ORA ZERO – TRASMISSIONE Nº102 Emergenza rom a Roma: dimostrazione del movimento di estrema destra Casa Pound al campo abusivo di Via Mirri a Casalbertone (12 marzo 2016) e commento di Carlo Stasolla, segretario dell’Associazione 21 Luglio.

ORA ZERO – TRASMISSIONE Nº102 Emergenza rom a Roma: dimostrazione del movimento di estrema destra Casa Pound al campo abusivo di Via Mirri a Casalbertone (12 marzo 2016) e commento di Carlo Stasolla, segretario dell’Associazione 21 Luglio.

ORA ZERO – TRASMISSIONE Nº102

   Emergenza rom a Roma: dimostrazione del movimento di estrema destra Casa Pound al campo abusivo di Via Mirri a Casalbertone (12 marzo 2016) e commento di Carlo Stasolla, segretario dell’Associazione 21 Luglio.

 

   ORA ZERO – Gentili ascoltatori di Radio Omega un cordiale saluto da Gianluca Scagnetti. Anche quest’oggi a Ora Zero parleremo della situazione della capitale. A Roma è praticamente cominciata ormai da tempo la campagna elettorale per le elezioni amministrative e i partiti litigano tra loro e al loro interno tra correnti. Posizioni in lista e candidature sembrerebbero essere l’oggetto di molte di queste dispute, alcuni schieramenti non sono più saldi e rischiano di sfaldarsi, è il caso ad esempio di Forza Italia, ci sono dei candidati deboli e non si capisce bene se effettivamente si vogliano vincere queste elezioni. Roma, infatti, è una “patata molto bollente” e, come sempre accade, alcuni argomenti particolarmente scottanti tornano utili per la speculazione politica. È il caso dei rom, degli zingari. Il 15 marzo scorso, un martedì, nel quartiere di Casal Bertone ha avuto luogo una manifestazione degli estremisti di destra appartenenti alla formazione Casa Pound Italia. Cosa è successo? C’è stato un sopralluogo da parte del candidato sindaco di Casa Pound Italia Simone Di Stefano, accompagnato da Mauro Antonini, candidato alla presidenza del IV Municipio, che sarebbe la vecchia V Circoscrizione, di cui il quartiere Casal Bertone fa parte. Questi due esponenti di Casa Pound si sono recati presso un campo abusivo – ma in realtà censito dal Comune di Roma, si tratta di un ex deposito di corriere del Cotral sito in via Mirri – dove hanno effettuato questo sopralluogo. Il quartiere era blindato: carabinieri, polizia, cellulari e schieramento in forze; c’è stato un gruppetto di estremisti di sinistra che ha contestato a sua volta questa manifestazione, però, per fortuna non si sono verificati incidenti. La polizia non ha permesso alla stampa di accedere al campo assieme ai due esponenti di Casa Pound Italia, e questi quando questi due esponenti sono usciti dal cancello hanno rilasciato delle dichiarazioni ai giornalisti. Ora Zero era lì e le ha raccolte, formulando a essi alcune domande. Quindi ascolteremo cosa diranno i neofascisti di Casa Pound Italia sul problema rom, se di problema si può davvero parlare. Di seguito ascolteremo l’intervista con Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, una onlus che si occupa dell’integrazione dei rom qui a Roma e nel Lazio. Io vi saluto qui: buon ascolto e un cordiale saluto da Gianluca Scagnetti.

 

