Verso il Rapporto 2016 sull’economia globale e l’Italia. A cura di Mario Deaglio Roma, Residenza di Ripetta, mercoledì 18 maggio 2015 Convegno promosso da: Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi Istituto Affari Internazionali UBI Banca – LA RIPRESA, E SE TOCCASSE A NOI?

Verso il Rapporto 2016 sull’economia globale e l’Italia. A cura di Mario Deaglio Roma, Residenza di Ripetta, mercoledì 18 maggio 2015 Convegno promosso da: Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi Istituto Affari Internazionali UBI Banca – LA RIPRESA, E SE TOCCASSE A NOI?

Verso il Rapporto 2016 sull’economia globale e l’Italia. A cura di Mario Deaglio Roma, Residenza di Ripetta, mercoledì 18 maggio 2015 Convegno promosso da: Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi Istituto Affari Internazionali UBI Banca

 

LA RIPRESA, E SE TOCCASSE A NOI?

Verso il Rapporto 2016 sull’economia globale e l’Italia
A cura di Mario Deaglio
Roma, Residenza di Ripetta, mercoledì 18 maggio 2016

 

Convegno promosso da:
Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi
Istituto Affari Internazionali
UBI Banca
   Salvatore Carrubba - Benvenuti a questa presentazione del XX Rapporto sull’economia globale e l’Italia predisposto ogni dal Centro Einaudi in collaborazione con UBI Banca. Innanzitutto devo ringraziare l’Istituto Affari Internazionali per l’ospitalità, il presidente Fabrizio Saccomanni che prenderà poi la parola e illustrerà insieme a tutti gli altri ospiti il contenuto del Rapporto.

Dicevo prima che questo rapporto nasce dalla collaborazione ormai consolidata da molti anni fra il Centro Einaudi di Torino e il gruppo UBI Banca, siamo appunto arrivati alla ventesima edizione e ci fa piacere che da molti anni ci sia questa collaborazione, che è veramente importante, significativa e preziosa e che si manifesta anche nell’organizzazione di alcuni momenti divenuti ormai tradizionali, come questo qui di Roma. Quindi un ringraziamento particolare va a Victor Massiah per l’attenzione che ha sempre manifestato nei confronti di questa iniziativa e, naturalmente, per la sua presenza di oggi, che si manifesterà anche nel commento che da parte sua dopo la presentazione che faranno il professor Deaglio e il dottor Russo.

Questo appuntamento di Roma, come ricorderete, è l’occasione ormai tradizionale per aggiornare questo studio a pochi mesi dalla pubblicazione del Rapporto per verificare quali sono i passi avanti o indietro che abbiamo fatto, ma soprattutto questo appunto serve anche per annunciare la nuova edizione, un ponte verso la nuova edizione che il professor Deaglio e i suoi collaboratori cureranno nei prossimi anni. Questa edizione – voglio ricordarne gli autori – sono il professor Mario Deaglio, naturalmente, e poi Giorgio Arfaras, Anna Caffarena, Gabriele Guggiola, Paolo Migliavacca, Anna Paola Quaglia, Giorgio Vernoni e Giuseppe Russo, che è il direttore del Centro Einaudi e che, ripeto, con il professor Deaglio ci presenterà il Rapporto, che è pubblicato dall’editore Guerini e Associati, che è qui con noi e che saluto e ringrazio.

Adesso appunto do la parola a Mario Deaglio e a Beppe Russo, consentitemi un ringraziamento particolare a Deaglio per la passione, la motivazione e l’intelligenza con la quale da tanti anni sta seguendo questo Rapporto, che è diventato in qualche misura un prodotto unico per la pubblicistica sociale e la letteratura scientifica italiana, perché – grazie al fatto che fin dal primo momento è seguito, curato e pensato da Mario Deaglio – assicura una continuità d’impostazione che rende lo sviluppo di questa ricerca nelle sue “venti puntate”, nelle sue venti edizioni, un patrimonio veramente indispensabile per leggere l’evoluzione dell’economia, della società e della politica a livello internazionale e del ruolo che l’Italia può e deve svolgere all’interno di questa evoluzione. Quest’anno ci sono tanti elementi sui quali, ovviamente, io non entro – poi li faremo commentare ai nostri ospiti – mi preme soltanto sottolineare due aspetti che mi hanno colpito in questa edizione: il primo elemento è rappresentato da quei segnali di ripresa che t ti auspichiamo e che tutti vogliamo leggere e di cui questo volume in qualche  misura ci offre qualche elemento di speranza, più o meno forte, più o meno robusta. Elementi di ripresa che però sono inseriti in un processo di costante cambiamento che questo Rapporto è sempre in grado di cogliere, fotografando anche degli aspetti che sono magari meno evidenti o che l’opinione pubblica in generale è meno capace di cogliere e di leggere. Quindi questa capacità di rappresentare questi elementi e di descriverli permette anche di leggere i fatti contingenti in una luce particolare.

L’altro aspetto che emerge dal Rapporto di quest’anno con un’enfasi particolare è rappresentato dalla pervasività sempre più pronunciata dall’innovazione tecnologica, il cui impatto sociale possiamo dire ormai supera anche quello economico di carattere industriale. E la presenza di Fabio Vaccarono, che è l’ultimo ospite che ci sta per raggiungere e che rappresenta Google Italia, sicuramente offrirà altri elementi di discussione interessanti a questo dibattito. Questa pervasività si manifesta nella forza che sta assumendo l’intelligenza artificiale, che è diventata protagonista della trasformazione tecnologica, della trasformazione industriale e che, però, ha delle conseguenze che non sono soltanto di carattere produttivo-economico, ma anche di carattere sociale e politico. Pensiamo appunto a come incide sui processi dell’informazione, e quindi proprio sul modello di democrazia che contribuisce a creare o a modificare questa introduzione dell’intelligenza artificiale. Coinvolge molto la trasformazione sociale, quindi non è più semplicemente una rivoluzione industriale, terza o quarta, ma è qualche cosa di più che implica una trasformazione profonda del modo stesso in cui le società si atteggiano e nel modo in cui la democrazia – almeno la democrazia tradizionale con la quale siamo stati abituati a lavorare negli ultimi secoli – è costretta a dei cambiamenti molto forti.

Quindi, questi sono alcuni elementi, alcuni spunti, ma, come ho accennato, adesso saranno soprattutto Mario Deaglio e Beppe Russo a illustrarceli e quindi do la parola a Mario ringraziandolo ancora per la sua opera de per la sua cortesia.

 

   Mario Deaglio - Grazie Salvatore, grazie a tutti per essere venuti in grande numero a questo incontro che per noi è molto importante perché sono passati sei mesi dall’uscita di questo Rapporto e tra pochi mesi uscirà quello nuovo. Per noi è la fine del vecchio e il momento della riflessione che stiamo cercando di impostare e di capire e il contributo dell’opinione romana è molto importante.

Appena pochi cenni che partono dalla spiegazione della copertina. Queste mani alzate sono mani sofferte, come si può vedere, e sono anche mani anonime e in qualche modo questo rappresenta proprio la voglia di ripresa che ha questo paese e la paura che si è lasciato indietro e che ha caratterizzato questi ultimi anni. All’inizio questo titolo era stato considerato un poco retorico, uno scherzo, ma in fondo una ripresina vivacchia e vivacchia con una certa tendenza a ispessirsi, è di oggi mi sembra, o di ieri, questa stima alzata allo 0,1%, per quello che possono valere queste stime, non tanto per le cifre quanto per la tendenza che mettono in luce. Quindi partiamo da questi bene auguranti piccoli segnali per andare, però, subito su un orizzonte piuttosto vasto. Dopo vent’anni di Rapporto abbiamo provato a guardare in campo lungo nientemeno come sta cambiando la nostra vita e abbiamo visto delle cose che sei mesi dopo ritroviamo confermate sulle quali forse non si riflette abbastanza. Poi andremo a vedere le varie aree del pianeta che sono tutte in qualche modo in evoluzione e, infine, ci porremo la domanda per noi più importante nel nostro piccolo: è una ripresa o è un rimbalzo? È un qualche cosa che dobbiamo aspettarci perché quando la domanda si comprime per tanto tempo poi finisce prima o poi per tornare su, oppure c’è qualcosa che si costruisce in modo strutturale?

Bene, partiamo con questo sguardo in campo lungo. Noi abbiamo selezionato tre innovazioni che ci stanno cascando addosso, nel bene e nel male, e che riteniamo importanti. Nel grafico, che ha me ha fatto impressione per come cambia il mondo, mostra con la linea in rosso i paesi avanzati e in nero la quota del resto del mondo dal 1990 fino al 2020 nelle previsioni del Fondo monetario internazionale, quindi non hanno assolutamente nulla di rivoluzionario. Ecco, inizialmente noi partiamo con quasi i due terzi della produzione nel mondo avanzato e il resto del mondo poco più un  terzo, poi la linea si contrae, vedete, 58% e 41%, poi sembra che le cose più o meno si stabilizzino, siamo nell’anno 2000 e noi siamo poco sotto il 60% e loro sono appena sotto il 40% e va bene così… e no invece, perché si stringe questa forbice e, guarda guarda, proprio durante la crisi – cioè tra il 2005 e il 2010  – il resto del mondo ci supera. Il resto del mondo ci supera e la crisi addirittura porta a una diminuzione del nostro PIL, mentre il resto del mondo ha avuto soltanto un rallentamento di crescita e poi l’andamento continua ad andare in questo modo e poi arriviamo alla previsione che vede noi con quasi più di un terzo e gli altri con quasi due terzi. Ora, questo se volete è un indicatore bassamente quantitativo, può darsi che dietro a questo ci siano delle cose che noi non vediamo e che sono molto importanti, ma le evidenze empiriche che abbiamo ci dicono che accanto alla quantità di produzione che è mancata ci sono anche altri cambiamenti che riguardano il potere, che riguardano il comando di queste economie, insomma noi non abbiamo più sempre necessariamente, prima ancora di incominciare a parlare, l’iniziativa e la possibilità di cambiare il mondo come vogliamo. E di questo cominciamo a renderci conto, e l’Europa se ne rende conto in maniera molto netta e dolorosa in questi ultimi sei mesi, di come stiano cambiando le cose.

