OZ FS 036 – AAA AMI CESMA Aerospazio, Difesa e industria (Roma, Casa dell’Aviatore, 16 giugno 2016) – PRIMA PARTE

OZ FS 036 – AAA AMI CESMA Aerospazio, Difesa e industria (Roma, Casa dell’Aviatore, 16 giugno 2016) – PRIMA PARTE

 

 

OZ FS 036 – AAA AMI CESMA

Aerospazio, Difesa e industria

(Roma, Casa dell’Aviatore, 16 giugno 2016)

  • PRIMA PARTE

 

   GIOVANNI SCIANDRA (generale, presidente nazionale Associazione Arma Aeronautica) – Buongiorno, come Associazione Arma Aeronautica ho il piacere di dare il benvenuto a una così nutrita e qualificata assemblea. Oggi tratteremo un tema che ritengo sia molto importante e di estrema attualità: il tema dell’Europa e dell’industria aerospaziale europea.

Un grazie particolare al signor Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica militare, il generale Vecciarelli, che con la sua presenza non solo ci onora, ma vuole rimarcare anche l’importanza, la stima e la fiducia che l’Aeronautica militare ripone nell’Associazione Arma aeronautica e, in particolare, quest’oggi nel nostro centro studi, il CESMA, che sta veramente facendo una grande opera per, non solo far conoscere ai nostri soci, ma soprattutto al grande pubblico e, in maniera particolare, uno dei settori ai quali l’Associazione Arma Aeronautica e il CESMA si stanno dedicando è quello dei giovani. Quindi presenza presso le scuole, cicli di conferenze particolarmente dedicate ai giovani, in modo da stimolare in loro una certa attenzione e far loro comprendere l’importanza che in una moderna società, in un paese avanzato come l’Italia, ha il settore aerospaziale. Naturalmente i miei ringraziamenti vanno anche agli sponsor, che sono qui elencati, senza il cui supporto è facile comprendere, malgrado l’apporto che tutti i nostri soci, che in maniera sempre più massiccia e convinta, e io devo dire anche in modo veramente professionale, contribuiscono e rendono possibili le nostre attività, ecco, senza il sostegno dei nostri sponsor potremo fare veramente molto molto di meno.

Un grazie ai conferenzieri, che ancora una volta hanno accettato il nostro invito e che, con il loro contributo di pensiero, arricchiscono il nostro lavoro e il lavoro del CESMA. Vorrei anche ringraziare la direzione della Casa dell’Aviatore, che ci ospita e ci fa veramente sentire a casa nostra.

Ho detto all’inizio che il tema che verrà trattato oggi è importante e di estrema qualità. Un paio di ricordi: quando ero giovane, quando frequentavo le scuole medie mi ricordo che tutti gli anni ci veniva assegnato un tema su che cosa pensavamo dell’Europa, quindi era un modo per stimolare il nostro interesse ma anche un chiaro indice dell’importanza che la nostra nazione attribuiva a un tema così importante; quando ho frequentato il corso della Scuola di Guerra mi ricordo che uno dei testi principali su cui venivamo sollecitati a riflettere era “L’idea d’Europa”, un classico. Non adesso cosa sia… certo, io ho dei nipoti che adesso cominciano le scuole medie e ho chiesto a loro, proprio ieri, «ma che temi vi hanno dato? Vi hanno dato dei temi sull’Europa?», no; «ma avete avuto delle lezioni? Delle conferenze?» no. Non mi ricordo, non mi pare. Questo è un po’ l’indice del momento particolare che stiamo attraversando: ci sono molte crisi – crisi finanziarie, abbiamo le crisi dell’emigrazione, crisi economiche – ma io penso che la principale crisi che stiamo attraversando è una crisi di identità. Veramente sembra che abbiamo un po’ perso il senso di quello che siamo stati, di quello che siamo, ma soprattutto di quello che vorremmo essere nel futuro, e quale è la società, il sistema politico, il modo di relazionarci con gli altri che vogliamo affidare ai nostri figli.

Quindi io sono veramente orgoglioso che il nostro CESMA abbia organizzato in un momento così particolare una riflessione, perché di questo si tratta, su questo importante argomento, incentrato naturalmente sul settore aerospaziale dell’industria, ma la vastità e l’importanza del tema son certo che le questioni verranno trattate a 360 gradi. Quindi ancora grazie per la vostra presenza e, naturalmente, auguro a tutti di trarre, se non altro degli utili spunti di riflessione sulla situazione e su dove speriamo tutti possiamo andare. Grazie.

 

INTRODUZIONE DEI LAVORI - Signor Capo di Stato Maggiore e gentili ospiti, vi porto i saluti del generale Nazzareno Cardinali, direttore del CESMA nonché presidente della Sezione CESMA Giulio Douhet, che non ha potuto partecipare in quanto in convalescenza a seguito di un leggero intervento chirurgico, e noi, ovviamente, gli auguriamo una pronta guarigione ho accennato al fatto che il generale Cardinali è anche presidente della Sezione CESMA Giulio Douhet, quindi per coloro che ancora non ne fossero a conoscenza preciso: in seno all’Associazione Arma Aeronautica di recente è stata creata la Sezione CESMA Giulio Douhet, con autonomia amministrativa, organizzativa e operativa, e sarebbe il “braccio operativo” del CESMA per poter rendere più flessibile l’attività che il CESMA porta avanti.

In quanto al tema di oggi, il tema dell’Europa non è nuovo per il CESMA, già un mese fa abbiamo avuto qui una conferenza del generale Vincenzo Camporini che ci ha parlato dell’Unione dal punto di vista politico. Oggi scendiamo un po’ nello specifico: parliamo di Difesa. Come aveva accennato il generale Sciandra, la crisi economica ha determinato un’inversione di tendenza nel senso che, prima si parlava poco o quasi per nulla di Difesa europea, una volta che dal 2007 al 2014 i bilanci della Difesa di tutti Paesi dell’Europa occidentale hanno subito un decremento – secondo il Military Balance dell’ordine del 4-6% annuo – tutti sono corsi ai ripari con due soluzioni. La prima, più a lungo termine, della Difesa europea, la seconda è quella di riorganizzare le proprie forze secondo lo schema “fare di più con meno”. A parte che questo concetto del fare di più con meno richiederebbe un approfondimento specifico – e, probabilmente, ci ritorneremo nella seconda parte del corrente anno -, il fatto principale che molti temono è che dal 2015-16 in poi il MIlitary Balance prevede un’inversione di tendenza, quindi i bilanci militari stanno cominciando a ricrescere. Forse non in Italia, ma in altri paesi sono cresciuti parecchio, soprattutto nei Paesi dell’Europa orientale. Quindi questo fa temere che il tema della difesa comune possa di nuovo venir meno o affievolirsi. Io credo che questo non avverrà, perché credo che ormai sia necessaria, solo che la difesa comune non vuol dire mettere insieme tutto quello che abbiamo e così abbiamo risolto il problema, perché naturalmente è un processo complicato di integrazione e di collaborazione che non può prescindere da una componente fondamentale, che è la componente industriale, e proprio di questo parleremo oggi, dell’industria dell’aerospazio. Ovviamente ve ne accennerà il generale Panato, che in qualità di coordinatore del CESMA per la politica militare ha ideato e organizzato questo convegno. Passo a una breve presentazione del generale Panato, sarà molto sintetica, il generale panato, ovviamente, ha frequentato l’Accademia aeronautica col Corso “Ibis”, ha iniziato la sua carriera alla III Aerobrigata di Villafranca, successivamente è passato al Reparto sperimentale di volo (prima come sperimentatore poi come comandante), successivamente ha comandato il VI Stormo di Ghedi, vicecomandante dell’Academia aeronautica, Capo Ufficio del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, consigliere militare presso la rappresentanza permanente italiana al Consiglio atlantico di Bruxelles, comandante della Divisione Caccia “Drago” con sede a Milano, Sottocapo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, vicedirettore del SISMI e dell’AISE, direttore dell’impiego del personale militare dell’Aeronautica e quindi, nel gennaio del 2013, ha concluso la sua carriera come presidente del Centro Alti Studi della Difesa (CASD).

