ORA ZERO – TRASMISSIONE Nº103 Crisi Libia: una mappa per uscirne. Intervento del ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale Paolo Gentiloni Silveri che ha avuto luogo martedì 14 giugno 2016 alla Residenza di Ripetta in occasione del convegno a tema organizzato dall’Istituto Affari Internazionali.

ORA ZERO – TRASMISSIONE Nº103 Crisi Libia: una mappa per uscirne. Intervento del ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale Paolo Gentiloni Silveri che ha avuto luogo martedì 14 giugno 2016 alla Residenza di Ripetta in occasione del convegno a tema organizzato dall’Istituto Affari Internazionali.

ORA ZERO – TRASMISSIONE Nº103

   Crisi Libia: una mappa per uscirne. Intervento del ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale Paolo Gentiloni Silveri che ha avuto luogo martedì 14 giugno 2016 alla Residenza di Ripetta in occasione del convegno a tema organizzato dall’Istituto Affari Internazionali.

 

   ORA ZERO – Gentili ascoltatori di Radio Omega un cordiale saluto da Gianluca Scagnetti. Dopo averne trattato ripetutamente in alcune trasmissioni, quest’oggi ci discosteremo temporaneamente dalle tematiche di attualità locali per tornare a parlare delle aree di crisi e dei tentativi di una loro soluzione. Lo faremo affrontando l’emergenza libica, prendendo spunto dai lavori della conferenza organizzata dall’Istituto affari internazionali (IAI) che ha avuto luogo a Roma, alla Residenza di Ripetta, il 14 giugno scorso. Ora Zero vi proporrà integralmente l’intervento del ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale Paolo Gentiloni Silveri, che ha riferito sulla situazione in atto in quel Paese della sponda sud del Mediterraneo geograficamente molto vicino all’Italia e all’Italia legato da profondi rapporti. La Libia è – di fatto – uno stato praticamente fallito dove un governo debole riconosciuto dall’Onu fatica a insediarsi. Il primo ministro che lo guida – in realtà parte di una più vasto e rappresentativo consiglio di presidenza – vive e opera sostanzialmente all’interno di un compound situato nel comprensorio della base militare navale di Tripoli. È vero, alcuni dei suoi ministri hanno iniziato a prendere possesso dei loro uffici nella zona della capitale libica dove le condizioni di sicurezza sono maggiormente garantite, ma in ogni caso la situazione generale resta estremamente precaria e le divisioni permangono numerose e stratificate in seno alla variegata società del Paese nordafricano. Non ci sono soltanto le fazioni e i clan a rendere complicata la soluzione della crisi libica, infatti attori esterni – sia regionali che globali – influiscono sulle dinamiche politiche e militari eterodirigendo, non infrequentemente, i protagonisti locali dello scontro. E poi c’è lo Stato islamico degli uomini del “califfo”, che seppure militarmente in difficoltà, resta pur sempre una grossa gatta da pelare.

Instabilità dunque, generata sia dagli sviluppi del confronto interno che indotta da portatori di interessi esterni a quella che per tanti anni fu la Jamahriya araba libica socialista e popolare del colonnello Gheddafi. Non a caso era stato lo stesso ministro Gentiloni – pochi giorni prima di intervenire al convegno di cui daremo conto quest’oggi – a riferirsi al Mediterraneo come «all’epicentro del disordine», un’area passata da una situazione di “ipersovranità” a una invece “postsovrana”. Permane tuttavia il problema, di non facile soluzione, di come fare a mantenere in una parvenza di unità ciò che oggi resta della Libia. L’interrogativo è: cosa fare degli attuali confini di stato? Vanno modificati arbitrariamente cancellando ciò che è preesistito oppure no? E se sì, con quali prevedibili risultati?

Il “mantra” ripetuto ossessivamente negli ambienti diplomatici e politici internazionali – forse più come un auspicio – è quello che si devono esperire tutti i mezzi possibili per mantenere unita la Libia, magari attraverso un graduale processo di federazione delle varie e differenti entità che fino ad adesso la hanno composta, evitando così una la deriva verso una sua dimensione di stato islamista o di stato cuscinetto in funzione della sicurezza del confinante Egitto del generale al-Sisi. Negli ambienti diplomatici ci si lamenta spesso – lo stesso ministro Gentiloni lo ha fatto, anche di recente – che i gruppi di lavoro multilaterali (a quello per la Libia prendono parte addirittura ventuno paesi) non sempre risultano efficaci così come lo si vorrebbe. È la cosiddetta “fatica del multilateralismo”, uno stress che spesso sconta la capacità di alcune potenze regionali di definire l’agenda dei lavori, imporre compiti e ridefinizioni di status (ogni riferimento all’Arabia saudita e all’Iran non è casuale…). Dunque si è costretti a procedere per piccoli passi e, soprattutto, senza farsi illusioni sul prossimo futuro. Non si può fare altrimenti. Piccoli passi come quelli che ha cominciato a percorrere il premier Serraj al di fuori della base navale militare di Tripoli.

