(2008) – NUCLEARE IRANIANO E ATTACCO PREVENTIVO USA: ANCHE SE TEHERAN IN FUTURO SARA’ IN GRADO DI DISPORRE DELLA BOMBA AL MOMENTO SI ALLONTANA L’IPOTESI DI UNO STRIKE SUGLI IMPIANTI.

(2008) – NUCLEARE IRANIANO E ATTACCO PREVENTIVO USA: ANCHE SE TEHERAN IN FUTURO SARA’ IN GRADO DI DISPORRE DELLA BOMBA AL MOMENTO SI ALLONTANA L’IPOTESI DI UNO STRIKE SUGLI IMPIANTI.

NUCLEARE IRANIANO E ATTACCO PREVENTIVO USA: ANCHE SE TEHERAN IN FUTURO SARA’ IN GRADO DI DISPORRE DELLA BOMBA AL MOMENTO SI ALLONTANA L’IPOTESI DI UNO STRIKE SUGLI IMPIANTI.

Radio Omega Sound – ORA ZERO, trasmissione del 14 Febbraio 2008, di Gianluca Scagnetti

L’Iran è realmente in grado di dotarsi di armi nucleari? Gli Americani hanno rinunciato, almeno per ora, a un attacco preventivo alla Repubblica islamica? Quali sarebbero le reali ragioni di un’eventuale guerra sferrata da Washington a Teheran? E ancora, l’unico strumento rimasto nelle mani degli Usa per riaffermare il prorpio ruolo nel mondo è l’opzione militare? Come compreso dai tre quesiti della prolusione oggi affronteremo il tema dello scontro tra Usa e Iran e i suoi possibili sviluppi. Lo faremo cercando di chiarire aspetti forse poco noti, ma no per questo di scarsa importanza. Lo faremo con due esperti di materie diverse, un docente dell’Associazione italiana nucleare (AIN), il professor Ugo Spezia, al quale chiederemo di approfondirci l’argomento dell’atomica iraniana, e con un esperto di economia e di finanza, Elido Fazi, co-autore insieme al collega de quotidiano Il Sole 24 Ore del libro Euroil, la borsa iraniana del petrolio e il declino dell’impero americano, testo dove vengono esposte alcune delle reali ragioni che potrebbero spingere l’amministrazione Usa a scatenare un attacco all’Iran.

Ma, come sempre, cerchiamo preliminarmente di introdurre i temi della nostra discussione. Washington e Teheran trattano segretamente ormai da tempo sui futuri assetti regionali del Golfo Persico. Gli Americani sono consapevoli del fatto che prima o poi gli Iraniani riusciranno a dotarsi della bomba atomica. Un evento dunque inevitabile, ma in questa fase a Bush non conviene imbarcarsi in una costosa operazione bellica che non sarebbe in grado di garantire i risultati che l’amministrazione Usa desidera. L’alternativa è quella di una politica di confronto e allo stesso tempo di contenimento in attesa di un possibile, graduale, declino politico di Ahmadi-nejad e del suo gruppo di potere a Teheran. Un attacco preventivo presenterebbe numerose difficoltà di carattere tecnico e comporterebbe l’alienazione totale della popolazione iraniana, spingendo anche i più moderati e gli elementi filo-occidentali verso un coeso fronte patriottico. Meglio quindi allentare le pressioni sulla Repubblica islamica, scelta confortata dalla national intelligence estimate del 2007, che ha ritenuto improbabile uno sviluppo accelerato di armi nucleari da parte di Teheran. Quasi immediata è stat però la pubblicazione di un rapporto da parte del Mossad, l’Istituto israeliano per lo spionaggio e i compiti speciali, dove veniva confermata con vigore l’entità della minaccia nucleare iraniana allo Stato ebraico. Tel Aviv riconfermava la propria tesi, pervicacemente sostenuta negli anni, dell’imminente possibilità di attacco contro il proprio territorio da parte della Repubblica islamica.

Ricapitolando: l’Iran sta cercando di guadagnare tempo per dotarsi di un numero sufficiente di ordigni che la possano porre in futuro nelle condizioni di effettuare una ritorsione contro gli Americani nella regione e contro Israele in risposta, magari, a un attacco preventivo sferrato precedentemente contro il suo territorio?

