ISIS

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Forse la particolarità più evidente del cosiddetto Stato islamico è quella che, a differenza di tutti gli altri gruppi che lo hanno preceduto nella prospettiva dell’estremismo islamico e jihadista – compresi quelli che sono all’origine dell’ISIS, in particolare al-Qa’eda – hanno rappresentato e tuttora rappresentano aggregazioni per lo più tradizionali che praticano il terrorismo strutturandosi sulla base di organizzazioni di tipo clandestino limitate. Al contrario, l’ISIS ambisce a configurarsi come un vero e proprio stato, che sui territori di volta in volta conquistati si è andato effettivamente delineando almeno nelle forme del tentativo. Alle popolazioni sottomesse ha imposto una tassazione , offrendo forme di come corrispettivo forme di organizzazione e di assistenza sociale, tutti aspetti che potrebbero apparire come eccentrici e verso i quali in Occidente si nutrono contrarietà e avversità, che però sono una realtà. Questo, però, si configura come un problema, non soltanto perché comporta notevoli differenze di ordine politico e militare rispetto ai concetti derivati agli occidentali dalla loro precedente esperienza maturata in materia di terrorismo e di estremismo islamista, ma anche perché l’evento detto “Stato islamico” ha avviato un processo di revisione della struttura statale che era stata data a questa regione con la fine della prima guerra mondiale. Infatti, esso non si presenta come un movimento eversivo nei confronti di regimi e stati esistenti, bensì supera questa fase rendendosi per certi aspetti addirittura difficilmente definibile come “movimento non governativo”, quindi un attore non statale. La contraddizione è che si tratta di un attore con aspirazioni statali in una regione dove, però, gli stati esistenti vengono messi in discussione, ingenerando dei dubbi riguardo al suo obiettivo finale. Dove puntano i jihadisti dell’ISIS? E, di risulta, dove invece quelli che li combattono? Questi ultimi avrebbero in animo la restaurazione delle compagini statali sorte con la fine della Prima guerra mondiale, oppure hanno mire revisionistiche? Il problema parrebbe essere proprio questo, cioè la non chiara comprensione di quale sia il confine tra revisionismo e restaurazione nell’ambito della feroce lotta in corso nel Levante, e anche delle sue prospettive. Due ulteriori aspetti che vanno poi sottolineati sono quelli relativi al terrorismo (inteso come strumento di lotta) con le sue annesse immancabili atrocità e alla facilità con la quale il sedicente Stato islamico, sulla falsariga di ciò che fecero in Afghanistan i taliban e in misura più ampia di loro, proceda nella sistematica distruzione del patrimonio archeologico e artistico, soprattutto in Iraq, ma anche in Siria. Sono state compiute molte distruzioni di opere, ritenute in un eccesso di relativismo come funzione dell’impeto iconoclasta contro le raffigurazioni politeiste e idolatre, formula insufficiente a giustificare tali eccessi. Infatti, essi costituirebbero anche il risultato del fallimento dei regimi precedentemente al potere in quei paesi, che in maniere diverse hanno creato le premesse affinché poi si producesse questa brutale configurazione dell’estremismo islamista che esprime picchi elevati di odio nei confronti del passato. Si tratterebbe dunque del riflesso di una situazione determinatasi in precedenza nella regione, dinamica nella quale l’Occidente non risulta certamente estraneo.

ISIS, le origini - In materia, uno dei principali spunti di discussione è quello relativo alla correlazione inversa che si sarebbe avuta tra la stagione delle primavere arabe e la successiva diffusione del terrorismo nelle forme virulente delle quali si è avuta conoscenza negli ultimi anni. Per cercare di comprendere le radici del fenomeno è necessario risalire al 2011. Infatti, ai fini di questa ricostruzione gli avvenimenti verificatisi quell’anno assumono una fondamentale importanza. Il 2 maggio del 2011 in Pakistan venne eliminato Usama Bin Laden. Questo fatto, unito agli altri successi conseguiti nella lotta al terrorismo internazionale proiettò degli inevitabili riflessi sui mai sopiti aneliti di democrazia nella regione mediorientale, che però fino a quel momento erano stati seppelliti dai regimi di varia natura che si trovavano al potere. Le grandi manifestazioni popolari sembrarono quasi sconfessare quella, a torto, presunta incompatibilità tra mondo arabo e democrazia. Nel 2011 il declino del terrorismo internazionale alimentò i sentimenti di rinnovamento della gente, riaccendendo però al contempo anche la fiamma dell’islamismo politico che rinveniva nel movimento della Fratellanza musulmana (Ikwan al-Islami) la sua punta di diamante, che, divenuto partito a tutti gli effetti di legge grazie all’introduzione di sistemi di rappresentanza di tipo democratico, ebbe una rapida affermazione politica. Tuttavia la situazione era destinata a deteriorarsi in breve tempo. Soprattutto a seguito della guerra civile siriana e della dura repressione della rivolta popolare da parte delle forze di sicurezza di Bashar al-Assad vennero poste le premesse per la nascita di nuove organizzazioni estremiste e di gruppi terroristici di nuova generazione, tra i quali appunto figurò anche il cosiddetto Stato islamico. In realtà, in sé lo Stato islamico non rappresentò nulla di nuovo, in quanto affondava le proprie radici nella già nota al-Qa’eda in Iraq, organizzazione creata nel 2003 da Abu Musab al-Zarkawi, estremista di origini giordane proveniente dall’area di Zarka. Egli dapprima fu comandante di gruppi combattenti jihadisti nella zona di Herat (Afghanistan) nel corso della guerra contro le truppe di occupazione sovietiche, poi si spostò in Iraq a seguito dell’invasione statunitense. L’obiettivo