 

   STEFANO PANATO (generale, coordinatore CESMA per la politica militare) – Io avrò il piacere oggi di coordinare le attività di questo convegno e quindi vi ringrazio anticipatamente della pazienza con cui seguirete le diverse attività.

Una piccola notazione. Nel clima di brexit che si respira in questi giorni qualcuno potrebbe domandarsi: ma che senso ha parlare di sicurezza e di difesa europea? Qualcun altro potrebbe obiettare che sono, in effetti, argomenti molto specialistici, argomenti “di nicchia”, ecco, io non la penso così e credo che anche voi condividerete questa mia visione. La disaffezione che affligge l’Europa a mio modo di vedere dipende anche dagli inceppamenti e dalle difficoltà che ha incontrato la costruzione della dimensione europea della Difesa. Quindi, secondo me è utile focalizzare la nostra attenzione in un convegno, ed è quello che facciamo oggi.

Un’altra notazione di metodo. La Difesa e la sicurezza europea, ovviamente, non è solo aerospazio, ma nasce da un concetto più allargato e tocca altre attività: spazio economico, spazio legislativo, regolamentazione del movimento delle persone sul territorio degli Stati e cosi via. Ovviamente parlare di tutto questo non avrebbe richiesto il convegno di un giorno, ma forse di una settimana, quindi non si poteva fare e allora come scelta metodologica abbiamo deciso di focalizzare l’attenzione sull’aerospazio. L’aerospazio non è comprensivo di tutto, ma siamo consci che è stata fatta una scelta e una scelta parziale. Ci sono delle ragioni per le quali l’aerospazio è stato scelto: la prima è che come opzione militare è fra le più appetibili per il decisore politico quando affronta il problema dell’impiego della forza militare, e qui non ci stiamo a dilungare su questo; la seconda è la caratteristica intrinseca dell’aerospazio, che è high tec, quindi richiede grandi investimenti ma ha grandi prospettive di ricaduta nei diversi settori della società. E questo è in linea con il progetto dell’Unione europea Orizzonte 2020, che parla di innovazione e stimolo. Quindi, voglio dire, ci sono una serie di ragioni per cui pur avendo il focus molto ristretto merita di discuterne in una giornata, ed è quello che faremo oggi. Lo faremo con questo convegno e inizieremo mettendo un po’ i puntini sulle i, chiarendo quale è il contesto politico-militare nel quale la dimensione europea della Difesa si sta sviluppando. A fare questo saranno i due key note speaker che sono al tavolo con me, il professor Darnis e il generale Cont, che poi presenterò nel dettaglio. Successivamente ci sarà la sessione dedicata a come rinforzare la dimensione industriale dell’aerospazio in Europa. Dopo colazione, una sessione conclusiva sarà dedicata alle aziende. Sentiremo il punto di vista delle aziende, ne abbiamo selezionato un certo numero che sono rappresentative sia della grande industria sia delle piccole e medie imprese (PMI). Sentiremo da loro cosa si sta facendo, cosa l’Europa fa e cosa potrebbe fare. Quindi, questo è il programma della giornata, abbiamo selezionato un numero importante di relatori, che ringrazio per aver accettato l’invito e per essere qui già da ora. Io credo che l’apertura del convegno non poteva vedere personalità più qualificata del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, quindi con questo spirito, e con i ringraziamenti per averlo qui con noi, io pregherei il generale Vecciarelli di introdurre il convegno. Grazie.

 

ENZO VECCIARELLI (generale di squadra aerea, capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica militare) – Gentili signori, signore, amici, è un piacere essere qui. È la prima volta che partecipo da Capo di Stato Maggiore a un convegno organizzato dal CESMA, vi ringrazio per l’impegno che profondono in questa attività quale think tank a connotazione specificatamente aerospaziale e quindi condivido con voi il mio pensiero su un tema così importante: il difficile cammino verso l’Europa della Difesa e il caso dell’industria aerospaziale.

Lasciatemi dire che, come cittadino europeo e come militare europeo davanti a un tema di questo genere provo profonda tristezza. Profonda tristezza perché l’Italia, paese fondatore, quindi come cittadino parte di una comunità che crede fermamente nell’Europa, vedere la china che abbiamo intrapreso da qualche tempo a oggi non mi rallegra. Qualche giorno fa, in audizione in Commissione Difesa congiunte di Camera e Senato, mi sono trovato a trattare un argomento analogo e, in quella circostanza, ho sottolineato che non siamo certamente noi militari a non essere pronti, casomai chi non è pronto oggi è la politica. Ma la politica non lo è mai stata pronta. Ci sono stati appuntamenti importanti con la storia, voglio ricordare due date che fra l’altro si intrecciano tra di loro con numeri che danno un senso, a mio avviso significativo: l’11 settembre 2001 e il 9 novembre del 1989. Di questa seconda data ci ricordiamo che è caduto il Muro di Berlino… ma detta in americano fa più effetto, quindi nine eleven and eleven nine, che si intreccia bene come cosa. E noi abbiamo fatto finta che nulla fosse successo, che il mondo potesse andare avanti così come lo avevamo reimpostato alla fine della Seconda guerra mondiale. Quindi, questa esigenza di Europa, che inizialmente era per mettere buoni gli spiriti di tanti paesi che fino ad allora erano stati belligeranti tra di loro, tanto da portare l’Europa all’autodistruzione, sembrava per tutti che poterci mettere attorno a un tavolo a parlare da grandi amici, e ognuno coltivare i propri interessi e sviluppare le proprie economie potesse essere sufficiente.

Abbiamo mancato un altro appuntamento, che avrebbe potuto farci riflettere soprattutto noi specialisti, noi tecnici: vi ricordate? Nel 1989 crolla il Muro di Berlino e, per chi era ancora in servizio, noi vedemmo sparire immediatamente dalle basi tedesche tutta una quantità di aeromobili che era la salvaguardia della sicurezza allora intesa come capacità di limitare le attività dei due blocchi, quello orientale e quello occidentale. Ma mentre i nostri amici americani pochi anni dopo riuscirono a fare delle grandi innovazioni, delle grandi riforme organizzative, strutturali e soprattutto nel mondo della Difesa, noi facemmo finta, come militari prima e come società industriale dopo, che nulla fosse accaduto e che si potesse andare avanti così come si era impostato il discorso qualche anno prima. E così, voglio ricordare a tutti quanti voi, a un certo punto, sempre in un novembre, ma del 1993, successe una cosa in America che avrebbe portato – a seguito della presa di coscienza che non esisteva più la contrapposizione e che forse i soldi per la Difesa potevano essere spesi da qualche altra parte, temi ricorrenti anche oggi –  William Perry, in una notte che viene ricordata come la notte dell’ultima cena, darà luogo a una revisione strutturale dell’industria americana attraverso una serie di acquisizioni e fusioni che porterà a un numero che non ricordo, ma facciamo di 40-50 entità industriali, a 4-5 grandi entità industriali. Ma noi in Europa continuiamo a far finta che tutto questo non è necessario e che noi possiamo continuare a goderci e a ripartirci questa fetta di soldi statali che vengono dati alle proprie industrie nazionali con una metodologia di inefficienza, spreco, probabilmente a produrre sistemi inefficaci, e lo continuiamo a perpetrare fino ai nostri giorni. Senza che questo venga preso a riferimento da chi è il master dell’industria della Difesa dei singoli paesi e si pensa ancora oggi di poter continuare su questa china.