Inoltre, l’unico strumento rimasto in possesso di Washington per riaffermare il proprio ruolo egemonico nel mondo resta l’opzione militare?

Iniziamo il nostro approfondimento interpellando il professor Ugo Spezia dell’Associazione italiana nucleare. Professor Spezia, l’ultimo national intelligence estimate americano, o almeno la parte di esso che è stata resa nota, riferisce di una probabile sospensione del programma di sviluppo nucleare militare risalente al 2003, mentre secondo altri analisti tale programma sarebbe stato addirittura abbandonato. Quali possono essere dunque le reali capacità di Teheran, in particolare sul piano tecnico, di condurre un programma di armamento nucleare?

Professor UGO SPEZIA – <<Esiste innanzitutto dalla volontà dell’Iran di sviluppare una capacità di arricchimanto dell’uranio, che è un’attività non conveniente dal punto di vista industriale sulla base delle attuali condizioni del mercato. Questa volontà è essa stessa indice del fatto che il governo iraniano stia pensando di utilizzare l’impianto di arricchimento per produrre anche cose diverse dal combustibile per i propri impianti nucleari. Chiarisco meglio il concetto. Attualmente nel mondo esistono sei grandi produttori di combustibile nucleare per tutti gli impianti nucleari in esercizio nel mondo, soltanto questi grossi produttori hanno realizzato degli impianti che nel corso degli ultimi decenni si sono evoluti e che oggi vantano delle economie di scala che sarebbe impensabile raggiungere con degli impianti di piccole dimensioni finalizzati unicamente alla produzione di combustibile per pochi impianti nucleari. La scelta  industriale di dotarsi di dotarsi di una capacità di produzione di combustibile e quindi della capacità di arricchimento di combustibile necessario ai reattori nucleari, è una scelta non logica dal punto di vista finanziario, sicuramente in perdita. Ma è una scelta che può trovare una giustificazione soltanto nella misura in cui il governo che la fa intenda dotarsi di una capacità produttiva che, eventualmente, oppure nel medio-lungo termine possa essere utilizzata anche per la produzione di materiale di qualità nucleare, quindi con tassi di arricchimento molto elevati. Questo è il fattore che induce alla preoccupazione l’agenzia nucleare dell’ONU (AIEIA), perché nessun altro paese sta facendo una scelta di questo tipo se non l’Iran. Tutti gli altri paesi sono consapevoli del fatto che conviene appoggiarsi alle forniture reperibili sul mercato piuttosto che avviare la progettazione e la realizzazione di impianti per la produzione di combustibile nucleare>>.

ORA ZERO – L’iran potrebbe venire in possesso di plutonio e realizzare una bomba con questo materiale?

Professor SPEZIA – <<I materiali nucleari che possono consentire la realizzazione di ordigni son due, l’uranio 235 e il plutonio.L’uranio 235 esiste in natura in piccola percentuale nella composizione dell’uranio naturale, tale percentuale è dello 0,7%. Per realizzare un ordigno è necessario portare il tasso dell’uranio 235 a valori superiori all’85-90% e questo lo si fa utilizzando impianti per l’arricchimento dell’uranio. L’uranio viene trasformato in forma gassosa e successivamente trattato in diversi modi, alla fine di questo processo il gas risultante è arricchito. Per il plutonio il diocorso è diverso, dato che tale sostanza non esiste in natura, dunque l’unico modo per reallizzare plutonio è quello di utillizzare l’uranio all’interno di un reattore nucleare.  La parte  preponderante dell’uranio, lo scarto del processo di cui abbiamo trattato precedentemente, l’uranio 238, se inserito  in un reattore nucleare può assorbire neutroni e trasformarsi in plutonio. Questo plutonio è idoneo alla realizzazione di testate nucleari con una massa critica più ridotta rispetto all’uranio. Questo vuol dire che se per la realizzazione di una testata sono necessari otto chilogrammi di uranio, di plutonio ne saranno necessari cinque. L’unico sistema esistente per realizzare un ordigno a base di plutonio è quello di disporre di reattori nucleari in grado di irraggiare degli elementi di uranio 238 e trasformarli in plutonio. Questa possibilità si rinviene in qualunque impianto nucleare, dove parte dell’uranio 238 si trasforma in plutonio 239. Nel caso specifico degli impianti in progetto in Iran è senz’altro possibile che il plutonio prodotto all’interno dei reattori iraniani possa essere successivamente estratto dal combustibile e impiegato nella realizzazione di testate per ordigni nucleari. Ma per fare questo è necessario porre in funzione degli impianti di ritrattamento del combustibile, impianti piuttosto complessi dal punto di vista della gestione della sicurezza, dato che il plutonio oltre a essere fissile come materiale nucleare è anche altamente tossico. Devono quindi essere impianti dove vengono implementate delle caratteristiche di sicurezza particolarmente spinte che consentono di giungere alla separazione del plutonio e a un suo successivo utilizzo. L’Iran ha attualmente in programma anche la realizzazione di impianti per la ritrattamento del combustibile nucleare irraggiato. La Russia sta tentando di convincere il governo iraniano ad affidarsi a proprie industrie, in particolare alla Tenex, per questo tipo di operazioni allo scopo di mantenere il controllo sul ciclo del combustibile, ma fino a questo momento la Repubblica islamica ha replicato all’offerta affermando che intende sviluppare una capacità di ritrattamento propria>>.