 

PAOLO GENTILONI SILVERI (ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale) – Io partirei da una domanda retorica: visto che, effettivamente, sono passati sei mesi dalla svolta diplomatica che c’è stata nel mese di dicembre con la Conferenza di Roma, con gli Accordi di Skhyrat, con la Risoluzione 2259 delle Nazioni unite, partirei dal chiedermi se la scommessa che è stata fatta sei mesi fa sei mesi dopo possa considerarsi una scommessa vinta. Come siamo messi da questo punto di vista? La mia risposta, naturalmente, è che questo tipo di scommessa è una scommessa che in fondo noi dobbiamo metterci in testa, si gioca, non dico tutti i giorni, ma quanto meno tutte le settimane. E che quindi vincere questa partita, la partita della stabilizzazione della Libia – con tutte le conseguenze che la stabilizzazione della Libia di interesse, ovviamente per il popolo libico, e anche per noi – è una partita che considerare vinta perché ci sono stati dei passi avanti sarebbe quanto meno imprudente. Non devo dire a voi del resto, che siete tutti osservatori attentissimi della realtà libica, quanto questa realtà sia per definizione complessa e frammentata e, quindi, quanto sia molto complicato un processo di stabilizzazione, anche al di là dei discorsi sulle divisioni tra questa o quella componente, questo o quel governo, questa o quella milizia. È un insieme, un mosaico molto complicato da tenere insieme o da rimettere insieme.

Di chiaro che cosa abbiamo? Credo che abbiamo innanzitutto quale può essere – e a mio avviso è stato – il ruolo dell’Italia, e cioè l’Italia può, certamente non da sola, ma svolgendo anche un ruolo significativo nella comunità internazionale, può contribuire a un percorso che può essere, ovviamente, un percorso innanzitutto intra-libico di riconoscimento del governo, di estensione del suo raggio di azione, di inclusione tra le parti libiche, che sono ancora numerosissime e in contrasto tra loro, di stabilizzazione del Paese e di risposta alle richieste che da questo processo, da questo governo vengono o potrebbero provenire alla comunità internazionale. Direi che il primo punto è che il lavoro diplomatico fatto in questi mesi è un lavoro che ha portato a una condivisione di massima, dentro la quale ci sono naturalmente, non sfumature, ma posizioni molto differenziate. Ma voi sapete quanto me che arrivare poi a dei punti di sintesi non sempre è possibile – e quando ci si riesce è molto importante – a una condivisione di massima di questo progetto. C’è un governo, un premier designato, un Consiglio presidenziale, uno sforzo per costruire attorno a questo governo più consenso, più stabilità e una disponibilità a rispondere alle richieste che da qui possono arrivare. Direi che su questa impostazione, nata per l’appunto sei mesi fa, è tornata anche la Conferenza di Vienna del mese scorso, ribadendo e consolidando un po’ questa impostazione. Ripeto: io non confondo il fatto che si arrivi a un consenso per questa impostazione con la mancanza di differenze tra i diversi attori regionali e internazionali, ma siccome partecipo a diversi tavoli internazionali, so anche che sulla crisi libica il livello di convergenza della comunità internazionale è, nel contesto attuale dei diversi tavoli di crisi, un livello soddisfacente. Dal mese scorso – giusto per fare un esempio – prima, una sessione presieduta dagli Stati uniti e dall’Italia sulla Libia e, subito dopo, una sessione presieduta dagli Stati uniti e dalla Russia sulla Siria… ecco, non c’è nessun paragone possibile tra il contesto diplomatico che c’è attorno al problema libico e quello attorno al problema siriano. Ovviamente c’è un clima completamente diverso e molto più difficile per quello che riguarda il contesto siriano. Questo è il filo conduttore, cioè, prendere un bandolo – sperando che lo sia – che è il sostegno al governo, alla sua inclusività, alla sua stabilizzazione, e attorno a questo costruire consenso internazionale per spingere nella giusta direzione.

A che punto è questo percorso? Bah, direi… il governo si è insediato a Tripoli, con esso il Consiglio presidenziale, il primo ministro designato, tutti voi conoscete bene queste distinzioni, ma insomma… Serraj si è insediato a Tripoli settantacinque giorni fa. Si è insediato in una modo abbastanza rocambolesco, io lo ricordo benissimo perché era il lunedì di pasqua, in cui facevamo strane telefonate anche con l’inviato del governo italiano, il professor Starace, che è qui presente…  con Tunisi, insomma… perché non è stato un insediamento banale. Da allora – fine marzo – a oggi c’è stato innanzitutto un continuo di visite politico-diplomatiche, noi italiani siamo stati forse i primi ad aprire questo sentiero, ma ci sono state altre visite diplomatiche, l’ultima, qualche giorno fa, credo sia stata quella di un esponente russo, che ovviamente ha una sua importanza specifica. Ma attraverso un insieme di visite diplomatiche c’è stata, credo, una forma di rafforzamento, di legittimazione della presenza di Serraj significativa. Il governo ha cominciato, attraverso un ordine del presidente del Consiglio presidenziale Serraj – che attribuisce ai ministri poteri esecutivi – ha cominciato, almeno nella figura di otto ministri designati, a prendere possesso di otto ministeri nella città di Tripoli, stiamo parlando di edifici che si trovano al di fuori della base navale. Questo ha innescato delle dinamiche  bilaterali di un certo interesse anche con l’Italia. Sapete che abbiamo avuto la visita, oltre che del ministro degli esteri, anche del ministro dei trasporti, del ministro della sanità, del ministro dell’interno e tutte queste visite hanno dato luogo all’attivarsi di percorsi di collaborazione. Verranno restituite, prossimamente credo che andrà una delegazione ENAV ed ENAC per discutere di collegamenti aerei, sul piano della cooperazione sanitaria stiamo facendo diverse cose insieme, eccetera, eccetera.

