TRAGEDIA GRECA 2 – LA CRISI E LE SUE RADICI

TRAGEDIA GRECA 2 – LA CRISI E LE SUE RADICI

   Pubblicato da: “Le Rimesse” il 4 giugno 2015; autore: Learco Ercoli

 

    Chi sono i creditori internazionali di Atene? Chi possiede e in quale misura le quote del suo ingente debito? E soprattutto: dove origina la disastrosa situazione di crisi che affligge il popolo greco?

Si cerca di guadagnare tempo nella prospettiva di un accordo, ma tra il governo di Atene e i suoi creditori internazionali per l’intanto si continua a navigare a vista.

I ministri delle finanze dell’Unione Europea proseguono nelle loro defatiganti trattative con il loro collega ellenico Yanis Varoufakis. Il confronto verte su una questione dirimente: i livelli minimi di intervento sociale in un paese stremato dalla crisi e dall’austerità. A Bruxelles premono con forza affinché il governo Tsipras “raschi il barile”, che in concreto significa intervenire drasticamente sulle materie della previdenza, del lavoro e del fisco. Un copione in qualche modo già recitato anche in Italia, con la differenza che nella Grecia del 2015 è in atto una vera e propria tragedia. I creditori internazionali – la finanza e le banche – pretendono che venga confermato il taglio delle tredicesime ai pensionati, misura che era stata introdotta dal precedente esecutivo di centrodestra in carica ad Atene. A questi tagli si aggiunge la pretesa del rispetto della clausola di bilancio incidente sul sistema pensionistico nazionale, che a onore del vero nel passato ha consentito l’erogazione di generosi – e in parte eccessivi – sussidi pubblici. Il mantra è quello della sostenibilità del sistema previdenziale, che assorbendo una quota del 16% del PIL si pone al di sopra della media europea di almeno quattro punti. Ulteriori ostacoli sono quelli del salario minimo – che Tsipras vorrebbe mantenere a 751 euro – e dalla reintroduzione dei contratti di lavoro collettivi che proteggono dai licenziamenti individuali, tutte misure rimesse in discussione dal precedente governo che oggi inchiodano quello in carica al suo programma elettorale. Infine, sul tappeto c’è anche il problema del riequilibrio dell’Iva, la cui quota percentuale varia nel senso dell’agevolazione in alcune zone del paese (ad esempio le isole). Di tutte queste voci è sicuramente la riforma delle pensioni quella che più incide sul debito pubblico greco e quindi su di essa si concentrano di più le pressioni dei creditori internazionali.
Finora irrisolto resta infine il problema della crescita, stretto tra la miseria del bilancio statale e l’impossibilità di raccogliere all’estero concreti sostegni allo sviluppo. Con un’economia che nei suoi momenti migliori si basava quasi esclusivamente sui settori agroalimentare, turistico, marittimo e dell’edilizia, oggi, in assenza di una concreta spesa per investimenti, cosa mai potranno fare i greci per rilanciare la loro economia? Non si tratta di un mero esercizio di retorica, come amano ripetere spesso i tecnocrati e i politici di Bruxelles, perché la realtà è davvero ben rappresentata da coloro i quali riconducono all’eccesso di austerità le sofferenze della popolazione.

Tuttavia, per onestà intellettuale non è possibile negare che l’eccessiva e clientelare spesa pubblica posta in essere dai precedenti governi abbia condotto il paese nella situazione deficitaria nella quale si trova adesso. Ma come si è arrivati a questo disastro? Ripercorriamo brevemente le tappe di una catastrofe annunciata che ha destabilizzato anche i mercati finanziari globali. A questo livello di crisi la Grecia ci è arrivata inseguendo il sogno della crescita veloce, subordinando a esso la costruzione dei presupposti della sua sostenibilità nel lungo periodo. Atene ha perseguito una politica pubblica dissennata che ha condotto all’incremento del deficit, prima della crisi già al 13% in rapporto al PIL, portando inoltre il livello del debito pubblico a superarne il 100%. Tutto questo è avvenuto dopo una stagione di breve crescita, con il risultato di un arretramento a livelli assolutamente insoddisfacenti e di una contrazione della ricchezza di alcuni punti percentuali in pochi anni. Sulla situazione greca ha poi sicuramente inciso la crisi internazionale, generatrice di uno shock esogeno rispetto ai disegni di ricostruzione veloce elaborati ad Atene, a partire dai faraonici e costosissimi giochi olimpici del 2004, che secondo i governanti greci di allora avrebbero dovuto segnare simbolicamente l’atto della rinascita del paese. La struttura produttiva ellenica è rimasta fortemente dipendente dai settori del turismo, dell’agricoltura e dei servizi primari, priva dunque delle basi strutturali necessarie a un disegno di grande sviluppo, che invece è stato egualmente ma dissennatamente perseguito.