ORA ZERO – Quali dovrebbero essere gli obiettivi di un’eventuale attacco preventivo che se colpiti siano in grado di inabilitare o compromettere seriamente il programma nucleare iraniano?

Professor SPEZIA – <<Francamente non credo che il problema possa essere risolto dal punto di vista militare, significherebbe proprio arrivare all’estrema ratio, credo che esistano degli strumenti legati alla diplomazia internazionale che possano convincere il governo iraniano a desistere dalla realizzazione di impianti che possono poi, successivamente, venire utilizzati per scopi militari. cito degli esempi: esistono precedenti di questo tipo con la Corea del Nord, il Sudafrica, Israele, che quando hanno trovato soluzione, perché in alcuni casi non sono stati efficaci, hanno trovato soluzione sul piano diplomatico. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU può appllicare sanzioni economiche ed è in grado di esplorare altre forme di intervento per convincere un governo a desistere dall’attuazione di un programma nucleare>>.

Diamo ora la parola al dottor Elido Fazi, co-autore del llibro Euroil, la borsa iraniana delpetrolio e il declino dell’impero americano, un testo di scorrevole lettura dove viene esposta in modo chiaro una delle ragioni alla base delle ultime guerre scatenate dagli Stati Uniti: il mantenimento della stabilità del dollaro come unica moneta da impiegare negli scambi internazionali. Fazi, nel vostro libro affermate che gli squilibri strutturali americani non sono ormai più sostenibili se non attraverso una forma di difesa che comporti una serie di guerre continue, il ttermine che avete usato è “perpetual war for perpetual peace”. Potrebbe rendere chiaro questo concetto?