La situazione nella città di Tripoli appare – ed è ovvio che si tratta di un’assoluta apparenza – tuttavia calma, nel senso che… io ci sono stato, ma soprattutto ho parlato con persone che ci vanno molto frequentemente, e comunque tutti noi conosciamo qual è la situazione a Tripoli: è una situazione in cui, salvo eccezioni – e le eccezioni ci devono mettere in allarme – non ci sono stati in questi due mesi e mezzo particolari episodi di violenza. Salvo eccezioni. Ci sono stati alcuni passi avanti sul piano della collaborazione degli enti petroliferi, che hanno un certo valore strategico, c’è stata l’istituzione di questa Guardia presidenziale, che è interessante anche se piuttosto lenta nel suo percorso, purtroppo. Per cui, la decisione della sua istituzione è di trentacinque giorni fa e quindi i criteri di arruolamento e tutto il resto credo che siano stati definiti quattro o cinque giorni fa. Perché è importante e interessante? Perché la decisione presa nella conferenza diplomatica di Vienna di esentare dall’embargo di alcune specifiche armi un soggetto era riferita esattamente alla Guardia presidenziale istituita dal decreto del primo ministro designato Serraj. Quindi è importante che parta il reclutamento di questa Guardia presidenziale perché si porta dietro una dinamica che è in corso al Comitato sanzioni delle Nazioni unite a New York, che riguarda l’esenzione dall’embargo su una certa lista determinata di armi per alcuni soggetti. Infine, ma certamente non per ultimo, qualche prima richiesta è arrivata dal Consiglio presidenziale libico e, in particolare, è arrivata una lettera del primo ministro designato Serraj, indirizzata all’Unione europea e a Federica Mogherini, relativa alla possibilità di aggiungere due compiti alla missione navale europea, di cui tutti sapete credo le caratteristiche, e cioè sia un compito di addestramento in alto mare della Guardia costiera libica. Già il fatto che si parli di addestramento in alto mare ci dice quanto stiamo andando per piccolissimi passi, ma a me quello che interessa di questa cosa è che è una richiesta del governo libico alla comunità internazionale e in particolare, in questo caso, all’Europa. In secondo luogo, ma questo secondo task della EUNAVFORMED Sofia necessita di una risoluzione dell’Onu e, in secondo luogo, che la missione navale europea collabori nel controllo dell’attuazione dell’embargo. Prima parlavamo di esenzione dell’embargo per – tra virgolette – “i buoni”, cioè la Guardia presidenziale, qui parliamo dell’opposto, cioè di controllo dell’attuazione dell’embargo nei confronti delle ripetute violazioni del medesimo che vengono fatte.

Scusate se ho fatto una descrizione un po’ dettagliata, spero di non averla fatta troppo lunga, potrei parlare per quaranta minuti ancora del processo in corso e preferisco farlo rispondendo a domande, ma il succo è che lentamente, con contraddizioni e con problemi politici aperti – ne parleremo adesso – comunque, in questi due mesi e mezzo sono stati fatti passi avanti che la comunità internazionale deve cogliere e coltivare. Perché poi, certo: siamo tutti bravi a dire che la Libia è complessa, frammentata, eccetera eccetera, ma nel momento in cui avanzano dei processi positivi sta a noi coltivarli e accompagnarli, eccetera eccetera. Senza illuderci di aspettative su aspettative miracolose a breve. Voglio fare solo una parentesi, semmai poi ci torniamo sul tema migratorio, perché sul tema migratorio dobbiamo avere chiare due cose che apparentemente sono in contraddizione tra loro, ma non lo sono affatto: il primo è che, sì, è vero che non c’è una crisi migratoria particolare in atto nel 2016 nella rotta che dalla Libia va verso la Sicilia e l’Italia. Anzi, tutte le previsioni che erano state fatte da molti in varie sedi, non solo sui giornali, ma anche nei think-tank e da istituzioni, del fatto che l’intesa sul Mare Egeo avrebbe provocato un incremento sulla rotta del Mediterraneo centrale. Per il momento – e sottolineo dieci volte – per il momento queste previsioni non solo non sono state confermate, ma sono state smentite. Cioè, al di là del saldo generale dei flussi migratori che in Italia è inferiore rispetto all’anno scorso, quello dalla Libia è specificamente più inferiore – scusate l’espressione – perché nel frattempo abbiamo avuto un aumento dei flussi di provenienza dall’Egitto negli ultimi due o tre mesi. Ciò nonostante questo non vuol dire tuttavia che noi possiamo aspettarci, almeno questa è la mia opinione, a breve che il ministro dell’interno libico o la Guardia costiera libica facciano chissà quali operazioni alla turca. Cioè, confondere la Libia con la Turchia francamente è imbarazzante dal punto di vista politico. Quindi, quando noi parliamo di Immigration Compact e di tutte le nostre strategie e battaglie in Europa stiamo facendo strategie e battaglie il cui obiettivo è ridurre, spesso mediante accordi con paesi “sicuri”, quindi non con la Libia, ridurre i flussi che convergono e affluiscono verso la Libia, non quello di pretendere che una situazione così fragile, così embrionale, come quella che c’è in Libia improvvisamente si trasformi in una specie di barriera per non far filtrare l’emigrazione. Ci arriveremo, probabilmente, a un controllo del territorio che consentirà al governo libico, probabilmente… dico, auspicabilmente ci arriveremo, ma  non certo nelle prossime settimane, quindi dobbiamo evitare di alimentare aspettative da questo punto di vista, perché la collaborazione sarà graduale. E anche l’addestramento della Guardia costiera di cui si parla per la missione navale europea è un percorso che vorrà i suoi tempi e a cui non dobbiamo caricare un’aspettativa che non sta in piedi.