principale di al-Qa’eda in Iraq era quello di infliggere il maggior numero di perdite possibili alle truppe di Washington, inoltre, attraverso le attività militari condotte sul campo si poneva anche quello di dissuadere le autorità locali dal collaborare con gli occupanti per giungere infine al ritiro dei contingenti militari occidentali presenti nel paese. In un primo momento conseguì dei successi, ma le successive atrocità che vennero commesse dai suoi miliziani e il fatto non ne venne risparmiata la popolazione civile (ci fu una lunga serie di attentati, assassinii e stragi) fecero perdere legittimità al gruppo, con la conseguente maggiore efficacia dell’azione di repressione da parte degli americani e delle autorità locali loro alleate, che alla fine portarono all’eliminazione fisica dello stesso al-Zarkawi, avvenuta nel 2006 nel corso di un attacco aereo. (¹)
Al giordano successe Abu Ayyub al-Masri, che perseguì il progetto della progressiva irachizzazione del gruppo, un elemento che in futuro si sarebbe posto spesso in evidenza per la sua organizzazione delle attività terroristiche. In precedenza i ranghi di al-Qa’eda in Iraq erano formati da quelli che oggi vengono definiti foreign fighters, vale a dire da jihadisti con esperienze di combattimento provenienti da diverse aree della regione, con al-Masri, invece, si assisté alla trasformazione di al-Qa’eda in Iraq nello Stato Islamico dell’Iraq (ISIS). Il declino della precedente organizzazione rinveniva le sue cause in diversi fattori concomitanti, tra i quali l’incremento della forza di occupazione statunitense in Iraq ne costituiva probabilmente quello maggiormente risolutivo. Il noto Surge deciso dal generale americano David Petraeus, che nell’ottobre 2007 aveva portato all’impiego boots on ground di quasi 170.000 uomini, rispose all’impellente necessità di contrastare la tensione settaria nel paese arabo, divenuta pericolosamente crescente e potenzialmente foriera di una guerra civile, soprattutto dopo l’attentato compiuto ai danni del santuario sciita di Samarra. Il successo nel contrasto delle forze ostili ebbe però tra le sue conseguenze anche quella del graduale ritiro del contingente statunitense dall’Iraq, favorito per altro dall’indirizzo di politica estera della neoeletta amministrazione democratica guidata da Barack Obama, che durante la campagna elettorale per le presidenziali aveva promesso quel disimpegno militare. All’apice dello scontro settario nel paese (periodo 2006-2007) si contarono un numero elevatissimo di vittime e un incremento degli attentati contro obiettivi civili. (²)
L’ISIS nasce dunque in Iraq e, a seguito della gestione autoritaria del potere da parte del primo ministro in carica a Baghdad, lo sciita al-Maliki, beneficia della progressiva esasperazione della componente sunnita del paese. Nuri al-Maliki viene accusato di atteggiamenti emarginatori e persecutori nei confronti dei sunniti. L’emissione di un mandato di cattura per il reato di terrorismo nei confronti del vicepresidente sunnita Tarik al-Shemi il 15 dicembre 2011, in emesso contestualmente allo sganciamento delle truppe americane dal Paese, provocò il giorno stesso una serie di attentati che colpì la capitale e altre città irachene provocando circa un centinaio di morti e duecento feriti, attività rivendicate in seguito dall’ISIS. Si trattò della prima rivendicazione da parte dell’organizzazione jihadista di diretta filiazione di al-Qa’eda. (³)
Gli atteggiamenti persecutori dell’esecutivo di al-Maliki proseguirono poi negli anni successivi provocando una progressiva emarginazione della componente sunnita e scatenando le prime proteste, soprattutto nel governatorato occidentale di al-Ambar, dove formazioni come l’ISIS riuscirono a infiltrare il territorio e a occupare militarmente alcuni centri urbani. (⁴)
Il punto di non ritorno fu però la strage di Adija del 20 aprile 2014, quando le forze di sicurezza governative, intervenute per reprimere una protesta popolare divampata nella zona, nell’arco di tre giorni provocarono circa trecento vittime. Dal quel momento in poi per il governo di Baghdad risultò praticamente impossibile riportare la situazione sotto controllo.

ISIS, i finanziamenti - La principale fonte di finanziamento che alimenta l’ISIS è rappresentata dal petrolio. Essa deriva ai jihadisti dal controllo degli impianti di estrazione, dapprima ottenuto nei territori occupati in Siria e poi in Iraq, e dalla successiva commercializzazione della materia prima energetica, che ha permesso loro una realizzazione di cospicui proventi. Allo scopo gli uomini di al-Baghdadi hanno fatto ricorso a due ingegnose soluzioni: l’utilizzo di piccole raffinerie mobili (obiettivi difficilmente identificabili dall’aviazione militare americana) e lo sfruttamento dei canali di contrabbando ampiamente utilizzati nel periodo delle sanzioni internazionali imposte all’Iraq di Saddam. L’ISIS non ha dovuto inventare nulla di nuovo, dato che ha avuto la fortuna di trovarsi di fronte a un gigantesco mercato nero che aveva le sue propaggini fino in Turchia, in Kurdistan, in Siria e in Giordania. Fonti ufficiali turche affermano che nel corso del 2013 i volumi dei sequestri di merci e materiali effettuati al confine con l’Iraq (quindi petrolio incluso) ha subito un incremento del 300%. A queste voci va aggiunta poi quella del traffico di reperti archeologici saccheggiati da musei e siti storici e, infine, quella relativa ai riscatti pagati ai jihadisti per la liberazione degli ostaggi da tenuti prigionieri, un voce di bilancio sicuramente importante, perché – sulla base di fonti giornalistiche smentite però dal governo di Parigi – solo la Francia nel corso del 2014 per la liberazione di propri cittadini sequestrati avrebbe pagato la somma di 18 milioni di dollari.

