MATERIE PRIME ENERGETICHE Forum strategico Francia-Italia 13 maggio 2015. Istituto Affari Internazionali, Roma, Palazzo Rondinini. (relazioni in lingua italiana)

MATERIE PRIME ENERGETICHE Forum strategico Francia-Italia 13 maggio 2015. Istituto Affari Internazionali, Roma, Palazzo Rondinini. (relazioni in lingua italiana)

(Redazione FS) 

 

   Nicolò Sartori, responsabile di ricerca del Programma Energia dell’istituto affari Internazionali: introduzione. La domanda di materie prime energetiche risultante dall’espansione dei consumi di paesi emergenti come la Cina e l’India ha avuto tra le sue conseguenze anche la conseguenza di alimentare la competizione internazionale nel settore e la spinta all’evoluzione delle fonti non convenzionali. Quindi, la maggiore dispersione e il mutamento delle strategie e delle politiche di paesi che fino a poco tempo fa erano consumatori e importatori e che in futuro, invece, potranno divenire esportatori si somma all’impatto delle energie rinnovabili e delle misure tese all’efficienza energetica, che si pongono sia come strumento di sicurezza per i consumatori dal lato dell’approvvigionamento sia da quello dei mutamenti climatici e del global warming. In questo contesto Italia, Francia e, più in generale, Unione europea, si trovano ad affrontare una serie di sfide dalle quali dipendono sia il loro ruolo internazionale quanto la sostenibilità e la competitività dei loro modelli socioeconomici. La posta in gioco è particolarmente alta per questi due paesi, si tratta del secondo e del quarto paese consumatore di energia lorda in Europa, che consiste poi nel 25% circa dei consumi complessivi nel Vecchio continente. Si tratta di due paesi che nello specifico settore nel secondo dopoguerra hanno intrapreso due strade sostanzialmente diverse ma che attualmente, per varie ragioni, si trovano ad affrontare una serie di sfide importanti.
Il preponderante ruolo del nucleare nel modello energetico francese contribuisce a conferire una rigidità che oggi necessita di essere affrontata dal punto di vista tecnologico e da quello del disegno di mercato. Al contrario, la scelta italiana, frutto anche delle decisioni “popolari” assunte a seguito del pronunciamento dell’elettorato in due referendum che hanno portato all’adozione di un modello completamente diverso attraverso una combinazione di termoelettrico (principalmente a gas) e rinnovabili. Tutto questo implica però tutta una serie di sfide geopolitiche e al riguardo basterà pensare a ciò che rappresenta l’approvvigionamento del gas naturale destinato all’elettrogenerazione. Quello francese e quello italiano rappresentano due percorsi diversi ma allo stesso tempo complementari, uno rigido e l’altro flessibile, non soltanto nel senso delle esportazioni e degli scambi transfrontalieri di energia elettrica che avvengono quotidianamente, quanto anche nel ruolo di attori nazionali svolto dai due paesi nei rispettivi mercati. Se si analizzano le dimensioni esterne delle politiche di questi due paesi è possibile notare che talvolta, almeno in certe aree, esse si sovrappongono: nel Maghreb – ad esempio – Parigi esercita storicamente una notevole influenza, però, al contempo la regione risulta di strategica importanza per l’Italia ai fini dell’approvvigionamento di gas naturale; ma non solo, si pensi all’Africa subsahariana, divenuta ormai la nuova frontiera della politica energetica italiana e tradizionalmente regione privilegiata dai francesi nelle loro relazioni economiche, politiche, culturali e talvolta (spesso in verità) anche di natura militare. Dunque, nonostante una forte complementarietà esistono però delle zone di sovrapposizione e di potenziale conflittualità tra questi due paesi. Ovviamente, questa tensione tra convergenza e conflittualità si contestualizza in uno scenario particolarmente competitivo dove agiscono anche nuovi attori internazionali di notevole levatura in un quadro di evoluzione tecnologica che portano i modelli adottati nei due paesi a un aggiornamento costante e, soprattutto, nell’ambito del processo di integrazione europea. Quest’ultimo aspetto non va assolutamente sottovalutato in virtù dell’ultima iniziativa varata dalla Commissione Juncker, che, attualmente in fase di implementazione, si pone come prioritaria, cioè l’Energy Union. Essa rappresenta una grande opportunità per entrambi i paesi, ponendoli però di fronte a grandi sfide, che potranno essere affrontate a livello nazionale e che se, tuttavia, verranno invece attraverso una maggiore cooperazione bilaterale potranno condurre a un successo.

 