Allora, qui vediamo che le innovazioni che ci stanno cambiando la vita secondo me assomigliano alla distruzione creatrice di Schumpeter. Vorrei dire che c’è tanta distruzione e la creazione che ci dovrebbe essere non si vede bene dai dati, poi sono curioso di sentire il dottor Vaccaroni su questo, perché è il rappresentante di una delle parti più creative che però non ci danno molto PIL in realtà. E allora noi troviamo che Internet è quella che Schumpeter chiamava una innovazione fondamentale, che ha avuto la sua incubazione per circa vent’anni e che poi finalmente ha creato quello sciame di innovazioni secondarie che ci portano a un cambiamento rapidissimo e importante. Io faccio sempre un esempio di come poi queste cose avvengono all’improvviso: fino alla Prima guerra mondiale in tutta Europa c’era una rete di trasporto a cavalli – cavalli, carrozze, stazioni di posta – tutto andava ed era regolato in questa maniera, era una struttura. Non è che questa si sia allontanata poco per volta, no: dal 1918 al 1921 questa struttura scompare e viene sostituita da una struttura a motore. Ecco, noi stiamo vedendo delle cose che ci dicono che molte delle strutture alle quali noi siamo abituati stanno scomparendo in questo modo: Internet introduce prodotti nuovi, modi di produzione nuovi e mercati nuovi. Precisamente queste tre cose – prodotti, produzione e mercati – come Schumpeter affermava, caratterizzano questi salti che sono importanti nella nostra vita economica. E la più veloce di queste innovazioni, la diffusione di Internet e del telefonino cellulare, certo non hanno paragoni con quelle del passato, perché sono molto più veloci, ad esempio, della diffusione dell’elettricità e delle automobili. Quindi questo ci coglie ancora più impreparati perché le strutture sociali fanno fatica ad adeguarsi.

Ecco gli esempi che vi dicevo: qui non si vede bene, ma quella cosa bianca che vedete sullo schermo in modo indistinto è una nuova batteria che la Tesla, di cui molti forse hanno sentito parlare, ha disegnato un po’ come un frigorifero, dovrebbe stare nelle cucine della gente collegata a un cavo al tetto della casa – qui siamo in America, dove le case monofamiliari sono molto più diffuse che da noi – raccoglie l’energia solare ma non per riversarla in rete come succede adesso, ma per  immagazzinarla. È una batteria al litio, quindi non è velenosa né pesante, non presenta quindi tuti quegli inconvenienti che hanno le batterie tradizionali, e sostanzialmente questo può isolare, almeno parzialmente, l’utente, che non dipende più tanto dalla rete ma può fare per conto suo. Questa è una cosa che è importante e sulla quale bisognerà riflettere, perché una rete che si disgrega un poco è importante.

Non so se lì riuscite a vedere la seconda innovazione nella figura, c’è una signora al volante di una macchina, ma le sue mani non toccano il volante ma stanno reggendo un libro, però vedete che siamo su di una strada dove ci sono delle altre macchine. Quindi abbiamo questa guida automatica dell’automobile che viene introdotta non tutta in una volta, ma rispetto a dieci anni fa gli automatismi che hanno le macchine – ad esempio per fare la retromarcia – sono aumentate moltissimo e adesso sui modelli che dovrebbero venire immessi in commercio nel prossimo autunno ci sono già le automobili che in determinati tratti di strada si possono guidare da sole. Questo potrebbe cambiare moltissimo il nostro modo di intendere l’automobile, si collega ad altre innovazioni che riguardano la fruizione dell’automobile, come Huber e i servizi di car sharing che ci sono nelle città, il finanziamento delle vendite di automobili, cui la vendita somiglia sempre più a un affitto. Per cui sostanzialmente voi prendete una macchina, la tenete per dieci anni con la possibilità di cambiarla con un nuovo modello anche se non avete finito il pagamento della vecchia. Ecco, tutto questo cambia il nostro modo di guardare all’automobile.

Infine, quella che forse è la rivoluzione più importante di tutte: il drone. Sotto quest’arnese qui c’è una cassetta, ma… cosa ci sta in quella cassetta?  La nostra spesa. Voi su Internet “cliccate” e vi fate il carrello della spesa e poi ve lo portano a casa, sul balcone o nel cortile col drone. Sono cose che si stanno sperimentando anche in Italia. Sapete cosa significa questo per il settore della distribuzione? Vuol dire che tutte le strutture come gli attuali supermercati vengono messe in dubbio e devono interrogarsi su quello che possono fare o meno. E il ruolo del terziario, un po’ come riserva di manodopera in eccesso in certi periodi finisce, come sta finendo in altri settori. Lo stesso settore bancario ha ormai un uso molto frequente di Internet, quindi il collegamento tra la banca e il cliente non avviene più prevalentemente in base allo sportello.

Andiamo avanti, altre cose che stanno venendo fuori sono delle forme di condivisione che sembrano avere perso almeno in parte il loro carattere ideologico o morale, eccetera, ma guardano, almeno come base comune, a un’utilità reciproca. Di Huber ne abbiamo già parlato quindi non mi ci soffermo perché sappiamo cosa significa, con tutti i problemi dirompenti che questo porta all’organizzazione precedente, e-bay, il mercatino elettronico che esisti da molti anni e che in Italia non è diffusissimo, ma se voi andate negli Usa e volete cambiare casa o disfarvi di vecchi mobili, mettete una foto su a-bay e nel giro di un giorno scambiate tutto. È una cosa per noi curiosa ma che tende a diventare parte delle nostre vite. Nel campo del car sharing si sono stimate 100.000 automobili condivise nelle principali città del mondo, dove stanno aumentando molto rapidamente e i b&b, con questi affitti e queste condivisioni delle case, molte volte senza che il fisco ne sappia niente; wikipedia, ecco, wikipedia attiene anche a un altro carattere ancora:  pensate che ci sono centinaia di migliaia di persone che scrivono queste voci, non solo senza essere pagate, ma anche senza vedere il loro nome su Internet. La qualità è molto variabile, ma è una forma importante di tipo sociale e di carattere nuovo; il crownfunding: avete un’idea e non sapete come finanziarla allora andate su dei siti specializzati e si aprono delle linee in cui il pubblico può finanziare la vostra idea. Un aspetto molto importante, così come sono importanti anche questi esercizi di moneta elettronica privata che cominciano a essere fatti in varie parti. Insomma, tutte queste cose assieme delineano una società diversa e noi rischiamo di fare la fine delle vecchie strutture di trasporto a cavalli con stazioni di posta, mentre c’è qualcosa che ci supera all’improvviso.

In tutto questo però – che è bellissimo – nel nostro rapporto noi riportiamo questa figura ripresa dal World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale dell’aprile di un anno fa, che sono le proiezioni al 2020, dove la parte nera indica la produttività del capitale, la parte un po’ più chiara l’aumento dell’occupazione e la produttività totale, cioè la mescolanza dei fattori, il terzo punto, è molto chiara: la crisi ha portato a una riduzione di tutto questo, ma il dopo-crisi non ci riporta al livello di prima e si perde uno 0,5-0,6%, cioè un quarto della produzione mondiale. Come si può vedere, questa perdita non deriva dalla produttività totale dei fattori, ma soprattutto per il lavoro, dove si ha difficoltà ad avere un lavoro giustamente produttivo. Se si guardano i paesi emergenti le cose vanno anche peggio pur in presenza di tassi di crescita più alti dei nostri, in quanto la quota di maggior lavoro necessario a queste economie risulta essere molto basso. E questo è un po’ il problema cinese: abbiamo questi giovani istruiti che parlano tutti abbastanza bene l’inglese, però il lavoro che gli viene offerto molte volte è simile a quello dei padri e questo crea tutto un senso di risentimento. Per esempio i moti di Hong Kong sono stati legati a questi fattori generazionali.

Possiamo dire un’altra cosa, che le innovazioni si stanno succedendo così rapidamente che non si fa in tempo ad ammortizzare l’innovazione vecchia. Si salta sempre su un nuovo cavallo, ma i cavalli vecchi sono ancora tutti da pagare e tutto questo dopo crea dei dubbi, delle alternanze sui mercati finanziari che non sono da poco. In sostanza, per spiegare tutto questo se mettiamo assieme Keynes e Schumpeter forse diamo una spiegazione che va bene: tutti hanno parlato molto di Keynes, Keynes che rivive, fino a un certo punto forse sì, ma l’analisi di Schumpeter sul lungo periodo è sicuramente importante anch’essa. Sostanzialmente Schumpeter aveva lavorato sulle dimensioni politico-sociali individuando cicli di cinquantacinque anni circa nei quali cambia tutto: cambiano le tecnologie e dietro alle tecnologie cambia anche la società. Quindi una rivoluzione tecnologica al centro di questi cambiamenti, troppo rapida in questo caso. L’insegnamento che traiamo da Keynes è che non basta aumentare la liquidità, se i redditi sono molto disuguali i consumi non salgono abbastanza, quindi non basta questo a trainare l’economia, quindi a farla girare a pieno ritmo, quindi bisognerebbe avere una certa redistribuzione, oppure anche, congiuntamente a questo, una spesa pubblica molto rapida, molto orientata, che possa fare da ricostituente. Tra l’altro queste cose sono state dette, il “piano Junker” è una soluzione di questo tipo, ma non ha trovato risorse finanziarie perché si basava tutto sul volontarismo dei vari paesi, quindi andava fatto qualcosa di più. Quindi qualche intervento pubblico che supplisca all’andamento inadeguato della domanda globale. Naturalmente non ci accontentiamo di un intervento qualunque come scavare buche e poi riempirle di nuovo pur di mettere soldi in circolazione, ma dovremmo riflettere molto sulla politica industriale. Ma non c’è, in fondo, in nessun paese occidentale avviato un dibattito serio su come saremo tra vent’anni o su quali settori dobbiamo investire per essere come vogliamo essere tra una ventina d’anni.