Infine – e questo si è verificato poco prima del redde rationem – il governo di Atene ha addirittura “taroccato” i conti pubblici – che chissà perché il monitoraggio dell’ufficio nazionale di statistica greco e quello di Eurostat (evidentemente non sufficientemente incisivo) non hanno adeguatamente rilevato -, altro elemento di questa controversa vicenda saldatosi con la scarsa definizione di procedure più estreme, cioè di livello comunitario, che disciplinino eventi apparentemente rari come le crisi di questa portata. Infatti essi, seppure rari, quando si manifestano propagano comunque gli effetti degli shock, effetti che se disciplinati sarebbero però ancora più rari. Fino a pochi anni or sono per l’Unione Europea il default di un paese membro risultava del tutto inconcepibile e, di fatto, è stato inconcepito all’interno della governance della politica economica di Bruxelles e Francoforte. Non si è voluto affrontare il tabù del fallimento di della Grecia ritenendo che a questo rischio si potesse fare fronte con l’applicazione di un insieme di procedure preordinate che non erano state concepite per eventi estremi come questo.

Al pari di molti altri casi, anche quello greco si configura come la risultante della combinazione di molteplici fattori: una forte fragilità degli equilibri sui mercati internazionali, il forte sovradimensionamento dell’emissione di titoli obbligazionari pubblici per tutti i piani di stimolo varati dal governo, l’estrema diffidenza di parte degli operatori finanziari riguardo la validità dei rating emessi dalle agenzie con la risultante insostenibilità di portafogli titoli detenuti da altri operatori finanziari. Da qui le difficoltà sul mercato interbancario, con gli istituti europei che hanno spesso preferito mantenere in cassa la liquidità depositata presso la Banca Centrale Europea ricavandone rendimenti infimi, piuttosto che non reimmetterla all’interno di un sistema nei confronti del quale avevano perso fiducia. Il risultato è stato un credit crunch, dove la diffidenza diffusa ha determinato una riduzione dei livelli di liquidità. Crisi così si sono verificate nel passato e non si comprende il perché l’Unione Europea ne abbia potuto acuire la gravità. Prima della moneta unica le tradizionali leve a disposizione di un paese debole come la Grecia sarebbero state la forte svalutazione della moneta nazionale (era la dracma), un espediente che avrebbe consentito all’economia di ripartire realizzando l’effetto della contestuale svalutazione del debito sovrano accumulatosi nel tempo. Ma con l’ingresso nell’euro questo non è stato più possibile. Però l’Unione Europea ha omesso di introdurre elementi in grado di prevenire l’evento che si andava profilando.

Chi pagherà la crisi?

A lungo si è ritenuto – e si ritiene tuttora – che una ristrutturazione del debito, cioè una revisione delle posizioni creditorie nei termini sia delle date di scadenza che dell’entità, fosse insostenibile per via della fragilità in cui versavano i mercati internazionali. Si tratta comunque di un problema destinato a riproporsi ben presto, dato che l’onere, cioè il servizio pagato sul debito pubblico, è destinato a bruciare parte dei fondi allocati a causa delle misure di intervento assunte.

I livelli di crescita degli spread, cioè dei tassi richiesti sul mercato secondario per la collocazione dei titoli obbligazionari di Atene, incideranno sul costo del debito stesso nel senso di un incremento. Alla luce della politica economica greca, fino a oggi improntata sul rigore sulla spesa pubblica e la pratica assenza di stimoli alla crescita sarà difficile conciliare le misure gradite a Bruxelles con gli stimoli alla crescita economica. lo si è visto con le riforme imposte dalla troika disciplinatamente applicate dai governi a guida Nuova democrazia e Pasok, dimostratesi insostenibili sul piano sociale soprattutto per le fasce più deboli della popolazione. A conti fatti, al netto del disastro di un paese ridotto sul lastrico, rimangono sempre le incognite relative ai concreti effetti di queste manovre e del riverbero sulla Grecia delle difficoltà di governance europea.

Ormai a livello comunitario esiste una tensione molto profonda. Un’unità politica da affiancare a quella monetaria non è stata mai realizzata, quindi tra i paesi membri non c’è un forte coordinamento. L’allentamento dei vincoli di coesione delle politiche fiscali trova divergenti gli stati del nord Europa rispetto a una parte di quelli del sud, con i primi decisamente contrari ad accettare quei livelli elevati di inflazione invece necessari a una recovery dei paesi mediterranei fornendo loro speranze di crescita. Chi ha disciplinato con dei vincoli costituzionali il contrasto del fenomeno dell’inflazione, incarnandolo addirittura nello statuto della Banca Centrale Europea, è difficile che accetti che accanto all’inflazione vengano poste in essere anche politiche di allentamento del rigore, non sarebbe nei suoi interessi. La verità è che a Bruxelles, come nelle altre varie cancellerie in Europa, si percepisce il concreto pericolo della dissoluzione dell’Unione Europea e quindi si tenta di esorcizzarlo. In primo luogo salvando il salvabile, cioè buona parte dei crediti vantati nei confronti di Atene.