   Ingegner Aldo Chiarini, amministratore delegato di GDF Suez Italia e GDF Suez Europa. GDF Suez è un grande operatore di respiro mondiale di origine francese (4 miliardi di fatturato e oltre 3.00 dipendenti) che rinviene una sua notevole presenza anche in Italia e che ritiene importanti le interconnessioni di mercato europee in quanto operatore con forti ambizioni in tutta Europa (per GDF Suez il mercato è soprattutto europeo). Infatti, le interconnessioni sono importanti quanto la diversificazione degli approvvigionamenti, dato che sarebbe inutile diversificare quando poi le fonti energetiche non possono circolare liberamente all’interno del mercato europeo. Quindi plaudiamo all’iniziativa europea che prevede che ogni paese membro dell’Unione abbia almeno una capacità del 10% di produzione elettrica a disposizione per le interconnessioni, ma soprattutto plaudiamo alla Energy Union, progetto positivo di riforma delle politiche energetiche che, però, ora va implementato, in quanto contiene una serie di principi sulla base dei quali, se li leggessimo, credo che saremmo tutti d’accordo ma sui quali bisogna comunque intendersi. Per implementare l’Energy Union credo si debba innanzitutto prendere atto che è in corso quella che noi definiamo la transizione energetica, cioè il vecchio mercato che c’era una volta in Europa adesso non c’è più perché si è verificato un cataclisma, una rivoluzione che ha costretto i cittadini europei a pagare l’energia a un prezzo più caro di quello praticato negli altri paesi del mondo, allo stesso tempo le utility sono entrate in difficoltà, la sicurezza degli approvvigionamenti è divenuta rischiosa, quindi il mercato è radicalmente cambiato e sicuramente non avremo più i grandi impianti di produzione centralizzata.
Nell’ambito della transizione energetica riteniamo però anche che il gas – fonte fossile più pulita – debba avere un ruolo centrale perché utile in quanto tale ma anche a garantire la necessaria flessibilità dei sistemi energetici europei. Per essere centrale il gas deve avere una diversificazione delle fonti di approvvigionamento, sia nelle vie di afflusso della materia prima energetica sia dei paesi nei quali essa viene estratta, questo per evitare di dipendere eccessivamente da un solo (o da pochi) fornitori. Da questo punto di vista GDF Suez si è dimostrata attiva in Italia in quanto acquirente sul TAP (Trans Adriatic Pipeline) – quando questo verrà realizzato – di oltre quattro milioni di metri cubi, fatto che attraverso le interconnessioni consentirà – non soltanto in Italia ma anche in Europa – ulteriore flessibilità in materia di approvvigionamento.
Per quanto concerne i mercati elettrici riteniamo che debbano essere riformati pesantemente, oggi – soprattutto in Italia – abbiamo un mercato che è energy only, mentre si dovrebbe pervenire a uno che premi anche la capacità e la flessibilità che richiedono le rinnovabili. Le energie rinnovabili, che sono state incentivate massicciamente, mentre invece oggi dovrebbero essere incentivate le tecnologie realmente innovative, mentre le altre dovrebbero partecipare al mercato dell’energia come protagonisti con pari diritti e pari doveri.
I consumatori europei devono acquisire maggiore consapevolezza riguardo alle loro necessità e anche del loro footprint di consumo e sotto questo profilo i vari regolatori dovranno fare uno sforzo allo scopo di mettere a disposizione di tutti i consumatori il proprio profilo di consumo, che consentirà anche di aiutare a pervenire a maggiori livelli di efficienza energetica, che pensiamo sia uno dei pilastri della futura transizione.
Il prezzo della Co² oggi è bassissimo e non consente sostanzialmente di programmare investimenti che vadano nel senso della de-carbonizzazione e che possano a loro volta incentivare le rinnovabili. Noi riteniamo invece che il prezzo della Co² dare un segnale chiaro, un prezzo in aumento, proprio al fine di incentivare gli investimenti virtuosi nell’efficienza energetica: il prezzo della Co² dovrebbe essere proprio la bussola di questa transizione energetica. Ci ricordiamo infatti che in Europa oggi i moderni impianti di elettrogenerazione a gas a ciclo combinato sono sostanzialmente fermi e – qualche volta – fanno il back-up delle rinnovabili, ed è anche per questo che pensiamo che debbano essere salvaguardati in quanto utili alla stabilità del sistema energetico europeo.

 

Alessandra Migliaccio, direttore responsabile di Bloomberg News a Roma. Introduzione alla dimensione europea delle questioni energetiche e Francia e Italia.

 