Guardiamo adesso alle varie aree del pianeta: Europa sotto assedio, Stati Uniti con una ripresa problematica, il rallentamento della Cina e, forse, un’eccezione nell’Africa sub-sahariana.

Europa sotto assedio: noi guardiamo soprattutto a questo fronte, questa freccia che viene su dal Sud-Est e che ci tende a sconvolgere la vita, la politica, è qualcosa che colpisce profondamente in profondità, ma ci stiamo dimenticando che c’è un’altra freccia che riguarda l’Ucraina. Ci stiamo dimenticando, io non ho trovato un accenno nei giornali, nei commenti e nei dibattiti degli ultimi mesi, cioè del fatto che a giugno non ci sarà solo la Brexit, ma scadono anche le sanzioni alla Russia per la questione della guerra in Ucraina e dovremmo rinnovarle o modificarle, ma di questo non si parla. E credo che dietro a questo ci sia una forte pressione delle industrie tedesche e italiane, che sono quelle che hanno maggiori interessi a che si faccia qualcosa e non si faccia semplicemente un rinnovo burocratico.

Infine c’è il terzo assedio, che è di ben altro tipo, che è un assedio quasi amichevole si potrebbe dire ed è il famoso TTIP, questo accordo che dovrebbe legare Europa e Usa e su cui gli Usa premono moltissimo, ma su cui c’è stata l’altro giorno una presa di posizione, quasi definitiva per il breve periodo, che è quella del presidente Hollande, che non firma a queste condizioni. Perché? Ma, perché quest’accordo da un lato contiene elementi positivi, noi italiani lo sappiamo bene quante volte andando all’estero abbiamo visto il parmesan cheese, quando il “parmesan” non ha proprio nulla del parmigiano, se non il fatto che possa essere grattato, ma quello che c’è dentro non lo sappiamo nemmeno. Ma quello che su tutti noi abbiamo dei dubbi sono i rapporti che si vengono a creare tra le multinazionali e i governi, e cioè, oggi l’antitrust dell’Unione europea può mettere sotto indagine le imprese informatiche per tutta una serie di problemi, e il rapporto è tra l’Europa – che poi decide, con i suoi strumenti, che sono anche strumenti che vanno molto bene – ma in futuro non sarà più così: se viene il TTIP come si presenta adesso si creerà un asituazione dove gli stati saranno una parte, le grandi imprese un’altra parte e questa corte, calata un po’ dall’alto, una specie di corte arbitrale dovrebbe decidere, quindi una perdita di sovranità, non dico dei singoli stati, ma dell’intera Unione europea viene a essere molto importante.

La problematica ripresa americana continua a essere problematica, e qui cedo lq parola a Beppe Russo, che ha aggiornato i dati che ci sono nel Rapporto e che ve li illustrerà.

 

   Giuseppe Russo - Grazie Mario. Gli Stati Uniti sono, dal nostro punto di vista, un caso da osservare, perché rappresentano un’economia che ha utilizzato in modo abbinato la politica ambientale e la politica fiscale con un maggior successo apparentemente. Voi sapete che la politica fiscale dopo il crollo di Lehmann ha portato il bilancio federale in deficit del 10% del PIL, nello stesso tempo la liquidità è fluita copiosa nel sistema finanziario, tanto che tre diverse ondate di cosiddetto Quantitative easing (Qe), cioè di acquisti di obbligazioni pubbliche sono state effettuate per alimentare il sistema bancario e schiacciare i tassi di interesse. Cosa ha ssortito la medicina americana?

Beh, ha certamente sortito – guardate nel grafico di sinistra la linea blu – la ripresa dei corsi di borsa. Negli Stati Uniti i corso di borsa sono importanti perché i fondi pensione americani sono ampiamente investiti nella borsa e la ricchezza finanziaria degli americani è particolarmente costituita dai fondi pensione. Fondi pensione negli Usa superano in termini di consistenza il 100% del PIL, mentre in Italia le pensioni raggiungono stentatamente il 7 per cento. Quindi, un pezzo di capitalismo è stato salvato, e anche le generazioni future dei boomers che stanno andando in pensione sono state salvate, ma certo è successa una cosa in parallelo: si è spostata la distribuzione del reddito dal lavoro (cioè dai salari e dalle attività lavorative in genere) al capitale. Se voi osservate l’altra linea, quella rossa – il rapporto tra salari e dividendi – come vedete quella che sale e l’altra che è andata sempre più scendendo, vale a dire che la ripartizione del PIL tra profitti e salari è andata largamente a vantagio dei profitti. Tutto bene questo? Beh, quanto di questo si è tradotto in vantaggio per l’economia reale? Si dovrebbe dire molto, perché per esempio il PIL ha superato i livelli precedenti della crisi, ma abbiamo delle ombre insieme alle luci, due in particolare: una è quella che i disoccupati nella definizione più allargata, cioè quelli che non lavorano continuativamente più di dodici ore settimanali, quelli che sono scoraggiati (cioè che si sono sottratti dalla forza lavoro e che pensano che non avranno comunque un lavoro), beh, questi non sono più tornati al livello precedente alla crisi – li “leggiamo” nella linea azzurra nel grafico di destra – e, nello stesso tempo, il grafico roso dice che sostanzialmente è scesa la forza lavoro. Quindi ci sono delle persono che non cercano più lavoro perché sanno di non trovarlo. Questo va insieme al fatto che il numero dei cosiddetti good jobs sono lavori che permettono di guadagnare un salario, secondo la definizione degli economisti del lavoro, che consenta una vita dignitosa, beh, i good jobs sono sempre di meno e il governo deve affrontare questo problema, per esempio, con l’estensione di salari minimi. Ma come sapete è una cosa molto difficile che si riesce a fare soltanto parzialmente, infatti il salario minimo federale oltre i nove dollari non è riuscito ad andare. In questo momento però cosa sta succedendo negli Usa? Stiamo al momento “del dunque”, perché la corsa ai profiti senza una sufficiente redistribuzione capillare del PIL incontra la difficoltà a trasformarsi in capitale che riesce a vendere di più e, quindi, a crescere. La crescita è limitata dal fatto che la propensione al consumo più alta si registra nei gruppi sociali con i redditi più bassi, ma questi sono stati quelli che hanno avuto il tasso di crescita più basso. Il reddito famigliare mediano è inferiore a quello di prima della crisi, mentre il reddito medio – che viceversa non tiene conto della distribuzione della popolazione – invece ha superato il livello del PIL. Quindi c’è un grande problema di distribuzione dei redditi, non a caso un pezzo della campagna elettorale che è in corso e che vede contrapposti in casa democratica Sanders e Clinton, Clinton che ha sostanzialmente vinto, si è giocata proprio sul ceto medio, sulla voglia del ceto medio di avere un riscatto. Il 40% dei prestiti garantiti dal governo federale agli studenti in questo momento non viene onorato con regolarità, soltanto sei prestiti su dieci vengono onorati e questo perché è molto più difficil che in passato che il primo lavoro, che una volta permetteva di restituire più rapidamente quello che si era preso in prestito.

 

   Mario Deaglio - Possiamo dire che il sistema in qulache modo garantisce i pensionati, con la borsa che come abbiamo visto si rivaluta, ma i giovani invece no. E questo a lungo andare è un problema.

 

  Giuseppe Russo - Siamo arrivati a un punto limite, per cui o gli Usa possono contare su una domanda che proviene dall’estero, ma che richiederebbe un dollaro che tendelziamente si deprezzi, cosa che – come abbiamo visto – fino a un certo punto va bene, ma poi oltre un certo limite non si deprezza perché le tensioni che si generano sui mercati internazionali lo portano su, perché qualunque crisi fa fuggire i capitali verso il dollaro a causa del deprezzamento delle valute più deboli. Altrimenti bisogna rimettere mano alla questione distributiva e, probabilmente, a quella fiscale negli Usa. L’africa è il continente che, abbiamo detto, ci ha riservato qualche sorpresa. Lo abbiamo studiato approfonditamente e cosa abbiamo trovato? Beh, immaginiamo di guardare all’Africa attraverso il solito indicatore, il PIL, un indicatore che non fa giustizia soprattutto in quelle economie dove c’è molta produzione per l’autoconsumo, come è ancora l’economia Africana e molti altri paesi in larga parte addirittura. Beh, in Africa succede che, se voi guardate le colonnine blu, quelle che indicano l’Africa sub-sahariana, sia occidentale che orientale…

 

   Mario Deaglio - I dati vanno dal 2010 al 2014 e prendono in considreazione prima i paesi avanzati, quindi quelli emergenti, poi, in primo piano, Medio Oriente e Africa settentrionale, infine l’Africa sub-sahariana. Come si può osservare dal grafico, negli ultimi dieci anni l’Africa sub-sahariana è seconda soltanto alle “tigri asiatiche”.