Ma chi sono i creditori internazionali della Grecia? Chi detiene e in quale misura le quote del suo ingente debito?

Il grosso, pari a una quota di circa il 65% del suo totale, è detenuto da altri governi dell’eurozona, il 20% dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Centrale Europea, mentre soltanto il rimanente 15% viene vantato del settore privato. Si tratta di un aspetto – quello della minore esposizione percentuale degli “investitori” privati rispetto al totale della massa debitoria – che torna utile anche alla comprensione di certi meccanismi dell’economia fittizia di marxiana memoria, dove (nonostante l’accento posto da media e commentatori sull’incidenza prodotta dai condizionamenti psicologici sugli andamenti dei mercati finanziari), il lucido calcolo utilitaristico di operatori e broker ha fatto sì che, malgrado in Grecia fosse andata al governo una formazione politica di sinistra e anti-sistema, le borse valori abbiano accusato il colpo rimanendo in una condizione di sostanziale stabilità. Essi, infatti, erano ben consapevoli che in ogni caso non ci avrebbero rimesso quattrini perché il grosso del debito greco ce l’hanno in mano soggetti pubblici e istituzioni internazionali. E questo significa anche un’altra cosa: posto che sia il Fondo Monetario Internazionale sia la Banca Centrale Europea non consentono agli stati loro debitori di ristrutturare il debito e posto inoltre che lo stesso Alexis Tsipras prima delle vittoriose elezioni politiche ha affermato che non avrebbe colpito i crediti privati, si conferma il fatto che dovranno essere i governi europei a dover sostenere per intero i costi di una eventuale ristrutturazione del debito greco, magari attraverso incrementi delle aliquote IVA, che in Italia potrebbe raggiungere anche il 25%. Ufficialmente gli stati dell’Unione europea – pur dichiarandosi disponibili a prendere in considerazione una revisione delle condizioni di rimborso del debito di Atene mediante una rinegoziazione delle scadenze e/o dei tassi di interesse – hanno comunque escluso categoricamente un taglio del suo valore nominale, il cosiddetto haircut, al quale fecero comunque in parte ricorso nel 2012. Furono proprio la Commissione e la Banca Centrale Europea a opporsi fermamente allo scopo di evitare perdite ai creditori. La troika preferì continuare a far indebitare la Grecia erogandole prestiti, dazioni che avrebbero reso insostenibile il suo debito. Ora in assenza di ulteriori ristrutturazioni si è giunti all’escussione.

Attenzione però! I 226 miliardi di euro erogati dalla troika in due aliquote, nel 2010 e nel 2012, in realtà non sono serviti a finanziare le spese correnti dello stato ellenico per garantire la sopravvivenza del paese, quei soldi sono andati a soddisfare i crediti vantati dalle banche. Soltanto 27 miliardi, pari all’11% del totale dei prestiti, hanno coperto i costi dello stato (che, paradossalmente, in virtù della stretta causata dall’austerità aveva addirittura registrato un avanzo primario, cioè i suoi ricavi avevano superato le spese) mentre invece dell’oltre 80% dell’ammontare ha beneficiato direttamente o indirettamente il settore finanziario. È successo che la ricapitalizzazione delle maggiori banche greche ha consentito in un secondo momento di onorare gli impegni contratti con i creditori dello stato e dei soggetti privati del paese, in buona parte banche tedesche e francesi. Un aspetto della questione che è bene vada sempre sottolineato: delle ingenti somme versate dai contribuenti europei attraverso il pagamento delle imposte – italiani compresi, tributari di diverse decine di miliardi di euro – soltanto le briciole sono arrivate al disastrato popolo greco per il risanamento del suo stato, perché la massima parte di quel denaro è stata impiegata per ricapitalizzare le banche elleniche e pagare così i creditori internazionali.

Alla fine hanno vinto ancora i capitalisti della finanza, che si sono serviti dei loro manutengoli all’interno degli apparati politici, tecnocratici e mediatici (con questi ultimi che si sono prestati all’orchestrazione di una ben riuscita campagna di disinformazione, rigirando la frittata e terrorizzando la gente con lo spettro del fallimento dell’Europa), poi, dopo aver massacrato i sistemi sociali dei vari paesi membri, sono andati nuovamente all’incasso più puzzoni e impuniti di prima.

Adesso non gli rimarrà che di raschiare il barile ai danni della povera gente. Dopodiché, arraffato l’ultimo euro di interesse usurario, se ne andranno nei loro lussuosi paradisi fiscali e ai greci resteranno i neonazisti di Alba Dorata, ultimi epigoni di una esasperazione frustrata dal finto effimero benessere del consumismo.