico, missioni protrattesi anche l’anno seguente che videro impegnati gli equipaggi dei caccia F-22 statunitensi decollati dalla base di Elmendorf, in Alaska. Si ripeté la consueta routine classica del tempo della guerra fredda, quando i Tu-95 si spingevano verso lo spazio aereo americano pur mantenendosene a debita distanza. I più recenti voli dei bombardieri di Putin non costituirono certamente una concreta minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti, però sollevarono egualmente problemi di natura politica, contribuendo inoltre a incrementare gli impegni militari di Washington. (²⁷)

Nel frattempo si procedette nel segno della drastica riduzione quantitativa e della professionalizzazione dello strumento militare, non mancando di considerare anche la voce “investimenti”, questo malgrado le onerose (in tutti i termini) operazioni di controguerriglia condotte in Cecenia assorbissero una considerevole parte delle non illimitate risorse disponibili in bilancio. Dal lato industriale, seppure i russi permanessero in una condizione di gap nei confronti di Usa ed Europa, con i fondi ottenuti dalle esportazioni all’estero di armi e mediante l’assorbimento di tecnologie occidentali, riuscirono a dare un po’ d’ossigeno ad alcuni progetti di sviluppo, in certi casi sviluppati in partnership proprio con imprese occidentali. I capi dei bureau di progettazione delle aziende più prestigiose avevano ormai perduto quasi completamente la loro tradizionale autonomia e adesso la gestione complessiva dei progetti era passata nelle mani dei manager, ma nonostante questo vennero espresse idee interessanti e concetti innovativi. Il limite era però sempre quello della lentezza e della problematicità del passaggio da uno stadio prototipico di un progetto a quello della sua industrializzazione.

 

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Nel discorso tenuto nel febbraio 2007 a Monaco in occasione della 43ª Conferenza sulle questioni della sicurezza, il presidente russo Vladimir Putin si rivolse ad americani ed europei rigettando la ”trappola” del cosiddetto scudo spaziale statunitense, che Washington stava estendendo all’Europa con l’intenzione di trascinare Mosca in una nuova corsa agli armamenti dalla quale quest’ultima non avrebbe potuto che uscirne sconfitta. Per i russi la sfida lanciata dagli americani rappresentò un’ipotesi da escludere con decisione, dato che essi non erano certamente nelle condizioni di tornare a un clima di confronto simile a quello vissuto durante il periodo della guerra fredda. (²⁸)(²⁹)

I russi cercavano una distensione con l’Occidente per due fondamentali ragioni: la prima era che in futuro avrebbero visto provenire dalla Cina la maggiore minaccia ai propri interessi nazionali, la seconda era che se non avessero al più presto “europeizzato” il loro paese avrebbero questo avrebbe assunto i connotati di un rentier state, al pari di una petromonarchia del Golfo Persico. Infatti, la crescita economica russa resa possibile dagli introiti delle esportazioni di materie prime energetiche, ha sicuramente inciso sul processo di riarmo e più in generale sul rinnovamento delle forze armate, ma in realtà in maniera relativa. Infatti, una quota non indifferente delle risorse frutto dell’accumulazione finanziaria furono consumate sui mercati valutari al momento dell’intervento in difesa del rublo (si trattò di circa 300 miliardi di dollari) e nell’azione di sostegno dei consumi interni del grande paese. Grossomodo al momento di muovere le proprie divisioni in Georgia, Mosca disponeva di una riserva di 750 miliardi di dollari, patrimonio però in parte già ipotecato dalle attese scadenze nei confronti del sistema finanziario internazionale, al quale entro il 2012 avrebbe dovuto versarne poco meno di un terzo. Il bisogno per Mosca di attrare investimenti stranieri e di accedere ai prestiti del Fondo monetario internazionale e di altri paesi (come la Cina), non infrequentemente erogati a veri e propri tassi di usura, fece sì che nonostante il Cremlino avesse posto le politiche di sicurezza come prioritarie nel suo programma, le condizioni dell’economia del paese non avrebbero non potuto avere riflessi sul suo bilancio della difesa. La conseguenza fu quindi che le capacità militari russe rimasero limitate alla conduzione di brevi e non intensi conflitti in aree circoscritte alle regioni confinanti, come la Cecenia e la Georgia, con la prospettiva dell’esaurimento delle intere risorse disponibili nel caso (allora ritenuto eventuale) di un’azione militare in Ucraina. Restavano quindi fuori dalle capacità di Mosca le ipotesi azioni militari dirette contro il resto dell’Europa centro-orientale e (tantomeno) contro l’Europa occidentale, questo in costanza di funzionamento dell’arsenale strategico ereditato dall’era sovietica, che in assenza di sostanziali ammodernamenti e sostituzioni restava destinato a esaurire la propria vita operativa nel margine di alcuni anni. La Russia di Putin non potendo permettersi eccessive azioni di forza si è vista dunque costretta a portare la sua azione sul piano politico.