Passi avanti, dunque, ma ovviamente anche contraddizioni e problemi aperti, addirittura rischi di passi indietro. Ci sono negli ultimi tempi anche notizie allarmanti che vengono da Tripoli, sia di episodi di violenza che hanno coinvolto esponenti ex gheddafiani, ma che sono pericolosi per il fatto, appunto, che si è trattato di manifestazioni di violenza di massa molto pericolose. Sia fenomeni – per esempio, per citarne alcuni, giusto per dare un po’ il sapore di una situazione molto fragile – le notizie relative alla stampa di dinari che avviene in altri paesi, e i dinari vengono fatti affluire in Libia, dove effettivamente c’è uno shortage di cash a disposizione delle persone. E poi, più in generale, il contesto politico, che sapete, sul tema della validazione della Camera dei rappresentanti, che resta un problema aperto nel percorso libico. Quindi, passi avanti, situazione che ogni giorno ti dà la speranza che questi passi avanti possano moltiplicarsi, necessità di impegnarci a rafforzare questi passi avanti, ma anche consapevolezza che continuamente c’è il rischio di una situazione che torni a essere assolutamente precaria.

Tutto questo, ed è la penultima cosa che voglio dire, come si incrocia con la vicenda del contrasto a Daesh e la vicenda attorno a Sirte? Io credo che noi – poi possiamo andare su tutte le sfumature del mondo – innanzitutto dobbiamo partire dalla premessa che è molto positivo ed è molto incoraggiante il fatto che forze libiche abbiano guadagnato moltissimo terreno attorno e verso la città di Sirte. Come sapete, si è trattato prevalentemente delle milizie di Misurata, che avanzano verso Sirte da Ovest, e in parte delle guardie delle infrastrutture petrolifere, che invece avanzano da Est. Non c’è stato nessun ruolo del generale Haftar, che in tutta questa vicenda delle ultime settimane intorno a Sirte è stato assente. Perché dico molto positivo? Molto positivo perché è stata un’operazione condotta da forze libiche e, io che mi sono battuto per settimane contro il rischio di corto circuiti interventisti sulla situazione di Sirte, da un lato cercando di definire nelle sue dimensioni reali  la presenza di Daesh a Sirte… poi capita che le stesse fonti che tre mesi fa parlavano di 8.000 miliziani armati fino ai denti adesso dicono che sono rimasti in 120: boh?!? Saranno andati sulla luna… io sottolineo che la situazione a Sirte è ancora aperta, soprattutto la situazione del centro di Sirte è ancora aperta. Probabilmente la sua liberazione avverrà, ma non è una cosa già avvenuta per cui il problema è stato accantonato, tuttavia, il corto circuito interventista… vi ricordate? Siccome si avanza verso Raqqa, siccome si ottengono dei risultati nell’Ambar, questi si stanno spostando tutti in Libia e quindi dobbiamo intervenire in Libia per evitare che l’insediamento di Daesh da Sirte dilaghi in tutto il Paese e la Libia diventi la strong hold vera di Daesh. Beh, insomma noi – non solo in Ministero degli Esteri, ma noi Italia – abbiamo lavorato e credo che abbiamo fatto bene, ma ci abbiamo lavorato perché conosciamo abbastanza la situazione libica, sappiamo che per i libici quelli di Daesh sono definiti “gli stranieri” e che quindi un’azione libica contro Daesh è possibile e si è verificata, anche se, ripeto: ancora con punti aperti e difficoltà.

Che cosa stiamo facendo noi adesso? Certamente stiamo cercando di dare una mano sul piano umanitario: la difesa, la sanità, gli esteri, ai feriti in queste azioni contro Daesh, ma soprattutto stiamo lavorando per prevenire – se possibile – contraccolpi negativi che potrebbero esserci tra i libici nella liberazione di Sirte. Poi semmai ne parliamo, ma è chiaro che la comunità internazionale deve accompagnare questo processo, ma deve anche evitare che la conclusione di questo processo si traduca in elementi di tensione, di rappresaglia, di difficoltà, che poi avrebbero ripercussioni sull’intero contesto. Però, e concludo su questo punto per giungere poi all’ultimo, se battiamo Daesh sul terreno è bene… direbbe il generale Catalano, per la mia generazione. Non vorrei che, siccome prima leggevo che se li vincevamo in Iraq si trasferivano tutti in Libia, adesso leggo che se li battiamo in Libia vengono a fare gli attentati tipo quello drammatico che è capitato in Florida. È tutto imponderabile, però una cosa è certa: l’attrazione di massa e organizzativa e l’attrazione sui “lupi solitari” esercitata da Daesh è stata frutto dei suoi successi, non delle sue sconfitte, quindi se Daesh subisce sconfitte a Falluja come a Raqqa, a Mosul come a Sirte, questo non è un vaccino contro il rischio di attentati, ma certamente è una durissima sconfitta del terrorismo. Se cominciamo a ragionare troppo in modo, diciamo così, mettendo le subordinate come principali a mio parere corriamo dei rischi.