ELIDO FAZI – <<Gli Stati Uniti negli ultimi otto anni hanno atttraversato una fase di cui ancora forse non sono coscienti completamente, quella della fase unilaterale come brevissimo passaggio storico e che al supremazia monetaria esercitata dagli Usa negli ultimi cinquantanni, da Bretton Woods in poi, è alla fine. Questa realtà è ormai ben chiara anche a loro. Cosa sta accadendo, gli Usa hanno un problema strutturale economico e di bilancia dei pagamenti, hanno un enorme deficit nella parte corrente della loro bilancia dei pagamenti – 800 miliardi di dollari l’anno, grossomodo la metà del PIL italiano – per mantenere in piedi  il sistema sono quindi costretti a indebitarsi. I paesi che finaziano questo enorme deficit sono essenzialmente la Cina, il Brasile e alcuni paesi di “seconda fascia”,  paesi molto ricchi come l’Arabia Saudita e altri. L’amministrazione Bush riteneva, almeno all’inizio del suo mandato, pensava che gli Usa potesse mantenere il controllo del mondo puntando sull’opzione militare, un impegno overstretching, con basi militari disseminate in tutte le ex repubbliche sovietiche asiatiche – dalle quali per altro sono stati cacciati – un controllo quasi impossibile dell’Eurasia per un paese geograficamente isolato a occidente. Penso che stia divenendo sempre più chiaro che esistono tre potenze operanti a livello mondiale:  l’Europa, che possiede un suo modello di aggregazione, alla quale tutti vogliono aderire, con una moneta stabile di riferimento, l’euro, che sta già rimpiazzando il dollaro e lo farà sempre più in futuro come moneta di riserva e per gli scambi commerciali. L’Europa è una potenza economica con più abitanti degli Usa e con un modello per i paesi di seconda fascia (paesi arabi, africani, eccetera) considerato meno aggressivo di quello di Washington, che pone al primo posto gli interessi americani nel mondo.  Ma la vera novità è rappresentata dal terzo paese entrato in questi ultimi anni a fare parte del novero delle potenze mondiali, la Cina, colosso che compete alla pari con Europa e Stati uniti. Pechino è entrata con una politica intelligente per esempio nel caso dell’Iran, dove un freno all’attacco militare americano deriva anche dall’entità degli interessi cinesi nella repubblica islamica.  Interessi che in questo caso si sono anche saldati con interessi russi ed europei. La nuova situazione è questa: negli Usa il presidente Bush, una parte dell’intelligence e dell’establishment militare pensavano che fosse possibile continuare a perseguire una politica di egemonia attraverso l’opzione militare, attraverso le guerre. Ma questo non è possibile perché ora c’è la Cina, una grande potenza finanziaria in possesso di gigantesche riserve in dollari e di una capacità diplomatica superiore a quella degli Usa, in grado di mantenere ottimi rapporti con tutti i paesi in conflitto (ad esempio contemporaneamente con India e Pakistan, con Iran e Arabia Saudita o, ancora, con il Venezuela e Brasile). Quello che nel libro viene accennato è un pò la fine di un sistema che era basato anche sulla supremazia del dollaro. La stessa minaccia dell’apertura una borsa del petrolio in euro prospettata dall’Iran possa spaventare Washington è indice di una condizione di fragilità. Attualmente due terzi del risparmio mondiale vengono incanalati negli Usa e utilizzati per il finanziamento dell’enorme deficit americano. Se una parte di questa massa monetaria non andasse più a finanziare questo deficit ma, come in parte sta già  iniziando a fare, venisse incanalata verso l’Europa gli Usa incontrerebbero gravi problemi e sarebbero costretti a un mutamento della loro strategia, cosa che potrebbe verificarsi con una nuova amministrazione democratica. Come un tempo in Europa c’era l’equilibrio delle grandi potenze oggi assistiamo a un fenomeno analogo a livello mondiale. Io non ho volutamente parlato della Russia perché ritengo che Mosca, come anche la Turchia, nel medio termine si aggregherà all’Europa. La Russia non possiede una potenza industriale travolgente, può contare sulle risorse del sottosuolo, sul gas naturale. Più che uno stato “è Gazprom” insomma…>>

ORA ZERO – Alla base dell’attacco americano all’Iraq di Saddam, oltre alle politiche tese all’indebolimento del dollaro poste in essere dal rais di Baghdad, se ne rinvenivenivano anche altre di notevole importanza: la salvaguardia degli interessi delle varie corporations statunitensi, il controllo delle materie prime energetiche irachene in funzione anti-Opec, il controllo militare della strategica regione del Golfo Persico. Ora, anche ammesso che i Democratici vadano al potere a Washington, resta sempre sul tappeto il problema dell’arma contro gli Usa costituita dalla potenziale diversificazione della valuta per i traffici commerciali e le riserve, cioè l’attacco al dollaro…