Luigi De Paoli, professore ordinario di economia applicata all’Università Bocconi di Milano. Quando mi è stato richiesto di intervenire a questa sessione dove si discuterà delle differenze tra i modelli di strategia energetica italiano e francese inseriti nel quadro europeo, la prima osservazione che mi sento in dovere di fare è che molto spesso trattiamo di Europa, però poi, quando si tratta effettivamente di accettare il trasferimento dei poteri dal livello nazionale a quello comunitario facciamo fatica ad accettarli, quando, invece, nei fatti la politica energetica viene decisa in comune a Bruxelles, dopo di che i diversi paesi membri la attuano. Ma non c’è dubbio ormai che da vent’anni almeno i margini di libertà di politica energetica sono ridotti e finalmente, direbbe qualcuno, il Trattato di Lisbona del 2007 ha inserito un capitolo, il 21, dedicato alla politica energetica che dice che l’Europa è titolata a pieno titolo a intervenire sulle quattro voci: funzionamento del mercato (cosa assolutamente tradizionale), sulla sicurezza delle forniture (e qui già entriamo nel campo delle esigenze che venivano tradizionalmente difese dagli stati), la promozione delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica, lo sviluppo delle interconnessioni. Subito dopo, però, con l’articolo 194 gli Stati membri ci hanno tenuto a dire che questo comunque non preclude il fatto che le decisioni circa il mix delle fonti energetiche rimane di competenza degli stessi Stati membri. Dopo aver invocato e affermato che ormai siamo in Europa, prendiamo atto se vogliamo davvero costruire quest’Europa del trasferimento dei poteri che volontariamente abbiamo conferito, faccio però subito anche una critica all’Europa: secondo me l’Europa in tutti questi anni ha continuato a predicare che c’è sinergia tra i due diversi obiettivi, quando invece ci sono molto spesso, se non soprattutto, dei trade-off. Cioè difendere il mercato, ma difendere lo sviluppo quantitativo delle rinnovabili, dell’efficienza energetica non sono delle azioni che sono sempre sinergiche, anzi, molto spesso sono tra di loro conflittuali. E il fatto che fossero conflittuali lo verifichiamo adesso, che a forza di svilupparle le rinnovabili hanno preso un peso nel settore elettrico tale che gestire assieme delle fonti energetiche sviluppate in base ad obbligo e con dei privilegi (priorità di dispacciamento, prezzo garantito, eccetera) con altre fonti che, invece, devono competere sul mercato crea un conflitto non facilmente risolvibile che rappresenta uno dei temi centrali della discussione in atto in questo momento.
Ora, le due cose che ha fatto l’Europa in questi venti anni sono appunto, da un lato promuovere il mercato in tre “pacchetti” dell’energia e promuovere, d’altro canto, lo sviluppo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica imponendo l’obbligo dell’ETS – European Union Emissions Trading Scheme (EU ETS), principale strumento adottato dall’Unione europea in attuazione del Protocollo di Kyoto per ridurre le emissioni di gas a effetto serra nei settori energivori – cioè dei permessi d’emissione. Due azioni, una molto più politica, di scelta di indirizzo, anzi, se possiamo dire, anche di programmazione quasi (quella delle rinnovabili e degli obblighi quantitativi), l’altra basata sul mercato, entrambe da recepire da parte degli Stati membri e qui, naturalmente, interviene il margine di libertà degli stessi e le scelte diverse fatte da Francia e Italia.
Per quanto riguarda il tema del mercato, mi pare di poter dire onestamente che gli amici francesi sono stati molto più reticenti di noi nell’aprirsi al mercato. Comprensibilissimo, hanno da secoli uno stato molto più forte, centralizzatore e assimilatore che non l’Italia, quindi è chiaro che la loro apertura è stata, secondo me, modesta, dovuta anche al nucleare, tecnologia di per sé centralizzatrice e poco favorevole per motivi oggettivi alla concorrenza. L’Italia invece si è aperta molto di più alla concorrenza, nei fatti abbiamo smembrato un po’ l’ENEL e abbiamo aperto il mercato, e poi siamo andati verso soluzioni come quelle che venivano richiamate (quelle delle centrali a ciclo combinato) che sono sicuramente soluzioni di dimensioni minori, cioè di concorrenza.