Le milizie in Iraq – L’ISIS non è l’unico attore presente sulla scena irachena, dato che esistono altre milizie sia di credo sunnita sia sciita. Per quanto concerne le prime, da tempo sono stati appurati i loro legami con spezzoni o singoli elementi di livello apicale del passato regime baathista, personaggi che dopo la caduta di Saddam sono divenuti oggetto di ricerca da parte delle truppe di occupazione occidentali. Proprio alcuni di essi avrebbero favorito l’infiltrazione dell’ISIS nella confinante Siria. Generalmente opposte a quelle sunnite, le milizie di credo sciita sono invece riunite all’interno di un esercito di mobilitazione popolare proclamato a seguito della chiamata alle armi da parte della più alta autorità sciita irachena, l’ayatollah Ali al-Sistani. La guida religiosa di fronte alla caduta in mano jihadista della città di Mosul, avvenuta nel 2014, chiamò a raccolta tutto il popolo iracheno al fine di preservare l’integrità territoriale del paese, ma a quest’appello rispose quasi esclusivamente gente della sua stessa confessione. (⁵)
La particolarità irachena non andava ovviamente disgiunta dalla quella della Siria, dove dal marzo del 2011 si andavano verificando violente proteste di piazza inscenate soprattutto dalla componente sunnita della popolazione. Anche in questo caso la direzione politica e settaria dello stato risulta fondamentale per la comprensione della situazione locale, che si differenzia da quella del confinante Iraq per la presenza di una maggioranza sunnita governata da una minoranza alawita. La dura repressione da parte delle forze di sicurezza di al-Assad ha condotto alla progressiva emarginazione di tutte le organizzazioni “moderate” che si erano raggruppate sotto le insegne del Consiglio nazionale siriano, una condizione che favorì il sorgere e l’affermarsi di gruppi e organizzazioni di matrice estremista, tra i quali figurò anche Jabhat an-Nusra. Questa organizzazione ha una storia del tutto particolare, in quanto sarebbe stata ufficialmente riconosciuta da al-Qa’eda come sua branca siriana, questo malgrado alcune fonti affermino che in realtà il suo principale leader, vale a dire Abu Mohammed al-Dulani, fosse stato inviato in Siria nel corso della rivolta dal “califfo Ibrahim”, cioè Abu Bakr al-Baghdadi, il capo dell’ISIS. Questo aspetto non escluderebbe quindi che al-Dulani si sia successivamente ribellato ad al-Baghdadi distaccandosene per affiliarsi successivamente ad al-Qa’eda ottenendo così maggiori margini di autonomia. Una lettura storica alternativa che però non muta l’attuale panorama jihadista siriano, dove i gruppi dominanti sono appunto l’ISIS e Jabhat an-Nusra. A seguito della nascita dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS o Daesh) e con la contestuale affermazione del nuovo leader, Abu Bakr al-Baghdadi, trovò affermazione l’idea di un’espansione anche in Siria, dove, favorite dalla crisi in atto, le milizie jihadiste del “califfo” riuscirono ben presto a sottrarre porzioni di territorio al controllo delle forze di al-Assad. (⁶)
A differenza degli altri gruppi terroristici di matrice islamista precedentemente attivi nella regione, l’ISIS si è posto come prioritario l’obiettivo dell’occupazione del territorio, aspetto che aiuta a comprendere le collusioni dei jihadisti con numerosi elementi già appartenenti al deposto regime baathista, uomini che a loro volta si sono strutturati clandestinamente in organizzazioni complesse. ISIS e al-Qa’eda sono organizzazioni dalla natura sostanzialmente diversa: la prima si basa su una realtà territoriale mentre la seconda soprattutto sul modello del franchising. Infatti, la struttura gerarchica dell’ISI è articolata sul modello baathista dei vilayet, quindi del tutto differente da quella di al-Qa’eda, che è invece basata su una serie di cellule terroristiche indipendenti “dormienti” che si attivano senza bisogno di un ordine diramato dal centro. L’ISIS ha contestualmente curato la sua immagine esterna nei termini della comunicazione e della propaganda, favorendo in questo modo l’afflusso di volontari jihadisti, i cosiddetti foreign fighters. Sempre per quanto concerne la comunicazione, nel caso della distruzione dei reperti archeologici è possibile affermare che si sia trattato di un’azione mirante all’ottenimento del massimo della pubblicità sui media. Infine il confronto con l’organizzazione “rivale” nel campo islamista, cioè al-Qa’eda; in questo caso i numeri (dati: ottobre 2014) parlavano chiaro: ad esempio, se venivano presi in considerazione due paesi nordafricani, la Tunisia e il Marocco, dal primo si registrava un afflusso in Siria di circa 3.000 foreign fighters, mentre dal Marocco se ne contavano 2.500, per non parlare poi dei volontari provenienti dai paesi occidentali. All’interno dell’organizzazione erano attivi due livelli principali (un emiro a capo di una regione e uno a capo di un distretto) che, nella realtà dei fatti, si spiavano a vicenda, un retaggio della formazione culturale e professionale dei diversi esponenti baathisti che avevano poi aderito all’ISIS. Spesso il califfato ha istituito dei centri di assistenza (beneficenza) a beneficio delle popolazioni colpite dal conflitto, questo allo scopo precipuo di assumere informazioni riguardo ai leader locali e ai loro possibili punti deboli, una raccolta di intelligence che avrebbe favorito il futuro controllo di quegli stessi territori. Secondo l’US CENTCOM negli ultimi tempi l’ISIS avrebbe perduto il controllo di diversa parte del territorio conquistato in precedenza, circa ¼ del totale. Ovviamente si tratta di stime difficile elaborabili, però è certo che a seguito della battaglia di Tikrit le forze di al-Baghdadi hanno iniziato a perdere progressivamente terreno. In ogni caso l’ISIS ha mantenuto notevoli capacità nel campo militare e in quello della mobilitazione che dopo l’evento bellico di Tikrit gli hanno permesso di esprimere la forza necessaria per sferrare un attacco alla città di Ramadi, colpendo la maggiore raffineria dell’Iraq nel nord del paese.

I combattimenti in Siria - Tuttavia, i relativi successi conseguiti contro l’ISIS in Iraq andavano comunque bilanciati con i rovesci registrati nella confinante Siria.
