INTERVISTA CON MARIO GIRO: MAGHREB, POLISARIO, AFRICA SUB-SAHARIANA, CRITICITA’ E POSSIBILI SVILUPPI

INTERVISTA CON MARIO GIRO: MAGHREB, POLISARIO, AFRICA SUB-SAHARIANA, CRITICITA’ E POSSIBILI SVILUPPI

MAGHREB, POLISARIO, AFRICA SUB-SAHARIANA: CRITICITA’ E POSSIBILI SVILUPPI DELLA SITUAZIONE NELL’AREA. A COLLOQUIO A ORA ZERO MARIO GIRO, RESPONSABILE DELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI DELLA COMUNITA’ DI SANT’EGIDIO.

Radio Omega Sound – ORA ZERO, trasmissione del 13 Marzo 2008.

Di Gianluca Scagnetti – Nella giornata di domenica a New York avrà luogo il quarto incontro tra i negoziatori del Governo marocchino e quelli del Fronte del Polisario, incontro finalizzato alla ricerca di una soluzione al problema della sovranità sulla regione del Sahara occidentale. Ai lavori presenzieranno anche i rappresentanti di Algeria e Mauritania, paesi in diversa misura coinvolti nel contenzioso che da anni vede contrapposti i Saharawi a Rabat. Sempre domenica diverse associazioni del popolo saharawi tenteranno di manifestare le loro ragioni con una marcia pacifica verso l’avamposto di Tifariti, area di strategica importanza dal punto di vista militare, dove è concentrata parte del suo massiccio dispositivo difensivo schierato nel Sahara occidentale dalle Forces Armées Royales marocchine (FAR).

Le origini del contenzioso sul Sahara occidentale vanno ricondotte al disimpegno coloniale spagnolo dall’africa. Si tratta di tre territori provinciali fino al 1975 sotto il dominio di Madrid, il Sahara spagnolo appunto, in seguito ceduti per i loro due terzi (le aree settentrionali) al Regno del Marocco e per il rimanente alla Mauritania. Però, già dal 1972 nella regione era sorto il Fronte Polisario allo scopo di condurre forme di guerriglia per la liberazione del territorio dalla potenza coloniale. In seguito, dopo la morte di Francisco Franco e il conseguente ritiro dei militari spagnoli, l’Algeria iniziava a sostenere con forza il Polisario mediante forniture di armamenti e di logistica. Le autorità di Algeri fornivano anche rifugio ai profughi saharawi che erano stati costretti ad abbandonare gli originari territori di stanziamento, territori in seguito occupati e posti sotto controllo dalle FAR.

Dai campi di raccolta allestiti presso Tindouf e dalle altre basi saharawi in territorio algerino dove avevano trovato rifugio gli elementi del Polisario sfuggiti alle incursioni dell’aviazione di Rabat iniziavano a venire sferrati i primi attacchi della guerriglia contro le FAR. In questo modo Algeri diveniva il principale sostenitore del Fronte del Polisario e del suo esercito, l’ELPS, che negli anni a venire si sarebbe impegnato nella sua lunga guerra del deserto per il controllo dell’area contesa ai Marocchini.

Le incursioni saharawi inflissero notevoli perdite e ingenti danni sia alle FAR che soprattutto al più debole esercito della Mauritania, paese che nel 1979 usciva dal conflitto firmando un accordo di pace con il Polisario. La reazione di Rabat si concretizzava nell’annessione delle aree meridionali del Sahara occidentale, preludio all’avvio dell’edificazione di una gigantesca e costosa opera difensiva, una barriera estesa 2.500 chilometri, fortemente presidiata da forze blindo-corazzate e dall’artiglieria. Un impegno gravoso. Infatti il Marocco era costretto allo schieramento dei due terzi del suo esercito nel Sahara, con le conseguenti spese in termini di logistica e di mantenimento che superavano il miliardo di dollari (Usa) l’anno, cifra estremamente elevata se raffrontata alle scarse risorse finanziarie del Regno. Con l’erezione della sua gigantesca barriera protettiva Rabat conseguiva però l’importante risultato di proteggere i punti sensibili dei territori occupati nonché dello stesso territorio nazionale marocchino, questo perché in tal guisa veniva garantita la sicurezza delle zone costiere interessate da un intenso sfruttamento della pesca, di tutti i centri abitati principali della regione e dei giacimenti di fosfati di Bu Craa. Ma nonostante questo mastodontico sforzo militare, il ministero dell’interno di Rabat veniva costretto all’invio di oltre 10.000 paramilitari appartenenti alle forze di polizia per cercare di mantenere sotto controllo le aree dove più attive erano le numerose cellule del Fronte del Polisario.