 

Giuseppe Russo - E questo è capitato un po’ in sordine, nel senso che non ce ne siamo tanto accorti. È capitato quando, nel frattempo, sono cambiate le classi dirigenti di quesi paesi. È capitato che dall’inizio del secolo una delle cose che abbiamo fatto è stata quella di rimettere i debiti ai Paesi africani e in quel momento si sono anche violate le ragioni di scambio, cioè la crescita della Cina ha fatto crescere i prezzi delle materie prime e negli ultimi dieci-quindici anni questi paesi hanno avuto meno interessi, anzi, interessi zero da pagare sui debiti pregressi e prezzi del loro export che sono andati rivalutandosi. Questo unito a una classe dirigente che ha sostituito le dittature al potere nella seconda metà del secolo scorso è stato un complesso di fattori che ha generato delle occasioni di crescita. Si può affermare che, partendo da livelli molto bassi – voi sapete che i paesi africani sono a redito molto basso e ci vorranno molti anni perché raggiungano un benessere sostanziale – ma il processo è iniziato, ed è un processo che salta molte fasi proprio perché oggi come oggi, grazie alle interazioni di cui abbiamo detto (Internet, la diffusione della conoscenza tecnologica, il fatto che il mondo della ricerca è globalizzato e, dunque, non è più locale e anche il fatto che è largamente partecipato anche da persone nate in Africa) , è possibile saltare dei “pezzi di crescita” che per noi invece sono stati particolarmente lunghi e faticosi, per esempio nel settore delle telecomunicazioni. Si passa direttamente alle comunicazioni wireless esenza passare da tutti i cavi che, viceversa hanno in passato cablato le nostre economie. In Africa vi sono alcune fabriche di automobili che cominciano ad assemblare veicoli, lì si assembla il primo autobus…

 

   Mario Deaglio - Attenzione: sono fabbriche africane, non succursali locali di imprese occidentali. In Africa ci sono tre imprese africane che producono autobus e automobili per il mercato continentale, assemblando ovviamente pezzi presi da fuori, ma sono macchine con delle caratteristiche diverse dalle macchine che vengono importate.

 

Giuseppe Russo - In un caso è stato comprato un vecchio marchio americano e comincia ad avere l’ambizione di uscire dai confini del proprio paese.

 

   Mario Deaglio - Mi fa piacere sottolineare dell’Africa per la quasi coincidenza con la cronaca per cui l’Italia si accorge che l’Africa ha questo potenziale e quindi comincia a ragionare di Africa in termini operativi.

 

Giuseppe Russo - E l’ultima cosa che bisogna dire forse dell’Africa è un numero: il 6% secondo i nostri calcoli è esattamente quello che serve per evitare un disastro. In Africa oggi vivono circa un miliardo di persone, la cui metà di esse ha meno di diciannove anni e ciò vuol dire che cercherà un lavoro nei prossimi venti anni, moltiplichiamo pure questa cifra per il coefficiente di attività – di risulta stimiamo in 300-350 milioni questi giovani africani – e avremo che il 6% sarà il tasso di crescita che potrà permettere uno sviluppo ordinato. Altrimenti, signori, dobbiamo abituarci a pensare cercheranno di venire nel Nord del mondo…

 

   Mario Deaglio - E il tasso di sviluppo indicato, del 5-6%, va quasi bene, perché potrebbe essere qualcosa che mette d’accordo noi e loro, in quanto noi potremmo partecipare, abbiamo tante cose che possono essere utili a loro, e in questo modo anche governare il fenomeno migratorio, che altrimenti rischia di travolgerci.

 

   Giuseppe Russo - Andiamo infine all’Italia. Quello che ci siamo chiesti – anche se ormai il dubbio lo abbiamo definitivamente sciolto – è: la crescita del PIL che abbiamo avuto alla fine dell’anno scorso è stato un “rimbalzo” (+1%) oppure è stata una vera impresa?

La nostra conclusione è che ci troviamo all’inizio di una ripresa. In questo caso le slide sono parziali, ma questa va fatta vedere assolutamente per mostrare la linea che cresce di più: quelle sono le variazioni percentuali degli aggregati che compongono il PIL reale italiano dal 2010 a oggi, e come vedete c’è una linea che sale del 25% in cinque anni, sono cinque punti percentuali all’anno in media e queste sono le esportazioni italiane. Le esportazioni italiane sono cresciute in Europa èpiù di qualsiasi altro paese se si eccettua la Germania, che come sapete è un campione delle esportazioni per diversi motivi. Le esportazioni italiane hanno avuto un enorme successo anche perché nello stesso periodo è successo che le ragioni di scambio del nostro export sono migliorate. C’è da dire che in parte sono migliorate per la mitigazione dei prezzi delle materie prime importate, ma in parte sono migliorate per il miglioramento del contenuto tecnologico e di valore aggiunto di ciò chenoi vendiamo nel mondo. Quindi c’è un doppio effetto, un effetto di competitività nelle nostre esportazoni e di volume delle esportazoni, e questo è quello che ha prevalentemete trainato il PIL. Perché se si osservano le altre componenti della domanda sono tutte in declino fino al 2013, poi dal 2013 incominciano a migliorare i consumi e dal 2014 incominciano a stabilizzarsi gli investimenti e adesso gli ultimi dato sono che gli investimenti sono finalmente mossi all’insù. Come dire che la ripresa è partita dalle esportazioni e, piano piano, si sta trascinando gli altri vagoni. Perché piano? Piano perché l’esportazione è prevalentemente del settore manifatturiero, del settore agro-industriale – i servizi esportano quasi nulla – e questi devono prima recuperrare la forza lavoro che è in cassa integrazione, quindi l’occupazione si crea con lentezza e quando poi, viceversa sarà più importante si propagherà a tutti gli altri settori. Se prendiamo i principali settori dell’economia italiana vediamo il punto di minimo nella fase ciclica, solo due sono al minimo su quindici, gli altri tredici hanno tutti un segno positivo, dai mezzi di trasporto, che sono +25 (che è il dato più eclatante), alle costruzioni che sono +1, e poi il tessile, aimè, e le telecomunicazioni sono a zero, sono gli unici settori, ormai, col segno negativo, ma tutti gli altri hanno un segno positivo. Quindi la ripresa c’è,   e dall’export – sulla parte di destra di qusata slide – è possibile osservare l’andamento della ficducia delle famiglie (questi sono due indicatori, uno è la fiducia economica delle famiglie, mentre l’altro l’intenzione di acquisto di beni durevoli), che tra l’altro si è tradotta anche in concreto, perché i dati attuali ad esempio registrano che il mercato delle automobili era sceso da 2.200.000 vetture l’anno a 1.00.000, e quest’anno dovrebbe raggiungere 1.700.000. Quindi gli acquisti sono tornati e qusto è un mercato importante.

Infine anche un poco di ripresa occupazionale. La ripresa degli occupati totali non è una grandissima quantità, perché sono aumentati solo di 130.000 unità. Sono pochi, ma a questi bisogna considerare l’uscita dalla cassa integrazione di buona parte dell’occupazione industriale dei settori che stanno andando bene, quindi si tratta di un’indicazione che dovrebbe essere aggiunta, e si stanno riducendo anche i giovani tra i diciotto e i ventinove anni che non hanno un lavoro ma che non sono neppure in formazione e n on cercano un impiego. Noi abbiamo il record negativo nell’Unione europea per la dimensione di questa categoria di giovani, beh, da due anni, piano piano stanno scendendo.

In ultimo una considerazione sul mercato immobiliare. Il mercato immobiliare, normalmente parte sempre dopo in qualunque fase ciclica, la ragione è che bisogna mettere da parte il down payment, cioè l’anticipo per comperare una casa e succede che bisogna che i redditi si siano già espansi, quindi bisogna che l’espansione del reddito non sia dell’1%, ma comiinci a essere del 2-3% perché ci sia una forte domanda di case, e poi bisogna riassorbire l’invenduto, cioè tutto ciò che è stato messo in vendita, sia nuovo che usato, e che piano piano viene riassorbito. Vedete, questa è la curva dei prezzi, vi fa vedere come al top del 2005 il prezzo medio immobiliare arrivasse intorno a 2.800 euro al metro quadrato, per poi scendere, ma ha smesso di scendere nell’ultimo anno, però le transazioni immobiliari nel 2013 hanno iniziato a riprendere. A un certo punto il mercato immobialire si era dimezzato, tuttavia adesso si sta riprendendo ma a prezzi stabili perché c’è appunto l’invenduto da riassorbire.

Tutti gli indizi che abbiamo presentato ci fanno pensare che non siamo di fronte a un rimbalzo, ma siamo di fronte a una ripresa. Non sapiamo ancora quanto sarà forte, perché abbiamo ingranato la prima, ma bisogna che ingranino anche gli altri settori, che ingrani l’edilizia, che gli investimenti che adesso sono timidamente ripartiti accelerino, ma se questo avverrà il motore della macchina economica farà sì che la macchina economica vada da sola, perché la macchina economica è fatta per andare da sola.

 

   Mario Deaglio - Come vedete è un percorso serio, ma non è un percorso trionfalistico e vediamo adesso quali sono i freni di questa ripresa.