Nel corso della perdurante permanenza statunitense in Iraq, nella confinante Siria si sono verificate cose che in precedenza non sarebbe stato normale che si verificassero. L’essenza della guerra civile siriana è rappresentata dalla logistica, infatti le vie di alimentazione logistica delle forze governative di al-Assad sono i porti e gli assi viari che si collegano con la capitale. Inversamente, per i ribelli assumono fondamentale importanza i valichi di frontiera. Tra le parti in lotta esistono delle dissimmetrie evidenti e una di esse è quella delle linee di comando, che risultano oltremodo differenti tra loro. La ribellione presenta una molteplicità di espressioni politiche, delle quali l’aspetto più interessante si può forse cogliere nel passaggio dalle concezioni ispiratrici della lotta basate sull’islamismo a quelle più propriamente salafiste. Le milizie salafiste, ritenute più ordinate e difficilmente penetrabili da infiltrazioni esterne, ricevono il sostegno dall’Arabia saudita e dal Qatar, stati del Golfo Persico che erogano loro finanziamenti fornendogli allo stesso tempo materiali d’armamento facendolo pervenire attraverso vari canali e triangolazioni. A differenza dell’Esercito di Liberazione Siriano, che a un certo punto ha iniziato a lamentare scarso sostegno da parte dell’Occidente, le milizie salafiste hanno conosciuto negli anni una fase di crescita in termini di consensi e di forza combattente. È indiscutibile che quella siriana sia una guerra civile combattuta anche per procura, un conflitto perdurante che riflette in pieno il drammatico confronto in atto nel campo islamico, sia di credo sunnita che nel più ampio confronto regionale tra lo schieramento sunnita e la potenza di riferimento degli sciiti, cioè l’Iran. Con la battaglia di Qusayr, sulla scena siriana ha fatto inoltre il suo ingresso anche Hezbollah, il movimento sciita libanese filo-iraniano, che ha schierato la sua milizia combattente al fianco dell’esercito di Damasco, un intervento che in alcune situazione critiche si è rivelato risolutivo per le forze governative in difficoltà. Al momento dell’arrivo dei miliziani hezbollah in Siria se si fosse verificata una completa e ufficiale internazionalizzazione del conflitto questo avrebbe giocato a favore del presidente Bashar al-Assad, che si sarebbe trovato nelle condizioni di giustificare l’intervento massivo delle forze a lui alleate (Hezbollah, appunto, ma anche unità del Corpo dei pasdaran iraniani e financo elementi del Mahdi Army iracheno). (⁷)
Qusayr è uno dei tanti punti di transito attraverso la frontiera libanese che in passato ha consentito alla guerriglia di alimentarsi. Il governo di Damasco ha sempre cercato di interdire i passaggi utilizzati dai ribelli, riuscendovi però soltanto in parte sul versante libanese, mentre diversa è la situazione lungo le altre frontiere. Malgrado si fosse trovato in enormi difficoltà dopo aver subito ripetuti rovesci militari sul campo (ad esempio la caduta di Palmira), il regime damasceno non giunse però sul punto di crollare e manteneva ancora dei margini di consenso interno, un fatto che spiegava in parte il sostegno ancora ricevuto dalla Russia nelle sedi internazionali. Infatti, nonostante tutto Mosca ha perseverato nelle forniture di munizionamento e di carbolubrificanti destinati ai velivoli e ai mezzi militari terrestri impiegati da al-Assad contro le milizie islamiste. Il Cremlino si è visto comunque costretto a ridurre drasticamente la propria presenza militare in Siria, fornendo in questo modo l’impressione di volersi defilare dalla crisi. Lasciando il porto di Tartus la marina russa ha di fatto temporaneamente rinunciato a una fondamentale base navale che li ha costretti – in una fase di impegni non indifferenti nel loro estero vicino – a spostare le loro unità dal Mediterraneo al Mar Nero. (⁸)
Ovviamente il conflitto siriano viene combattuto anche nella sua dimensione “cyber”, che comunque riveste un ruolo ancillare considerato il complesso delle operazioni militari. Internet costituisce un elemento fondamentale sia per la difesa che per l’attacco, dunque non sono stati infrequenti gli attacchi portati alla rete siriana e alle sue vie di connessione con l’esterno. Se l’opposizione e i ribelli per comunicare (oltre a Twitter, facebook e YouTube) hanno utilizzato frequentemente gli sms – tipologia di messaggio individuabile meno facilmente cui hanno avuto la possibilità di fare ricorso attraverso l’uso di comuni telefoni cellulari caricati con carte prepagate acquistate in Giordania e in Libano -, le forze di sicurezza governative (e più in generale il complesso apparato statale di Damasco) per funzionare ha dovuto (e ancora deve) necessariamente connettersi in rete. Ma qui per la Siria è sorto un problema, dato che il paese risulta collegato al resto del mondo mediante quattro bande larghe via cavo in fibra ottica, tre di esse provenienti dal mare che arrivano al porto di Tartus e una che si dipana via terra partendo dalla Turchia. Non stupisce dunque che contro le strutture governative siriane si siano concentrate le attività di cyber warfare. Oltre alle “fisiologiche” attività sistematicamente condotte dalle unità specializzate israeliane, gli attacchi informatici alla Siria sono pervenuti da Anonymous, il noto gruppo di hackers anarco-situazionisti che in passato ha colpito il ministero della difesa di Damasco sottraendo delle informazioni i cui contenuti però non sono stati divulgati. Anche Wikileaks nel 2013 ha messo in luce gli affari con il regime di Assad posti in essere da imprese private e stati (non soltanto europei). Trovatosi sotto attacco, un anno prima (2012) il governo siriano si era visto costretto a “spegnere” totalmente Internet nel paese per quasi ventiquattro ore. In seguito l’esercito di al-Assad ha cercato di prevenire questo tipo di aggressioni cibernetiche costituendo un’unità (divisione) di difesa elettronica dedicata alle attività di propaganda e controinformazione in rete e alle operazioni di ciber-warfare. Queste ultime sono state rese possibili grazie alla fornitura di moderni software di produzione europea, russa e iraniana, che hanno messo i siriani nelle condizioni di sferrare a loro volta una serie di attacchi ad al-Jazeera e al New York Times. Sempre la medesima unità dell’esercito si occupa delle intrusioni utilizzando malware all’interno dei computer di coloro i quali si connettono con la rete siriana, un’attività che consente all’apparato di sicurezza di al-Assad di identificare gli oppositori del regime e poi eventualmente arrestarli. Per comprendere l’importanza di questo genere di operazioni è sufficiente riflettere sul fatto che un efficace attacco informatico che riesca a infettare i computer con dei virus potrebbe portare alla messa fuori uso della rete radar della difesa aerea siriana. La conseguenza sarebbe il blocco a terra dei velivoli di Assad, ma non solo, dato che verrebbe inoltre paralizzato il sistema C2 (comando e controllo), che dipende dalle comunicazioni effettuate attraverso i cavi in fibra ottica che pongono in relazione i “nodi” principali all’interno del paese, con la conseguente sostanziale paralisi operativa delle forze armate, costrette a quel punto a comunicare servendosi di antiquate e inefficaci strumentazioni analogiche.