Il successo della strategia militare marocchina costituì uno dei fattori che determinarono il riavvicinamento tra Algeri e Rabat, iniziato nel 1988 e seguito da dodici anni di difficili rapporti diplomatici, precipitati con il riconoscimento algerino della Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD), cioè del governo del Fronte del Polisario. La ripresa delle relazioni diplomatiche tra Algeria e Marocco, accompagnate dall’apertura dei confini e da una serie di iniziative economiche congiunte, agevolò uno stato di relativa calma anche nel Sahara occidentale, mentre l’accettazione da parte di Rabat del piano di pace ONU per la regione, unitamente alla conclusione dei lavori per il trattato per l’Unione del Maghreb Arabo, favorirono ulteriormente l’abbassamento del livello della tensione. Nel 1992 la sconfitta militare dell’Esercito di Liberazione Popolare Saharawi aveva reso a molti come prossima la fine dell’insorgenza, ma dopo una tregua durata quattro anni si profilava però nuovamente la crisi. Essa era generata principalmente da due fattori destabilizzanti: il fallimento della missione ONU per lo svolgimento del referendum nel Sahara occidentale e il massiccio flusso migratorio di cittadini marocchini nelle zone occupate dall’esercito e dalla polizia di Rabat.

Alla metà degli anni Novanta in seguito al fallimento della missione ONU gli esponenti politici e militari del Fronte del Polisario, consapevoli dell’impossibilità di una riconquista sul campo dei territori controllati dalle FAR, ritenevano di potere ottenere l’apertura di un nuovo negoziato internazionale e la costituzione di un gruppo di contatto attraverso l’esercizio di pressioni da parte del proprio esercito sulla barriera difensiva eretta da Rabat nel deserto. Il 28 Febbraio 2001 scadeva il mandato della MINURSO, fatto che rischiava di porre a repentaglio gli accordi per il cessate il fuoco precedentemente firmati dalle parti in lotta. Inoltre il ritiro dei caschi blu dal Sahara occidentale, allora ritenuto probabile, si profilava in maniera più complessa anche come una minaccia alla stabilità dell’intera Africa nord-occidentale.
Gli accordi per il cessate il fuoco erano stati firmati nel quadro del piano di pace approvato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel 1990 e prevedevano lo svolgimento di un referendum per l’autodeterminazione delle province, del quale lo svolgimento era stato previsto per il Gennaio 1992. Il trascorrere degli anni tra un rinvio e l’altro della consultazione popolare aveva portato la base saharawi a esercitare forti pressioni sul segretario nazionale del Polisario (direzione politica del fronte indipendentista), pressioni tese a un’azione in sede internazionale che evitasse un rinnovo del mandato alla missione ONU. Questo avveniva in una fase storica in cui una fazione interna al vertice saharawi rischiando una frattura della dirigenza auspicava una ripresa delle ostilità contro il Marocco quale unica soluzione per ill raggiungimento dell’obiettivo dell’indipendenza totale del Sahara occidentale. In effetti, seppure sussistessero tutte le condizioni tecniche per il regolare svolgimento del referendum, Rabat persisteva però nella sua politica di rinvio mediante la presentazione a oltranza di ricorsi alle Nazioni unite.

Nell’Ottobre 2000 alcuni membri della direzione politica del Polisario avevano esplicitamente chiesto di autorizzare l’ELPS a una ripresa delle attività militari contro le Far. Non era la prima volta che i Saharawi contemplavano seriamente tale possibilità, astenendosi però in seguito dall’attuarla seguendo in questo senso le vincolanti indicazioni dei loro alleati Algerini. La corrente radicale in seno alla direzione politica del Polisario tendeva comunque a guadagnare sempre più terreno mano a mano che si protraeva il contenzioso sul futuro della regione. Ma per il Polisario la pressione militare sul Marocco rappresenta però solo l’estrema ratio, peraltro priva di reali garanzie di successo. Consapevoli dello svantaggioso rapporto di forze sul campo i Saharawi possono cercare di premere su Rabat al fine di ottenere concessioni. Una “guerra totale” contro l’ELPS non converrebbe neppure al Marocco, dato che una ripresa dei combattimenti nel Sahara occidentale implicherebbero costi umani e materiali non facilmente accettabili da parte della propria popolazione e sicuramente gravosi per l’economia del Paese.