 

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(¹) Al momento dell’esplosione del conflitto con la Russia le forze armate dello Stato georgiano, razionalizzate e modernizzate in precedenza grazie all’aiuto di americani e israeliani, erano quattro (esercito, marina, aeronautica e guardia nazionale). Il grosso del personale (oltre 20.000 uomini) veniva assorbito dalla componente terrestre, articolata su sei brigate (quattro di fanteria, una di artiglieria e una di forze speciali) e quattro battaglioni specializzati oltre a una divisione antiaerea. La 1ª Brigata di fanteria risultava stanziata nelle proprie sedi di Vaziani e Telavi, la 2ª a Kutaisi e Batumi, la 3ª ad Akhalsikhe e Gori e la 4ª a Tbilisi e Mukhrovani; nella capitale rinveniva la sua sede stanziale anche il battaglione esplorante, mentre le altre unità indipendenti erano basate a Saguramo (battaglione di fanteria leggera e battaglione trasmissioni) e Gori (battaglione corazzato); infine, la divisione antiaerea era stanziata a Kutaisi. La marina era una forza di ridotte dimensioni e priva di capacità d’altura concepita quindi esclusivamente per l’effettuazione di operazioni di sorveglianza costiera; i circa 500 marinai georgiani erano distribuiti nelle basi di Batumi e Poti, porti dove attraccava il naviglio allora in servizio, alcune unità leggere e alcune navi ausiliarie già appartenenti alla marina sovietica, unità per altro in condizioni di non completa operatività per mancanza di manutenzione. Maggiormente consistente invece la forza aerea, in ogni caso relegata funzioni secondarie di supporto all’esercito; con un organico di poco superiore al migliaio di uomini, l’aeronautica di Tbilisi si articolava sulle due componenti delle forze aeree e della difesa aerea, la prima con poco più di trenta velivoli schierati in linea (sia ad ala fissa che ad ala rotante), nella quasi totalità macchine di produzione sovietica ereditate dal passato; la seconda, a sua volta articolata su di una divisione missili antiaerei e una batteria radar, armata anch’essa con materiali di origine russa; le basi principali dell’aeronautica georgiana erano quelle di Tibilaviastroj (situata nei pressi della capitale), Sagarejo, Harneuli e Bolnisi. Nel corso del conflitto dell’estate 2008 Mosca mantenne il completo controllo dello spazio aereo georgiano distruggendo al suolo tre velivoli Sukhoi Su-25 e due Aero L-29, mentre dal canto suo Tbilisi ha dichiarò l’abbattimento di un numero imprecisato di velivoli russi (dai cinque ai dieci), abbattimenti che però non sono stati confermati.

(²) Tra i cosiddetti conflitti congelati della regione del Caucaso, in passato era stato proprio quello dell’Abkhazia la maggiore fonte di preoccupazioni per il Cremlino, per Mosca la provincia secessionista georgiana riveste un’importanza strategica, in quanto affacciata sul Mar Nero in una continuità naturale con le coste della Federazione russa. E infatti proprio in Abkhazia nel corso del breve conflitto dell’estate 2008 i russi aprirono un secondo fronte. Data l’inadeguatezza nel confronto con l’esercito georgiano, le milizie secessioniste al comando delle autorità di Sukhumi attive tra la Gola di Kodori e il distretto di Gali ricevettero un poderoso sostegno dall’Armata russa, che rinforzò il proprio dispositivo preesistente nell’area (3.000 peacekeeper al comando del generale Sergeij Chaban) ridislocandovi ulteriori 9.000 uomini e facendo intervenire le unità della Flotta del Mar Nero. Uno schieramento che costrinse i militari georgiani al ritiro dalla Gola di Kodori, fino a quel momento unica porzione di territorio abkhazo rimasto sotto il controllo di Tbilisi.