L’asse attuale del conflitto si sviluppa parallelo alla fascia che separa la costa mediterranea e il Libano da Damasco, per sopravvivere le forze governative devono liberare questi assi di alimentazione logistica, dato che soltanto in seguito si troverebbero nelle condizioni di intervenire in soccorso dei capisaldi più esposti all’azione nemica. Per converso, i ribelli perseguono obiettivi opposti: recidere definitivamente i canali di alimentazione logistica di al-Assad. Ma fino a oggi non hanno dimostrato di possedere piene capacità di conseguimento dell’obiettivo.

Islamisti: gruppi e fazioni – Tornando alle milizie islamiste va comunque considerato che neppure tra gli estremisti più duri e puri è riscontrabile un’unità tra gruppi e fazioni, situazione che rende tutto più complicato sia per gli stessi ribelli e i loro sostenitori, sia per le forze che la ribellione contrastano. Il risultato concreto è che in alcune zone del paese i rivoltosi sono costretti a strane coabitazioni sul campo, una particolarità che diviene più comprensibile risalendo nel tempo agli inizi della crisi, quando nel marzo del 2011 in Siria divamparono le violente proteste contro il sistema di potere degli Assad, scatenate soprattutto dalla componente sunnita della popolazione. A differenza del confinante Iraq, in Siria una maggioranza sunnita viene governata da una minoranza alawita che da decenni mantiene il controllo sullo stato. La dura repressione delle proteste a opera del regime damasceno ha provocato la progressiva emarginazione di tutte quelle organizzazioni, definibili come “moderate”, che erano raggruppate nel Consiglio nazionale siriano. Ma questo ha conseguentemente favorito la nascita di gruppi e organizzazioni islamiste di matrice estremista, tra cui il ben noto Jabhat an-Nusra. Jabhat an-Nusra è una formazione con una storia del tutto particolare, infatti ha ricevuto il riconoscimento di branca locale da parte di al-Qa’eda, malgrado alcune fonti affermino che, in realtà, il suo principale leader sia stato inviato in Siria nel corso della rivolta dal “califfo Ibrahim” (il capo dell’ISIS), cosa che ha fatto pensare che al-Dulani si sia ribellato ad Abu Bakr al-Baghdadi distaccandosene per poi affiliarsi successivamente ad al-Qa’eda. Un riposizionamento che gli avrebbe consentito di ottenere maggiori margini di autonomia, mantenendo al contempo Jabhat an-Nusra all’interno dell’attuale panorama dei gruppi jihadisti emergenti siriani assieme all’ISIS.

Possibili scenari - Quali scenari è possibile delineare? Una delle maggiori potenzialità di contrasto dell’ISIS risiede nella stabilizzazione del quadro politico dei paesi interessati dalla recrudescenza jihadista. In tal senso si registrano segnali positivi in Iraq, dove a seguito delle elezioni dell’aprile 2014 si è assistito a un ricambio generazionale ai vertici dello stato che ha incoraggiato le speranze di una tenuta del compromesso di Erbil, che in parte aveva implementato l’equilibro – e quindi anche la coesistenza – tra le diverse comunità del paese, assegnando a un esponente curdo la carica di presidente della repubblica, a un sunnita quella di presidente del parlamento e a uno della maggioranza sciita quella di premier. Segnali positivi provengono inoltre dal processo di riconciliazione con la minoranza curda (rafforzata da un accordo raggiunto sull’esportazione di petrolio), nonché dalla minoranza sunnita, alla quale sono state prospettate le possibilità di una revisione della legge sulla responsabilità (la normativa che regola la de-baathificazione del paese) e della costituzione di una guardia nazionale formata da milizie sunnite, una forza da impiegare successivamente nell’azione di contrasto dell’ISIS, facendo in questo modo il paio con le note milizie Sa’wa già attive durante l’occupazione militare statunitense. (⁹)
Per quanto concerne il quadro regionale, parte delle responsabilità in ordine alla crisi vanno senza dubbio ascritte a quei paesi del Golfo Persico sostenitori di al-Baghdadi. Prove dirette di finanziamenti all’ISIS da parte di governi ed emirati non ce ne sarebbero, è comunque possibile affermare che diverse organizzazioni private (spesso associazioni caritatevoli di matrice islamica) e privati cittadini di quegli stessi paesi abbiano aiutato i gruppi combattenti jihadisti attivi in Siria e Iraq attraverso flussi di denaro non trasparenti (fino al 2013 erano una consuetudine anche in emirati come quello del Kuwait) e sponsorizzazioni di noti predicatori sunniti che hanno incitato i fedeli al versamento di aiuti finanziari a favore dei fratelli siriani impegnati in combattimento contro al-Assad. Atteggiamenti ambigui hanno caratterizzato il comportamento di importanti potenze regionali come l’Iran e la Turchia: nel primo caso l’aumento dell’influenza delle milizie sciite in Iraq ha creato una serie di problemi andando a sbilanciare i preesistenti equilibri di potere a Baghdad, mentre per il governo di Ankara il fattore discriminante è rimasto quello della questione curda. Lo si è potuto constatare nell’ottobre del 2014 a Kobane e nel caso della concessione della base aerea di Inçirlik agli Usa, con le riserve e le resistenze del premier Erdoğan.