Infine,  il tema forse principale su cui stiamo lavorando, oltre al tema – ripeto – di coltivare e accompagnare il processo guidato dal premier Serraj, oltre al tema di assistere e anche dare un contributo per evitare ripercussioni negative sull’azione antiterrorismo, il capitolo su cui l’Italia è forse più impegnata in queste settimane è il capitolo dell’inclusività. Cioè, noi muoviamo, ovviamente, dalla consapevolezza che, alla lunga, senza un grado maggiore di inclusione rispetto a quello che si è riusciti ad avere finora sarà molto difficile avere una vera stabilizzazione della Libia. Quindi il lavoro fatto fin qui è stato molto importante, ma c’è un pezzo di strada ulteriore di inclusione non solo della miriade di forze che costituiscono il mosaico libico, ma anche di forze consistenti con le quali bisogna cercare di raggiungere intese e compromessi per poter fare dei passi in avanti. È per questo che, direi al di fuori dei riflettori, stiamo lavorando da alcune settimane per cercare di arrivare innanzitutto a un risultato che, forse, è il più rilevante da un certo punto di vista e, cioè, indurre le forze libiche che fanno capo al generale Haftar a riconoscere l’autorità politica del governo Serraj. Sappiamo che non è facile, sappiamo che a parole, anche se più a parole nella pratica, ci sono stati tanti discorsi nell’ultimo anno, noi ci stiamo lavorando se possibile non a parole. Perché ci stiamo lavorando? Perché, vedete, l’alternativa alla mancata stabilizzazione della Libia è la divisione della Libia. E la divisione della Libia è certamente un fatto negativo per la comunità internazionale, per gli attori regionali, per i Paesi arabi, per il Medio Oriente, eccetera eccetera, ma è in primo luogo un fatto negativo per l’Italia. Farei fatica a dire che c’è un Paese più interessato dell’Italia all’unità della Libia. Poi sono tutti favorevoli: cioè, non troverete un comunicato diplomatico in cui qualcuno afferma che la Libia deve essere divisa in due, in tre o in chissà quante parti, ma noi sappiamo che a noi italiani l’unità della Libia sta davvero a cuore. E sappiamo che uno sforzo diplomatico il cui obiettivo sia quello di arrivare a un’intesa anche con le forze che fanno capo al generale Haftar, ovviamente riconoscendo l’autorità del Governo di accordo nazionale, del presidente e primo ministro designato Serraj, riconoscendo gli Accordi di Skhyrat, questa intesa sarebbe – rispetto ai tanti piccoli passi che ho cercato prima di descrivere – un passo di una scala leggermente più rilevante. Ed è questo il momento per tentare. Tutto il discorso che ho fatto prima su Sirte, su chi sono i protagonisti della possibile liberazione di Sirte nel prossimo periodo – adesso non diciamo date – punta a dire che oggi c’è, a mio parere, una chance per aprire uno spiraglio alle forze del generale Haftar, che certamente non sono nel momento più forte del loro sviluppo negli ultimi anni, perché il task principale che hanno sempre rivendicato (cioè, noi siamo il baluardo contro Daesh in Libia) oggi viene portato avanti da forze diverse. Il che non deve essere la premessa per ulteriori divisioni, rappresaglie, conseguenze negative dopo l’eventuale liberazione di Sirte – e noi a questo fine stiamo lavorando – ma tutto al contrario, proprio perché sei forte e hai dimostrato la tua forza questo è il momento in cui uno spiraglio lo puoi aprire. Non è facile. E non è facile – per capirci – né per il generale Haftar, né per Misurata accettare un compromesso su questa impostazione, ma io penso che è un lavoro a cui l’Italia può dare un contributo significativo e che, se a questo si arrivasse, la comunità internazionale potrebbe soltanto benedire e incoraggiare questa intesa e farne, ripeto, un passo non finale ma interessante di questa graduale stabilizzazione.

Quindi, prima Nelli Feroci diceva, sicuramente il governo si occuperà ancora moltissimo di Libia: la risposta è sì, noi ce ne occupiamo più o meno tutti i giorni e ce ne occuperemo più o meno tutti i giorni, credo, per molto molto tempo ancora nei prossimi mesi e forse anni. Ma credo che abbiamo una bussola molto chiara e qualche piccolo passo avanti su questa strada sul quale possiamo investire. Vi ringrazio.