Le stesse riflessioni valgono per i militari, che godono delle loro posizioni e continuano a far finta che tutto possa andare avanti ancora per chissà quanti anni, considerando che l’Aeronautica possa vivere in eterno a sé stante, la marina a sé stante e l’Esercito a sé stante. E questo in alvei nazionali, quando invece è evidente che una possibilità di interazione, sia a livello nazionale, ma poi internazionale, non possa che apportare benefici in tutti i settori, a iniziare da quello operativo. Perché il militare, innanzitutto vuole, oltre che dei sistemi efficienti ed efficaci, vuole garantirsi l’interoperabilità con quelli che ha definito i propri alleati e con i quali, probabilmente, si troverà a fare la guerra – se del caso -, o comunque a fare operazioni congiunte, magari anche dall’altra parte dell’Atlantico. E ci abbiamo provato a mettere le mani a questa industria che per tanto tempo è stata definita della Difesa, industria della Difesa e dell’Europa.

Innanzitutto ci dobbiamo porre la domanda di cosa stiamo parlando, di quale Europa? Se l’Europa è quella che stiamo vedendo oggi, quindi se non c’è una volontà politica, ha ancora senso parlare di quello di cui si sta parlando oggi? Ovvero, la soluzione ai nostri problemi dovremo cercarla in casa nostra o dovremo andare a portarla fuori da queste mura in un dibattito allargato a livello politico? Ammesso che la politica abbia interesse, oggi come oggi, a parlare di questi temi. Eppure le minacce non sono cambiate, anzi sono aumentate e, per noi del fianco sud, ce le abbiamo alle porte di casa, quindi sembrerebbe che questi temi siano di attualità. Tuttavia, la triste realtà è che vediamo questa sovranità nazionale portata all’esasperazione ancora in un dibattito europeo inesistente che si riflette poi sulla gestione della cosa militare, sulla Difesa, come un problema marginale che potrà continuare ancora chissà per quanti anni nel vecchio modo che abbiamo visto attuato fino a oggi.

La soluzione ci è stata già indicata, qualcuno ci ha pensato già dal 1993. A mio avviso appare evidente che tutti gli anni che perderemo, oltre quelli che abbiamo perso, da oggi in avanti non faranno che acuire ancora di più la problematica. E non vorrei auspicare di ritrovarci in questa stessa sala, magari tra dieci anni, a riparlare dello stesso problema. Perché nella mia carriera ho avuto anche la sfortuna di entrare a parlare di questi argomenti qualcosa come dodici anni fa, e stiamo facendo oggi la stessa conferenza di dodici anni fa, mentre, probabilmente, qualcun altro prima di me lo aveva già fatto venti anni prima. È drammatica la situazione. Non c’è speranza, a meno che non si voglia cambiare veramente, a iniziare da noi. E fatemi dire, che per responsabilità istituzionale sto dicendo quello che sto dicendo. Dovremmo prendere coscienza di cosa siamo e di cosa dovremmo essere per poter attuare quel cambiamento di cui tante volte abbiamo parlato ma non siamo riusciti mai a mettere in pratica.

Io penso che i soldi, quindi i finanziamenti che arrivano al budget della Difesa, o arrivano con un obiettivo diverso oppure è bene che non ce li diano proprio. Io mi accontento di quello che ho se l’obiettivo non cambia, se io devo continuare a fare quello che faccio lo farò e tenterò di farlo bene con quello che mi viene affidato. Se l’obiettivo del mio Paese e dell’Europa vuole essere un altro, più ambizioso, allora sì: ecco, siamo pronti a cambiare tutti insieme?

Per cambiare tutti insieme dobbiamo mettere le mani all’industria della Difesa, dobbiamo essere coscienti che la competitività è quanto mai oggi una necessità. Dobbiamo mettere in conto che probabilmente saranno necessari per rendere efficiente il sistema industriale europeo delle fusioni a livello internazionale, multinazionale europeo, delle acquisizioni. E quantomeno, da cittadino di un paese come l’Italia direi che la nostra industria dovrebbe essere pronta a questa sfida, così come avrebbe dovuto essere pronta dieci o quindici anni fa. Ma più il tempo passa più vedo calare la capacità di influenzare il processo che si presenterà sicuramente prima o poi all’orizzonte e vedo anche la difficoltà di determinare le regole del gioco.

Quindi io vi auguro buon lavoro, vorrei tanto potermi ricongiungere a voi alla fine di questa giornata, perché nella mia testa è chiaro cosa dovremmo fare, ma ci dovrebbe essere la volontà di tutti noi, anche quella di rischiare e di rischiare il posto di lavoro. Sapendo già che, probabilmente, se devo efficientare il sistema ci metteremo a rischio noi, oggi, ma sono sicuro che lasceremo un’eredità significativa di efficienza e di efficacia, di senso, ai nostri figli. Io vi ringrazio e buon lavoro.

 

   STEFANO PANATO (generale, coordinatore CESMA per la politica militare) – Ringrazio il generale Vecciarelli per le riflessioni e per la franchezza e il realismo con cui ha posto sul tavolo tutta una serie di questioni che cercheremo di discutere in questa giornata, tra cui anche il grande tema della riorganizzazione industriale del comparto della Difesa, a livello nazionale e a livello europeo. Ovviamente ci sono dei trade-off, ci sono dei limiti quanto ad accorpare e a come accorpare, ma questo ce lo spiegheranno i relatori che seguiranno nella giornata. Quindi, grazie generale Vecciarelli per il suo stimolo.

Entriamo adesso nel vivo del convegno definendo il quadro contestuale nel quale la dimensione europea della Sicurezza e della Difesa cresce o sta cercando di crescere. Il primo relatore, che ci fornirà un orientamento di ordine politico sul progetto, è il professor Jean Pierre Darnis, che è qui alla mia destra. Egli è direttore del programma di Sicurezza e Difesa dello IAI, l’Istituto affari internazionali di Roma, che – lo dico io – è il centro principale di riflessione politica che esiste in Italia, su questo non ci sono dubbi. Egli è professore associato e direttore del master in lingue e affari internazionali presso l’Università Nizza-Sofia-Antipolis, ha conseguito un dottorato in scienze umane all’Università di Parigi X Nanterre e scrive per il quotidiano “Il Foglio”. Quindi: professor Darnis, a lei la parola.

 

   JEAN PIERRE DARNIS (direttore del programma di Sicurezza e Difesa dello IAI) – Grazie generale, ringrazio il CESMA, ringrazio le autorità presenti, per me è veramente un onore, ringrazio particolarmente il generale Panato per l’invito e l’intelligenza e l’amicizia che ci fa il CESMA nel coinvolgere non soltanto me stesso, ma lo IAI in generale nelle vostre manifestazioni.

Ho questo compito, non dico difficile, ma un po’ arduo di iniziare la giornata. L’Europa della Difesa… allora, io vorrei dare qualche elemento positivo: partiamo con il bicchiere, come dire, mezzo pieno piuttosto che mezzo vuoto. L’Europa della Difesa esiste, esiste istituzionalmente, esiste una Politica di Difesa e di Sicurezza Comune, che è stata creata dal 1999, e dal 1999 ci sono state ben venti operazioni condotte sotto questo “cappello” dell’Unione europea. Quindi, se uno poi va a vedere, appunto, in un modo un po’ rigoroso esiste questa politica. Ha avuto degli effetti, certamente nel complessivo delle organizzazioni militari presenti nell’Unione europea e delle operazioni questo può essere visto, certo, come un bicchiere mezzo vuoto, perché la proporzione è bassa, ma non significa che non ci sia una rendita.

Che cosa possiamo osservare? Io cercherò piuttosto di farvi… voi siete persone molto esperte e non vorrei rifarvi la storia dell’integrazione europea e della Difesa, ma alcuni trend recenti che secondo me possono essere interessanti per nutrire la nostra riflessione odierna.