L’altro tema sul quale l’Europa ci ha indirizzato a fare la nostra politica energetica era quello dello sviluppo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica. Anche qui secondo me le due scelte, francese e italiana, sono state piuttosto diverse, nel senso che la Francia ha fatto le rinnovabili anch’essa, ma in maniera piuttosto limitata. Mi sia consentito di dirlo francamente, il peso che il nucleare ha in Francia ha limitato lo sviluppo delle rinnovabili rispetto alle potenzialità; si pensi alle potenzialità eoliche della Francia e ha quello che ha realizzato la Francia rispetto ad altri paesi come la Spagna o la Germania e ci si renderà subito conto che non si è fatto quello che si poteva fare. L’Italia invece ha fatto molto, troppo in fretta secondo me, cioè in un periodo concentrato avendo poche ricadute industriali dal punto di vista dello sviluppo delle imprese che forniscono i sistemi, ritrovandosi in casa un rinnovabile molto sussidiato. Entrambi i Paesi oggi nell’ambito delle libertà che avevano, potevano andare avanti inerzialmente oppure fare delle cose sulla spinta dell’Europa… la Francia secondo me ha un grosso problema con il nucleare dal punto di vista economico e non da altri punti di vista: continua a vendere il suo nucleare a basso prezzo, perché se uno va a vedere i costi storici questi sono bassi anche per motivi politici per far pagare poco i consumatori francesi. Quando rinnoveranno i reattori, quando cominceranno a pagare seriamente il decommissioning per i rifiuti credo che si accorgeranno che costa di più, se poi faranno nuovi reattori a Flamanvile (Normandia) allora saranno dolori. Quindi questa transizione dal nucleare, anche dal punto di vista economico, pone loro dei problemi. L’Italia, che ha fatto molte rinnovabili, ha adesso il problema di dover pagare dodici miliardi di euro all’anno nei prossimi vent’anni, dodici miliardi di euro non sono una piccola cosa e, al di là dell’inserimento nel mercato, abbiamo portato in casa un debito di 250 miliardi scaglionato su vent’anni.
L’ultimo punto che volevo sollevare è, allora, su cosa in prospettiva si può fare? Naturalmente dirò delle cose abbastanza scontate e condivise, penso, da tutti voi: l’Europa rimane l’elemento centrale che ci detta quello che possiamo fare e ci dà dei margini, però all’interno di una linea che mi sembra ormai tracciata – la rivoluzione che richiamava prima anche l’ingegner Chiarini – dal punto di vista del mercato stiamo andando verso un’energia distribuita, un’energia decentrata, e questo cambia il paradigma di soddisfacimento della domanda di energia elettrica. L’altro tema è se andare sempre verso una maggiore efficienza energetica. Sul primo tema io direi che, probabilmente, i due Paesi hanno dei problemi analoghi ma anche diversi: per la Francia sviluppare un’energia decentrata vorrebbe dire poi anche una gestione diversa da quella tradizionale che partiva dai grandi impianti per soddisfare la domanda finale, ma che invece raccoglie una pluralità di offerta ed è molto più flessibile, però nello stesso tempo richiede una gestione delle reti molto più articolata, non sarà facile anche perché – lo affermo chiaramente e senza alcuno spirito eccessivamente critico rispetto ai nostri amici francesi – il fatto di avere uno stato così forte e centralizzatore e un’impresa così forte come EDF – lascio un po‘ da parte ENG – probabilmente non faciliterà questa transizione.
Per l’Italia comunque si pone un problema non facile e mi pare ci stiamo riflettendo e ci stiamo orientando in questa riforma del mercato con anche discorsi tipo capacity payment che probabilmente saranno ripresi dopo di me. Per quanto riguarda l’altro grande tema, quello della domanda, va detto che l’efficienza energetica è uno degli elementi importanti nella politica europea, si afferma che l’efficienza energetica mette d’accordo tutti, perché dovrebbe consentire di fornire il servizio a un minor costo, quindi in economia, aumentando la sicurezza della fornitura perché non consuma più energia, può avere ricadute industriali e poi, soprattutto, dal punto divista ambientale riduce le emissioni inquinanti, in particolare quelle di Co², quindi questa è una direzione verso la quale entrambi i Paesi stanno andando. Come vedo io i problemi per gli uni e glia altri: per la Francia – e anche per l’Italia – una gestione decentrata è sempre molto più problematica, perché si tratta di migliaia di casi da attivare per ottenere un miglioramento di efficienza energetica, dunque molto più difficile che decidere e gestire pochi grandi impianti, quindi una sfida sicuramente rilevante. Doppiamente rilevante per l’Italia perché non abbiamo la capacità della pubblica amministrazione francese e, secondo me, noi abbiamo ottenuto dei buoni risultati, però attraverso gli incentivi; in Italia quando si è trattato di distribuire incentivi tutti si sono dimostrati pronti a voler ricevere la caramella e si sono messi in moto (si veda appunto il caso delle rinnovabili). Ora si sta facendo efficienza energetica anche attraverso forme di incentivazione, come i certificati bianchi, il conto termico, le detrazioni fiscali, eccetera, però questo non è compatibile, non è che possiamo continuare a invocare il mercato e poi pensare di continuare a fare solo attraverso lo stimolo dei sussidi, anche perché il problema dei fondi in bilancio è un problema cruciale del quale ci accorgiamo tutti i giorni.