 

NELLI FEROCI (IAI) – Bene, io ringrazio il ministro Gentiloni per questa sua ampia presentazione e per aver un po’ toccato i punti essenziali della situazione in Libia, ma anche e soprattutto per averci illustrato l’azione del governo italiano e, naturalmente, confermato l’impegno del governo italiano a sostegno dei processi di stabilizzazione e di consolidamento del governo di unità nazionale che si è da poco insediato a Tripoli. Io a questo punto – e anche di questo sono grato al ministro – il ministro è a disposizione di chi vorrà porgli domande e quesiti. Vedo già due mani alzate… abbiamo tempo circa mezz’ora quindi vi prego, magari, di essere brevi nelle domande e di presentarvi prima di fare la domanda.

 

   PAOLO GENTILONI SILVERI (ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale), risposte rese ai quesiti posti e alle osservazioni svolte – Non voglio parlare di altri paesi, rispetto a quello che chiedeva l’interlocutrice, parlo del perché è importante per noi. Perché è evidente, almeno credo sia abbastanza evidente, che al di là dei discorsi generali, che noi potremmo fare in un altro convegno, visto che siamo a un secolo dagli Accordi di Sikes-Picot, se in generale è giusto difendere dei confini della regione oppure si può con questi confini giocare più di tanto. Io sono tra quelli che, in generale, tengo a dire che se possibile – con tutte le forme di federalismi possibili e immaginabili – bisogna evitare di giocare con i confini in questa regione. Ma al di là di questo, in Libia in modo particolare sappiamo che una divisione tra Tripolitania e Cirenaica rischierebbe di configurare due aree in conflitto tra loro, con caratteristiche ideologiche molto diverse l’una dall’altra e con rischi di supporter internazionali, regionali  in contrapposizione l’uno con l’altro e quindi col rischio di trasformare, diciamo così, l’instabilità strisciante alla quale assistiamo in una conflittualità molto significativa. E per un paese come l’Italia, che ha degli eccellenti rapporti con tutti i paesi della regione, che nonostante abbia dei rapporti complicati in questa fase con l’Egitto, è consapevole dell’importanza della stabilità dell’Egitto, ha degli interessi economici prevalentemente concentrati nella zona Ovest, ma che potenzialmente sono anche molto consistenti dall’altra parte… insomma, credo che le ragioni siano: in negativo, il rischio di due realtà in conflitto tra loro in un conflitto in cui convergono anche forze esterne per alimentarlo – moltiplicato dieci quello che vediamo oggi in piccolo nelle distinzioni presenti nel quadro libico -, e in positivo nel fatto che la Libia è un grande paese con risorse molto importanti, può essere uno dei paesi leader della sponda sud del Mediterraneo, quindi la sua unità ci interessa.

I libici sono vicini all’Italia? Chiedeva Schioppa… adesso, io non sono diventato un esperto di Libia o di libici. Ho, sicuramente, nella mia esperienza personale maturata in questo anno e mezzo penso do poter dire che una grande vicinanza all’Italia assolutamente c’è ancora. E c’è anche una grandissima aspettativa nei confronti dell’Italia, come per altro, non dobbiamo sottovalutarla, c’è in tante altre parti del Medio Oriente e del Nord Africa, c’è in Siria, c’è in Iraq. L’Italia è un paese a cui si chiederebbe di fare molto, perché il nostro modo di fare, tutto sommato – anche se abbiamo fatto anche noi i nostri errori – è apprezzato. Quindi la mia riposta è sì.

Che ci fossero a Derna delle prove tecniche di “califfato” è possibile, certamente io la sensazione che ho avuto con moltissimi interlocutori libici è che il califfato incarnato nel Daesh “è una cosa di stranieri”, che nasce da altri processi e non è vissuta come una cosa significativa lì.

Per quanto riguarda la domanda che mi è stata fatta in inglese, io risponderei in italiano se lei è d’accordo. Io sinceramente non voglio entrare  in dettagli sul ruolo, perché è chiaro che si tratta di uno sforzo per ottenere dei risultati e richiede anche di essere condotto senza fare pubbliche discussioni in materia. Ci sono, io credo, due punti essenziali – poi bisogna trovare le soluzioni diplomatiche per rendere questi  due punti, diciamo, compatibili con una soluzione –, i punti essenziali sono che: non c’è dubbio, c’è un’autorità politica che è riconosciuta a livello internazionale dalle Nazioni unite, dal Consiglio di sicurezza, non da una conferenza a Roma o a Vienna, e ci sono forze militari diverse. Quindi non c’è un’autorità politica e un’autorità militare che deve subordinarsi all’autorità politica, c’è un’autorità politica e ci sono diverse forze militari, che fanno capo certamente al generale Haftar, certamente alle milizie di Misurata, certamente a una miriade di milizie di varia estrazione, certamente Zintan, certamente i guardiani delle  infrastrutture petrolifere che stanno intervenendo nei confronti di Sirte. Diverse forze militari. Una di queste forze militari, ma certamente una delle più rilevanti, è quella che si riconosce nel generale Haftar: si tratta – riconosciuta l’autorità politica – di riconoscere al generale Haftar un ruolo nel futuro della Libia. A dirla è facilissimo, naturalmente a trovare una soluzione è il bello della diplomazia, ma le soluzioni bisognerebbe trovarle non troppo apertamente. E sappiamo che è persino difficile accettare questo principio, perché tuttora, da un lato il generale Haftar si rifiuta di riconoscere l’autorità politica del primo ministro designato Serraj, e dall’altra parte ci sono componenti militari che sostengono Serraj che faticano a immaginare una coesistenza con le forze del generale Haftar. Quindi c’è molto lavoro da fare.