MAURO ANTONINI (Casa Pound Italia) – Allora, siamo venuti a vedere questo campo, che ovviamente è abusivo, in cui una parte è addirittura crollata rischiando di uccidere anche delle persone che ci sono all’interno. Ci sono diverse famiglie, ci sono attualmente diversi bambini e devo dire che il campo è tenuto in una situazione molto decorosa da chi ci sta. Forse è probabilmente uno dei campi nomadi abusivi meglio tenuti di tutta quanta la città. Ma è proprio questo è il problema: è una situazione di illegalità completa, di emergenza completa, di cui comunque sia il prefetto ha contezza, perché lo sa che cosa succede qui dentro. Gabrielli sa che cosa succede qui dentro. Qui dentro ci sono delle baracchette numerate che sono state numerate dal Comune, sono venuti i Vigili e tutto quanto è tenuto sotto controllo dall’Amministrazione, ma è completamente illegale. Questa è la realtà dei fatti, ci sono delle situazioni di illegalità che sono completamente tollerate. Ora: o si trova una soluzione, oppure non può essere che l’amministrazione pubblica viene qui, sa quello che succede e tiene queste persone a rischio della propria esistenza e della propria vita in queste condizioni, perché sotto le macerie ci potevano finire i bambini, e quindi non è possibile che l’Amministrazione non cerchi di risolvere questa situazione. Come si risolve? Io, personalmente, penso che dobbiamo sicuramente far ripartire l’edilizia popolare a Roma, dare casa principalmente agli italiani e far sì che i cittadini italiani – perché ci sono anche dei cittadini italiani qui dentro – si inseriscano nelle liste delle case popolari oppure, se ne hanno la possibilità, si comprino una casa loro. Però una situazione del genere non può essere. Questa non è possibile. Ci sono tanti cittadini stranieri qui all’interno, soprattutto rumeni, e se sei cittadino straniero e ti trovi a Roma, e non hai una casa e non hai un lavoro, in questa città non ci puoi stare: dvi andare via! Perché questa è la realtà dei fatti. Perché una città che non può badare ai propri figli, che non ha la possibilità di dare le case popolari ai romani e agli italiani, non si capisce bene come possa dare assistenza a queste persone, e queste persone ne hanno di assistenza da parte del pubblico. Quindi bisogna ripensare completamente e dare una priorità. Per noi la priorità va data agli italiani e queste situazioni non devono esistere, perché sono pericolose e per la città e per le persone che ci vivono all’interno.

È pieno di bambini. Sì, hanno detto che vanno tutti a scuola, ma le mie bambine oggi sono a scuola, questi no. Stanno qui. Vivono sicuramente in una situazione più decorosa di tante altre, però non sono a scuola e giocano in posti che li mettono a rischio della vita. Per cui io non capisco come sia possibile che il prefetto Gabrielli dialoghi con queste persone e non risolva il problema. Non è così che si può andare avanti in questa città. Quindi, sì le ruspe, però bisogna fare un piano più grande, cioè non basta dire che si viene qui con la ruspa e si butta giù tutto, così o possiamo fare pure domani mattina, ma queste persone si sposteranno, è vero. Allora. Chi ha diritto per rimanere rimanga, ma chi non ha diritto di rimanere se ne deve andare. Mi dispiace: chi non ha diritto di rimanere se ne deve andare, perché non si può vivere in queste condizioni nella capitale d’Italia. Non è più possibile.

 

   ORA ZERO – Il Comune di Roma ha numerato questi… chiamiamoli insediamenti abitativi? Ma il campo però non è considerato un campo attrezzato?

 

   MAURO ANTONINI – No.

 

   ORA ZERO – Non è un campo attrezzato. È stato censito, o perlomeno è stata effettuata una stima di massima delle persone che vi risiedono?

 

   MAURO ANTONINI – 125 famiglie per un totale di 450 persone.

 

   ORA ZERO – Tornando adesso alla soluzione di carattere strategico del problema, posto che allo stato attuale i vani di edilizia pubblica disponibili, almeno per il momento, si vanno riducendo – l’ATER vende, il decreto Renzi-Lupi dismette, eccetera – allo stato delle cose e sulla base dell’esperienza maturata durante la giunta Alemanno e quelle precedenti, il fatto di sgombrare – lei ha fatto riferimento a dei bambini che vanno a scuola, quindi seguono… almeno quelli che lo fanno davvero… – il fatto di spezzettarli  e polverizzarli sul territorio non rischia in questo caso di fargli perdere quel minimo livello di integrazione che finora, seppure con grande dispendio di denaro pubblico, sono riusciti a raggiungere?