 

   Carlo Andrea Bollino, professore ordinario di economia politica all’Università degli Studi di Perugia e presidente dell’Associazione Italiana economisti dell’Energia. Affronterò solo alcuni punti di analisi delle relazioni passate del tema energetico tra l’Italia e la Francia fornendo alcuni spunti sul nostro futuro.
Allora, innanzi tutto osserviamo i dati, che – se li sommiamo, come dire, in maniera appropriata – ci fanno capire quanto in realtà siano simili per certi versi i sistemi elettrici dei nostri due paesi, perché se io sommo la percentuale di nucleare (75%), più carbone e gas, ottengo l’82% in Francia, se sottraggo quel 15% che viene (esportato) in Italia, torno a una percentuale che si aggira intorno ai 2/3 (66-67%) che serve il mercato interno. In Italia il 43% del nostro gas, più il 17% di carbone e il 6% di petrolio fa il 66%, cioè esattamente i 2/3 per servire il mercato interno italiano. Quindi, diciamo che se paradossalmente escludiamo la Savoia – cioè la regione che fa il nucleare da una parte e la invia per il suo consumo in Italia – abbiamo una grande similarità tra i nostri due paesi e questo serve, secondo me, a sfruttare l’opportunità di una integrazione simmetrica: l’economista direbbe che quando c’è una diversità e il vantaggio è comparato va da una direzione all’altra in maniera univoca, ma se i due paesi sono molto simili la nuova teoria del commercio internazionale parla di integrazione orizzontale di tipo simmetrico, che è quello appunto che io vorrei promuovere come “ideuzza” per il futuro dei rapporti tra i nostri due paesi. Questo perché in questo momento il mercato elettrico inteso come institution, così come è stato disegnato alla fine degli anni Novanta con la privatizzazione fa acqua da tutte le parti: per un professore come me non c’è momento migliore per insegnare ai miei studenti come tutte le imperfezioni di mercato, che in genere consideriamo nei libri di testo, siano concentrate nel mercato elettrico in questo particolare momento.
Le fonti rinnovabili, con la proprietà di dispacciamento vengono inserite nel mercato a prezzo zero e questo determina sostanzialmente una impossibilità a dare un segnale di prezzo che sia corretto in un mercato, perché quando le fonti rinnovabili coprono tutta l’offerta il prezzo di equilibrio zero segnala – erroneamente – il prezzo per un futuro investimento nelle fonti fossili che comunque servono per la sicurezza del sistema e, paradossalmente, anche un segnale sbagliato per lo sviluppo dell’investimento nelle stesse fonti rinnovabili. Questo in quanto, come sappiamo, l’Unione europea della quale tutti parliamo ci sta chiedendo di tornare indietro sul feed-in tariff per adottare invece principi di feed-in premium, perché secondo loro questo dovrebbe far condividere il rischio tra produttori e consumatori; ma, intendiamoci: se il prezzo è zero il feed-in premium dev’essere 100% di premium altrimenti le fonti rinnovabili non si sviluppano lo stesso. Dunque ancora una volta siamo di fronte al paradosso di contraddire con l’andamento del mercato quella che dovrebbe essere una strategia politica, perché se il feed-in premium deve essere premium su un prezzo positivo, se il prezzo va a zero tutto il premium deve ricoprire tutto il costo delle fonti rinnovabili nel meccanismo di incentivazione amministrata. E quindi siamo ancora alla contraddizione tra il desiderio della politica e i risultati del mercato.
Esistono poi delle concessioni di rete che all’interno dei nostri paesi e tra i nostri paesi determinano delle situazioni di market splitting, cioè di prezzi differenziati e anche questo contraddice l’idea del massimo beneficio dell’integrazione del mercato deve portare ai consumatori. Quindi, come sta funzionando il mercato è assolutamente contrario a quello che dovrebbe essere il futuro per il benessere dei nostri consumatori. Allora come si può intervenire?
Al di là del parlare all’interno dei vari consessi mondiali come la Conferenza di Parigi, quella di Cancuun o di Rio De Janeiro, dato che poco c’è da dire con il resto del mondo su questo tema per quello che riguarda lo sviluppo sostenibile e le fonti rinnovabili, almeno vediamo di sfruttare le singolarità e le complementarietà che presentano i nostri due paesi. A suo tempo, negli anni Novanta, Francia e Italia sono stati stipulati contratti di fornitura di energia a lungo termine che sono poi stati proibiti e smantellati dall’inopinata Direttiva 97/96 che ci ha impedito di continuare a sfruttare il principio del contratto a lungo termine, portando a un accorciamento della visione del mercato, e molto bene in precedenza si è parlato dell’energia only market che non funziona, quindi abbiamo avuto un periodo di integrazione. Poi vorrei ricordare un momento stupendo di coordinamento intellettuale e strategico tra i nostri due paesi che è stata la prima settimana di ottobre del 2003, quando – dopo il black-out causato dagli svizzeri e l’inopinata maniera di gestire la rete commercialmente sfruttata per ragioni di profitto di breve periodo del sistema svizzero-tedesco – la Francia ci aiutò a superare le stigmate europee contro gli italiani – che sono sempre state pizza e mandolino, come molte altre visioni – e tutti i consessi tecnici internazionali provarono a ripristinare quella che oggi sappiamo essere la verità, cioè che gli svizzeri gestirono la rete fuori dalle regole di sicurezza, non fecero manutenzione e privilegiarono l’esportazione di energia elettrica verso l’Italia finalizzata al profitto di breve termine a scapito di una gestione in sicurezza della rete.
Io ricordo il direttore dell’ente energetico francese che in quell’occasione si erse a baluardo dei buoni principi di gestione in sicurezza e coordinata della rete smentendo alcune posizioni opportunistiche emerse dalla stampa che tendevano a inquinare l’informazione diretta alle opinioni pubbliche europee al fine di alterarne la comprensione dei fatti. Questo è un grazie postumo che io continuo a mandare alla Francia per come ha giustamente capito e utilizzato la sua competenza per ripristinare quella che in quei giorni – si ricordi la campagna mediatica – la reale responsabilità in ordine ai fatti. (*)
Un altro aspetto che guarda al futuro è quello dell’utilizzo delle forti interconnessioni esistenti per ricercare una reciproca convenienza nell’integrazione e l’equilibrio dei prezzi e dei mercati nei rispettivi paesi. La fase di importazione di energia a basso costo prodotta mediante il nucleare a senso unico verso l’Italia si è conclusa, mentre sta da tempo continuando invece quella – in alcune ore della giornata nelle quali risulta necessario per il sistema francese – sfruttando gli impianti flessibili ed efficienti a ciclo combinato che nel frattempo abbiamo costruito in Italia, dei flussi di esportazione di energia elettrica prodotta in Italia verso la Francia. (**)
Questo è un chiaro esempio di market coupling che, a mio avviso, andrebbe fortemente potenziato, perché la ricerca del prezzo di equilibrio, per noi che abbiamo il 34% di fonti rinnovabili a costo zero, e la stessa Francia che ha il 75% di nucleare – che anch’esso è a costo marginale zero, per oggi, dati i costi storici, completamente ammortizzati – deve essere un’operazione che non può essere lasciata semplicemente a una di determinazione di equilibrio di mercato orario perché questo mercato potrebbe non funzionare. Il giusto concetto che noi economisti studiamo è quello del costo/opportunità tutto compreso per la collettività che consuma di utilizzare una rete piuttosto che un’altra. E allora vengo alla proposta concreta, la possibilità di fare i contratti a lungo termine tra Italia e Francia a livello di reciproco costo/opportunità per quelli che sono i fabbisogni potrebbe rappresentare una forma di integrazione.
Un secondo punto – ed è proprio una richiesta agli amici francesi di venirci incontro – ritengo che se riuscissimo a fare qualche piccolissimo scavo che non deturpi la bellezza della Costa Azzurra e mettere qualche pezzettino di metallo cilindrico – che finalmente potenzi il sistema di flusso del gas dal lato Africa occidentale-Spagna verso l’Italia per completare l’integrazione dei gasdotti anche da quella parte – sarebbe di notevole beneficio anche per loro, perché il gas che costa meno da noi potrebbe permettere l’esportazione di elettricità fatta col gas a prezzi ancora più convenienti di quelli che già gli offriamo.