Quali saranno gli effetti dell’espansione dell’ISIS sulla galassia jihadista? Lo sviluppo e l’espansione dello Stato islamico è stato un fenomeno rilevante soprattutto nei contesti mediorientali, in particolare nelle aree di crisi. L’istituzione di diversi vilayat (province) si è verificata più o meno in tutta la regione: a cavallo tra Pakistan e Afghanistan, nella regione del Khorasan, a Jalalabad (dove sono stati compiuti attentati terroristici), nello Yemen (dove sono state costituite le Brigate verdi), nel Sinai egiziano (dove Ansar Bait al-Maqdis è confluita nell’ISIS) e in Libia. Identificare le strutture realmente presenti sul territorio è difficile perché questi gruppi cambiano frequentemente la propria denominazione, cercando al contempo di legittimarsi agli occhi degli altri loro fratelli jihadisti. La competizione con al-Qa’eda non sarebbe cessata, l’organizzazione che fu di Usama Bin laden continuerebbe ad affiliare gruppi e individui attraverso i giuramenti di fedeltà e di sottomissione). Essa si articola attraverso le sue propaggini note come al-Qa’eda nella Penisola arabica, al-Qa’eda nel Maghreb islamico e cosi via. I miliziani di al-Baghdadi finora hanno conquistato tutte aree a prevalenza sunnita e il sistematico terrore che praticano sortisce l’effetto di spopolare queste stesse aree: perché? Se si riflette sulla consistenza della forza combattente dell’ISIS (nel 2014 la CIA la stimava in circa 40.000 uomini) si comprende bene che la rarefazione della popolazione di questi luoghi ne favorisce l’azione di controllo militare e poliziesco. In sostanza: meno opposizione incontrano su quei territori e meglio è, altrimenti per loro l’azione di mantenimento dell’aspetto statuale del califfato risulterebbe molto più difficile. Lo slogan principale di questi jihadisti è “bakia wa’a atamad”, cioè “rimanere ed espandersi” e, nei fatti, l’ISIS ha dimostrato la capacità di mantenere il controllo sulle regioni sunnite conquistate militarmente. E questa è anche una delle ragioni per cui le milizie sciite irachene non sono intenzionate a combattere in zone dove non hanno l’assoluta certezza di vincere. A Tikrit, ad esempio, per debellare l’avversario hanno impiegato un mese e mezzo, però è stato risolutiva l’azione dell’aviazione statunitense, intervenuta dopo una ventina di giorni di combattimenti che non avevano avuto esito. In ogni caso le milizie sciite (assieme ai peshmerga curdi) restano le uniche forze in campo nelle condizioni di opporre risolutive forme di contrasto militare all’ISIS. Al pari degli sciiti, anche ai curdi non conviene andare a combattere in zone a loro ostili, in quanto ritengono invece più opportuno salvaguardare il loro territorio e la loro autonomia con un occhio all’eventuale futura indipendenza. (¹⁰)
Infine un interrogativo riguardo a un aspetto dirimente: per sconfiggere il terrorismo non sono sufficienti i bombardamenti aerei e i droni, perché è necessario anche l’intervento massiccio delle truppe di terra. Ma chi è disposto a combattere questa difficile guerra mandando i propri soldati sul terreno? Gli Usa, attualmente unica superpotenza esistente al mondo, si stanno gradualmente disimpegnando dalle aree di crisi dell’Iraq e dell’Afghanistan), dunque non hanno nessuna intenzione di infilarsi ancora in altre avventure militari. In generale, per l’Occidente è certamente imbarazzante il perseguimento di una politica che concepisce l’intervento in funzione antiterrorismo e che poi manda a combattere le truppe arabe: in questo caso per ottenere risultati concreti non basta addestrare e finanziare delle forze armate alleate e fornirgli il supporto di intelligence. Il disegno “strategico” dell’amministrazione Obama – l’Off-Shore Balancing, cioè il controllo e l’intervento attuato dall’esterno e non direttamente, ad esempio mediante l’impiego di UCAV (Unmanned Combat Air Vehicle, velivoli da combattimento non pilotati) – risulta perseguibile solo se alla base vi è un disegno politico chiaro che gli conferisce coerenza. Al contrario, l’impressione è che l’unica preoccupazione americana sia quella di restarne fuori mantenendo però sulla regione un certo livello di influenza, nella speranza che, oggi le truppe sciite e, magari, domani la neocostituita Guardia nazionale irachena, faranno loro il lavoro sporco. Vero è che, comunque, alla base di questi orientamenti risiedono delle ben precise motivazioni politiche. A differenza di quanto accadeva trent’anni fa, quando per la NATO la minaccia era costituita dal Patto di Varsavia e gli schieramenti contrapposti erano definiti con quasi certezza, al giorno d’oggi nel conflitto in atto nel Medio Oriente la situazione è molto più confusa e quelli che un tempo erano i nemici degli americani oggi combattono al loro fianco. Si tratta poi di una guerra dove le efferatezze vengono commesse a livello industriale, un particolare di non poco conto che impone che a combatterle siano eserciti realmente in grado di farlo, ma una risposta in tal senso possono fornirla soltanto i paesi arabi, anche per pure motivazioni di legittimazione religiosa. Restano quindi quelli che per il momento sono i diretti interessati dal problema, cioè gli arabi. Ma come potrebbero? Al summit della Lega araba di Sharm el-Sheikh vennero poste le premesse per la costituzione di un esercito panarabo, una questione rimasta nel campo delle ipotesi date le enormi differenze di interesse esistenti tra i vari paesi partecipanti: i sauditi nutrono interessi prioritari nella Penisola arabica (segnatamente nello Yemen dove devono vedersela con gli houti sciiti) e in ogni caso sono assorbiti dal confronto con la potenza regionale iraniana; i giordani hanno il terrore dell’ISIS perché se lo sono trovato nel cortile di casa; l’Egitto del generale al-Sisi è concentrato sulla confinante e turbolenta Libia. Esiste poi il non indifferente problema costituito dall’approntamento di una struttura unitaria del genere: come fargli fronte? Facendo affidamento sul Consiglio di Cooperazione del Golfo, che prevede accordi di natura militare tra i propri membri? Una ipotesi difficilmente esplorabile qualora si rifletta, ad esempio, sull’Oman, che si è tirato fuori dall’operazione multinazionale nello Yemen perché teme l’azione di al-Qa’eda nella Penisola arabica, formazione che gravita ai suoi confini e pochi fanno degli sforzi per evidenziare che se si combattono gli zaydi si fornisce ulteriore spazio ad al-Qa’eda. In definitiva, la costituzione di un esercito arabo congiunto, seppure sensata, appare di difficile realizzazione, tanto più che la storia del Medio Oriente è lì a testimoniare i fallimenti di simili progetti, anche di fronte a nemici del calibro di Israele.