E allora: è in crescita e in evoluzione il quadro delle minacce. Questa è una cosa molto importante, si vede in modo molto chiaro nei documenti più recenti, io farò particolarmente riferimento al Libro Bianco italiano del 2015. Si vedrà, ovviamente, nel futuro summit della NATO tra qualche settimana, la preoccupazione sia per il fianco sud, molto sentita in Italia, ma anche per la richiesta di rinforzo chiesta dai Paesi più a Est sulla frontiera esposta alla Russia. Questi sono due trend molto importanti, militari, che richiedono delle risposte diverse, ma che in termini di politica di Difesa stanno apparendo. È ovvio che, ad esempio, il vertice della NATO fornirà alcune risposte, si parla della presenza di brigate NATO nei Paesi baltici e anche in Polonia. Si parlava di brigate, questa era la richiesta iniziale, poi ovviamente alla fine – da quanto ci viene detto – saranno soltanto alcuni battaglioni, però battaglioni internazionali dispiegati in quei luoghi. Quindi, risposte che comunque ci saranno.

Abbiamo però delle divergenze, non soltanto nella percezione di minacce e di rischi che sono veri – i rischi di  una Russia post-Crimea sono veri, i rischi di una instabilità nel fianco sud sono sotto gli occhi di tutti – però abbiamo ulteriori divergenze legate alla capacità di intervento. Negli ultimi anni possiamo osservare nei paesi dell’Unione europea delle divergenze tra paesi interventisti, io metterei la Francia e il Regno unito sotto questo cappello, e paesi non interventisti come Germania e Italia. Ovviamente capite e, scusate questa mia velocità nell’esporre, con tutto il rispetto per la legittimità sia di quelli interventisti che di quelli non interventisti, però, di fatto, possiamo constatare che alcuni paesi hanno ultimamente attraverso il loro strumento militare posto in essere degli interventi di proiezione delle forze, forti di un sistema politico-decisionale che ha facilitato questo tipo di cose anche agli occhi dell’opinione pubblica, mentre altri paesi hanno una costituency politica diversa, molto più prudente, direi a ragione tra l’altro. Questo però, di fatto crea una problematica perché, in qualche modo, due paesi che usano questo strumento militare e, nel contesto europeo, uno strumento militare piuttosto funzionante come quello britannico e quello francese, non han no una visione politica dell’uso dello strumento militare diverso da latri partner estremamente importanti come la Germania e l’Italia. Io mi scuso poi per il fatto che non entrerò nella lista dei vari piccoli paesi sui quali si potrebbe discutere, tuttavia questa semplificazione magari ci aiuta. Tornerò a parlare della Germania dopo, perché secondo me è un punto molto interessante anche per il futuro.

Alcuni colleghi e le Istituzioni europee stanno preparando la EU Global Strategy, l’Alto Rappresentante Mogherini presenterà a breve questo nuovo piano, questa nuova visione, è molto importante anche lì la capacità di presentare minacce e soluzioni. Certamente questa Global Security Strategy sarà una visione “mista”, dove i vari strumenti, anche civili, della Commissione potranno essere coordinati in una visione di tutela e di efficienza maggiore della sicurezza. Come sempre in queste questioni, la parte militare della Commissione rimarrà un po’ più defilata, “alla finestra”, anche se presente, però certamente gli Stati membri tuttora tengono a una sovranità molto forte sulle questioni della Difesa, e quindi non si lascia più di tanto spazio. Però questa Global Security Strategy è certamente un documento importante in un contesto del genere.

Abbiamo parlato stamattina della brexit, è davvero paradossale vedere che oggi girano, negli ultimi mesi, nell’ultimo anno, nelle ultime settimane, delle idee su un possibile rilancio della cooperazione europea nel settore della Difesa a livello politico. Dietro questa idea un po’ vaga che cosa troviamo? Alcuni ritengono che la brexit, o il brexin, comunque questa forte questione che arriva dal Regno unito potrebbe costituire un’opportunità politica: dopo questa scossa, e senza che l’esito sia per me scontato, alcuni paesi potrebbero dare una risposta. Intanto è molto curioso e significativo osservare che in questa campagna degli anti-europeisti inglesi, la stampa – credo il “Financial Times” – qualche mese fa ha preso a pretesto la Global Strategy, elaborata sotto la guida di Federica Mogherini, per fare dei lanci di stampa dove si affermava che “l’Europa stava preparando un esercito europeo”. Allora, per chi segue queste questioni quell’articolo ha fatto sorridere, magari con amarezza, perché ovviamente nessuno sta preparando un esercito europeo, è un dato di fatto, perché nessuno lo sta pensando e inoltre un vero esercito integrato non è una cosa che si può pianificare adesso, nelle  condizioni politiche attuali. Però è anche molto significativo che il campo degli anti-europeisti inglesi si siano appigliati a questo aspetto per attaccare in qualche modo l’idea di Europa: “…questi stanno preparando un futuro militare di cui noi non avremo più le redini”.

Che idee girano attorno a questa Difesa europea? Allora, girano idee apparentemente su un asse Parigi-Berlino, quindi Francia e Germania. Va notato che la Germania, come al suo solito è un paese molto serio, molto organizzato, c’è una crescita non soltanto del budget – perché questo è stato accennato, la ripresa delle spese militari in Germania – ma c’è anche una crescita dell’interrogativo politico relativo ai compiti dello strumento militare tedesco. Ovviamente lì abbiamo una ritorno della percezione di una minaccia sul fronte orientale, che è forte, e anche sull’efficientamento del sistema difensivo tedesco, e qui a breve avremo la presentazione del libro bianco sulla Difesa tedesco. Già alcuni colleghi tedeschi lo stanno commentando, noi stessi siamo coinvolti in dibattiti su cosa ci si possa aspettare, e in modo molto serio avremo a breve un documento programmatico tedesco, che anche lì individuerà le minacce e, semmai, delle linee politiche. I tedeschi facendo questo pensano in modo europeo, certamente essendo un paese molto fedele alle Istituzioni europee secondo me la visione tedesca sarà molto all’interno della visione attuale, cioè della PESC che ho già citata all’inizio.

A Parigi, per quanto io possa dialogare con alcuni colleghi e amici parigini, la visone sarebbe – come dire – un po’ più politica di un’Europa della Difesa, insistendo su dei punti pragmatici e programmatici al di là delle Istituzioni, ma questa è una chiara abitudine francese. Però si torna a riparlare di un comando militare internazionale europeo con un quartier generale, si torna a parlare di una cellula di pianificazione militare europea. Ecco, quindi capacità in quel senso, ovviamente con delle clausole di opzione per i paesi che non volessero partecipare. Quindi abbiamo quest’idea che sta tornando nei dibattiti di un “nucleo duro” dei paesi leader, il problema è che per alcuni il nucleo duro viene interpretato lungo l’asse franco-tedesco, alcuni – ad esempio in Italia – parlano di “paesi fondatori”, quindi la Germania, la Francia, l’Italia, i Paesi Bassi e il Belgio, qualcuno aggiunge la Repubblica ceca, insomma: io ho visto vari documenti girare con queste geometrie variabili. Il problema della questione del nucleo può essere certamente una forma di rilancio politico, dove il problema è la coerenza con la coesistenza di questo nucleo, cioè di sapere fino a che punto sarà veramente “duro”. Perché dentro questo nucleo duro, come ho delineato, persiste il problema della coesistenza di paesi con concezioni diverse dell’uso dello strumento militare.