Le famiglie cominciano a spendere, le fasi sono state queste: natale del 2014 per la prima volta i consumi non sono scesi, le famiglie “escono dalla trincea”; dal primo trimestre 2015 sono rimbalzati gli acquisti delle auto; dal secondo trimestre hanno recuperato le spese per turismo, complice anche purtroppo i casi di terrorismo o di crisi economica come quella greca, perché molta gente ha preferito venire in italia o restere in Italia; il nuovo interesse per i mutui immobiliari nel terzo trimestre dell’anno; poi, adesso dal secondo trimestre dobbiamo vedere se ci sarà una vera ripartenza dei consumi. Noi pensiamo di sì, i segnali che ci sono testimonierebbero questo, ma è una ripresa difficile – lo ha detto Beppe Russo prima – non basta che ci sia il reddito perché gli uomini spendano, ma è necessaria una certa garanzia di una continuità di questo reddito per farglielo fare. Stessa cosa vediamo per le costruzioni, che si dividono normalmente in cinque fasi: la maggiore liquidità aiuta le banche a concedere più mutui, i mutui servono a comprare le case esistenti e l’invenduto comincia a essere assorbito, nella terza fase con il ciclo delle compravendite prima viene assorbito l’invenduto, poi abbiamo la propensione delle banche a concedere mutui non solo sull’esistente ma anche finanziamenti a imprese costruttrici che aprono cantieri. Quello che ci sembra di vedere dai grafici è la quarta fase, più o meno, ma i cantieri che si aprono non sono nuove periferie urbane che si accumulano a quelle precedenti, ma sono soprattutto ristrutturazioni. Anche perché i fattori demografici ce lo dicono: la popolazione non aumenta ed è elevato il numero di case per abitante… soprattutto case nolto vecchie, quindi è questo svecchiamento a cui noi stiamo assistendo, che ci auguriamo che continui perché l’effetto moltiplicativo sugli altri settori (immobili, impianti elettrici, eccetera) sono notevoli. Infine, la quinta fase nella quale non siamo ancora, perché le vendite delle nuove abitazioni, che però dovrebbero cominciare adesso, direi che evidenze e annedottica ce lo dicono insomma… se andate rispetto agli anni scorsi in giro qualcosa di questo tipo c’è, dovrebbe procedere a ritmi più sostenuti per dare stimoli generali all’economia. Ma, fintantoché il motore dell’edilizia non gira bene, io proprio giurare che abbiamo superato questa fase, non lo so…, penso di sì all’80% e immagino che nel corso dei prossimi sei mesi potremo dire che la ripresa magari venga, ed è forse un bene che sia lenta. Perché è un bene? Perché cabbiamo tante cose da fare: le ferite strutturali che qui vedete bene indicate, il Mezzogiorno… questo grafico mi fa sempre paura, guradate qui: voi avete la linea rossa che è il livello dell’occupazione prima della crisi, beh, nel complesso non è stato perso molto ma la perdita è concentrata nel Mezzogiorno, che ha perso il 10% di occupazione. Se non ci fosse il Mezzogiorno il quadro del Paese sarebbe pèiù o meno come quello dell’Austria, l’Italia si porrebbe ai livelli dei paesi dell’Europa centrale, e invece no. Invece c’è questo, quindi quest’arretratezza del Mezzogiono che va curata. Noi abbiamo qui esposto qualche idea sul come si possa farlo, ma il “pugno nell’occhio” sono questi fondi europei che non riusciamo a spendere perché dietro ci sono dei meccanismi che vorrebbero spenderli in maniera clientelare, invece dovremmo cercare di convertire la spesa pubblica corrente per corruzione in spesa per investimenti. Ecco, se noi riusciamo a fare questo passaaggio ci sarà qualcosa nel Mezzogiorno che andrà bene. Poi servono certamente gli investimenti, perché altrimenti il capitale umano va via, e non sono migrazioni interregionali, perché non va più nel Nord Italia ma nel resto d’Europa, condizioni di base più efficienti, ma poi, soprattutto, noi indichiamo il “fattore B”. Il fattore B altro non è se non la volontà di crescere. Troppe volte nella cultura degli italiani c’è l’idea che la crescita te la porta qualcuno dal di fuori. Qualcuno ti può portare gli ingredienti per la crescita, ma se non li metti assieme tu rimane tutto lì. Magari aumentano temporaneamente i redditi ma poi si ritorna indietro.

Poi c’è lo scivolamento sociale, un fenomeno mondiale. Il Censis nel 2006 affermava che il 52% degli italiani si considerava parte della classe media, abbiamo ripetuto la domanda del Censis nel 2015 e la risposta è il 39%, uno scivolamento che è coerente con quello che si registra anche in altre economie, dove un mutamento della classe media verso l’alto è pari solo all’1-2%, mentre tutto il resto precipita verso il basso, soprattutto in una fascia di precarietà dei redditi. Ci vuole un’inversione delle aspettative, cioè una fiducia nelle aspettative per far diventare la domanda potenziale in domanda reale. Non basta dare i soldi alla gente, c’è anche bisogno he la gente ci creda. E questo è appunto il fattore B, altrimenti non ci siamo.

In conclusione abbiamo provato a giocare con i numeri, come gli economisti fanno immaginando che le cifre siano quelle giuste anche se è sempre più difficile… insomma, per trasformare i rimbalzi in crescita duratura bisogna, secondo noi – ma comunque tutti arriviamo a conclusioni simili -, che ci sia un aumento stabile, sottolineo stabile, della domanda interna del 2-2,50% all’anno per un certo numero di anni. È relativamente alto, ma perché? Perché prevediamo che le esportazioni possano diminuire un poco; noi pensiamo che un aumento del 2,50% della domanda interna possa darci un aumento del PIL dell’1,50-2% per i prossimi anni, quindi la domanda interna deve crescere più del PIL. Se questo succede, e la spesa pubblica rimane sostanzialmente stabile e recuperiamo l’efficienza invece di aumentare il volume, abbiamo che il rapporto debito su PIL comunque va sotto l’1,2%, quindi rientriamo più o meno nelle grandi linee dell’Europa, cosa che non stiam facendo ormai da tanti anni, e nessuno dice nulla, i tedeschi neppure. Infatti, se la prendono tutti con noi, ma se uno va a vedere le cose con la lente tedeschi e francesi possono fare come voglioni perché loro sono partner costitutivi dell’Unione, però questo non va bene… non ci può andare sempre bene.

Tutto questo dovrebbe regolarizzare questa crescita che abbiamo avuto: con 150.000-200.000 posti di lavoro all’anno in dieci anni si riassorbe la disoccupazione che si è  creata. Quindi la ripresa che noi vediamo, che auspichiamo tutti noi e sulla quale naturamente non abbiamo certezze e soltanto in futuro si potrà vedere se avremo avuto ragione oppure no.

 

   Salvatore Carrubba – Ringraziamo il professor Deaglio e il dottor Russo per la loro presentazione e allora apriamo il confronto su questi dati, su queste indicazioni e su questi orientamenti che sono emersi e do la parola al vicepresidente dell’Istituto Affari Internazionali, il dottor Fabrizio Saccomanni.

 

   Fabrizio Saccomanni – Rgrazie presidente, sono molto lieto di essere qui. Oramai per me è diventata quasi una tradizione il partecipare allapresentazione del Rapporto del Centro Einaudi, tra l’altro colgo l’occasione per portare i saluti del presidente dell’Istituto Affari Internazionali, l’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, che ha avuto un altro impegno improrogabile e quindi non è potuto essere tra di noi.  Prendo atto con piacere che il Rapporto di quest’anno è cautamente ottimista, ricordo che qualche annop fa c’era un precedente rapporto che era intitolato “la crisi che non passa”, adesso evidentemente il professor Deaglio e i suoi colaboratori hanno colto giustamente – e io non sto qui  a ripetere ciò che hanno detto – degli importanti segnali. Però, per certi versi, questa indicazione va in controtendenza con le analisi che vengono fatte nei principali centri di monitoraggio della situazione economica internazionale che ho avuto modo di seguire da vicino. Diciamo, questa è un po’ la stagione del World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale, delle stime dell’Unione europea, della preparazione del rapporto dell’Ocse sull’economia mondiale. Naturalmente anche il professor Deaglio ammette che ci sono luci e ombre e si domanda se questa ripresa è una vera ripresa o è soltanto un rimbalzo, io credo che, leggendo un po’ i rapporti e le analisi che vengono dai grandi centri internazionali, tutti quanti amettono che la ripresa c’è ma che è inferiore alle attese e, soprattutto, sottolineano un importante numero di rischi al ribasso che, in misura maggiore o minore, gravano un pochettino su tutte le principali aree economiche, quindi forse, appunto, come è stato notato, con la sola eccezione dell’Africa, anche se faccio fatica a capire come l’Africa possa andare avanti da sola in un quadro globale in deterioramento. Naturalmente c’è il fattore – come è stato notato – di una ripresa americana che, anche questa, mostra qualche segnale deludente, c’è il problema della decelerazione dei paesi emergenti e, soprattutto, anche la situazione in Europa, dove appunto l’Europa è sotto assedio, come è stato notato e, quindi, le crisi geopolitiche e il problema dell’emergenza emigrazione e della sicurezza pesano in maniera importante. E c’è anche un problema di maggiore volatilità sui mercati finanziari, e c’è un problema che viene posto come un’esigenza di delevereging, cioè di ridurrel’indebitamento, non solo quello degli stati, ma anche del settore delle famiglie e delle imprese, in alcuni casi in paesi diciamo anche vicini a noi, molto indebitati che non l’Italia, dove appunto ci sono fattori che compensano il debito pubblico con la ricchezza privata, paesi che anche in Europa del Nord si trovano in situazioni diverse. E poi c’è il grosso interrogativo della Cina, che molti ritengono stia seduta su una grosa bolla immobiliare e finanziaria che potrà sicuramente essere gestita con gli imponenti mezzi finanziari che le autorità cinesi hanno, ma che purtuttavia potrebbe avere degli effetti di contagio su tutto lo scacchiere asiatico.

Ora, soprattutto, quello che colpisce nelle analisi dei grandi centri previsionali è il consenso sulla strategia, cioè in reraltà tutti quanti mettono l’accento sulle stesse opzioni di politica economica: quindi la politica monetaria espansiva deve continuare, sì, c’è probabilmente qualche problema, ma il momento per invertire il senso della politica monetaria non è ancora venuto; ci vuole il rilancio degli investimenti, della domanda interna atraverso politiche fiscali più permissive, laddove possibile, naturalmente, paesi che hanno un grosso indebitamento devono stare più attenti, ma ci sono paesi dove ci sono ampi spazi di manovra; poi le riforme strutturali, questo viene veramente detto con grande attenzione in tutti i rapporti che ho citato, e le riforme strutturali ovviamente coprono un ampio spettro di settori, che vanno appunto dai mercati dei prodotti, dal mercato dei fattori, del lavoro, l’integrazione dei mercati dei capitali, la regolamentazione finanziaria e via discorrendo. In queste proposte di politica economica quello che colpisce, in tutti questi contributi l’enfasi su alcune cose, prima di tutto che, secondo me, un po’ nuova e che mostra che c’è una certa preoccupazione sottostante, cioè tutti questi rapporti sottolineano l’urgenza d’intervenire con misure forti – il Fondo monetario internazionale afferma addirittura riguarda a “misure potenti” che bisognerebbe che diano un effetto di shock – e molta enfasi viene posta anche sulla necessità che  questi interventi di politica monetaria, fiscale, di riforme strutturali siano simultanee, non in una sequenza più o meno arbitraria in cui poi si tende a dire che prima bisogna fare le riforme e poi verrà il rilancio degli investimenti, però, in realtà molte di queste cose, che ormai sono documentate anche con grossi contributi analitici, marciano insieme, hanno un effetto di moltiplicatore se le politiche macroeconomiche e le riforme strutturali vengano portate avanti simultaneamente.