 

   SIMONE DI STEFANO (Casa Pound Italia) –  No, al contrario. Qui la soluzione prospettata da Bertolaso e Berlusconi è quella di prendere tutta questa gente, costruirgli un quartiere per loro sullo stile di quelli per i terremotati dell’Aquila, e metterli lì all’interno, e non cambia niente, perché queste persone sono qua per integrarsi, cosa di cui comunque possiamo anche dubitare, restando comunque in una situazione di clan chiuso in sé stesso non si integreranno mai. Quindi noi dobbiamo costruire le case popolari per gli italiani, che devono diventare proprietari di quelle case, e poi l’assistenza alloggiativa si può anche dare a queste persone, soltanto che li dobbiamo – come dite voi – spezzettare su tutto il territorio, perché non possono rimanere una comunità a sé stante nella comunità. In queste condizioni non si può vivere, per loro è normale. Loro mi dicono: veniamo tutti dallo stesso paese della Romania dove vivevamo esattamente in queste condizioni. Ma queste sono condizioni che in Italia non sono accettabili. Comunque dopo trent’anni di provata integrazione e di sforzi economici messi su questa provata integrazione ci troviamo a oggi che abbiamo un bilancio fallimentare. Quindi bisogna rivedere drasticamente quello che si è fatto fino a oggi, bisogna mettere un punto. Tirare una riga, tirare le somme come si dice e fare altre strategie di presunta integrazione o, comunque, di politiche di difesa dei confini nazionali. Questa è la parte finale del problema. Se l’amministrazione pubblica continua a prendere milioni di euro e li infila nella parte finale del problema senza cercare di risolverlo a monte, noi questo problema non lo risolveremo mai. Perché i milioni di euro arrivano qui, vengono presi dalle cooperative, che sono gli amici degli amici della politica, se li mettono in saccoccia…

 

   ORA ZERO – Ci sono delle precise responsabilità in questo?

 

   SIMONE DI STEFANO – Ci sono delle precise responsabilità… ma, guardi che io penso che la prima cosa per risolvere anche questo problema sia ripartire con l’edilizia residenziale pubblica: due nuovi quartieri servono in questa città…

 

   ORA ZERO – In che modo però? Coi piani di zona oppure come?

 

   SIMONE DI STEFANO – No, assolutamente! Ma noi sono anni che lo denunciamo che quello era sfruttamento, ladrocinio, truffa. Non si può pensare che i costruttori di loro buon cuore destinino un parte del costruito per fare l’edilizia residenziale di quartieri che nascono già fatiscenti, noi dobbiamo partire da zero e costruire.

 

   ORA ZERO – Beh, lì il Comune ha concesso terreni e contributi ai costruttori privati, poi ci hanno guadagnato le cooperative in quel caso…

 

   SIMONE DI STEFANO – Ci hanno guadagnato le cooperative e ci hanno guadagnato i costruttori… allora, il discorso è questo: ci sono due aree già individuate per fare queste cose…

 

   ORA ZERO – Quali sono?

 

   SIMONE DI STEFANO – Una sta a Roma Nord vicino a Saxa Rubra, l’altra sono i terreni su cui teoricamente dovrebbe sorgere lo stadio della Roma, che invece secondo me lo dovremmo fare sopra il cinodromo, che già era uno stadio a sé stante…

 

   ORA ZERO – Dello stadio della Roma se ne parla da tempo…

 

   SIMONE DI STEFANO – Dello stadio della Roma se ne parla da tempo… allora, ci sono i terreni a Tor di Valle del costruttore Parnasi, ok!?! Costruire uno stadio lì significa mettere tutti i tifosi della Roma sul trenino Roma-Lido e portarli tutte le domeniche – stiamo parlando di 80.000 persone – in un posto che non è neanche servito da una stazione di metropolitana. Se noi invece lo stadio lo facciamo a San Paolo sopra all’ex cinodromo, che oggi ovviamente è occupato anche lui da zingari e dai centri sociali, se noi lo stadio lo facciamo lì avremo la servitù della metro San Paolo, abbiamo viale Marconi, abbiamo la vicinanza della Roma-Fiumicino. Quindi noi vorremmo spostare lo stadio lì e destinare quei terreni a edilizia residenziale pubblica, ovvero costruire due nuovi quartieri come la Garbatella con la formula del mutuo sociale, cui i cittadini romani possono diventare proprietari di casa, no tutta la vita in affitto a trenta euro al mese, che poi non li paga neanche più nessuno…

 

   ORA ZERO – Ma non ci sono le possibilità attualmente, malgrado…

 

   SIMONE DI STEFANO – Come no. Ci sono milioni di euro che noi spendiamo per queste situazioni e non ci sono soldi per le case popolari?!?