Tutto questo adesso mi porta a darvi alcune idee sull’industria della Difesa, che è proprio l’argomento di questo convegno. L’Europa della Difesa è sempre stata vista seguendo quello che noi analisti chiamiamo il paradigma funzionalista, quindi l’idea che l’integrazione della Difesa doveva essere anche il preludio all’integrazione dell’industria e che potesse poi trascinare verso una maggiore integrazione anche politica, e anche un’integrazione delle capacità, ma non vorrei con questo rubare la parola a Stefano Cont. Questo però è un paradigma che ha funzionato in moltissimi mercati europei – certamente il funzionalismo è alla base della costituzione dell’Unione – ma sulla Difesa in modo un po’ ingenuo non si è tenuto conto di una serie di problematiche. Anche l’idea dell’ottimizzazione degli investimenti e dell’efficientamento della spesa, insomma, voi tutti conoscete questa vecchia idea che l’Europa complessivamente spende la metà del budget statunitense, però che l’efficienza nella produzione in termini di Difesa è nettamente inferiore a questo 50%, cosa che spesso viene affermata quando si iniziano ad affrontare queste questioni. Dentro questa logica abbiamo visto negli anni Novanta un importante consolidamento industriale: i grandi gruppi hanno ricercato la competizione a livello mondiale, questa constatazione riguardo alla riorganizzazione del mercato statunitense al quale, per certi versi, avrebbe corrisposto una riorganizzazione del mercato europeo. L’idea basava sul presupposto che per certe categorie di “prodotti” bisognasse possedere una massa critica, quindi una capacità di investimenti e di forte presidio sulle filiere tecnologiche per rimanere competitivi, non soltanto dal punto di vista economico e industriale, ma anche da un punto di vista strategico. Quindi il dominio di una tecnologia che rimanga superiore all’avversario che si intende contrastare. Quello che però vorrei dire è che questa logica va bene, ma si è scontrata in Europa con delle logiche di spese pubbliche tutrici delle sovranità nazionali, con dei clienti, le forze armate, che molto spesso compravano – e tuttora comprano – dalla loro industria nazionale, seguendo logiche di natura politica anche di paesi che, ad esempio, hanno degli azionariati pubblici in aziende industriali del settore Difesa, cercando magari di condizionarne la produzione restando attenti a delle logiche politico-sociali. In America, lo sapete tutti, che per alcuni programmi vengono prescelte certe aziende – che so, ad esempio perché ha uno stabilimento in Texas piuttosto che in California – per effetto dell’azione di una lobby pro-Texas. Nel bellissimo sistema americano, comunque, la lobby politica dei senatori delle costituency esiste. Esiste anche in Europa. Quindi, chi ha interesse a uno stabilimento che si trova a Tolone in Francia, piuttosto che a Genova in Italia, oppure in Germania, fa anche il suo mestiere di politico, viene eletto e rieletto anche per questi motivi. Allora, queste cose che si verificano anche negli Usa, che viene spesso presentato come esempio, si verificano anche in Europa, in Europa però il problema è che sono frammentate perché ci sono delle sovranità nazionali ancora molto forti su questi argomenti. Quindi, io non è che dico che questo sia il miglior sistema del migliore dei mondi, però è necessario stare un minimo attenti a usare l’esempio americano come una cosa che sarebbe, come dire, ontologicamente perfetta: no, purtroppo stiamo facendo ancora la stessa cosa degli americani. È un paradosso questo, però è vero. Certamente sarebbe bene essere capaci di superare l’esempio americano e di uscire da alcune logiche politiche e territoriali per poter incentivare l’efficienza del mercato. Anch’io ho qualche idea su questo aspetto, però andiamoci un po’ piano intellettualmente su questo, perché lo sforzo è notevole.

La Commissione europea ha iniziato a lavorare con due direttive del 2009 sul mercato della Difesa, sull’accesso dei beni della Difesa ai mercati pubblici, sugli appalti e sul trasferimento di tecnologie. In questo caso sono due le cose importanti – e io qua citerò il mio, più che collega, anche mentore, Michele Nones dello IAI, che su queste direttive ha avuto un ruolo intellettuale e politico – possiamo constatare oggi che l’applicazione di queste direttive non ha dato gli esiti che si speravano. Paradossalmente, anche se queste direttive sono state adottate dgli Stati membri, quindi con un consenso politico europeo molto forte, dopo la loro adozione c’è stata una relativa rinazionalizzazione, la Commissione stessa si è mostrata molto timida nell’irrogare sanzioni ai Paesi che non si adeguano ai regimi definiti da queste direttive e quindi questo regime non funziona – se posso fare un gioco di parole – a pieno regime, ma lo strumento esiste. La dialettica fra la sovranità e l’allargamento delle basi di mercato quindi esiste.

Per superare questa questione, credo – e questo sarà commentato da persone molto più autorevoli di me anche questa mattina – bisogna anche prendere in considerazione l’evoluzione tecnologica. Abbiamo un’accelerazione del progresso tecnologico essenzialmente civile, il vecchio paradigma valido fino a qualche anno fa che vedeva la ricerca in campo militare superiore a quella civile è ormai completamente rovesciata, questo però genera dei trend abbastanza dirompenti che pongono degli interrogativi su questa vecchia idea di “massa critica” nell’investimento, perché vediamo attori nell’economia spesso presentata come nuova – usando il termine americano new economy, new technology e new space – degli investitori che posseggono delle reali capacità finanziarie ma che comunque entrano nei mercati con squadre molto più ridotte in termini di massa, di expertise, di “numeri umani” che alcune aziende del settore. Un aspetto da prendere in considerazione perché si tratta di un altro dei paradossi che potrebbe farci riflettere: dobbiamo ancora mirare ad avere dei grossi gruppi europei in grado di esprimere una massa critica, oppure bisogna ricercare una snellezza e una competitività che si esprima anche in sistemi locali come poli di ricerca e distretti? So che nel programma di questo dibattito è previsto l’intervento di diversi egregi personaggi che tuttavia non presentano ormai la scala giusta tra ricerca, investimento e tecnologia. Ovviamente la risposta non è certo univoca, dipende dai settori – lo so bene, non faccio il finto ingenuo -, ma non ho il tempo di parlarne per varie ore, comunque è certamente molto interessante porsi questo problema in questa dialettica europea, seguendo la traccia delle Direttive dell’Unione europea del 2009 su questa idea dell’efficientamento del mercato, magari riconsiderando questi sistemi.

Alcune cose velocissime. È molto importante l’azione preparatoria sulla ricerca duale lanciata dalla Commissione europea, ma questo è un argomento che verrà sviluppato da un mio collega più tardi, l’assenza di programmi comuni europei è un dato di fatto molto preoccupante, questo va rilevato e richiamato all’attenzione, molto interessante però secondo me – e qui, in questi tempi di europei di calcio, faccio un assist a Stefano Cont – la pianificazione e la convergenza delle esigenze capacitive fra i diversi europei. Il fatto che – lo vediamo anche dai vari “libri bianchi” presentati – stia uscendo la Strategia europea di sicurezza della Mogherini, secondo me, rappresenta un segnale estremamente interessante, perché è ovvio che sulla condivisione di documenti che descrivono minacce e strumenti si possono poi costruire delle visioni capacitive comuni.

Con questo concludo e vi ringrazio per l’attenzione.

 

   STEFANO PANATO (generale, coordinatore CESMA per la politica militare) – Grazie al professor Darnis. Attualmente le novità interessanti all’orizzonte speriamo che si concretizzino, abbiamo capito anche che il modello americano può essere un riferimento, però fino a un certo punto, perché deve essere tradotto nella realtà europea, nella storia dell’Europa, nella storia dei Paesi dell’Europa.

 

DOMANDA – Non è stato citato il problema nucleare: vorrei chiedere quale è la sua opinione in merito alle differenti visioni che possono scaturire dalle diverse capacità degli attori in campo. Ovviamente mi riferisco, da una parte a Francia e Gran Bretagna, dall’altra parte a tutti gli paesi. Grazie.