Ora, in realtà – ma questa è una mia personalissima opinione, non sono più obbligato a essere ottimista  – onestamente questa condizione di urgenza, di misure forti, di uno sforzo siumultaneo e per giunta coordinato anche a livello internazionale, onestamente io non le vedo, per lo meno non immediatamente. Vedo in realtà che ci sono forti fattori geopolitici in ognuno di questi vari scacchieri che finiscono per dare per scontato che radicali modificazioni del policy mix, quali vengono richieste dalle istituzioni che ho menzionato non sembrano imminenti. Insomma, basti pensare alle elezioni negli Usa, dove la campagna elettorale è cominciata già da un po’ di tempo e, come è noto, c’è una posizione di stallo tra la presidenza degli Stati Uniti il Congresso, quindi misure per contrastare un rapido deterioramento della situazione economica, a questo punto vanno rinviate a dopo le elezioni, alla formazione del nuovo governo, e se ne parleràò nel 2017. E poi cis ono fattori geopolitici e di tensione in vari paesi, basti pensare alla situazione della Russia, del Brasile e ai timori per la situazione cinese che abbiamo menzionato.

Due parole in chiusura sull’Italia. Anch’io sono convinto che in Italia ci sia la ripresa, i segnali sono stati indicati dal professor Deaglio e sono senz’altro significativi, ma quello che mi colpisce guardando alle stime europee, perché l’Italia cresce ma sempre parecchio meno dei paesi dell’eurozona, paesi che condividono gli stessi vincoli, la stessa moneta e tutte le belle cose che ci siamo sentiti dire tante volte. Quindi, diciamo, il problema dell’Italia è un problema diverso da quello dell’eurozona, perché non si capisce perché noi dobbiamo crescere sempre di meno e, naturalmente, il problema per l’Italia è quello del calo della produttività e dell’insufficiente crescita della produttività, degli investimenti nel capitale industriale e nel capitale umano che non sono stati effettuati negli anni passati e che dovrebbero essere rilanciati. Questo è un quadro che qualche preoccupazione sul piano dell’ambiente in cui opera l’Italia la dà. E anche in Europa è difficile ipotizzare – anche qui per lo meno fino al 2017 – che ci possano essere aggiustamenti significativi nel policy mix di cui avremo bisogno, perché si terranno le lelezioni in Germania e in Francia nel 2017, è vero, la Commissione sta autorizzando politiche fiscali più espansive, ma questo non è un fenomeno non senza un qualche contrasto interno. Basti sentire le indicazioni che provengono dalla Germania, dove si afferma che la Commissione europea svolge un ruolo eccessivamente politico e accomodante, media tra le situazioni dei paesi – e non si parla solo dell’Italia, ma naturalmente anche della Francia, della Spagna, del Portogallo e della Grecia – e quindi ci vuole un organo indipendente che guardi alle politiche fiscali. Anche qui un percorso non proprio tranquillo.

Sulla politica monetaria non mancano dubbi sul fatto che la Banca centrale europea debba tenere conto del fatto che i tassi di interesse troppo bassi creano problemi alle banche, e qui forse il dottor Massiah potrà dirci la sua opinione . Ma insomma, si nota in Europa – e concludo – uno sterile dibattito sull’eventuale riforma del policy mix o delle misure da adottare a livello europeo che rinforzino l’azione di rilancio dell’economia dei singoli paesi, tra la tesi sulla necessità di ridurre i rischi e quella di condividerli. Ora, anche qui c’è un problema di sequenza, nel senso che si afferma che bisogna prima ridurre i rischi e poi li condivideremo, chiaramente questa è la tesi tedesca. La tesi italiana è stata illustrata in maniera molto efficace dal ministro Padoan in un recente documento, invece propugna fortemente la tesi della simultaneità dell’intervento, cioè le misure di condivisione dei rischi aiutano nel processo di riduzione dei rischi. Basta ricordare le famose iniziative della banca centrale europea del 2012, le quali hanno fatto ridurre drasticamente gli spread sui mercati finanziari senza che la banca centrale facesse nulla: il solo annuncio di creare meccanismi e strumenti per mettere in comune i rischi ha avuto l’effetto di ridurli. E questa è una linea che dovrebbe essere portata avanti. Purtroppo il saldo netto di questi vari fattori francamente a me un po’ preoccupa e, naturalmente, mi auguro che si risveglino gli spiriti animali dell’economia, l’innovazione tecnologica, la capacità degli imprenditori di investire anche se le prospettive economiche immediate non sono favorevoli in un’ottica di più lungo periodo che richiede in ogni caso un grosso sforzo di innovazione e di investimento da parte del settore manifatturiero italiano. Grazie.

 

   Salvatore Carrubba – Grazie. Naturalmente queste sue osservazioni la prenotano obbligatoriamente per l’anno prossimo. Mario, forse dovremmo lanciare le scommesse da un anno all’altro, sarebbe un modo per arriccchire il Centro Einaudi.

Fabio Vaccarono, managing director di Google Italy. Fabio, non so se tu sei arrivato all’inizio, quando c’erano le prime slide sulle quali il professor Deaglio sottolineava l’importanza della pervasività dell’innovazione tecnologica, credo che sia un tema che ti spetta. Prego…

 

   Fabio Vaccarono – Intanto grazie. Io articolerei il mio intervento in due parti ritenendo di fare forse cosa utile: la prima è dare qualche elemento dal nostro osservatorio su che cosa intendiamo quando parliamo di economia digitale e rivoluzione digitale e aiutarci un po’ a capire qual’è la portata di questa rivoluzione; la seconda parte che propongo è qual’è il destino dell’Italia rispetto a questo cambiamento, che è stato definito un cambiamento schumpeteriano, ma sicuramente epocale.

Ora, ero presente nel corso della presentazione e Internet è sicuramente e la più importnte e veloce innovazione fondamentale. Si è parlato a pieno dirirtto di terza rivoluzione industriale, allora, la prima osservazione rispetto a quanto sta accadendo è che chi, per esempio come me, viene da settori tradizionali – io mi occupo insieme ai colleghi di Italia e di bacino del Mediterraneo per Google da quattro anni nel management team occupandomi di Europa, Medio Oriente e Africa – la sensazione che si ha venendo da settori tradizionali prima di occuparsi di Internet e di giganti tecnologici è che Internet sia un po’ “un settore”, per cui tendenzialmente ci sono i settori tradizionali, dopodiché ci sono questi più o meno fortunati californiani che al crocevia tra tecnologia, information and communication technology e rete crescono in modo molto significativo, in modo limistrofo e, a tratti, a scapito e invadendo settori più tradizionali. Io credo che una delle vere cose che ho capito lavorando in Google è che noi stiamo ragionando della più grande e orizzontale trasformazione del businnes presumibilmente da secondo dopoguerra a oggi. Internet è un tema talmente pervasivo che sta assumendo una tale portata che i corollari sono due anche per le imprese italiane: primo che qualsiasi businnes all’inteno del quale si desideri operare, quel businnes potenzialmente – se già non lo è diventato – è Internet businness, e il secondo corollario ci condanna a pensare globalmente,  a pensare internazionalmente come paese, che è la conseguenza di questa pervasività è che ogni tipo di businnes, per quanto locale, è destinato sempre di più a confrontarsi con dei competitor di tipo intenazionale.

Se ricordate c’era  un saggio di una decina di anni fa che si chiamava “The World is plat” (Il mondo è piatto), beh credo che quella profezia in qualche modo nel 2016 si sia poi  concretizzata pienamente. Vi do alcuni dati in questo senso per darvi un’idea anche macroeconomica dei fenomeni che sto descrivendo. Nel momento in cui io vi sto parlando ci sono 2.9 miliardi di persone collegate in rete sul pianeta, ognuna di queste persone ha 2,2 devices tecnologici a testa attraverso i quali si connette al world wide web. Noi stimiamo, insieme ad alcuni autorevoli istituti di ricerca, credo in modo abbastanza prudenziale, che di qui al 2020 – quindi non stiamo parlando di fantascienza o di “Blade Runner”, ma di un’orizzonte di pianificazione d’impresa, quindi tra i tre e i cinque anni – saranno almeno sei miliardi le persone sul pianeta collegate a Internet, ciascuna delle quali con 5,5 devices tecnologici a testa. Alcuni di questi devices, nella rivoluzione della cosiddetta Internet delle cose, piuttosto che delle Wereable Technologies, cioè delle tecnologie “indossabili”, non renderanno più il devided che analizzeremo tra persone che sono o non sono in rete in questo momento storico, ma addirittura nell’arco delle ventiquattro ore ci farano fare un’analisi tra quei pochi momenti nei quali non saremo collegati alla rete scambiando – più o meno consapevolmente, più o omeno volontariamente – informazioni e i momenti in cui saremo in rete nel corso delle ventiquattro ore. Se questo sta succedendo, e sta succedendo, credo che francamente si arrivi a comprendere molto bene qanche i due corollari analitici che sono stati recentemente stilati nell’analisi dell’Unione europea.