Infine eccoci giunti ai nostri giorni, con un quadro di riferimento regionale parzialmente mutato. Infatti sia Rabat che Algeri nei rispettivi territori devono fronteggiare l’insidiosa minaccia costituita dai gruppi armati islamisti. Entrambe le leadership al potere nei due Paesi sono rivolte verso Occidente e gli Usa sono sempre più presenti nell’area nel tentativo di contrastare la radicata minaccia jihadista che, dalle desertiche frontiere situate poco più a sud del Sahara occidentale, si estende fino a quelle che Washington (in forte competizione/contrasto con Pechino) vorrebbe fossero le nuove aree di approvvigionamento di materie prime energetiche, cioè le coste occidentali africane. Questa è la realtà nella quale si riaprono le trattative tra Fronte del Polisario e Marocco e di questo tratteremo oggi a ORA ZERO con MARIO GIRO, responsabile delle relazioni internazionali della COMUNITA’ DI SANT’EGIDIO.

ORA ZERO – Giro, qual è dunque l’attuale situazione nell’area?

MARIO GIRO – <<Si tratta di una situazione molto complessa. Noi siamo abituati a pensare che il deserto del Sahara sia un posto vuoto e immenso, in realtà non è vuoto per niente. In questi ultimi anni varie crisi hanno lambito quest’area e in particolare la zona immediatamente a sud, cioè la zona cosiddetta “saheliana”. Si tratta di una fascia di territorio che si estende dal Darfur, scivolando verso l’Oceano Atlantico attraverso Niger, Ciad, Mali, Algeria e lambendo il Burkina Faso, fino alla Mauritania e, dunque, anche alla zona contesa tra Marocco e Polisario. Certamente ogni notizia che riguarda una ripresa delle trattative deve essere considerata come una buona notizia perché crea più stabilità in un’area molto instabile. Però va sottolineato a beneficio dei nostri ascoltatori, che se ne rendono forse quando conto solo quando vengono raggiunti da notizie riguardanti il sequestro ad opera di cosiddetti gruppi ribelli di turisti italiani od occidentali, ad esempio come di recente, in Niger o in alcune zone del Mali oppure del deserto, invece dobbiamo sapere che quest’area è molto instabile. Essa viene interessata infatti da varie tipologie di attività criminali: traffico di uomini, una delle correnti che portano l’immigrazione sulle nostre coste passa per il Sahel; traffico di armi, complici le guerre in Darfur e in Ciad, ma anche la lunga serie di episodi di violenza terroristica in Algeria; traffico di droga, non va infatti dimenticato, e questo rappresenta un’ulteriore elemento di confusione e di complessità, che la Guinea Bissau, paese non saheliano situato all’estremo punto occidentale di quest’area, è divenuto un punto di partenza del narcotraffico proveniente probabilmente dalla Colombia, quindi dall’altra parte dell’oceano; infine il terrorismo. Alla fine tutto è legato. Questi quattro elementi rendono l’area particolarmente difficile. La guerra del Ciad, di cui abbiamo potuto osservare l’ultimo sussulto il mese scorso, quando i ribelli alleati di Khartoum che provenivano dal Sudan attraverso il Darfur, hanno tentato di rovesciare il presidente Idris Debay, ha contrassegnato l’ennesima fase di un lungo conflitto contrassegnato da momenti “caldi” alternati a periodi di stasi che si protrae dagli anni Sessanta, quindi dall’indipendenza del Paese. Il Ciad è un paese molto strano che somiglia in qualche modo al Sudan, con un settentrione con una presenza di popolazioni di ceppo arabo e un meridione “africano” con popolazioni di etnia bantu, con climi diversi, saheliano al nord e più umido con presenza di foreste al sud. Due diverse culture e due diverse religioni, musulmani al nord e cristiano-animisti al sud. Questo paese è stato il punto di arrivo di un grosso traffico di armi, alimentato dal conflitto, ma dal Ciad le armi si sono poi spostate e ancora si spostano. Vengono vendute nei momenti di tregua. Tutta la zona minata del deserto del Niger secondo alcuni esperti sarebbe stata minata da tecnici ciadiani. Non dimentichiamoci mai che la guerra del Ciad, per noi italiani quasi sconosciuta, è stata influenzata da varie potenze straniere quali la Libia e la Francia, va ricordato al proposito che l’intervento di Parigi in questo teatro non è che l’ultimo di una lunga serie, nel paese africano esistono varie basi militari francesi, in particolare una grande base aeronautica…>>