 

   JEAN PIERRE DARNIS (direttore del programma di Sicurezza e Difesa dello IAI) – Allora, se posso dare una risposta brevissima: per me il problema nucleare non è un problema di politica industriale comune europea, è esattamente un problema strategico e politico, ma secondo me non entra nel convegno di oggi dove il titolo che mi è stato dato era sull’Europa e l’industria della Difesa. Quindi il problema nucleare rimane negli arsenali francese e britannico e a mio avviso non ha un impatto sull’industria europea, se non indiretto, ma non diretto. Poi, in altri luoghi sarò felicissimo di parlare con lei delle problematiche inerenti alla dissuasione atomica autonoma all’interno dell’Europa, è un dibattito molto vasto, però adesso nei pochi minuti che mi sono dati non vorrei entrare nell’argomento, che molto spesso è come un elefante in una stanza… per noi francesi, che allo IAI avevamo un generale in pensione che aveva ricoperto incarichi di alto livello che affermava che gli italiani non parlano di dissuasione nucleare: io sorridevo e dentro di me pensavo che forse fanno bene. La mia è una battuta, altri si interrogano sul tema. È un dibattito importante che rimane per il momento congelato: lasciamolo magari congelato per la resilienza.

 

DOMANDA – La mancanza di programmi europei comuni nel settore Difesa merita un’attenta riflessione, perché c’erano i programmi comuni: avevamo l’Eurofighters, abbiamo avuto l’NH-90, abbiamo avuto anche i programmi per la Marina militare italiana. E allora, i primi a divergere da questa politica sono la Francia, ovviamente, che non ha mai partecipato in maniera molto collaborativa ai programmi europei, e l’Italia, anch’essa, che ha deciso di comprare degli aerei americani invece di andare sulla linea di upgrading degli Eurofighter, seguita dalla Germania e dall’Inghilterra, che sarebbe stata la soluzione ottimale. Cosa ne pensa lei?

 

   JEAN PIERRE DARNIS (direttore del programma di Sicurezza e Difesa dello IAI) – Scusate se sorrido, perché allo IAI ho iniziato a lavorare nel 1999 e questi dibattiti li abbiamo sempre fatti e abbiamo anche delle ricerche sulla scelta relativa all’F-35, e ho avuto tantissime occasioni di partecipare o seguire dibattiti. Che cosa posso dire? Che una volta la Francia faceva degli aerei, ad esempio il Jaguar con l’Inghilterra, che era una macchina – voi lo sapete perché siete molto più esperti di me – che è stata molto utile. Quindi c’è stata un’occasione mancata, tutti lo dicono, poi tutti si rinfacciano la responsabilità. Certamente è stata un’occasione mancata all’epoca la non partecipazione francese al programma Eurofighter, e chiudo lì. Parliamo del futuro: sì, il Neuron, l’UCAV europeo esiste ed è una cosa interessante, però gli esperti ci vengono a spiegare che magari il futuro europeo non sarà quello degli UCAV ma sarà comunque di aerei pilotati. Quindi si pone la questione del rinnovo di alcune macchine, per esempio i Tornado tedeschi – questo dovrebbe essere detto esplicitamente nel futuro libro bianco – e l’acquisizione di macchine nuove. Si apre dunque un nuovo scenario. L’unica cosa  che vorrei dire è che mi auguro che queste cose supportino future collaborazioni europee… e chiudo qui.

 

   STEFANO PANATO (generale, coordinatore CESMA per la politica militare) – Grazie e andiamo avanti. Abbiamo delineato il quadro politico nel quale la costruzione della Difesa europea si sta muovendo, sentiamo adesso qual è il quadro politico-militare. A parlarci di questo è il generale Stefano Cont, che attualmente è Capo dell’Ufficio della politica militare presso il Gabinetto del ministro della Difesa. Egli è laureato in scienze aeronautiche, in scienze internazionali diplomatiche e in scienze politiche e militari, è stato fra l’altro comandante del LXI Stormo dell’Aeronautica militare. Generale Cont, a lei la parola.

 

   STEFANO CONT (generale di brigata aerea, consigliere per la politica militare del ministro della Difesa) – Grazie. Ringrazio ovviamente il CESMA e il generale Panato per questa opportunità che mi è stata data di poter presentare un punto di situazione abbastanza aggiornato, diciamo a qualche giorno fa, su quelle che sono le attività e le iniziative che si sta portando avanti a livello nazionale e a livello europeo per il traguardo del cammino dell’Europa della Difesa. Europa della Difesa che, come tutti saprete, è un obiettivo abbondantemente tratteggiato nell’ambito del Libro bianco nazionale del 2015, ma che richiede un percorso che non è semplice e che è irto di ostacoli sia di natura politica, ma anche ostacoli di natura tecnica. Vorrei porre alla vostra attenzione alcuni punti per poi fare un quadro della situazione: dove siamo, cosa stiamo facendo.

Innanzitutto un primo punto è che l’integrazione delle Difese europee è sicuramente un punto di arrivo, un obiettivo che è sicuramente molto lontano nel tempo, molto lontano almeno fintanto che la situazione è come è in questo momento. Ci si è provato tante volte, ci si è provato anche in maniera forte e non si è mai riusciti ad arrivare a un consenso politico, senza il quale è inutile pensare di poter fare una reale integrazione a livello europeo, per cui si è cambiata strategia. A livello europeo adesso si parla di prospettiva futura di un’Europa per la Difesa, ma non si parla più di integrazione degli strumenti militari in termine strutturale, cioè in buona sostanza mettere a sistema tutto. Si parla di fare un passo in avanti rispetto alla interoperabilità, che è sicuramente il primo gradino che deve essere raggiunto per consentire quantomeno di operare insieme quando si vuole operare insieme, e la strategia che si è scelta è quella di arrivare a una progressiva interdipendenza. Si parte dal concetto che è riconosciuto da tutti gli Stati, che vuole che ogni singola realtà nazionale non è più in grado da sola di poter affrontare, gestire e risolvere il problema della sicurezza e difesa del proprio territorio in maniera autonoma. Non lo è perché non ha più le potenzialità economiche, industriali, tecnologiche, anche di manpower, cioè di personale rispetto a una realtà mondiale che vede la dimensione dei grandi aggregati o delle grandi nazioni essere premiante in termini di capacità di espressione della soddisfazione delle necessità dal punto di vista industriale, della ricerca e dei volumi finanziari. Ecco quindi che l’interdipendenza diviene prodromica alla progressiva specializzazione, ovvero, ogni nazione deve cercare di posizionarsi in aree dove risulta più forte e su quelle aree concentrare le proprie risorse in modo tale che in una struttura futura sia in grado di fornire un contributo maggiore a un’azione comune. E questo è un punto molto importante che, vedremo, ha un risvolto grande anche a livello di natura industriale perché, ovviamente, questo porterà a delle scelte: non è più possibile avere a livello di ogni nazione un’industria per la difesa o una struttura per la Difesa che sia realmente a 360° in ogni settore. Perché? Perché le risorse non sono più sufficienti per fare in questo modo. Bisogna abbandonare tutto? No, esistono diverse soluzioni che si possono adottare e che poi vedremo dopo come ci stiamo orientando.

L’altro punto importante di cui bisogna tener presente quando si parta di azioni concrete verso l’Europa della Difesa è che, per sua natura, tutto quello che è fatto a livello europeo – o meglio: tutto quello che l’Unione europea può fare – sono solo quelle cose che espressamente vengono previste dai trattati o dalle decisioni dei capi di stato e di governo che l’Unione europea possa fare. Cioè, in buona sostanza, l’Unione europea e le sue istituzioni non ha autonomia nel rinvenimento di aree di lavoro al di fuori di quelle che sono espressamente citate nei trattati. Poi ci sono gli escamotage. Faccio un esempio molto pratico: a livello di trattati non è previsto, non solo non avere una Commissione Difesa a livello di Parlamento europeo, ma non è previsto neanche avere una riunione tra ministri della Difesa a livello europeo, infatti, i ministri della Difesa a livello europeo si riuniscono in maniera informale, e da queste loro riunioni informali – per esempio – non escono le decisioni relative all’impiego di forze nelle missioni internazionali, che vengono approvate da Commissioni che sono previste dal Trattato di Lisbona, per cui, normalmente, è la Commissione Esteri che approva le missioni internazionali della Difesa. Addirittura dalla Commissione per l’Agricoltura, se non ricordo male, ne è stata approvata una delle ultime, questo per dire come la dimensione Difesa a livello europeo, prima di parlare di integrazione della Difesa non si è neanche riconosciuta in maniera statuale a livello delle istituzioni stesse europee. E la Commissione Difesa, che poi in realtà non è una Commissione Difesa presso il Parlamento, è una sottocommissione, è una derivativa di un’altra commissione cui si è dato questa denominazione, ma in realtà non ha i poteri di una commissione vera e propria né la possibilità di esercitare quella forza propulsiva. E questo è un fattore di cui va tenuto conto perché cosa si fa come strategia per poter andare avanti in maniera molto lenta e molto difficile a livello europeo? Si procede per progressivi inserimenti in agenda di punti – usando anche eufemismi a volta anche abbastanza interessanti dal punto di vista semantico – per consentire alla dimensione Difesa di trovare una sua progressiva evoluzione.