Il primo gruppo di domande – perché erano tre domande distinte dove io, comunque, rintraccio un filo conduttore comune – e cioè se siamo o no consapevoli della frammentazione, divaricazione, complessità del contesto libico, la mia risposta è sì. Penso che – poi tutto è relativo naturalmente – però se dovessi fare un paragone tra la diplomazia italiana e diplomazie di altri paesi amici, o di altri paesi della regione – amici intesi come grandi paesi europei, gli Stati uniti o altri paesi amici della regione – l’Italia forse è tra i paesi che sono più consapevoli delle differenze, delle complessità, e un certo ruolo che viene attribuito all’Italia a livello diplomatico, a livello di intelligence e a livello persino militare, deriva dal fatto che questa consapevolezza ci viene abbastanza riconosciuta. Il punto politico, almeno dal mio punto di vista, è che noi conosciamo le differenze. Lei ne ha citate alcune, ma ne potremmo citare tantissime altre: finora abbiamo parlato poco del Sud. Il Sud è una zona con problemi specifici, con un conflitto in corso, con tentativi di mediazione per quello specifico conflitto, è la zona più permeabile alle infiltrazioni terroristiche ed è la zona in cui ci sono anche i grandi flussi migratori. Però, tutte queste differenze non devono indurci, a mio parere, a commettere l’errore di rinunciare a quel filo conduttore che ho cercato di spiegare. Un filo conduttore che, attenzione, sottolinea continuamente con gli interlocutori libici e nei consessi internazionali questa roba che in diplomazia chiamano ownership libica, cioè: tutto questo ha senso nella misura in cui l’inclusione, la stabilizzazione, eccetera, non è un processo imposto da fuori ma è un processo che matura in Libia. Facile? Difficile? Però non ci sono alternative.

Il ruolo della Russia. Io penso che la Russia certamente abbia, diciamo così, un più o meno motivato pessimo rapporto con le decisioni che, dalla sua astensione in sede di Nazioni unite sono scaturite nel 2012. E i nostri interlocutori russi non mancano mai di ricordarci questa premessa: una volta sì, due volte no. Ma, fatta questa premessa, che dal mio amico Lavrov a tutti gli attori che partecipano a questo concerto diplomatico, fatta questa premessa credo che la Russia abbia una disponibilità, come si dice in gergo, a un “atteggiamento costruttivo”. E lo dico, sinceramente, sulla base non solo delle chiacchiere e degli incontri che abbiamo fatto, ma anche sulla base delle decisioni che fin qui sono state prese in sede di Nazione unite e di Consiglio di sicurezza, nelle quali una volta che noi – e noi italiani lo abbiamo sempre fatto in queste settimane e mesi – rassicuriamo Mosca sul punto che questa non è tutta una manfrina per coprire un nuovo intervento esterno in Libia, io penso che l’atteggiamento costruttivo ci sia. Atteggiamento costruttivo non vuol dire che c’è un’identità, ma non c’è dubbio che alcune differenze di valutazione ci sono. La risoluzione promossa dal Regno unito, che è utile per dare quel compito di verifica sull’embargo alla missione europea, si sta discutendo al Consiglio di sicurezza ed è una discussione non facilissima. Quindi certamente esistono delle distinzioni, ma siccome – ripeto – io facevo un paragone con la dinamica in atto in Siria, non lo paragoniamo neanche lontanamente. Qui ci possono essere distinzioni, ma c’è un atteggiamento di potenziale collaborazione e, comunque, di dialogo costruttivo, mentre su altri teatri (in Siria in modo particolare) invece c’è una differenza enorme.

Infine, quali sono gli spazi della diplomazia? Sono gli spazi che la diplomazia si prende, a mio avviso. Cioè, non c’è una definizione statica. Io penso che nella grandissima maggioranza, potrei dire quasi nella totalità delle crisi con le quali abbiamo a che fare nel Mediterraneo e nel Medio Oriente: che cosa se non la diplomazia? Il che poi non vuol dire che noi non partecipiamo a missioni di pace e di stabilizzazione. L’Italia ha fatto enormi passi in avanti negli ultimi venti-trenta anni dal punto di vista della qualità delle sue forze militari, tuttavia è chiaro che le soluzioni ai problemi, dalla Siria alla Libia, dallo Yemen all’Iraq, sono soluzioni in cui i contributi di peace-building e peace-keeeping sono importantissimi, ma se non ci sono soluzioni diplomatiche non si va da nessuna parte. Faccio solo un esempio per dire una cosa pratica: io penso che la diplomazia, soprattutto americana e italiana, ma in generale, abbia avuto negli ultimi due o tre mesi sulla crisi libica – americana e italiana, ognuno stia alle proporzioni di questo impegno e di questa influenza – abbia avuto un ruolo decisivo nell’impedire che un certo racconto sulla overwhelming minaccia di Daesh provocasse delle reazioni diverse e assolutamente micidiali che avrebbero cancellato gli spiragli soluzione possibile. Quindi, lì c’è stato un ruolo – certamente del Dipartimento di Stato, ma anche della Farnesina – molto rilevante a ottenere un risultato. Poi, se la diplomazia tace o rinuncia, la diplomazia può avere anche un ruolo zero, però dipende dalla diplomazia, non è che c’è un manuale che dice quale sia il suo ruolo.