(³) L’Eurasia (o supercontinente eurasiatico) è quella sterminata regione che spazia dall’Atlantico al Pacifico. Essa venne presa a riferimento agli inizi del Novecento dal geografo, esploratore, diplomatico e politico inglese Halford John Mackinder per elaborare la sua celebre teoria dell’Heartland, considerata un classico delle discipline strategiche. Mackinder focalizzò la sua attenzione su un’area estesa dall’Europa orientale a gran parte della Cina, che definì appunto Heartland. L’Heartland, o cuore della massa terrestre, veniva distinto dal Rimland (terre al margine della massa terrestre) e dal Sea Power, cioè dello spazio sottoposto al potere marittimo. Nella sua teoria – presentata al pubblico per la prima volta nell’articolo “The Geographical Pivot of History” il 25 gennaio 1904 alla Royal Geographical Society, e successivamente pubblicato sul “The Geographical Journal” – Mackinder sostenne che il controllo dell’Heartland avrebbe consentito il dominio del mondo intero, costituendo al contempo una minaccia letale per le potenze marittime di quel tempo, cioè Gran Bretagna e Stati Uniti.

(⁴) Al momento del concordato ritiro delle forze armate georgiane i militari dell’Armata russa si sarebbero attestati dietro le linee precedentemente occupate dopo lo scoppio delle ostilità, assumendo però in via parallela misure addizionali di sicurezza fino al ristabilimento di un sufficiente livello di reciproca fiducia tra gli ex belligeranti.

(⁵) Si tratta del gas naturale estratto nella Russia occidentale (regione del Volga-Urali), nel Caspio (Astrakhan), alla frontiera col Kazakistan e nella Siberia occidentale, oltre alle crescenti quote pompate in Asia centrale (principalmente in Turkmenistan) delle quali nel 2008 a Mosca si riteneva possibile il flusso attraverso i gasdotti russi del Caucaso.

(⁶) In quel periodo i due terzi delle entrate e circa la metà del bilancio statale della Federazione russa derivarono dai ricavi per la vendita di materie prime energetiche, ricchezza che permise al Cremlino di portare a compimento un imponente programma di stabilizzazione macroeconomica e finanziaria del paese che esplicò i suoi più significativi effetti nella creazione di un ingente fondo di riserva statale, nell’accumulazione di un considerevole ammontare di oro e valuta estera e nel regolare pagamento al Fondo monetario internazionale delle rate di debito estero allora in scadenza.

(⁷) Tenendo presente la realtà dell’economia russa (sbilanciata sulle esportazioni di materie prime energetiche) e considerando conseguentemente gli effetti sul mercato energetico dell’importante accordo sul gas stipulato da Mosca col Turkmenistan appena un mese prima dell’attacco georgiano all’Ossezia del Sud, che costrinse americani ed europei a ricercare forniture aggiuntive a quelle che fino ad allora si erano assicurati, molti analisti ritennero affatto casuale la concomitante azione militare di Saakashvili e la ripresa delle attività terroristiche del PKK (Partiya Karkerén Kurdistan o Partito dei Lavoratori del Kurdistan) in Turchia. Queste ultime, culminate nell’attentato invalidante alla sezione turca della condotta BTC (Baku-Tbilisi-Ceyhan) compiuto nella prima settimana di agosto, mettendo in discussione la sicurezza dei flussi attraverso la Turchia conferiva temporaneamente a Tbilisi una crescente importanza come alternativa per gli sbocchi a mare dei flussi energetici.

(⁸) Lev Gudkov e Viktor Zaslavskij, La Russia postcomunista da Gorbaciov a Putin, Luiss Universiy Press, 2005, pag. 15.