E da qui parto, perché parto per parlare di quello che a livello politico-militare è stato ed è il piano di azione per la Difesa europea, cioè il cosiddetto EDAP, o European Defense Action Plan. Parto da questo per arrivare poi ai contenuti. Ci sono voluti tre anni di piccoli inserimenti nelle varie comunicazioni, nelle varie decisioni a margine dei capi di stato e di governo per riuscire a mettere in piedi una struttura, un percorso che potesse portare a identificare delle forme per favorire l’integrazione delle Difese europee o, quantomeno, a rendere più efficiente il percorso di convergenza delle Difese europee nel tempo. Si è partiti addirittura con una comunicazione che sembrava quasi “più industriale” che legata alla Difesa, diretta verso un più efficiente e competitivo settore della Difesa e della Sicurezza – ovviamente sempre nominati insieme in un tutt’uno – che è del 2013. Dopodiché, con tutta una serie di valutazioni e implementazioni della Commissione europea si è arrivati al “punto cardine” e anche a un’azione abbastanza forte fatta durante il nostro semestre di presidenza in collaborazione con altre nazioni, si è arrivati alla fine del 2015, quando è stato dato all’Alto Rappresentante Mogherini di predisporre una nuova Global Strategy. Anche qui, guardate, non legata ai temi della Difesa, cioè, si è detto che la strategia che era stata fatta nel 2003 era manifestamente fuori dal mondo, fuori dalla storia e che quindi c’era la necessità di andare a riaffermare la dimensione strategica globale dell’Unione europea quale attore globale di un mondo che cambia. In questa ottica avremo alla metà di quest’anno, penso verso il mese di luglio, dopo sicuramente la parte della brexit, l’uscita di questa Global Strategy sulla politica estera e di sicurezza dell’Unione europea. Penso che se vi aspettate di trovare un capitolo dedicato alla parte Difesa europea chiaro, esplicito, che dia degli obiettivi resterete ampiamente delusi, perché la dimensione Difesa, anche in questo documento che uscirà e che è ancora coperto da grande segreto e attenzioni particolari – perché ovviamente ci sono numerose sensibilità da parte di molte nazioni – è un documento che ancora una volta alza un po’ di più la palla per poterla schiacciare, ma in realtà non compie un reale passo in avanti per il settore che è di nostra competenza, quello della Difesa. Ma lascia aperta la possibilità, che è già nelle cose da fare, di andare a definire un vero e proprio libro bianco della Difesa nel quale si andrà a esaminare la dimensione della sicurezza internazionale e della difesa in termini un pochino più strutturali e un pochino, forse, più direttivi verso quello che vorremmo noi nel futuro.

Quindi siamo tutti fermi? No. In realtà no, perché, come diceva Jean Pierre prima, per poter andare a definire un percorso di integrazione sia militare sia industriale il cardine è di far convergere progressivamente quelle che sono le esigenze. Perché sono le esigenze operative che danno il la all’eventuale convergenza delle soluzioni operative da adottare e quindi, ovviamente, alla parte dei programmi industriali da sviluppare e, quindi, alle collaborazioni e, quindi, alla progressiva integrazione anche a livello di programmi di cooperazione europea. Se non vi è una convergenza di intenti, cioè di capacità che si vogliono raggiungere, queste capacità non sono nient’altro che legate a degli obiettivi che le singole nazioni, o l’Unione europea a livello globale vuole raggiungere in termini di sicurezza internazionale e Difesa. Il che vuol dire mettersi d’accordo su quali sono le aree prioritarie di intervento, quale è la tipologia di interventi prioritari che si vuole fare al di là di quelli che sono più o meno necessari, vuol dire rendersi conto dove gravitare, perché ovviamente i settori sono tantissimi e, anche in questo caso non si riesce a gravitare su tutti i settori o, almeno, con la stessa priorità. Per fare questo a livello di questo Action Plan si è scritto a fine del 2015 uno scoping paper, che in realtà è un documento che cerca di rendere operativa questa dimensione della Difesa europea, andando a identificare proprio quello che stavo cercando di dire: quali sono le aree prioritaria all’interno delle quali dobbiamo cooperare per dare un’accelerazione verso la parte europea, verso la parte dell’integrazione.

Loro ne citavano, in buona sostanza, otto grandi direttrici di riferimento. La prima era quella della sicurezza degli approvvigionamenti – poi entriamo nel dettaglio perché come Italia ci siamo concentrati su quattro di queste otto direttrici – che poi in realtà le comprendono un po’ tutte se vogliamo, che poi sono le linee d’azione che noi stiamo cercando di portare avanti a livello interministeriale, perché non è un’attività esclusivamente della Difesa, e che saranno “il cuore” della spinta propulsiva nazionale per fare in modo che questo documento si vada a concretizzare, si metta sintonia e costituisca anche la base di quelle che potrebbero essere i documenti successivi, sia quello capacitivo – che uscirà probabilmente dall’European Defense Agency (EDA) – sia del Libro bianco, che dovrebbe essere in discesa della strategia globale europea. Quindi ci sono tre diversi filoni che convergeranno in un unico contenitore di scopo per poter arrivare a definire le way ahead.

Il secondo punto dopo la sicurezza degli approvvigionamenti è quello dell’accesso al mercato. Un mercato che è chiuso ai livelli nazionali e che non garantisce la possibilità di poter avere interrelazione, e qui mi riferisco alla famosa Direttiva del 2009: se ovviamente l’85% dei programmi vengono sviluppati non nel rispetto della Direttiva del 2009, dopo che sono passati un bel numero di anni beh… qualche problema c’è.

Il terzo punto è quello dello sviluppo della competitività. E qui, se vogliamo dire, non solo l’Italia, ma molte nazioni a livello europeo affermano che per loro il concetto generale è quello di cercare di fare in modo – in un contesto nel quale gli investimenti si vanno riducendo notevolmente – che quelle poche risorse disponibili vengano impiegate per ottenere quello che gli serve e non semplicemente di mettere in piedi iniziative che costano molto, che hanno una dimensione di scala tutto sommato molto piccola e che non rendono quelle capacità di cui si ha bisogno. Quindi bisogna riequilibrare – ed è quello che ci dicono – quello che è il necessario occhio verso la salvaguardia e lo sviluppo della parte industriale con le esigenze operative, ottemperando a ben determinati requisiti, altrimenti non servono a niente. Allora – citando il Capo di Stato Maggiore che ha parlato prima di me – è meglio che non me li date questi soldi per avere cose che non mi servono.