Intanto, di qui al 2020, che è l’orizzonte d’analisi che vi sto proponendo, èstato calcolato che alivello di sola Europa ci saranno un milione e mezzo circa di posizioni lavorative tendenzialmente disponibili, libere, di aziende che cercano lavoratori che non saremmo in grado – allo stato attuale degli investimenti e di riconversione del capitale umano – di coprire, perché ci mancheranno gli skill digitali per poterli coprire. Quindi con un paradosso che deriva proprio da questa prospettiva di breve e di lungo termine che deriva da questa disruption schumpeteriana molta rapida. Per cui in un contesto in cui l’occupazione soffre strutturalmente anche in presenza di elementi seppure embrionali di ripresa, noi ci troveremo di fronte a una trasformazione così pervasiva, così orizzontale, così trasversale, terza rivoluzione industriale che riguarda tutte le industries, per la quale un milione e mezzo di posti lavorativi non potremo occuparli con cittadini europei perché non abbiamo in questo momento pensato abbastanza a come fare a renderli preparati per questa nuova economia.

Il secondo corollario di questo è che è stato calcolato che nel 2020 l’85% dei mestieri – qualsiasi grado di anzianità di servizio, qualsiasi industria di cui stiamo parlando – avrà al proprio cuore per poter essere svolto un corpus giudicato significativo di competenze digitali. Per gli imprenditori italiani, per il nostro Paese si tratta di un bivio strategico fondamentale: occorre pensare che potenzialmente il proprio businnes, se già non è stato impattato in alcuni elementi funzionali lo sarà presto, e diventerà a tutti gli effetti un Internet businnes, e dall’altra il secondo corollario di questo tema è la prospettiva internazionale. Non ci saranno più barriere di accesso ai consumatori anche di aziende che tradizionalmente sono vissute difendendo un contesto competitivo di natura locale. Vi faccio un esempio forse  immediatamente comprensibile: prima di arrivare in Google ho pasato gli ultimi dieci anni della mia carriera nel mondo dei media, della grande editoria italiana. Dieci anni fa, con un amministratore delegato molto autorevole ci dicevamo che se guardiamo il ranking dei primi dieci grandi conglomerati media italiani, alla fine della fiera il media è un businnes molto locale: Mediaset, Rai, Rcs, Gruppo editoriale l’Espresso, il Sole 24 Ore (dove siamo stati colleghi con il dottor Carrubba, se volevi crescere crescevi per linee di acquisuzione esterna. Ebbene, dieci anni dopo se fate una fotogafia il media è diventato forse il settore più globale insieme all’Information and Communication Technologies. Dovete immaginare aziende che fanno la ricerca e lo sviluppo ad Hollywood, testano i nuovi contenuti con i cosiddetti “big data”, dopodiché spalmano il costo dei contenuti non su qualche milione di abbonati come un player locale di pay TV, ma su centinaia di milioni di abbonati interessati a quel contenuto, pensate alla potenza e alla pervasività che può avere un player come Amazon ad esempio nel mondo della distribuzione dei contenuti editoriali. Allora, quale che sia il settore la disruption è prossima.

Chiudo e mi avvio alla fine del mio intervento facendo un ragionamento sull’Italia. Che cosa vediamo in Italia? Sicuramente “eppur si muove”. Diciamo, la quali-quantità del dibattito sui temi di rete sta crescendo, tra l’altro è importante parlarne dal punto di vista della crescita e della crescita dell’occupazione. Abbiamo fatto un’analisi dei paesi del G20, le venti economie più sviluppate del pianeta. Già oggi i paesi del G20 a noi simili estraggono il 25% del prorpio Share of Growth di PIL annuale dall’economia digitale. Se voi prendete un paese come il Regno unito, che possiamo pensare diversissimo per ragioni storiche, culturali o linguistiche, ma che possiamo pensare da un punto di vista macroeconomico abbastanza simile a noi, perché ha più o meno lo stesso numero di abtanti e un PIL pro capite, mi pare di ricordare, del 13-14% più alto del nostro, quindi non dei marziani, gli inglesi nel 2016-2018 hanno un piano per estrarre il 15% del proprio PIL dall’economia digitale. L’area di Greater London, quindi Londra estesa ha un PIl digitale pro capite più alto di quello della Silicon Valley. Si può fare: ogni paese deve trovare la propria vocazione.

Arrivo all’Italia. Non credo tanto, detto che bisogna sicuramente perseguire questa opzione di sviluppo alla “Silicon Italy”, credo che ci siano una serie di vincoli di politica industriale, di know how, di vicinanza delle imprese, delle venture capital e delle università al mondo di chi trae innovazione. Va fatto e sicuramente quel settore crescerà. Credo che la sfida che abbiamo davanti, non in modo onirico o velleitario, è quella di prendere i nostri eccellenti imprenditori e farli giocare ad armi pari con aziende più grandi di loro in un epoca in cui l’internazionalizzazione non dipende più dal muscolo, ma dipende dalla capacità di fare bene cose in modo riconoscibile e di distribuirle comunicandole attraverso una piattaforma gigante e globale come la rete. Potete pensare a una specie di Marco Polo 3.0, potete veramente pensare al fatto che ci hanno sempre detto “siete geniali ma siete tendenzialmente dei nanetti dal punto di vista industriale, non avete grandi campioni”. Ebbene, grazie a Internet l’Italia è un paese che è forse sì nano, ma può salire sulle spalle di un gigante e può recuperare quota di crescita attraverso il digitale internazionale.

Due corollari molto importanti per questo. A me chiedono sempre “ma la rete?”, “la banda larga?” , “siete contenti?”: io credo che, sicuramente, su temi infrastrutturali more is more, quindi meglio la banda, meglio gli investimenti in infrastrutture e meglio è. Ma oggi la vera barriera, ad aiutare l’Italia ad avere successo in questo nuovo ecosistema, che paradossalmente è un ecosistema molto coerente con il nostro modo di creare ricchezza e di esprimere valore è quello di investire in competenze digitali. Il 40% dei nostri imprenditori, persone per altro geniali sul loro prodotto e sulla loro area di businnes, ebbene quattro imprenditori su dichiarano che in questo momento Internet non è importante per il loro futuro. Noi abbiamo oggi un tema di diffusione delle competenze digitali e di mettere a disposizione persone che aiutino i nostri imprenditori ad andare in rete e a trasferire il loro modello competitivo d’impresa in rete, aiutandoli anche ad abbandonare un dibattito che spesso si sente, cioè che ha rilievo pubblico, che quando incominciamo a digitalizare l’Italia pensiamo sempre e soltanto alla riduzione dei costi della pubbica amministrazione. Ovviamente è una cosa importantissima e, a parità di fattori produtivi, se noi avessimo lo stesso investimento annuale in ICT, che è la media dei paesi europei, il nostro gap di produttività – che stimiamo, a seconda delle ricerche, in 28 punti rispetto alla media europea – metà di quel gap a parità di fattori produttivi se ne andrebbe via. Ma quello è una visione molto riduttiva di ciò che la rete può fare per un paese come questo.

Quindi credo che unendo un tema di competenze digitali, un tema di analisi su quelli che sono i modelli di businnes di fronte a noi che possono renderci un paese di successo in crescita, il vero mestiere per i nostri figli e per le nostre imprese è quello di immaginare la riconversione dell’esistenza dell’eccellenza del made in Italy in un’economia compiutamente di rete, dove alla fine noi misuriamo col nostro motore di ricerca – che come sapete ha qualche miliardi di ricerche al giorno – un interesse del tutto spontaneo e crescente anno su anno dei consumatori digitali globali per ciò che l’Italia sa fare bene. Quindi le ricerche che afferiscono alle grandi aree tematiche del made in Italy crescono addirittura a tripla cifra da dispositivi mobili. Questo significa che tutti i giorni un indonesiano si sveglia, un canadese si sveglia, un po’ come la gazzella di Wilbur Smith, e inizia a cercare e istintivamente ritiene che le imprese italiane sappiano fare bene. Allora, iniziare intanto a farsi trovare e a pensare a come è cambiato  il comportamento dei propri consumatori, che oggi magari sono ancora dei consumatori di nicchia rispetto a ciò che sappiamo fare bene, ma di nicchia rispetto a decine di milioni di clienti potenziali. Vi ringrazio.

 

   Salvatore Carrubba – Proseguiamo adesso con il padrone di casa, il consigliere delelgato di UBI banca Victor Massiah. Il dottor Saccomanni  se n’è andato, ma la curiosità sulle banche rimane…

 

   Victor Massiah – Grazie. Prometto di parlare anche di banche, vorrei però innanzitutto esprimere il massimo apprezzamento per quanto è stato presentato fino ad ora e, permettetemi di fare una considerazione di carattere generale: è stata una presentazione e una discussione fatta sui numeri, costume raro, temo, nel Paese perché si sentono tanti aggettivi e pochi numeri e abbiamo visto che parlare di numeri porta certe volte a delle considerazioni non necessariamente coerenti con tanti dibattiti qualitativi ma poco confortati dalla componente fattuale.

A questo punto permettetemi di tentare di individuare un fil rouge, un filo comune ai diversi interventi e un primo filo comune che vedo è quello del pensiero laterale: non è possibile nel contesto attuale pensare come si è sempre pensato. Abbiamo, ad esempio, una componente tecnologica che è stata appena rappresentata in maniera molto brillante, ma pensate che non è solo Internet, sicuramente Internet è un elemento fondamentale, ma pensate cosa ha fatto lo shale gas per la redistribuzione degli equilibri all’interno del nostro globo. Un paese che era fortemente importatore di energia come gli Usa, che in tal senso riteneva opportuno intervenire in termini particolarmente pesanti negli equilibri del mondo, si ritrova a questo punto a essere perfettamente autonomo e addirittura ad autorizzare le esportazioni, che fino a poco temapo fa non erano autorizzate, proprio perché ormai si ritiene abbondante di energia. Modifica sostanziale a livello di equilibrio. Il fatto di modificare in fondo in tempi così rapidi il contesto storico – perché la vicenda dello shale gas è durata poco meno di dieci anni – la dice lunga sul fatto di avere le competenze. Prima si parlava di un gap di competenze in un contesto in cui noi stiamo cercando in ogni modo di creare occupazione per i nostri giovani, eppure una struttura che ha un know how pazzesco solo per il fatto che tutti chiedono attraverso il motore di questa struttura che è Google informazioni, che Google a sua volta non perde occasione per immagazzinare, quindi sostanzialmente comprendere qual è la curiosità del mondo. Io la vedo come uno dei più grandi misuratori di curiosità che esiste al mondo, beh, questo fatto del gap di know how nonostante noi si sia disperati per trovare sempre più occupazione per i nostri ragazzi, poter dire se stiamo facendo tutto giusto dal punto di vista della formazione e se, soprattutto, stiamo comprendendo fino in fondo che ruolo ha la formazione nei termini di fattore di competizione di un paese. Un paese che ha formato in maniera incompleta le proprie persone fa più fatica a competere. E sempre di più, perché in questo momento pur essendo noi il secondo paese manifatturiero in Europa – e anzi, per certi aspetti abbiamo rafforzato la nostra posizione nei confronti della Germania – però si fa sempre di meno con lemani e sempre di più con la testa. Per far questo occorre sempre più formazione, sotto questo aspetto non abbiamo una cattiva scuola, però forse non stiamo favorendo fino in fondo tutte le condizioni per una formazione di alto livello.