(⁹) Il territorio della Repubblica di Moldavia (Moldova) – che prima della seconda guerra mondiale fu parte della Romania come regione della Bessarabia e dopo, fino allo smembramento dell’Urss, una delle repubbliche socialiste sovietiche – è oggi uno stato indipendente però diviso in due separate entità a causa del sanguinoso conflitto combattuto tra il 1991 e il 1992. La sua superficie è di 33.700 kmq e confina a ovest con la Romania, mentre tutto il resto della sua frontiera la condivide con l’Ucraina. La popolazione, meno di cinque milioni di abitanti, annovera una maggioranza di romeni e corpose minoranze di ucraini e russi, oltre a quote minori di gagauzi, bulgari e appartenenti ad altre etnie. A seguito della dissoluzione del sistema sovietico, al pari delle altre repubbliche dell’Unione, anche la Moldavia è stata interessata da un disastrosa fase di recessione economica, che ha indotto non pochi dei suoi abitanti a ricorrere ad attività illecite di vario genere per sopravvivere alla miseria. Uno degli effetti della guerra dei primi anni Novanta fu quello di sottrarre al controllo delle autorità di Chişinǎu una striscia di territorio a oriente del fiume Nistru (Dnestr in lingua russa), cioè la Transnistria, pari all’11% della superficie totale del paese. Al governo di Tiraspol’, l’autoproclamata entità seceduta, si insediò un gruppo di potere formato in buona parte da ex agenti del Kgb di origine russa. Il conflitto, generalmente motivato da contrasti di natura etnico-politica, in realtà rinvenne le sue cause determinanti nella volontà del Cremlino di esercitare un controllo politico su quell’area a ridosso di Odessa e del Mar Nero attraverso il mantenimento di una consistente aliquota di militari dell’Armata russa, anche in questo caso con funzioni ufficiali di peacekeeper. Si trattava della 14ª Armata, formata da alcune migliaia di uomini e dotata di mezzi corazzati ed elicotteri, una grande unità che nel corso del conflitto che portò alla secessione della Transnistria dalla Moldavia era posta al comando del generale Alexander Lebed, ma che poi venne formalmente inquadrata nell’Armata russa.

(¹⁰) Un impegno finanziario i cui oneri di cassa – se si escludevano i pochi programmi di sistemi d’arma in corso in quella fase, sviluppati grazie agli apporti conferiti da clienti terzi come la Cina popolare e l’India – ricadevano per la quasi interezza sullo Stato russo.

(¹¹) A titolo di paragone, per comprendere l’incidenza degli stanziamenti della voce “difesa” nel bilancio di un o stato, si può utilmente fare riferimento al termine comparativo rappresentato da Israele, che nelle fasi più acute del suo confronto militare con i paesi arabi in Medio Oriente giunse addirittura a quote di oltre il 20% del proprio prodotto interno lordo.

(¹²) VPK, Voienniy Promyshleniy Koncern (complesso industriale militare).

(¹³) Ad esempio non risultarono disponibili i fondi necessari allo sviluppo del previsto caccia stealth di nuova generazione designato 1.44, quindi la società non fu nelle condizioni di completare il programma di prove di volo trasformando così il dimostratore tecnologico in un vero e proprio sistema d’arma, nel caso di specie un velivolo avanzato per la superiorità aerea.

(¹⁴) Malgrado le laceranti contrapposizioni in seno alla dirigenza aziendale e – soprattutto – la scarsa priorità rappresentata per la forza aerea russa, alla fine degli anni Novanta i prodotti della Sukhoi trovarono comunque ampi sbocchi sui mercati di esportazione asiatici.

(¹⁵) Il 55% dei velivoli era in disuso da oltre quindici anni, il 40% tra i cinque e i dieci anni e appena 20 macchine erano state immesse in linea da meno di cinque anni e, dal 1999 al 2003, non si registrarono significative acquisizioni di nuovi materiali da immettere in servizio con la forza armata. I progetti teorici per lo sviluppo di un caccia di quinta generazione sostituirono quelli relativi al MiG 1.42/1.44 e al Sukhoi Su-32/37, soppressi per carenza di fondi. Le attenzioni furono concentrate su obiettivi di più immediata realizzazione – come l’aggiornamento del Sukhoi Su-27 (nelle versioni evolute IB e SM), macchine attese dalla V-VS entro il 2010 – e soprattutto del nuovo missile strategico da crociera destinato a sostituire il Kh-55 (AS-15 KENT), cioè il RADUGA, nelle versioni Kh-101 (convenzionale) e Kh-102 (nucleare). Quest’ultimo progetto, avviato negli anni Ottanta, era stato testato in volo nella sua forma prototipica. Anche il rinnovamento del parco velivoli ad ala rotante procedeva a rilento, costringendo i reparti operativi nell’impiego del non più giovanissimo, seppur modernizzato, Mil Mi-24.