 

   ORA ZERO – Sì, però il mercato immobiliare è giù e la gente con la crisi non ce la fa a pagare i mutui.

 

   SIMONE DI STEFANO – Ma noi parliamo di mutuo sociale, la nostra proposta è questa: il Comune costruisce direttamente le case e il rapporto è tra il Comune e il cittadino, non tra la banca e il cittadino. Vogliamo farli diventare proprietari di una casa popolare. Proprietari, non affittuari tutta la vita. Allora, se noi stappiamo il “tappo” dell’edilizia popolare a Roma risolviamo anche questa situazione, perché qui a Roma le case popolari non si fanno più perché sono cinquant’anni che comandano i soliti costruttori, di cui uno si candida anche a sindaco di Roma ed è Alfio Marchini, ed è uno dei responsabili insieme a tutti quanti gli altri di questo enorme tappo che fa finire la gente qui dentro e non consente agli italiani di accedere a una casa. E mentre succede questo i costruttori continuano a costruire ovunque palazzine che rimangono vuote, perché loro le costruiscono, poi vanno in banca e si fanno dare milioni di euro per una palazzina vuota e poi ne costruiscono un’altra, poi con quella vanno in banca… questo deve essere spezzato, e non si spezza con le chiacchere, non si spezza votando i moderati, non si spezza votando Alfio Marchini: questa situazione si spezza andando a dare il voto alle formazioni più radicali, ai progetti nuovi e a chi a ha voglia veramente di entrare a gamba tesa in questa città e di spezzare veramente quello che si è visto fino ad adesso. Per cui, noi siamo per la costruzione di due nuovi quartieri come la Garbatella, non Corviale, per intenderci qual è la nostra dimensione abitativa. E con questi due quartieri noi facciamo ripartire tutto quanto un sistema che consente a queste persone di non vivere in queste condizioni, che comunque sono inumane e inaccettabili. E dovrebbe finire domani mattina questo campo. Quindi questo è quello che avevamo da dire.

 

   ORA ZERO – Dopo le posizioni di Casa Pound Italia, registrate davanti al campo nomadi di via Giuseppe Mirri al quartiere Casal Bertone, ai nostri microfoni abbiamo ora Carlo Stasolla, dell’Associazione 21 luglio, che ci farà un quadro della situazione dei rom a Roma e, più in generale, in Italia.

Stasolla, allora: praticamente dite le stesse cose di Casa Pound? Case popolari, recupero delle case anche per i rom italiani? Qual’è la situazione?

 

   CARLO STASOLLA (Associazione 21 luglio) – Tutti quanti dicono che i campi vano superati ma poi nessuno sa indicare con esattezza e precisione la modalità. Si insiste sugli slogan, soprattutto in campagna elettorale, ma poi manca la concretezza. Noi, tra l’altro, la settimana scorsa abbiamo presentato ai candidati a sindaco – avevamo invitato anche Di Stefano di Casa Pound, ma non ha accettato l’invito – abbiamo presentato un rapporto su come superare concretamente i campi e come sia possibile nell’arco temporale di cinque anni per un’amministrazione comunale chiudere tutti quanti gli insediamenti presenti nella capitale. A Roma ci sono circa 8.000 rom in emergenza abitativa, che quindi vivono in queste condizioni, ci sono insediamenti informali e centri di accoglienza riservati esclusivamente a rom e i costi sono altissimi. Se pensiamo che nel 2013 si spendevano circa ventiquattro milioni di euro, se pensiamo che in questi ultimi il Comune di Roma – malgrado vi sia una gestione commissariale che, quindi, dovrebbe guardare all’ordinario – sta investendo circa undici milioni di euro per pianificare una gestione della vigilanza dei campi per i prossimi ventuno mesi. Quindi le risorse ci sono, manca non tanto la volontà politica quanto la competenza per poter superare questi luoghi. Ricordiamo che i campi formali siano una realtà esclusivamente italiana, solamente l’Italia ha deciso che i rom debbano istituzionalmente vivere in questi spazi, spazi che quindi si configurano come luoghi di segregazione e discriminazione. Questi luoghi vanno superati, è possibile farlo, noi lo abbiamo indicato. L’ultimo passaggio è di far conoscere e approfondire la realtà, perché neanche le amministrazioni romane conoscono le entità del fenomeno. Quindi occorre anzitutto fare una mappatura di quelli che sono tutti i luoghi configurabili come luoghi da superare

 

   ORA ZERO – Quanti sono a Roma?