ORA ZERO – Francesi e Libici giunsero praticamente allo scontro militare diretto ai tempi dei presidenti Gukuni Oueddei e Hissene Habré…

GIRO – <<Sì certo, a quell’epoca sicuramente si giunse a questo e in quel caso l’Italia c’entrava perché la zona contesa era la cosiddetta “banda di Auzou”, fascia di territorio desertica situata tra il Ciad e la Libia dove si ritiene siano presenti notevoli risorse minerarie nel sottosuolo compreso il petrolio, che fu ceduta alla Libia italiana durante il periodo coloniale e, sulla base di tale precedente, il colonnello Gheddafi la rivendicava, ma in realtà quel trattato fu poi successivamente sconfessato. Sono dunque presenti nell’area vari gruppi ribelli, sia ciadiani che nigerini e maliani, esiste il problema dei tuaregh che non è stato completamente risolto, e problemi che investono altre nazionalità come i Tubù, un popolo del deserto nero, dunque non di stirpe araba, che è alla ricerca di una sua autonomia. (*)

In quest’area complessa e instabile, procedendo gradualmente verso occidente si raggiunge il sud dell’Algeria, zona dove insistono i gruppi armati di al-Qa’ida Maghreb, già filiazione della galassia dei gruppi salafiti per la predicazione e il combattimento, originariamente salafisti, presenza che è il risultato anche della grande violenza degli anni Novanta in Algeria che ora sta riprendendo, testimonianza ne sono i recenti attentati compiuti ad Algeri. L’Algeria è un paese enorme che affonda le sue frontiere nel Sahel e ormai risulta chiaro che, probabilmente perché in Iraq risulta loro difficile resistere, i gruppi armati islamisti tentano di concentrarsi o, quantomeno trovano uno spazio per resistere, nella zona del Sahel, una zona desertica difficile dove le frontiere, pur disegnate sulla carta, nella realtà però non contano. In questo contesto si sviluppa il confronto sino-americano. Il problema costituito dai Cinesi è molto semplice: essi cercano in Africa materie prime, in particolar modo energetiche, e le acquistano a qualunque prezzo. Pechino necessita di molta energia per completare i lavori per le prossime olimpiadi e questo uno dei motivi principali della continua crescita del prezzo del petrolio, che in questi giorni ha sfondato quota 100 dollari al barile – apro una parentesi – così come nel loro piccolo i Sudafricani, che stanno edificando gli stadi di calcio per i campionati mondiali che si svolgeranno nel 2010, hanno fatto incetta di cemento, materiale che adesso non è reperibile in tutta la zona dell’Africa australe. Quando un paese è disposto a comprare un prodotto a qualunque prezzo in qualunque posto questo prodotto si trovi in commercio, ovviamente ne fa aumentare il prezzo>>.

ORA ZERO – Ma questi aumenti del prezzo del petrolio, che comunque hanno reso competitivo lo sfruttamento di giacimenti che in precedenza non risultavano interessanti e di risulta hanno favorito anche l’incremento della produzione di materie prime energetiche nell’area, ha provocato instabilità. I Cinesi sono giunti in Africa recando con loro una massa infinita di dollari…