(¹⁶) L’unico vantaggio possibile che la V-VS poté ricavare da un tale ritardo nell’avvio della produzione di un velivolo da guerra (derivato per altro da una piattaforma concepita trent’anni prima e già in linea nelle versioni precedenti) rispetto alla data di inizio del suo sviluppo fu l’installazione di un’avionica aggiornata per gli standard russi.

(¹⁷) A quella data l’AVPK Sukhoi aveva realizzato soltanto cinque prototipi utilizzati nelle prove di volo e nei vari test sperimentali necessari all’integrazione dei sistemi e, quindi, allo sviluppo del progetto definitivo relativo ai velivoli da produrre in serie. In quello stesso periodo, a causa di un grave incidente di volo nella fase di decollo andò distrutto uno dei quattro prototipi del Su-35, fatto che arrestò temporaneamente il programma di sviluppo di quell’aereo, in quanto quella perduta era una delle due macchine che installavano la nuova avionica da sperimentare.

(¹⁸) Dopo la dissoluzione dell’Urss ai russi erano rimasti solo sei Tu-260, due dei quali utilizzati dalla Tupolev per l’effettuazione di attività di ricerca e sviluppo sul velivolo. Contestualmente all’accordo con Kiev, la V-VS commissionò all’industria anche il completamento di un ulteriore Tu-160 rimasto per anni in costruzione presso gli stabilimenti aeronautici di Kazan, dove la transizione politica e la crisi economica aveva sospeso la produzione di altre cinque macchine dello stesso tipo che si trovavano in vari stati di allestimento.

(¹⁹) In questa rete un ruolo fondamentale venne attribuito allo scaglione terrestre del sistema di allarme nei confronti degli attacchi missilistici, del quale facevano parte otto centri radio autonomi (cinque dei quali situati sul territorio di ex repubbliche sovietiche) articolati su una o più stazioni e preposti alla trasmissione di informazioni alla centrale di comando della difesa antimissile russa di Solečnogorsk, presso Mosca.

(²⁰) Il programma prevedeva l’installazione di almeno sei di questi grandi radar: la stazione modulare Voronezh-DM di San Pietroburgo destinata alla copertura del settore nord-occidentale della Russia, questo mentre al ministero della difesa si era in animo di schierare gli altri nuovi apparati dapprima a copertura del fianco meridionale del paese onde evitare di fare ricorso ai due siti radar di Mukačev (Dnepr) e Sebastopoli, che dopo la frammentazione dell’Urss si ritrovarono in territorio ucraino.

(²¹) L’Admiral Kuznetsov, più grande unità della marina da guerra costruita in Russia, è stata anche la prima vera portaerei della Voenno Morskiy Flot in grado di operare con velivoli ad elevate prestazioni. Dotata di trampolino prodiero (sky jump) e di ponte angolato di 7°, era però sprovvista di catapulta a vapore, carenza che ne penalizzava notevolmente le capacità in termini di spiegamento della linea di volo, per altro inferiori a meno della metà delle unità dello stesso tipo in linea con la US Navy di pari dimensioni. Propulsa da un motore che le consentiva di raggiungere una velocità di 30 nodi, la Kuznetsov si differenziava dalle portaerei americane anche in ragione del suo straordinario armamento offensivo e difensivo (antinave, antiaereo, antisom e di punto).

(²²) Gli incrociatori da battaglia a propulsione nucleare classe Kirov, assegnati ai tempi dell’Unione sovietica alle Flotte del Nord e del Pacifico, contribuirono sensibilmente a incrementare le capacità globali della marina della superpotenza comunista. L’importanza di queste unità da combattimento, concepite per le operazioni nei grandi spazi oceanici, derivava loro dalla caratteristica di poter essere impiegate sia nei gruppi navali comprendenti anche unità portaerei o portaeromobili, sia nell’impiego nelle forme di unità di comando e controllo che in operazioni strategiche isolate. La loro velocità, unita ai sistemi antiaerei a medio-lungo raggio di terza generazione imbarcati che finalmente consentivano una difesa di zona, conferirono nuovo impulso alla componente di superficie della flotta oceanica sovietica con l’obiettivo (nei fatti mai pienamente raggiunto) di proiettare delle task forces basate su grandi incrociatori a propulsione nucleare e portaerei.

(²³) ICBM, missile balistico intercontinentale; MIRV, testata multipla con veicoli da rientro indipendenti capaci di colpire altrettanti bersagli diversi; SLBM, missile balistico lanciato da sottomarino; SSBN, sottomarini lanciamissili balistici a propulsione nucleare.