 

   CARLO STASOLLA – A Roma sono circa 8.000 i rom. Abbiamo sei insediamenti formali…

 

   ORA ZERO – Spieghiamolo ai radioascoltatori: cosa sono gli insediamenti formali?

 

   CARLO STASOLLA – Sono cosiddetti campi creati dalle Istituzioni, gestiti dalle Istituzioni, progettati dalle Istituzioni.

 

   ORA ZERO – Quindi – per capirci Stasolla – quelli dove ci sono i container con i condizionatori? Quelli che abbiamo avuto modo di vedere anche nel processo per “mafia capitale”?

 

   CARLO STASOLLA – Esattamente: campi recintati, videosorvegliati, con degli enti degli enti appaltanti che lavorano al loro interno. E questi qua sono i campi cosiddetti “formali”, quindi luoghi delle Istituzioni, che in realtà, però, presentano un forte profilo di illegalità perché sono costruiti innanzitutto su base etnica, quindi pensati per concentrare su base etnica delle persone. Quindi sono luoghi di profonda illegalità istituzionale. Oltre a questi sei insediamenti formali ci sono un camping (il Camping River), affittato con costi altissimi dal Comune di Roma anche in questo caso per concentrare persone di etnia rom, e ci sono poi due cosiddetti centri di raccolta rom, luoghi anch’essi dove sono state concentrate persone esclusivamente di etnia rom. Con queste persone arriviamo alla cifra di circa 5-6.000 persone, poi ci sono 2.000-2.500 persone che vivono negli insediamenti “informali”, cioè in insediamenti dove non è presente l’Istituzione…

 

   ORA ZERO – Per esempio lungo la via Tiburtina, dove sono parcheggiati tutti quei furgoni e quei camper?

 

   CARLO STASOLLA – Esattamente, oppure luoghi presso il fiume Tevere a Sud-Ovest della città nella zona della Magliana, quindi insediamenti fatti con tende provvisorie abitati in prevalenza da persone di cittadinanza rumena, mentre i campi formali sono luoghi di antico insediamento. Stiamo infatti parlando di persone presenti in Italia da trenta-quaranta anni, delle volte scappati dalla guerra nella ex Jugoslavia. Quindi si tratta di realtà anche molto diverse tra loro. I campi formali a Roma, dove vivono circa 6.000 persone, altrove non esistono. Esistono solamente in Italia e soprattutto nella città di Roma, visto che un quinto dei rom in emergenza abitativa vive solamente nella città di Roma, quindi la capitale ne ha una forte concentrazione, che però in realtà rispetto al totale della popolazione residente siamo su percentuali assolutamente ridicole, circa lo 0,20%, quindi numeri estremamente bassi, che poi però in campagna elettorale diventano “la questione delle questioni”.

Ecco, ciò che dice la Strategia nazionale di inclusione, che è un po’ l’impegno che l’Italia ha assunto davanti all’Europa è che questi luoghi devono essere superati, questi luoghi devono essere chiusi. Come farlo? Lo si fa anzitutto attraverso una conoscenza di quelle che sono le persone all’interno, quindi la conoscenza dei bisogni e delle risorse, si fa attraverso una mappatura di quelle che sono le risorse presenti nella città di Roma…

 

   ORA ZERO – Come fa a coniugare il problema dell’emergenza abitativa in una città come Roma… mi sembra che durante il vostro incontro con i candidati sindaci sia stato proprio Fassina a fare presente questo aspetto: sì, risolviamo i problemi, però dobbiamo tenere presente che siamo di fronte a una grossa emergenza abitativa che affligge anche i cittadini? Come coniugare le due cose?