GIRO – <<I Cinesi posseggono enormi riserve in valuta, riserve che nessun’altro possiede, i loro stessi fondi sovrani sono immensi, ma non sono i soli ad averli. Loro hanno comperato buona parte del debito pubblico statunitense per cui le due economie sono ormai legate. Vorrei che i nostri ascoltatori si rendessero conto che l’economia cinese è ormai intrinsecamente legata a quella occidentale e non si può dunque immaginare una loro esclusione dai mercati. Il problema che si pone è il come, ma non il se, dato che ormai è troppo tardi, in qualche modo li abbiamo già fatti entrare. La presenza cinese nell’Africa sub-sahariana globalmente intesa sono presenti circa un milione di cinesi, numero che supera quello degli occidentali, in particolare quella antica e tradizionale inglese e francese. Anche in Algeria sono presenti decine di migliaia di Cinesi, attivi soprattutto nel settore edilizio, dove sono impegnati nella costruzione di case popolari, data la cronica carenza di alloggi nel paese. Tornando all’Algeria si può affermare che essa si trova al centro di questo complesso quadro che abbiamo provato a descrivere e, cercando di semplificare il nostro discorso, possiamo affermare che si tratta di un paese che deve rimanere stabile. Noi stessi (la Comunità di Sant’Egidio, n.d.r.) quando qui a Roma nel 1995 facemmo il tentativo di trovare una soluzione per la pace in Algeria, attraverso la cosiddetta “piattaforma di Sant’Egidio”, che mirava al raggiungimento della stabilità mediante l’inclusione nell’area costituzionale il FIS, Fronte islamico di salvezza, che almeno fino a quell’epoca rispetto ai gruppi islamici armati era moderato e non praticava la violenza. Il tentativo di mediazione non venne accettato e, come tutti sanno, l’Algeria piombò in una tempesta di violenza assurda che ha provocato circa 200.000 morti. Fortunatamente all’alba dell’anno 2000 il nuovo presidente algerino Bouteflika ha ripreso una politica di riconciliazione nazionale ristabilizzando il paese. Effettivamente questa stabilizzazione voluta da Bouteflika, contestata internamente da alcune forze, ha avuto il suo successo…>>

ORA ZERO – Forte anche della lievitazione del prezzo del petrolio…

GIRO – <<Beh, lui ha intrapreso la sua politica prima dell’inizio della crescita forte del prezzo del petrolio. In ogni caso, purtroppo, dal punto di vista socio-economico le riserve riserve petrolifere algerine non sono mai state abbastanza motivo di sviluppo per quel paese e questo è uno dei punti dolenti dell’Algeria>>.

ORA ZERO – Allo stesso modo dell’Africa sub-sahariana: si scopre il petrolio e inizia l’instabilità?

GIRO – <<In effetti a volte il petrolio è un po’ una maledizione, appena lo trovi tutti si concentrano su di te e arrivano le grandi multinazionali dell’energia occidentali, cinesi, salesiane, indiane, eccetera. Come nel caso della Nigeria dove si verifica un gioco al rialzo terribile e spesso le popolazioni locali vengono spostate per far posto ai pozzi di estrazione, ovviamente si creano problemi ambientali e la gente non ne beneficia degli effetti positivi, almeno nell’immediato. Si tratta di un vero problema che deriva dall’economia un po’ squilibrata che oggi c’è nel mondo e che riguarda anche altre materie prime, non solo il petrolio, ma di petrolio c’è sempre bisogno quindi si stanno esplorando altri giacimenti in Africa occidentale per rispondere alla domanda e bisogna considerare che l’area africana, tutta, quindi da nord a sud, per quanto riguarda questa materia prima energetica rappresenta un’area ancora aperta, dove risulta ancora possibile acquistare delle aree dove installare dei pozzi. Si tratta di un’area di forte scoperta. Un’altra area dove è possibile scoprire nuovi giacimenti di petrolio è la Siberia, ma a differenza dell’Africa non è però un’area “aperta”, in Africa è possibile invece intervenire. Quindi tutte le grandi imprese nazionali di idrocarburi, come l’italiana ENI, ma anche le multinazionali private come la TOTAL francese o alcune altre americane competono e questo diventa abbastanza rischioso, nel senso che diventa la tentazione non solo di corruzione ma anche di fare certe politiche perché si tratta di tanti tanti soldi. Non soltanto la Nigeria viene interessata da questo fenomeno, ma anche il Ghana, anche paesi piccoli che non erano paesi petroliferi ora lo stanno diventando>>.