(²⁴) Grazie al potenziamento della marina militare nella seconda metà degli anni Ottanta l’Unione sovietica fu in grado di diversificare i suoi strumenti nel settore della deterrenza nucleare strategica, conseguendo così una second strike capability. Il meccanismo della “triade” (bombardiere pilotato, piattaforme di lancio terrestri per missili balistici e binomio SSBN-SLBM) consentì a Mosca la diversificazione e la dispersione dei propri strumenti di risposta all’eventuale attacco statunitense. Il potenziale sovietico si differenziava da quello americano in ragione di proprie caratteristiche strutturali e operative, oltre che per i criteri evolutivi adottati. Nel quadro del confronto con Washington risultarono infatti prevalenti le due componenti armate di missili balistici (terrestri e imbarcati) rispetto a quella aviotrasportata, quest’ultima assegnataria di compiti complementari. Accanto al deterrente in funzione anti-americana Mosca ne schierava un altro in funzione anti-europea e anti-asiatica, nel secondo caso basato su una massiccia componente aerea, 570 bombardieri medi dei quali meno di 200 moderni e 450 velivoli da interdizione. Questa era la situazione nella fase in cui sulla base delle disposizioni del trattato INF (Intermediate-range Nuclear Force) stava procedendo allo smantellamento della sua componente missilistica. Il deterrente maggiore sfruttava la forte componente navale, una dipendenza che ovviamente influì direttamente o indirettamente sul complesso delle scelte di carattere strategico, operativo, produttivo e organizzativo correlate all’esercizio del potere strategico nucleare e del potere marittimo. In termini relativi, fra le tre componenti della triade sovietica il binomio SSBN-SLBM fu quello che ricevette forse il maggior grado di potenziamento, in quanto la marina russa arrivò ad allineare sette classi o sottoclassi di SSBN armati con sei diversi tipi di SLBM. Un potenziamento che aveva seguito due direttrici: la realizzazione di battelli lanciamissili di dislocamento sempre crescente (unità delle classi TYPHOON e DELTA IV) e lo sviluppo di sistemi missilistici aventi una gittata e una precisione maggiore. All’interno della triade sovietica la ripartizione dei compiti non differiva molto da quella adottata per l’arsenale nucleare statunitense, infatti, i bersagli “duri” risultavano assegnati agli ICBM, quelli “medi” ai bombardieri strategici e quelli “estesi” agli SLBM. In ogni caso il Cremlino non fu nelle condizioni di dotarsi di un deterrente strategico come quello della US Navy, quindi concentrò parte dei suoi SSBN più moderni (quelli dotati di SLBM di grande gittata) a protezione del Mar Bianco e del Pacifico settentrionale, ripiegando per il deterrente strategico su una soluzione essenzialmente subacquea. La dissoluzione dell’Urss e la crisi delle forze armate che ne seguì portarono a un parallelo degrado sia delle condizioni dei missili che delle unità navali che li imbarcavano. A questa disastrosa situazione si aggiunsero poi alcuni fallimenti nella sperimentazione di nuovi sistemi d’arma (come il missile BULAVA, la cui immissione in linea venne procrastinata dal 2008 al 2012) e una serie di tragici incidenti che colpirono la flotta sottomarina a propulsione nucleare (al riguardo si pensi all’affondamento del KURSK avvenuto nel 2000 nel Mare di Barents).

(²⁵) Il 91,1% del capitale dell’OAK era detenuto dallo Stato russo, mentre la quota rimanente (9,9% si trovava invece nelle mani degli azionisti privati del gruppo Irkut. Nei progetti, la neocostituita società era destinata all’assorbimento dell’intero capitale di Sukhoi, l’85% di Ilyushin, il 91% di Tupolev, il 38% di Ilyushin Finance e Sokol, il 58% di Finance Leasing e il 15% di Aviaexport. Gli azionisti privati di Irkut dipendenti della società, che all’epoca ne controllavano il 32,8%, avrebbero dovuto conferire le loro rispettive quote. Il controllo dell’OAK si sarebbe quindi esteso anche sui bureau di progettazione e sugli stabilimenti di produzione.