 

Niccolò Rossitto, ISPI, Energy Watch. La condizione essenziale per ogni politica estera e anche politica energetica è la condizione materiale, la struttura del mix energetico e le risorse energetiche possedute dal paese. L’Italia come la Francia è un paese povero dal punto di vista delle risorse, in particolare è molto povero di idrocarburi e quindi fin dal secondo dopoguerra, cioè da quando si andato rapidamente a esaurire il margine di energia che poteva essere ricavata dalle risorse idroelettriche presenti sulle Alpi, l’Italia ha dovuto guardare all’esterno per approvvigionarsi prima di petrolio e poi di gas. Un po’ sull’esempio di altri paesi all’inizio ricorrendo a imprese pubbliche, Eni e poi ENEL, che fondamentalmente hanno guidato il processo di sviluppo della moderna industria energetica italiana, risolvendo il problema della carenza di risorse energetiche in Italia. L’Italia importa circa l’80% dell’energia che consuma e fino a pochi anni fa, con la crisi e l’avvento delle rinnovabili, il valore era ancora più alto e si avvicinava al 90%. Una dipendenza quasi totale per quanto riguarda il carbone e comunque molto elevata anche per il gas e il petrolio. La provenienza delle risorse energetiche ha ovviamente degli effetti sulla politica estera e sulla dimensione esterna della politica energetica italiana. L’Italia importa moltissimo gas dalla Russia e dall’Algeria e, in misura molto meno significativa, dalla Libia, dal bacino del Mare del Nord (Olanda, Norvegia, Germania) e dal Qatar, altra grande fonte che si è aggiunta negli ultimi anni. Per quanto riguarda il petrolio il paese si giova di un approvvigionamento molto differenziato, ma pesano soprattutto Russia e Azerbaigian, seguiti a distanza dall’Arabia Saudita e dall’Iraq. Qui secondo me è interessante aggiungere un commento su quello che è stato più volte citato, cioè che il mercato del petrolio ponga meno problemi rispetto a quello del gas per ciò che attiene alla sicurezza degli approvvigionamenti. Questo è vero, perché il petrolio a differenza del gas può essere facilmente movimentato, ma fino a un certo punto perché non bisogna dimenticare che non tutti i petroli sono uguali e quindi non tutti i produttori possono essere sostituiti a costo zero l’uno con l’altro, dato che ci sono dei trade-off non da poco. Per esempio, il sistema italiano ancora adesso ha molte raffinerie piuttosto datate che non sono in grado di lavorare con rese ottimali greggi molto pesanti. Inoltre, come trattato in precedenza, l’Italia dipende molto anche dall’estero per l’importazione di energia elettrica, l’unico paese al mondo di queste dimensioni che importa così tanto dall’estero.
Date queste due condizioni – storica debolezza d nel settore delle risorse energetiche domestiche e tradizionale presenza di due grandi attori – giustificano a mio avviso quella che è stata la politica dei governi italiani negli ultimi decenni nel campo energetico. Ed è stata da una parte quasi una politica di negligenza, di dimenticanza. Ci sono ENI e, in seconda misura ENEL, nei confronti delle quali per molto tempo gli esecutivi in carica non hanno assunto iniziative autonome forti, in secondo luogo cerchiamo – un po’ come ha fatto anche la Francia – di avvicinarci a certi specifici paesi allo scopo di sviluppare con loro rapporti preferenziali tramite le compagnie ancora oggi in buona parte pubbliche. Questo ha portato negli anni a relazioni molto strette con alcuni paesi: Algeria, Iran, Libia, Russia. Per altro l’Italia è stata anche abbastanza sfortunata perché negli ultimi anni molti dei suoi tradizionali fornitori di idrocarburi sono finiti nel mirino della politica occidentale. Al di là di ogni considerazione di natura morale, l’Italia importava una notevole quota di idrocarburi dall’Iran, paese isolato a livello internazionale perché perseguiva il nucleare, ma anche la Russia e la Siria. Dunque, l’Italia per molti anni ha cercato di ottenere approvvigionamenti da paesi che poi hanno avuto problemi.
Da questo deriva una seconda osservazione: la dimensione esterna della politica energetica italiana si è spesso dovuta poi accomodare in corso d’opera per soddisfare le esigenze della politica internazionale, europea e atlantica, perché quello è l’altro elemento che caratterizza la politica estera italiana dagli ultimi cinquanta anni. E di questo si è avuta una prova anche negli anni recenti, quando l’Italia non si è mai opposta alle sanzioni a Iran, Siria, Libia e altri. Anche oggi, nonostante molte imprese italiane facciano affari con la Federazione russa, dopo un po’ di discussioni ha assunto una posizione quanto meno di neutralità nei confronti di Mosca dopo l’esplosione della crisi ucraina. Dunque una caratterizzazione di lungo periodo della politica energetica italiana.
In questo quadro quali sono le novità più recenti? Uno spostamento delle attenzioni sull’Africa, un’idea mediaticamente molto enfatizzata dall’attuale governo italiano nell’ultimo anno circa: rinnovare l’interesse di Roma nei confronti del continente africano. Quindi l’anno scorso c’è stata la missione del governo italiano in Congo, in Mozambico, in Tunisia e poi in ottobre si è tenuto qui a Roma un grande summit per lo sviluppo dell’energia sostenibile nell’Africa subsahariana. Quest’idea che il governo italiano sta cercando di sviluppare recentemente è di concentrare nuovamente l’attenzione sull’Africa perché laggiù ci sono molte risorse che possono essere sfruttate e dove imprese come l’ENI hanno sicuramente grandi interessi, ma anche in alcuni paesi africani ce potrebbero già saltare al termine della transizione energetica, perché invece di costruire sistemi elettrici centralizzati come è stato fatto nel secolo scorso in Europa, si potrebbe con le nuove tecnologie arrivare a un sistema di generazione distribuita che sfrutti molto le fonti rinnovabili e in questo le imprese italiane, anche medio-piccole, rinvengono delle opportunità.
Poi c’é l’Energy Union, e qui io sono abbastanza scettico perché rilevo molta evidenza mediatica ma, in realtà, poco di nuovo. L’idea era nata in funzione propagandistica da Juncker nel corso delle elezioni europee dell’anno scorso ed è poi divenuta una bandierina sventolata per tutto l’autunno e l’inverno scorso fino a produrre un documento, quello di febbraio, che non è che affermi molte cose nuove. Diamo che rispetto al passato vuole porre in primo piano la dimensione della sicurezza e della solidarietà tra gli Stati membri. E qui arriviamo alla conclusione: è difficile – al pari del settore bancario con la Banking Union – sviluppare delle politiche unitarie quando i vari paesi europei hanno storie, tradizioni, dotazioni di risorse e sistemi energetici molto diversi tra loro e, contrariamente a quella che è la retorica, non è detto che ci sia un minimo comune denominatore, per usare il gergo degli economisti che ci sia una soluzione Pareto ottimale. Il problema che secondo me emerge è quello della proposta inizialmente avanzata di promuovere gli acquisti collettivi di gas dall’estero che finirà un po’ nel nulla, perché, chiaramente, paesi che in virtù della loro maggiore dimensione riescono a spuntare contratti commerciali più favorevoli non è così scontato che vogliano arrischiarsi a fare acquisti collettivi che per loro potrebbero risultare dannosi.
Per quanto concerne il Mediterraneo, sì, è un tema dove ci può essere convergenza e in questo caso forse il dato del gas può tornare utile, in quanto l’Italia potrebbe costituire un ponte per il trasporto della materia prima dall’Africa verso l’Europa centro-settentrionale, anche se bisognerebbe ragionare più approfonditamente su quella che potrebbe essere la domanda potenziale di gas in Francia, qual è lo stato di utilizzo delle infrastrutture di importazione (che magari già ora risultano sottoutilizzate). D’altra parte l’area del Mediterraneo potrebbe anche rappresentare un problema per via dell’instabilità e dei conflitti, non va infatti dimenticato che uno dei primi momenti di tensione tra Italia e Francia risale al 1881, quando Parigi decise di assumere il controllo della Tunisia scatenando le rabbie di Agostino De Pretis, favorendo così la nascita della Triplice alleanza, spostando la posizione del regno d’Italia dalla posizione anglo-francese verso quella del blocco continentale tedesco, innescando un processo che avrebbe prodotto una serie di conseguenze negative nei decenni a venire.

 

Alessandra Migliaccio, direttore responsabile di Bloomberg News a Roma. Mi fa piacere vedere che qui si parla tanto di cose che si possono fare insieme, tuttavia esistono delle discordanze. Ad esempio non esiste l’Italia come hub, dato che non possiamo mandare il gas in Francia perché non c’è un collegamento diretto, non ci sono materialmente dei tubi di un gasdotto. Inoltre, Mediterraneo “spazio comune”, però tutti sappiamo che permane sempre il dubbio sulle politiche estere dei francesi. È più collaborazione o è più tensione? Di cosa stiamo parlando? Si può collaborare insieme oppure non serve neanche, tanto c’è il framework europeo e quindi non è necessaria una collaborazione diretta tra Roma e Parigi? Credo che i francesi separino di più la logica politica da quella industriale, mentre a volte gli italiani – parlo ad esempio dell’ENI perché è stata citata in precedenza – fanno collimare la politica estera con quella industriale.