ORA ZERO – Parliamo a questo punto anche del Sudan e del Darfur…

GIRO – <<Certamente. Passando dall’Algeria e dall’Africa occidentale al Sudan e al Darfur si deve però affermare che la presenza di petrolio nel Darfur è una cosa molto incerta, lo si afferma ma in realtà non è per niente sicuro. Il conflitto del Darfur non deriva tanto da questioni legate al petrolio, è una guerra che è conseguenza di una guerra precedente, la guerra Nord-Sud del Sudan, terminata dopo trent’anni e più di combattimenti con un accordo del 2005 che ha permesso col tempo alla parte meridionale del paese di acquisire una sua forma di autonomia e una sua identità. Ma la zona occidentale del paese, il Darfur, ha un’antica tradizione identitaria dato che era un sultanato indipendente che nel nostro medio evo intratteneva rapporti anche con i regni europei, e quindi esiste come idea tradizionale, non immaginiamoci quindi neppure qui un qualcosa di “vuoto” o senza storia. La guerra del Darfur nasce dal fatto che i Darfuriani sono tutti musulmani ed erano utilizzati, così come lo sono quelli di Khartoum, come “carne da cannone” per combattere contro il Sud, moltissime armi erano disponibili nella regione perché rimaste lì dalla guerra combattuta contro il Sud, una volta che il Sud, divenuto autonomo, ha avuto la sua rivincita storica il fatto ha risvegliato sentimenti di indipendenza. Il conflitto è stato inoltre alimentato dagli spostamenti di popolazioni dalle aree settentrionali a quelle meridionali della regione provocate dalle gravi carestie degli anni Ottanta, esodi manipolati politicamente allo scopo di spingere fuori dal paese, verso il Ciad, le popolazioni autoctone dedite all’agricoltura spinte dalle popolazioni nomadi di stirpe araba dedite alla pastorizia. E’ la classica guerra tra Caino e Abele, tra gli agricoltori e i pastori nomadi con le greggi. Queste le originarie ragioni della guerra in Darfur, sulle quali evidentemente in seguito sono avvenute molte manipolazioni politiche>>.

ORA ZERO – Gentili ascoltatori l’odierna trasmissione di ORA ZERO si conclude qui. Ringraziamo il dottor Mario Giro, Responsabile delle relazioni internazionali della Comunità di Sant’Egidio e vi ricordiamo che la nostra trasmissione può essere ascoltata il giovedì alle ore 16:20 e, in replica il lunedì alle ore 08:30, oltre che sulle frequenze di Radio Omega Sound anche in rete, connettendosi al sito www.radioomegasound.it, gentili ascoltatori un cordiale buonasera da Gianluca Scagnetti.

NOTE

(*) Nelle zone grigie delle dinamiche internazionali la guerra tra Francia e Libia coincise anche con una delle massime fasi di collaborazione tra Parigi e il regime iracheno di Saddam Hussein. Infatti mentre la CIA (Central Intelligence Agency) faceva addestrare gli oppositori libici del colonnello Gheddafi in territorio iracheno, la Francia forniva a Baghdad i fondamentali sistemi d’arma necessari per il tentativo di estensione agli altri paesi del Golfo persico del conflitto allora in corso con l’Iran. Oltre ai sofisticati sistemi missilistici semoventi antiaerei ROLAND, la Francia forniva alle forze armate irachene anche semoventi di artiglieria CGT e soprattutto velivoli da combattimento MIRAGE F-1 e SUPER ETENDARD. Questi ultimi erano in grado di trasportare e lanciare i missili antinave EXOCET. In un momento in cui la strategia di strangolamento economico dell’Iraq attuata dalla Repubblica islamica attraverso le pressioni sull’OPEC, il blocco delle esportazioni di petrolio iracheno nel Golfo e la vittoriosa offensiva terrestre, Baghdad aveva una sola via di uscita: internazionalizzare il conflitto impedendo (o quantomeno riducendo drasticamente) le esportazioni di materie prime energetiche iraniane, privando Teheran delle entrate che alimentavano la sua macchina bellica. La cessione dei SUPER ETENDARD e degli EXOCET da parte dei Francesi era dunque deliberata, dato che a Parigi si era perfettamente al corrente del fatto che tali sistemi d’arma sarebbero stati usati contro le petroliere iraniane in uscita dal Golfo. Parallelamente Parigi forniva materiali d’armamento anche al Sudan e alla Somalia, sostenendo così il vasto fronte che cooperava ai tentativi francesi e americani di rovesciamento di Gheddafi. (n.d.r.)