 

   CARLO STASOLLA – Beh, innanzitutto diciamo che per l’emergenza abitativa romana le risposte si stanno dando. La Regione Lazio sta investendo circa 190 milioni di euro per 1.200 alloggi, al “buono casa” per i residence, ma anche lo stesso accesso alle case popolari. Fino a un anno fa i rom nei campi non potevano avere accesso alle case popolari presentando regolare domanda, c’era un profilo discriminatorio. Quindi rimuoviamo innanzitutto questi aspetti discriminatori e diamo anche ai cittadini rom come agli altri cittadini in emergenza abitativa.

 

   ORA ZERO – Rom comunitari come ad esempio quelli della Romania?

 

   CARLO STASOLLA – Ma anche rom italiani, perché un terzo dei rom presenti nei campi “formali” sono cittadini italiani, quindi poniamo la questione dei rom all’interno della grande questione dell’emergenza abitativa che interessa tutti i cittadini, non creiamo percorsi paralleli e diversi. Di fatto oggi si cammina su due percorsi diversi, uno è il binario dei campi dove si spendono tantissimi soldi  ma nulla va all’inclusione delle persone e l’altro è il binario dell’emergenza abitativa. Quindi rimettiamo tutto quanto insieme dando però medesime opportunità a tutti , senza dire prima gli italiani, oppure: sì però ci sono anche gli altri… mettiamo tutti insieme.

 

   ORA ZERO – Sì, ma noi abbiamo 8.000 nuclei familiari occupanti solo a Roma eh… rendiamoci conto delle dimensioni di questo problema.

 

   CARLO STASOLLA – Certo, però mettiamo questa questione tutti quanti insieme e uniamo le forze in questo senso qui, evitiamo di differenziare le cose e porle come due problemi, che poi significa provocare una guerra tra poveri e non risolvere le questioni.

 

   ORA ZERO – Nel convegno citato, quando avete presentato questo documento è uscita fuori una bella immagine, quella del superamento del campo e la riconduzione in chiave storica a quella che è stata la realtà delle baraccopoli romane. È stata fatta anche una breve storia delle baraccopoli a Roma, iniziate con l’unificazione del Regno d’Italia dopo la presa di Porta Pia, un fenomeno che poi attraverso gli anni è perdurato fino alle giunte di sinistra della seconda metà degli anni Settanta.

 

   CARLO STASOLLA – Attraverso questo tentativo noi vogliamo tentare di ricondurre la questione rom dal piano etnico a quello sociale, quindi all’interno della grande questione delle baraccopoli. Oggi questi luoghi che noi impropriamente chiamiamo “campi nomadi” in realtà andrebbero chiamati baraccopoli. Lo dicono le Nazioni Unite, l’Agenzia Habitat delle Nazioni Unite specifica che cosa è una baraccopoli e questi luoghi si configurano come baraccopoli. Però non è solamente una questione semantica, perché chiamarle baraccopoli significa anche che a Roma il fenomeno delle baraccopoli è stato sempre presente fin dagli anni Cinquanta in poi. Con Petroselli gli abbiamo dato una grande risposta negli anni Ottanta, ma poi si è riproposto con queste persone arrivate da fuori e che noi abbiamo impropriamente chiamato nomadi e che impropriamente abbiamo creato degli spazi riservati a nomadi, ovvero a persone culturalmente incapaci a vivere in casa. Questo è stato un grande abbaglio, quindi noi oggi dobbiamo essere consapevoli…

  

   ORA ZERO – Perché c’è di tutto in queste baraccopoli?

 

   CARLO STASOLLA – Perché c’è di tutto, ma soprattutto perché queste persone non sono assolutamente nomadi per cultura. Chi è scappato dalla ex Jugoslavia aveva da cinquecento anni un’abitazione ne suo territorio. Siamo noi ad averli riconosciuti come nomadi e quindi ad aver consentito la costruzione di questi spazi. Torniamo a dire che a Roma ci sono le baraccopoli come c’erano una volta, ma in un numero molto più basso di allora – noi nel nostro rapporto abbiamo presentato dei grafici attraverso i quali abbiamo illustrato quanto i numeri siano assolutamente più bassi rispetto agli anni Cinquanta e agli anni Sessanta – se siamo riusciti a dare risposte per il superamento delle baraccopoli in quegli anni possiamo farlo anche oggi. L’obiezione di dire non ci sono i soldi è una falsa obiezione, perché se guardiamo a quanto si spende per mantenere questi luoghi avremmo potuto chiuderli già da un pezzo: le risorse ci sono e non ci sono si trovano come si è fatto nel passato

 

   ORA ZERO – Dove si trovano?