 

Niccolò Rossitto, ISPI, Energy Watch. È vero, si tratta di un rischio che non bisogna correre. Ci sono però anche attori ambigui: per esempio, le imprese che gestiscono le reti elettrica e del gas in Francia hanno un ruolo ambiguo; si pensi all’imbarazzante caso della forte opposizione alla realizzazione di elettrodotti con la confinante Spagna, che avrebbe tutto l’interesse a esportare il suo eccesso di produzione elettrica alla Francia. Quindi, esistono attori che hanno interessi conflittuali e che, siccome in alcuni casi operano da posizioni monopolistiche come gestori delle reti, si pongono a un livello sovraordinato. Lì bisogna essere onesti, il problema è che non esistono soluzioni che possono andar bene per tutti e c’è sempre chi ci perde, e chi ci perde credo abbia tutto il diritto di combattere.

 

Giovanni Svetta. Quando si parla di una politica estera nell’ambito dell’Unione europea, che deriva da una politica settoriale dell’Unione europea, in genere si afferma che essa proviene da una trasposizione politica interna. Vale a dire, la Corte di Giustizia ha fondato le sue pretese di un’azione esterna dell’Unione europea sulla base di competenze fattivamente esercitate a livello interno. Questo è successo in vari settori delle politiche comuni europee – come quella dei trasporti ad esempio – e questo secondo me dovrebbe essere anche un criterio da adottare per la politica energetica. C’è una differenza, ovviamente, tra la domanda che il mercato fa di politiche di infrastrutture di trasporto rispetto a quella energetica. Allora io farei un po’ attenzione e qualche distinzione in quello che è la politica estera o la propensione interna della politica estera dell’energia dell’Unione europea, perché, come succede anche nel campo interno, una cosa è ciò che è preconizzato dalla Commissione europea – che propone – e una cosa è poi quello che dispongono i vari Stati membri nel Consiglio. Già questo nel settore della politica energetica non è più un dualismo dialettico, in quanto sulla politica energetica incidono anche altri attori, come le imprese del settore, che fanno la vera politica estera in definitiva. Siete d’accordo sul fatto che la politica estera dell’energia dell’Unione europea e nell’Unione europea è un qualcosa di anomalo rispetto ad altre politiche estere sempre settoriali? Laddove non ci sono competenze esclusive è difficile avere una vera e propria competenza esterna in politica estera. Quindi, a mio avviso, l’analisi che si dovrebbe fare rispetto alla dimensione esterna della politica energetica deve tener conto di questo. Secondo me la Commissione si sta muovendo molto bene, volendo il mercato interno unico dell’energia perché questo è il presupposto che fa sì che poi l’Unione europea si possa muovere in maniera più univoca anche a livello esterno.

 

Niccolò Rossitto, ISPI, Energy Watch. Bisogna stare attenti a cosa dicono le regole dell’Unione europea: quella dell’energia è una competenza condivisa e, appunto, nell’articolo 194 del Trattato si afferma che in uno spirito di solidarietà gli Stati membri ai punti nei quali si attribuisce la competenza condivisa vi è la sicurezza degli approvvigionamenti. E dato che l’Europa è un importatore netto, è il maggiore importatore al mondo di energia, questo dà secondo me una base per giustificare le iniziative a livello europeo. Poi, appunto, siccome è condiviso e siccome c’è forte eterogeneità tra i Paesi membri, e ci sono gli interessi specifici delle compagnie, è ovvio che si rinviene una difficoltà ad arrivare a delle decisioni forti condivise. È evidente, ne abbiamo già parlato. La distinzione tra alcuni paesi dell’Europa dell’est che sono totalmente dipendenti dalle importazioni russe e che si possono permettere prezzi mediamente più bassi perché sono paesi più poveri, ebbene questi hanno una posizione molto diversa da paesi come l’Italia o la Francia che sono più ricchi e beneficiano di una serie di diverse possibilità di importazione molto più differenziata. Detto questo va sottolineato un altro aspetto, quello relativo alla conformazione della Commissione europea, che pian piano sta cercando di far divenire questa competenza come propria esclusiva. Si crea l’idea e dopo un po’ di volte che si ripete il concetto la gente incomincia a pensare che il problema si possa risolvere in quel modo. Quindi, come ho affermato prima, in questo senso la comunicazione risulta fondamentale, proprio perché si vuol creare un coinvolgimento popolare che magari in futuro si tradurrà in una norma di legge.

 

 