Il “califfato” e la comunicazione - La crudeltà delle azioni compiute in questa guerra possono essere lette in funzione analitica: intanto significano che al-Baghdadi e i suoi si sono tagliati i ponti alle loro spalle e a questo punto o vinceranno o periranno; per averne un riscontro basterà riflettere sulla sorte dei jihadisti fatti prigionieri dalle truppe irachene dopo la battaglia di Tikrit (la stessa tragica fine che a loro volta fecero i prigionieri dell’ISIS). Ovviamente le estreme crudeltà commesse svolgono una importante funzione mediatica: esse devono spaventare chi le osserva e non ne è abituato (principalmente la pubblica opinione occidentale, ma non soltanto). A cosa si va incontro se non si pagano i riscatti chiesti dai jihadisti? Alla rappresentazione del terrore eseguita mediante la decapitazione degli ostaggi, immediatamente amplificata dagli odierni mezzi di comunicazione di massa, Internet in primis. Una efficace operazione psicologica che tende a imprimere nelle coscienze delle opinioni pubbliche sia occidentali che islamiche l’immagine di una invincibilità e onnipresenza del “califfato” di al-Baghdadi, che contribuisce ad aumentarne la fama (al riguardo ostaggi occidentali sono stati assassinati anche al di fuori di Syraq, ad esempio recentemente un turista francese è stato decapitato in Algeria).

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(¹) Ahmad Fadil al-Hilayla (o Fadil Nazzal al-Halayla), meglio noto come Abu Musab al-Zarkawi abbandonò la scuola all’età di diciassette anni divenendo un piccolo criminale nella sua città di origine, Zarqa, in Giordania. Sempre a Zarqa lavorò per circa due anni nel locale municipio, fino al momento della sua partenza per l’Afghanistan per combattere con i mujahidin contro gli occupanti sovietici. Ala fine della guerra ritorna in Giordania, dove nel 1993 viene arrestato e condannato a quindici anni di reclusione per il reato di detenzione di armi. Non sconterà interamente la pena, in quanto beneficerà di un amnistia venendo scarcerato nel 1999, ma gli anni del carcere saranno quelli della sua formazione ideologico-religiosa, improntata all’islam più radicale. In seguito trascorre vari periodi di militanza in Afghanistan, poi, nell’ottobre 2000, viene condannato in contumacia per la sua implicazione nell’attento contro il Radisson Sas Hotel di Amman e per altre azioni terroristiche compiute sempre nel territorio del Regno hashemita ai danni di cittadini stranieri, soprattutto statunitensi. Alla metà del 2001 viene segnalato ad Herat, dove riceve dei finanziamenti per mezzo dei quali avrebbe reclutato dei mujahidin giordani e palestinesi da far giungere nell’emirato islamico del mullah Omar. Dall’Afghanistan fuggirà prima del crollo del regime talebano e l’anno successivo cumula un’ennesima condanna per l’omicidio del cittadino statunitense Lawrence Foley, assassinio commesso nella capitale giordana. Arriva in Iraq nel 2002 e a questo punto la sua vicenda si confonde tra ombre, misteri e contraddizioni, dato che in poco tempo diviene il leader dell’organizzazione Jama’at al-Thawid wa al-Jihad (Comunità per l’unità e il jihad), formazione ritenuta dagli americani legata ad Ansar al-Islam e ad al Qa’eda (celebre il discorso di Colin Powell al Consiglio di sicurezza dell’Onu nel corso del quale il segretario di stato Usa citò con enfasi proprio al-Zarkawi legando il terrorista alle armi di distruzione di massa ritenute in possesso dal dittatore iracheno Saddam). Per quanto riguarda i principali punti di discussione avuti con Usama Bin Laden, è possibile affermare che le diversità di vedute vertevano sulla dimensione settaria dell’organizzazione del giordano, dato che Bin Laden si sarebbe dimostrato cauto nell’ordinare attacchi contro gli sciiti, a differenza di al-Zarkawi, che invece si è sempre dimostrato del tutto drastico, un retaggio che l’ISIS si è portato dietro.
(²) Il picco massimo degli attentati terroristici contro obiettivi civili venne registrato nel 2014, quando si raggiunse la cifra di quasi 17.000 vittime.
(³) Al-Shemi riuscirà a fuggire dall’Iraq e trovando rifugio dapprima in Qatar e successivamente in Turchia, paese dove risiede tuttora. Il 9 settembre 2012 un tribunale iracheno lo condannerà poi alla pena capitale.
(⁴) Nel 2014 a cadere per prime nelle mani degli jihadisti del gruppo furono le città di Ramadi e di Falluja.
(⁵) L’ayatollah Ali al-Husayni al-Sistani, al pari di numerosi altri esponenti del clero sciita, apparteneva alla corrente quietista, un scuola teologica che sosteneva la necessità per il clero di mantenere separata la sfera religiosa da quella politica, questo per evitare corruzioni. L’ayatollah al- Sistani, religioso più rispettato dagli sciiti iracheni, per altro nato in Iran, ha sempre preso le distanze dalla dottrina politico-religiosa della confinante Repubblica islamica ed è stato ispiratore di una nuova generazione di religiosi moderati che non si pongono in linea con i dettami del principio della guida suprema (velayat-e-faqih) applicato in Iran dall’ayatollah Khomeini dopo la Rivoluzione del 1979. A differenza di altre importanti famiglie sciite irachene che tradizionalmente esprimono religiosi delle gerarchie teologiche, quella di al-Sistani decise di rimanere nel proprio paese nonostante le feroci repressioni del regime baathista di Saddam.
(⁶) Secondo alcuni nato a Samarra nel 1971, al-Baghdadi (che quindi dovrebbe farsi chiamare al-Samarrai) ha studiato all’università di Baghdad proseguendo in seguito nella sua formazione teologica. Arrestato dagli dai militari statunitensi nel 2004 e successivamente detenuto a Kirkuk, venne poi rilasciato nel dicembre dello stesso anno. In questo caso gli americani commisero un altro dei loro gravissimi errori che ancora oggi vengono pagati, basti pensare che dal 2010 al-Baghdadi è stato inserito nella lista dei più pericolosi terroristi ricercati redatta dal Dipartimento di Stato e su di lui pende una cospicua taglia in dollari. Nel giugno del 2014, dopo la conquista della città di Mosul e la conseguente istituzione del “califfato”, è stato proclamato califfo col nome di Ibrahim.
(⁷) In Iraq le milizie sciite si sono riunite nel già citato Comitato di liberazione popolare (al-Asht al-Shabi), guidato da un leader di Kataeb Hezbollah, al-Mohandis, che è uno dei più intimi collaboratori del generale Kassem Suleymani, a sua volta comandante delle forze al-Quds, unità paramilitari di Teheran preposte alla proiezione esterna della Repubblica islamica nella regione. Suleymani è stato notato ripetutamente sui fronti di guerra iracheni insieme ad al-Mohandis e anche ad Adi Alamiri, comandante delle milizie dell’organizzazione Badr. È innegabile quindi che il ruolo iraniano sia preminente. Combattenti iraniani sono presenti anche in Siria, teatro operativo dove alcuni ufficiali generali di Teheran hanno perso la vita (uno di essi colpito dall’aviazione israeliana), non va inoltre dimenticato che in Siria contro l’ISIS combattono anche cospicue aliquote di miliziani libanesi di Hezbollah.