Quarto punto: l’innovazione. Se non c’è innovazione è inutile. Con i concetti legacy si può andare avanti qualche anno, poi i mercati a livello globale progressivamente li perdiamo tutti perché chi innova si troverà in difficoltà all’inizio, ma poi naturalmente sul lungo termine vincerà. L’altro è la ricerca, che ovviamente è legata alla parte innovazione. Lo spazio, come unico elemento capacitivo che è stato identificato come prioritario in questo scoping paper, proprio come uno degli elementi “core” e poi l’approccio cosiddetto multidimensionale, che vuol dire dual-use e che vuol dire come gestire le problematiche degli offset in generale, o il superamento degli offset in generale a livello delle varie nazioni. Il dual-use nasce da un lato dal riconoscimento che la dimensione civile in molti settori tende ad avere addirittura cicli di avanzamento tecnologico direi anche di gran lunga superiori di quelli della parte militare, ovviamente con caratteristiche diverse, nel senso che non hanno altre qualità che hanno i sistemi militari, però l’innovazione è molto forte e genera strumenti che possono essere a disposizione di opponenti con i quali i sistemi tradizionali, con il ciclo di evoluzione dei sistemi tradizionali militari, ci possono far trovare gli strumenti militari definitivamente in difficoltà rispetto a chi utilizza questi sistemi nuovi. Dall’altro lato vi è anche una possibilità, un’opportunità molto forte perché il dual-use ci condente di ampliare il bacino delle risorse disponibili per sviluppare programmi che hanno sì interesse militare, ma hanno sicuramente un interesse a livello civile.

Di tutte queste attività l’Italia ha deciso di concentrarsi principalmente su quattro punti, che sono poi il “cuore” di quello che noi intendiamo e sul quale si potrebbe poi approfondire nella giornata odierna. Il primo è il tema degli incentivi fiscali e finanziari: qui non è un segreto, se si vuole dare effettivamente impulso alla struttura industriale e a quella della ricerca e dell’innovazione nell’ambito della Difesa bisogna dare degli incentivi. È molto difficile dare degli incentivi di natura generalizzata, però si sta cercando di trovare delle forme di incentivi – per esempio per i programmi che sono strettamente correlati al soddisfacimento di esigenze operative europee, e non quindi nazionali – attraverso forme di esenzione fiscale, oppure degli incentivi sotto forma di investimenti nei piani di sviluppo pluriennali in termini di ricerca. Per dire: il mercato della Difesa europeo non può accedere alla Banca europea degli investimenti (BEI), che è una cosa, se vogliamo, un po’ folle, perché? Perché la BEI è una banca “etica” e in quanto tale rifiuta di finanziare qualunque cosa che l’end user sia un dicastero della Difesa. Sembra una cosa assurda eppure è così. E si sta cercando di trovare qualche ricerca… la tecnologia, la sua base non è né Difesa né civile! La tecnologia è tecnologia, quindi con questo concetto del dual-use si sta cercando di trovare vie e modi per aprire una mentalità che a livello europeo, purtroppo, si è consolidata nel trentennio passato con un certo, quasi… siamo onesti… fastidio, ogni volta che si sentiva pronunciare la parola Difesa.

Quindi il punto della ricerca è l’altro grosso punto che noi a livello nazionale vogliamo portare avanti e ci sono già delle aperture, in particolare nell’ambito delle attività che verranno fatte nel corso dell’anno ci sono delle risorse dell’Unione europea destinate esclusivamente alla ricerca. Si sta parlando di poca roba, 50-80 milioni di euro, che a livello europeo sono una bazzecola, però per il concetto di cui parlavo prima, cioè che si entra un po’ di sguincio e poi ci si siede un po’ più larghi, questo è il percorso che si sta cercando di avviare per aprire alla possibilità di far sì che il comparto della ricerca e dell’industria europea della Difesa possa trovare una sua collocazione nell’ambito delle strategie europee stesse.

L’ultimo punto, che è legato proprio all’identificazione delle capacità di cui si ha bisogno – e che dovrebbe essere il driver anche per la parte industriale per dire dove andare a concentrarsi nel prossimo futuro – è quello delle key strategics activities. Si deve arrivare a concordare a livello più ampio europeo – e noi abbiamo fatto la nostra proposta a livello nazionale e stiamo ancora individuando nell’ambito della cosiddetta strategia industriale per la Difesa quella che sono le aree per noi strategiche in termini capacitivi e, quindi, anche di capacità industriali – là dove si vuole andare effettivamente a investire perché dà prospettive di ritorno e di affermazione e là dove, invece, non siamo nelle condizioni migliori per portare avanti questo processo e, dunque, cercare di trovare un modo di riconvertire o, meglio, di riorganizzare queste risorse frazionate verso un numero più limitato di risorse.

E io mi fermerei qui per dare spazio a eventuali domande.

 

DOMANDA – Volevo riprendere il punto del generale sul lentissimo progresso con cui l’Europa si sta facendo carico degli aspetti della Difesa, anche dai commenti che ha fatto il capo di Stato Maggiore poco prima. Mi sembra che da quando l’Europa sta seriamente prendendo più piede si ha un rallentamento di quelli che erano i programmi europei della Difesa. Volevo ricordare: MRCA, primi anni Settanta; ovviamente Eurofighter, anni Ottanta-Novanta e poi l’incapacità nei quindici anni successivi per esempio di definire un programma europeo di cui sono stati fatti “n” tentativi. Allora, non l’impressione generale che il fatto di trattare sul tavolo europeo invece che affidare questa esigenza di un requisito comune all0intesa diretta fra le Difese di vari paesi alla fine ha rallentato il processo?

 

 

STEFANO CONT (generale di brigata aerea, consigliere per la politica militare del ministro della Difesa) – Se posso essere onesto, io dico che il processo si è rallentato non tanto perché si è andati su un tavolo comune, che in buona sostanza non ha mai messo bocca su questi progetti, ma ha semplicemente fatto il notaio nel 90% dei casi. Sia in EDA che in OCCAR in realtà arrivavano le soluzioni, non è mai stato il tavolo di discussione nel quale si andava a cercare di trovare queste cose. No, io penso che il problema più grosso sia il cambio di passo che c’è stato in termini di economie di scala dei programmi. Se io penso all’Eurofighter, che ha quattro stabilimenti per costruire gli aeroplani quattro stabilimenti per costruire il motore, e in totale non lo so quanti saranno i numeri, ma se va bene saranno un migliaio di aeroplani forse in tutto… io sono favorevole all’export, per cui mi auguro che ci sia un grosso sviluppo dell’export, però, diciamo così, qualunque sia il numero – io ho voluto esagerare – poi vedo che in America su un unico stabilimento per motori e un unico stabilimento per gli aeroplani si fanno quattromila aeroplani: è ovvio che così non c’è competizione. A livello europeo la dimensione di scala è completamente fuori. Dobbiamo, penso, trovare un sistema che vada incontro alle legittime aspirazioni di ogni singola industria, perché giustamente anche l’industria ha le sue legittime aspirazioni a poter sviluppare e produrre ciò che è di sua competenza, però dobbiamo trovare un sistema che sia più costo-efficacia. Perché, è vero che negli anni Settanta e negli anni Ottanta si poteva fare questo, ma i budget erano un tantinello più larghetti, adesso noi abbiamo dei budget che sono veramente distrutti, e la gente mette la monetina davvero stando bene attenta ad avere il risultato. Cioè, non c’è più spazio per questo… e poi c’è anche una tensione politica maggiore che fa in modo che ogni monetina porti indietro un ritorno. Io lo dico perché questo è il problema cardine della cooperazione.

 

REPLICA – Ho diritto però a una replica… brevissima: lei così però lo ributta tutto sull’industria, perché è vero: è cominciato tutto così, io penso però che il problema, invece, che l’industria della Difesa europea ha fatto tanti passi dopo il 1993, non è vero che ha fatto finta di niente. Basta ricordare EADS, BAe Systems, Finmeccanica, tutte aziende che hanno cambiato completamente dimensione e attività e hanno poi raccolto i risultati. In Italia ce n’erano venti e ora c’è solo Finmeccanica, parlando al di sopra di un certo taglio. Allora,  a me sembra che le Istituzioni devono fare il loro dovere a livello europeo, ed è quello che sta mancando, questa era la mia idea.