Rispetto alla domanda di Margherita Boniver, se parliamo di oggi io penso che oggi questo lavoro si debba continuare a fare se possibile con risorse ed energie potenziate in Niger e in altri paesi che sono nella fascia immediatamente sotto alla Libia. Tuttavia è chiaro che dei contatti sono in corso, sono in corso dei contatti tra il governo Serraj e il nostro Ministero dell’Interno, dei contatti a livello tecnico per cercare di vedere lo stato della situazione. Però, per essere chiari, sia con UNCHR che con l’OIM, perché una parte ormai molto consistente, forse più della metà dei flussi che dall’Africa arrivano in Sicilia è costituita da cosiddetti “migranti economici”, o comunque non è certo cha alla grande maggioranza venga potenzialmente riconosciuto il diritto d’asilo. Quindi con UNCHR e con OIM bisognerà lavorare molto, a mio avviso, per contribuire a stabilizzare e a migliorare le politiche nei paesi di transito. Cioè, diciamola così: ci sono politiche di lungo periodo che sono le politiche sui paesi di origine e le politiche della cooperazione allo sviluppo, i grandi investimenti che nei prossimi vent’anni consentiranno, nonostante il boom demografico, una qualche riduzione dei flussi migratori. Poi ci sono le politiche che possiamo fare per aiutare, soprattutto se si tratta di paesi “sicuri”, ma in qualche caso anche paesi meno sicuri, i paesi attraverso i quali avviene gran parte del transito di migranti. Per la Libia come è oggi, per il livello di stabilizzazione e di controllo delle autorità che c’è oggi, immaginare di poterci concentrare soprattutto in Libia con queste attività io lo ritengo non praticabile. È quella confusione tra Libia e Turchia di cui parlavo prima: possiamo avere tutte le opinioni del mondo sulla Turchia, ma la Turchia è uno stato sovrano funzionante che, se prende una decisione, può anche gestirla come sta facendo, in un modo efficiente. Non penso che questo sia oggi il caso della Libia, quindi bisogna arrivarci gradualmente. Però sono convinto, perché sono ottimista nonostante tutto, che con il passare del tempo, a mano a mano che avanzerà la stabilizzazione avanzerà anche la possibilità di aggiungere qualche intervento. Soprattutto nella parte meridionale, con le tribù e le forze presenti nel Fezzan, che hanno un interesse a collaborare per tenere più sotto controllo i grandi flussi migratori.

C’è un coordinamento militare per le operazioni verso Sirte? È stata istituita una cabina di regia dal Consiglio presidenziale e dal primo ministro designato Serraj, ma al momento non è una struttura che stia collegialmente coordinando le operazioni su Sirte. Poi possiamo vedere di questo il risvolto positivo: cioè, se interroghiamo noi stessi e ci chiediamo su cosa temevamo un mese fa, due mesi fa – perché c’era stata qualche piccola fiammata, in particolare in un posto che si chiama Zillatem – temevamo che il percorso verso Sirte diventasse un percorso di scontro tra le forze di Misurata e le forze di Haftar. Come sapete non è avvenuto. Quindi uno la può vedere dal lato positivo o dal lato negativo, io devo per definizione fare la parte dell’ottimista e mi auguro che questo coordinamento al quale sta lavorando Serraj cominci a funzionare, per il momento non possiamo parlare dell’esistenza di un coordinamento, tuttavia, il rischio di scontri – che pure molti di noi avevano in mente – non si è verificato. Per quanto riguarda le presenze di forze speciali io… mi avvalgo della facoltà di non rispondere.

Per quanto riguarda il ruolo delle città, dei comuni, dei sindaci, penso che sia stato un ruolo molto positivo. Una delle cose… voi vi ricordate quando il giorno in cui è arrivato Serraj con le imbarcazioni dalla Tunisia, ci sono stati innanzitutto scontri, immediatamente e per alcune ore, poi le milizie hanno preso il controllo dell’area centrale di Tripoli e, nei primi tre o quattro giorni, le notizie più positive, più incoraggianti, che arrivavano al quartier generale di Serraj – allora veramente arroccato nella base navale e basta, mentre nelle ultime settimane finalmente ci sono dei movimenti un pochino più fuori, in città – erano notizie che arrivavano da comunità, da sindaci. È stato fatto anche un lavoro da un sindaco che è presidente dell’ANCI, Piero Fassino, che in questi mesi, in queste settimane, ha stabilito contatti con diversi sindaci libici , lo ha fatto anche un altro sindaco, Enzo Bianco, si sono riuniti in Italia spesse volte, anche in collaborazione con ANCI, oltre che con la Farnesina e con l’intelligence, quindi nel mosaico libico sono degli attori molto rilevanti. Restiamo con questa immagine, l’immagine di un mosaico la cui messa insieme resterà una sfida difficile per la nostra diplomazia, ma – ripeto – è una sfida alla quale non possiamo sottrarci e rispetto alla quale l’Italia può e deve esercitare un ruolo di leadership, naturalmente condivisa con i maggiori player e i maggiori attori della regioni. Grazie.