(⁸) Alcuni segnali della persistente solidità del regime di Damasco si erano avuti già nell’autunno del 2012, quando nel corso dell’assedio di Aleppo – importante città popolata anche da una corposa minoranza cristiana – apparve chiaro che le forze ribelli, in particolare Jabhat an-Nusra, non sarebbero state in grado di occupare il centro urbano, limitandosi più a forme devastanti di terrorismo che a impensierire i difensori con i rischi di un vero e proprio assedio. In zone come quella, dove l’esercito non riusciva a mantenere il controllo del territorio, le unità di Assad si concentrava nelle principali città formando dei capisaldi difficilmente espugnabili dai quali i ribelli non riuscivano a espellerli. Naturalmente tutto questo risultava (e risulta tuttora) possibile fino a quando al-Assad riuscirà a mantenere aperte le vie aeree di alimentazione logistiche.
(⁹) Non sono in pochi a ricondurre buona parte delle responsabilità in ordine all’attuale situazione irachena nella persona di Paul Bremer, il “proconsole” per l’Iraq del presidente statunitense George Walker Bush. Infatti, quando Bremer fece il suo arrivo nel paese arabo dopo la sconfitta di Saddam emise a breve, uno dietro l’altro, due disposizioni: con la prima espulse dalle strutture dello stato iracheno tutti coloro che avevano aderito al partito Baath (ma nell’Iraq di Saddam tutti quelli che lavoravano nell’amministrazione pubblica, a tutti i livelli, ne erano stati iscritti), il secondo sortì effetti forse ancora peggiori, dato che sciolse l’esercito e i servizi di sicurezza preesistenti. Di colpo, per effetto di queste decisioni circa 700.000 iracheni si trovano senza lavoro, una cifra che andava correlata alla situazione in essere nei paesi arabi, dove per cultura e conformazione sociale un nucleo familiare nella maggioranza dei casi dipende economicamente dal capofamiglia che lavora; dunque, a conti fatti, altri due o tre milioni di persone nel dopo-Saddam, quasi tutte sunnite, vennero a trovarsi dall’oggi al domani in una condizione economica estremamente disagiata. Abu Musab al-Zarkawi, non avrebbe fatto altro che approfittare della situazione per appropriarsi del diffuso risentimento popolare e cavalcare quindi la protesta contro gli americani, ovviamente scagliandosi anche contro la componente sciita. È noto come agli inizi degli anni Novanta il regime di Saddam abbia tentato di acquisire gradi di legittimità sul piano religioso attraverso un’apertura che ha portato ai primi contatti tra baathisti ed esponenti religiosi iracheni, non esclusi i salafiti. Nel corso della fase di ricambio generazionale questi contatti hanno favorito l’ascesa di alcuni elementi del regime all’interno di formazioni come al-Qa’eda nell’Iraq. Eliminato dalla scena al-Zarkawi, questi soggetti si sono trovati improvvisamente a occupare ruoli di potere e di responsabilità che gli hanno successivamente consentito di avanzare loro specifiche pretese. Successivamente lo scettro del comando della rivolta e passato nelle mani dei personaggi apparsi sulla scena irachena: al-Masri, al-Baghdadi e infine il “califfo” Ibrahim al-Badr. Nel corso della serie di contatti che ebbero luogo presso una sede diplomatica della capitale si tentò di trovare una soluzione che permettesse di non estromettere dal processo pseudodemocratico iracheno i sunniti, che avevano sì gestito in maniera anche crudele il potere nel periodo del regime baathista, ma che in ogni caso rappresentavano otre il 30% della popolazione e, cosa non da poco, avevano detenuto la stragrande capacità militare nel paese. A questi negoziati (ai quali parteciparono a vario titolo diversi soggetti di vari paesi: diplomatici, uomini dei servizi segreti e militari) si investì del potere Allawi, che entro certi limiti rappresentò una soluzione al problema. Egli, forte dell’aiuto ricevuto dal generale americano Petraeus – che a quel tempo in Iraq sopraintendeva a tutti i programmi di addestramento di ricostituzione delle forze armate irachene, con scarsa fortuna peraltro, dato che a Washington non si fidavano degli sciiti e quindi non gli fornivano le armi – sembrò per un certo periodo rappresentare un modello di integrazione che le autorità di Baghdad cercarono naturalmente di consolidare. Tuttavia questo modello andò presto in crisi, prima con la presidenza di al-Jaafari, poi, definitivamente, con al-Maliki. Quando l’unico collante che riusciva precariamente a tenere uniti i sunniti con il resto del paese non ebbe più effetto derivarono tutte le conseguenze negative. Dopo l’eliminazione fisica di al-Zarkawi, avvenuta a Bakuba nel 2006, prese avvio un processo d’involuzione: al-Maliki (sciita) accentuò le sue politiche oltranziste ponendo fuori da ogni contesto legale i sunniti, che di risulta si calarono mani e piedi nell’opposizione. È proprio in questa fase che al-Baghdadi strinse i legami con alcuni uomini del passato regime baathista che si trovavano alla macchia saldandosi con loro.
(¹⁰) Per quanto riguarda il Kurdistan iracheno le ambiguità di Ankara risultano in parte ancora imperscrutabili: favorirne l’autonomia apparrebbe incomprensibile, a meno che i turchi non mirino a esportare un problema (leggi: fattore di instabilità) in un altro paese, nel caso di specie il confinante Iraq; una ipotesi che verrebbe avvalorata dall’accordo raggiunto con il PKK nel 2013, che favorì la pace in Turchia al prezzo di un travaso dei miliziani di Öcalan nel vicino Kurdistan iracheno. Quella volta lì il primo ministro in carica a Baghdad, Nuri al-Maliki, protestò ufficialmente con Erdoğan anche di fronte alla evidente instabilità dei fragili equilibri in atto tra le diverse componenti curde.