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(*) Ai tempi del ricordato black-out le reti elettriche nazionali già non esistevano più, quindi la rete italiana era connessa a quella europea, fatto che ha consentito di gestire la rete europea come se fosse un’unica grande rete, mediante scambi di energia elettrica con i vari paesi connessi. Una serie di elettrodotti collega l’Italia con i paesi confinanti, tali elettrodotti hanno una capacità di trasporto definita dalla loro propria tipologia. Attraverso di loro l’Italia era allora in grado di prelevare dalla rete europea un massimo di 6.000-8.000 megawatt. Il Paese aveva però saturato ormai già da alcuni anni i suoi elettrodotti e la quota di 6.000 megawatt transitante dai citati elettrodotti era quella minima stabile di energia dal sistema interconnesso, destinata all’integrazione della produzione nazionale. L’Italia importava da Francia, Svizzera e Slovenia, anche attraverso dei transiti di energia dalla rete austriaca, questo in ragione della saturazione degli elettrodotti che collegano Italia e Francia. Dunque, l’energia lì prodotta doveva necessariamente transitare per la svizzera e l’Austria. Ma la rete elettrica europea funziona esattamente come una rete elettrica di una casa d’abitazione: se viene sovraccaricata scattano le valvole di protezione, altrimenti si verificherebbe un corto circuito (cioè la chiusura di un circuito con resistenza pari quasi a zero), ovvero il transito in rete di una corrente altissima. Però, se la resistenza del circuito è zero (o quasi zero) l’intensità è infinita, dunque i valori della corrente nei conduttori risulta elevatissima e può quindi portare alla fusione di questi ultimi con effetti disastrosi quali gli incendi. Per evitare incidenti nelle reti domestiche viene appositamente installato un interruttore automatico che entra in funzione se la corrente elettrica sale oltre un certo limite. Anche la rete interconnessa europea viene protetta in questo modo: se attraverso linee elettriche aventi una capacità di 6.000 megawatt transitano quote superiori di energia le linee si sovraccaricano e a quel punto entrano in funzione i sistemi di esclusione che, appunto, le escludono. Si tratta di quello che si è verificato nel caso del black-out del 28 settembre 2003, quando, accidentalmente, in territorio svizzero un fulmine ha colpito la linea danneggiandola e provocando così per alcuni istanti un sovraccarico (la corrente elettrica si è elevata oltre i limiti dell’esclusione), che ha fatto intervenire il sistema di sezionamento della rete che a sua volta ha escluso un ramo della stessa. A questo punto l’Italia non poteva più importare energia dalla Svizzera, ma, dato che la domanda interna in quel preciso momento “richiedeva” quella quantità di potenza, l’energia richiesta è transitata per intero dalle reti austriaca e slovena sovraccaricandole, e queste, di risulta, in successione si sono escluse. Il fatto si è verificato di notte, un periodo della giornata nel quale non risultava conveniente mantenere in funzione le centrali a gas e olio combustibile per ragioni di economia, infatti, se l’energia elettrica prodotta internamente fosse costata quanto quella importata, l’Italia durante quella notte avrebbe tranquillamente escludere le sue linee di connessione con l’estero, producendo mediante i propri impianti il fabbisogno energetico del quale necessitava, tuttavia, per il sistema paese risultava maggiormente conveniente l’importazione della massima quantità di energia possibile e spegnere così le centrali interne, questo seppure fosse prevista la cosiddetta riserva calda, cioè degli impianti di elettrogenerazione pronti a essere messi in funzione che, però, erano alimentati con gas naturale o petrolio, che quindi per essere mantenuti “caldi” avrebbero imposto dei costi molto elevati. Fino al 28 settembre 2003 in Italia venivano spenti tutti gli impianti non ritenuti immediatamente utili e, conseguentemente, nella fase notturna veniva massimizzata l’importazione di energia elettrica dall’estero. Però, nel momento in cui le linee estere si sono autoprotette dal sovraccarico escludendosi, il Paese si è trovato a dover richiedere 27.000 megawatt a fronte di un sistema interno che ne avrebbe potuti erogare soltanto 20.000, dunque un’offerta in difetto rispetto alla domanda. Allo scopo di fronteggiare tali evenienze era stato approntato un altro sistema di autoprotezione che “staccava” parte dei carichi dal sistema Italia, il cosiddetto dispacciatore, gestito dal GRTN, che escluse alcune aree del Paese in modo tale da togliere la potenza in eccesso rispetto a quella disponibile. Un sistema che funziona esclusivamente a fronte di squilibri di potenza limitati (ad esempio solo 1.000 megawatt richiesti), ma la notte del black-out lo squilibrio (divario tra domanda e offerta di energia) è stato molto più sensibile, dunque si è attivato automaticamente il meccanismo di esclusione delle utenze che ha interessato dapprima la “domanda” e, successivamente – ogni volta che la domanda scendeva sotto l’offerta – anche le centrali di elettrogenerazione spegnendole (staccandone i carichi). Il risultato è stato quello che nell’arco di trenta minuti quasi tutto il sistema elettrico nazionale è stato escluso, sia a livello di utenze che di centrali di elettrogenerazione. In seguito, per la riattivazione di un sistema di tali dimensioni è occorso ovviamente del tempo, circa ventiquattro ore.

 

(**) Nelle centrali elettriche a termogenerazione a ciclo semplice alimentate a gas per la produzione di vapore si utilizza una caldaia da cui il vapore generato mediante una condotta viene inviato alla turbina. Dopo aver fatto girare quest’ultima, il vapore esausto viene scaricato, condensato (ritorno allo stato liquido) e dunque ripompato all’interno della caldaia. Sull’asse della turbina c’è anche l’alternatore, che girando produce energia elettrica inviata attraverso tre fili all’elettrodotto che si diparte dalla centrale. Il ciclo semplice può essere alimentato con qualsiasi combustibile (gas naturale, petrolio, carbone). Il gas viene impiegato anche nelle centrali a ciclo combinato, dove tramite un compressore dell’aria viene inviata in una camera di combustione nella quale viene contestualmente immesso anche il gas. Il comburente (aria compressa) e il combustibile (gas), una volta combusti dal bruciatore si trasforma in gas in uscita a elevatissima temperatura, inviati a loro volta alla turbina che muove l’alternatore e genera elettricità che va poi in rete. L’asse turbina-alternatore è lo stesso e sfrutta la medesima energia cinetica. È dunque possibile produrre energia elettrica mediante uno schema diverso con il gas e l’aria senza però passare per il vapore. Ma, a valle della turbina i gas di scarico sono ancora molto caldi e dunque possono essere usati per alimentare la caldaia a vapore (ciclo semplice). Il ciclo a vapore si combina con il ciclo a gas nel ciclo combinato, dove due turbine agiscono quindi nel medesimo gruppo di generazione elettrica, con l’importante vantaggio dello sfruttamento dei gas (energia), che altrimenti verrebbero persi se scaricati dalla turbina nell’atmosfera. Pur essendo complicato dal punto divista impiantistico, il ciclo combinato offre rendimenti notevolmente elevati. Naturalmente questo tipo di centrali comporta incrementi di fabbisogno di gas , ma esso ottimizza però l’impiego del combustibile dato il suo rendimento molto elevato. Per costruire una centrale a ciclo combinato occorrono un paio di anni (a differenza di una centrale nucleare che ne richiede almeno cinque), di risulta la redditività dell’investimento risulta immediata, così anche la disponibilità di energia elettrica a fronte di un impatto ambientale ridotto.