(²⁶) Un aereo stealth (“furtivo”), o a bassa osservabilità, è un velivolo in grado di penetrare nelle difese aeree avversarie con una ridotta probabilità di essere scoperto dai radar nemici durante il volo grazie alle speciali tecnologie che lo rendono totalmente o, almeno parzialmente, invisibile agli apparati di radiolocalizzazione avversari. Grazie alle speciali forme a bassa riflettività e ai materiali radar-assorbenti con i quali viene realizzato esso presenta una minima superficie radar equivalente. L’esistenza di una serie di progetti di stealth aircraft venne rivelata per la prima volta nel 1979 dal Segretario alla Difesa statunitense Harold Brown, che parlò di un bombardiere virtualmente invisibile ai radar denominato ATB (Advanced Technology Bomber). I primi stealth aircraft immessi in linea dall’USAF furono i caccia F-117, impiegati con successo nella Guerra del Golfo del 1991.

(²⁷) A seguito della dissoluzione dell’Urss sia gli Usa sia la NATO distolsero gradualmente le loro attenzioni dal teatro dell’Artico, ritenendo che con la fine del confronto tra le superpotenze non si riproponesse un confronto aereo con i bombardieri strategici russi, di conseguenza ridussero il numero di caccia dislocati a distanze operative utili per intercettare i Tupolev lungo tutte le loro rotte.

(²⁸) Dati i rapporti di forza sul piano economico e le condizioni di arretratezza in cui versavano allora le forze armate russe, per Mosca un confronto del genere era da considerare del tutto irrealistico, questo malgrado fosse stato da poco superato lo stato di abbandono in cui aveva versato negli anni precedenti l’Armata. Ancora nel 2005, dei circa 20.000 carri armati di cui era dotato l’esercito 9.000 si trovavano completamente fuori uso, mentre un’altra metà di essi necessitava di riparazioni per poter essere impiegati in un teatro di operazioni; inoltre, i due terzi dei 1.800 velivoli da combattimento in linea con l’aeronautica non erano in condizioni di decollare senza che venisse effettuata una preventiva revisione generale, senza contare che più della metà di queste machine era ormai ferma da oltre dieci anni e quindi non avrebbe avuto più senso ripararle.

(²⁹) La Russia avrebbe inviato all’Occidente un segnale in senso contrario meno di due anni dopo, allorquando, in concomitanza con la nomina del nuovo presidente degli Usa Barack Hussein Obama, Mosca decise di schierare i missili balistici ISKANDER (SS-26 TENDER) nella sua enclave di Kaliningrad. In realtà si trattava soltanto di una sostituzione dei preesistenti SS-21 prevista già da tempo, tuttavia il Cremlino ne approfittò per offrire a Washington la sua rinuncia a tale operazione in cambio di una corrispondente rinuncia statunitense allo sviluppo della componente europea del suo scudo ABM basato a terra che, nei piani, prevedeva lo schieramento in Polonia di dieci missili intercettori bi-stadio e l’installazione di un radar di scoperta e direzione del tiro in Repubblica ceca. Attraverso questa mossa i russi cercarono di sfruttare a proprio vantaggio la nota avversione dei democratici americani (dunque anche della nuova amministrazione che si andava insediando) nei confronti dei programmi difensivi di quel genere decisi ai tempi di Bush. I missili SS-26 erano in grado di minacciare il sito di lancio polacco ma non quello radar ceco. Come parte del pacchetto di compensazioni per l’ospitalità sul proprio territorio concessa ai sistemi missilistici americani, il governo di Varsavia pretese da Washington lo schieramento di batterie antimissile PATRIOT.

 

Riguardo a questi argomenti è possibile consultare anche altri documenti (file di testo e audio) nell’archivio di questo stesso sito: in particolare le interviste con l’Onorevole Gianni De Michelis (già ministro italiano degli Affari Esteri ed europarlamentare socialista) e il generale Fabio Mini (già comandante di NATO KFOR, in seguito divenuto analista e collaboratore della rivista di geopolitica Limes), effettuate nel corso della trasmissione “Ora Zero” andata in onda sulle frequenze dell’emittente Radio Omega Sound il 2 ottobre 2008; inoltre, “economia e situazione politica e sociale in Russia”, intervista con il professor Victor Zaslavskij (docente presso l’Università LUISS Guido Carli), sempre effettuata nel corso della trasmissione “Ora Zero”, ma nella puntata andata in onda il 22 aprile 2008.