ELIDO FAZI – <<Si tratta di un dato strutturale… gli Americani hanno fatto la guerra all’Iraq, si potrebbe aggiungere alle ragioni che lei ha elencato, anche perché Saddam Hussein aveva convertito in euro i fondi del programma Onu Oil for food, e questo per Washington rappresentava una minaccia, un pericoloso esempio lanciato agli altri stati da Baghdad. Infatti gli Americani la prima cosa che hanno fatto dopo la conquista dell’Iraq è stata quella di riconvertire immediatamente in dollari i fondi iracheni. Il dollaro già adesso è sopravvalutato, credo il punto di equilibrio con l’euro si attesi a 1,9 – 2,0, quidi gradualmente gli Usa dovranno aggiustare il tiro in quella direzione. E’ chiaro che in questo momento non c’è nessun intteresse da parte dell’Europa, della Cina o dei Paesi arabi a far crollare il prezzo del dollaro, questo per un motivo molto semplice: i Cinesi hanno delle enormi quantità di riserve valutarie Usa che se si svalutasse il dollaro perderebbero di valore, senza parlare dei titoli del debito pubblico americano acquistati in Cina, inoltre Pechino desidera che le Olimpiadi previste si svolgano in tutta tranquillità, in uno stato di relativa calma senza dunque perturbazioni priovocate da crisi finanziarie. L’Europa da parte sua non nutre grandi interessi a una crisi del dollaro perché l’euro forte offre i vantaggi di una riduzione della bolletta energetica, anche se questo stato di fatto rende meno competitive alcune imprese. Si starebbe dunque procedendo in una maniera molto soft verso un punto di equilibrio. Ritengo dunque che qualunque sia la nuova classe dirigente americana che assumerà il pottere, sia essa democratica che repubblicana, prenderà coscienza di questa realtà, iniziando a comprendere che il modo di rapportarsi con il resto dei paesi del mondo deve mutare e fare i conti con le potenze esistenti.  Vanno in concorrenza tre modelli: quello cinese si basa sull’approccio fondato sul rispetto della sovranità dei paesi interlocutori, sulla grande capacità diplomatica, sull’aiuto economico, anche a fronte del decllino del “carrozzone” rappresentato dal Fondo monetario internazionale, dato  i Paesi africani fanno sempre più riferimento alla Cina per i prestiti, mentre in Sudamerica è attivo nel finanziamento il Venezuela di Chavez. L’Europa si propone con un accettato modello di integrazione spontanea e graduale, senza traumatiche ingerenza, costituendo di per se una grande organizzazione di cui tutti vogliono far parte. Restano gli Usa, che dovranno rivedere il loro modello>>.

ORA ZERO – Nel fornte dei potenziali avversari dell’egemonia mondiale statunitense non si pone soltanto l’Iran. Nel vostro libro si parla infatti di un ampio processo di aggregazione antagonistico ai grandi blocchi di potere nel campo energetico, definendo i paesi interessati come i “nuovi non-allineati dell’energia”,  paesi che potrebbero decidere di scambiare le loro materie prime energetiche in euro anziché in dollari. Si tratta di una ennesima minaccia per Washington?

ELIDO FAZI – <<Certo, all’interno dell’Opec viene esercitata una forte pressione sia da parte del Venezuela che dall’Iran per vendere il petrolio in euro, argomento che viene discusso apertamente nelle ultime riunioni dell’organizzazione e che nel futuro troverà sempre maggiori spazi. Si tratta di paesi di “seconda fascia”, in possesso di una certa storia, potenza finanziaria e militare, che si giocheranno bene le loro carte nei campi dove hanno i loro vantaggi, quello energetico e quello della finanza. Tutti, compresa l’Arabia saudita e gli Emirati arabi, da sempre molto vicini agli Americani, sono consapevoli del fatto che Europa, Cina e Stati uniti sono in competizione per loro risorse e quindi cercheranno di realizzare i loro migliori interessi facendo riferimento a tutte e tre le potenze che vorranno stabilire forti rapporti economici con loro. Inizieranno a considerare chi ha soldi da investire, come logico. Gli Americani attualmente non hanno elevate capacità di investimernto, inoltre a seguito delle politiche di Bush non sono ben visti. Si pensi all’Africa, per Washington diventa difficile penetrare anche se costituiscono una costellazione di basi militari, di fronte alla potenza finanziaria cinese che si presenta con enormi somme di dollari da investire>>.

Con queste ultime consiuderazioni espresse da Elido Fazi, co-autore con Paolo Conti del libro Euroil, la borsa iraniana del petrolio e il declino dell’impero americano, si conclude questa trasmissione di ORA ZERO dedicata al programma di sviluppo nucleare iraniano e alla possibilità di un attacco militare preventivo americano alla Repubblica islamica.

Ascoltate la radio in modulazione di frequenza (FM 102.200 mhz e 91.400 mhz) nelle zone di Latina e provincia e del litorale romano, altrimenti nella rete potete connettervi al sito www.radioomegasound.it mentre per l’archivio della trasmissione ORA ZERO sarà necessario fleggare la relativa casella. Buon ascolto con la programmazione di RADIO OMEGA SOUND.