 

   CARLO STASOLLA – Per quanto riguarda la questione rom basta riconvertire quanto si spende per mantenere e gestire questi spazi in progetti di superamento.

 

   ORA ZERO – Quando si parla di riqualificazione cosa si intende?

 

   CARLO STASOLLA – Riguardo all’autocostruzione esiste tutta una normativa regionale che regola questa attività. Ci sono anche dei progetti sviluppati altrove, ad esempio a Messina e ad Alghero. A Messina è stato molto interessante il progetto realizzato dall’Amministrazione, che ha chiuso i campi facendo un corso formativo alle persone rom e poi proponendo loro la ristrutturazione di alcuni edifici. Di idee ce ne sono tante.

 

   ORA ZERO – Ma con questo genere di soluzione, l’autorecupero, quanto si riuscirebbe a soddisfare rispetto all’esigenza?

 

   CARLO STASOLLA – A Roma ci sono studi realizzati dall’Università La Sapienza,  noi presentammo due anni fa con una studentessa dottoranda uno studio su tutti gli ecomostri presenti con particolare  riferimento a una struttura abbandonata che sta a Tormarancia. Con questo studio di fattibilità dimostrammo che con dei costi minori della gestione dei campi si possono inserire delle persone.

 

   ORA ZERO – Non si rischia di creare un ghetto mettendoli tutti insieme?

 

   CARLO STASOLLA – Nel nostro progetto c’erano giovani coppie, c’erano anziani, c’aerano immigrati e c’arano rom. Questo progetto è presente nel rapporto “Campi nomadi S.p.A.”, nel quale, nella seconda parte, non si mira a creare un ghetto perché la questione rom va staccata dall’emergenza abitativa, ma va messa all’interno della grande questione abitativa, e nella grande questione abitativa ci sono giovani coppie, anziani e stranieri. Con questa logica, con questa prospettiva dobbiamo camminare.

 

   ORA ZERO – Stasolla, in conclusione: come si supera sul piano culturale il “problema” posto dal rom? Testé lei ha affermato che bisogna fare riferimento agli strumenti dell’inserimento nella società, compreso quello alloggiativo, ma finora è stato utilizzato – in maniera più o meno strumentale – il “grimaldello” culturale dell’emergenza e dell’ordine pubblico…

 

   CARLO STASOLLA – Innanzitutto non dovremmo più parlare di rom. Quando noi parliamo della questione rom ci riferiamo a una questione etnica che utilizziamo solamente per la categoria rom, non la utilizziamo per nessun’altra categoria. Iniziamo a porre la questione sul piano sociale, perché oggi a Roma noi non abbiamo dei rom in emergenza abitativa, abbiamo dei baraccati che vivono nelle baraccopoli. Per cui – come ho affermato al convegno – Petroselli quando ha chiuso le baraccopoli non si è preoccupato dell’origine etnica di chi le abitava, non ha fatto distinzioni. E non dimentichiamo che a quel tempo tanti rom abruzzesi sono stati sistemati nelle case da Petroselli e nessuno ha obiettato, perché nessuno ha riconosciuto in loro persone rom. Altrettanto dobbiamo fare oggi. Oggi un amministratore, così come anche i media, non si deve preoccupare di quella che è l’origine etnica di una persona: io potrei essere rom o non rom, ma io di fatto sono una persona. E, di fatto, posso avere un bisogno sociale a cui il comune, l’amministrazione, può e deve darmi delle risposte, indipendentemente dalla mia origine etnica. Quindi anche qui occorre iniziare, per fare questo lavoro culturale, a trattare questa questione non come una questione etnica, ma come una questione sociale, altrimenti, se continuiamo a trattarla come una questione etnica, tutti i fantasmi su ciò che è la questione rom – il rom brutto, sporco e cattivo – ritornano e necessariamente poi condizione le scelte concrete che siamo chiamati a operare.

 

   ORA ZERO – Questa trasmissione di Ora Zero si conclude qui. Ringraziamo Carlo Stasolla, dell’Associazione 21 luglio e un cordiale saluto da Gianluca Scagnetti.