Il terzo aspetto è un aspetto che è ritornato a mio avviso in auge solamente nell’ultimo periodo ed è quello demografico. Si ritorna dopo tantissimi anni a parlare di cosa può favorire banalmente una nuova crescita demografica, banalmente fare bambini, perché forse ci siamo accorti che noi possiamo anche discutere del fatto ma che importanza un decimale in più o un decimale in meno nel nostro PIL, però nessuno parla di un PIl che è positivo con una demografia che non è positiva. È fondamentale rimisurare i paesi in termini di PIL pro capite e non di PIL in termini assoluti come crescita, perché è evidente, come è stato ben sottolineato prima, se sono in un paese con forte crescita demografica appena appena il 6% mi basta per avere un certo tipo di equilibrio e poi, se sono invece in un paese con crescita demografica negativa, solo il fatto di avere un PIL positivo è un fattopre di crescita in assoluto, per evidenti motivi di media, infatti si divide il PIL per un qualcosa che decresce e per definizione il PIL unitario aumenta. A sua volta il PIL riciede un pensiero laterale, per il semplice motivo che stiamo sempre più producendo beni che hanno un’intrinseca qualità la cui differenza non si vede, perché non riusciamo a misurarla. È vero che produciamo ancora dei televisori, ma qual è la qualità di questi televisori? Produciamo ancora dei telefoni, ma qual’è la qualità di questi telefoni? In che modo il PIL la misura? In realtà siamo i crisi sotto questo aspetto. Dobbiamo imparare a misurare in forma diversa il PIL, per lo meno a evolvere in questa misurazione altrimenti ci perderemo tanto. E non ho la risposta, ma il quesito era, per chi fosse incuriosito dal tema, tre settimane fa – se non ricordo male – l’Economist ha fatto uno splendido servizio al riguardo.

Un ultimo aspetto su questa prima parte riguarda il ruolo della finanza. A me tocca la parte delle banche… ecco, io vorrei tanto vincere come finanza il ruolo di attore non protagonista, perché forse le cose sono cominciate ad andar male quando la finanza ha cercato di vincere l’oscar come attore protagonista. La finanza è al servizio, la finanza non è un fine, è un mezzo. Le cose si sono un po’ distorte quando è diventata un fine. Una logica che noi seguiamo – scusate, fatemi fare un po’ di pubblicità al mio istituto –, ciò che cerchiamo di fare è quello di essere al servizio e non di essere protagonisti. La banca è un mezzo per tutelare il risparmio da un lato e torna al servizio degli impieghi dall’altro, degli investimenti, non per essere protagonista, anzi, meno appare e meglio è. Sotto questo aspetto un ritorno alla normalità sarebbe più auspicabile.

Tassi negativi, ha rappresentato prima il dottor Saccomanni: ovviamente i tassi negativi a una banca commerciale fanno solo male, tanto male. Anche perché, se vi chiedessi di alzare la mano per sapere quanti di voi sono disponibili a essere remunerati con tassi negativi – cioè: ci pagate voi a noi per depositare i votri soldi – temo di non vincere le elezioni. Però, noi sostanzialmente dobbiamo allo stesso tempo, nel fare impieghi – soprattutto sui mutui, ad esempio – essere indicizzati a dei tassi negativi, conseguentemente questo ci trascina al ribasso i ricavi e – fatemi dire – come dico che da un lato le banche non devono essere protagoniste, dall’altro lato le banche devono essere forti: la banca deve guadagnare. È per la salute di tutti che la banca guadagni. Perché una banca forte è una banca indipendente. Perché una banca forte è una banca che non fa compromessi. Perché una banca forte non mette in discussione i vostri risparmi, e avete imparato recentemente da episodi negativi che può succedere chi i risparmi vadano in una zona di pericolo. Noi dobbiamo fare tutto il possibile per avere solo banche sane. Una presunta saggezza che ha pervaso il nostro paese negli ultimi anni, per cui… cosa si può fare contro le banche, questo nemico? È una saggezza sbagliata. La banca deve essere solida, la banca deve essere non protagonista e solida. Quindi, dobbiamo attraversare questo momento di tassi negativi cercando di resistere per il semplice motivo che i tassi negativi sono pensati per dare del tempo a dei paesi che sono indebitati a rimettere a posto le proprie cose – e dico: le nostre cose, perché uno dei paesi indebitati è il nostro -, i tassi negativi sono pensati per incoraggiare di nuovo degli investimenti e dei consumi, perché è ovvio che se devo andare a investire in infrastrutture più i tassi sono bassi e più avrò il coraggio di fare degli investimenti a dieci, a venti a trent’anni, anche perché mi posso rifinanziare la parte pubblica a tassi molto bassi. Ci sono dimensioni di diverse unità di miliardi che in questo momento il nostro Stato sta risparmiando grazie a questo livello dei tassi, ma dall’altro lato il livello dei tassi è assolutamente innaturale, voi lo comprendete perfettamente, non è pensabile che rimanga molto nel tempo. Abbiamo già avuto delle prime evidenze di insofferenza di questo livello di tassi da parte di alcune nazioni più forti, in primis la Germania. Non durerà per molto. Noi abbiamo una finestra temporale relativamente corta e dentro questa finestra temporale dobbiamo riuscire a mettere a posto il più possibile le cose di casa nostra.

E sulle cose di casa nostra metterne il più possibile a posto vuol dire modificare le regole del gioco, regole del gioco che non sono tutte fatte bene. Noi dobbiamo avere l’onestà intellettuale di non dare tutta la colpa a chi sta all’estero per alcuni problemi nostri: alcune regole del gioco noi le abbiamo fatte male. Ma soprattutto, siamo riusciti nel tempo a crearci, una tale sovrastruttura, una tale serie di strati archeologici delle nostre regole del gioco che non sappiamo più neanche coasa stiamo facendo, ed è quasi impossibile per chi gestisce la pubblica amministrazione non fare una qualche infrazione, perché sono talmente tante le regole del gioco che, per definizione, fai qualcosa che non va. Questo vale spesso anche nel privato, ma perché? Perché forse possiamo – e con questo concludo – fare una riflessione su cosa diavolo abbiamo combinato negli ultimi trent’anni. Negli ultimi trent’anni si parlava di fiducia, negli ultimi trent’anni abbiamo creato una società basata sulla sfiducia. Noi abbiamo creato una società basata sulla sfiducia e, se facciamo  un attimo un bilancio di questo modo di fare, forse possiamo verificare che non è mica minimamente diminuità la fallosità, ma sicuramente è diminuita la nostra efficienza. Una società basata sulla fiducia, che poi veramente severamente penalizza chi ha tradito la fiducia, è sicuramente più efficiente. Noi negli ultimi trent’anni abbiamo fatto il contrario: un pensiero laterale anche su questo forse ci può aiutare. Grazie.

 

   Mario Deaglio - Come al solito abbiamo avuto dei robustissimi stimoli di cui terremo conto e metabolizzeremo poco per volta. Non è facile andare nel dettaglio di un amplissimo spettro di osservazioni importanti. Ne indicherò qualcuna.

L’Africa va avanti da sola, ma se peggiorano i prezzi delle materie prime che cosa succederà? Il nostro motivo di ottimismo deriva dal fatto che abbiamo osservato per la prima volta in Africa la formazione di un consistente risparmio locale. Quindi, in qualche misura l’Africa si sta affrancando dall’esser sempre l’ultimo anello della catena delle riprese. Parallelamente a questo, proprio le pazienti ricerche di Beppe Russo hanno evidenziato un capitale umano africano che è più impegnato in attività pubbliche di una volta: governi tipo Kenya o Nigeria hanno personale del loro paese che si è formato nelle istituzioni internazionali. Quindi non sono soltanto i militari e i loro amici, anzi, questo cliché sta cambiando abbastanza rapidamente.

Invece non ho delle risposte al pessimismo di Saccomanni sulla bolla immobiliare e finanziaria cinese. Credo che nessuno ne possa avere, dovremmo semplicemente restare a vedere e sperare bene, cioè che non ci sia una caduta catastrofica. E poi la Cina è molto in grado di assorbire una bolla finanziaria di tipo normale, ha delle riserve sterminate e può fare molte cose di questo tipo.

Al contrario , la bassa crescita degli Usa porta al dilemma della Yellen, che prima annuncia una grandiosa politica di aumento dei tassi, che sembra una cosa ragionevole, e poi rinvia perché l’economia, sì cresce dello 0,5% nel primo trimestre… ecco, bisognerà capire bene dove si va con questa cosa. Condivido il fatto che il coordinamento internazionale è oggi zero, e quando dico “zero” voglio dire che decisioni importanti prese da una banca centrale le altre banche centrali le leggono sulle agenzie, le leggono su Internet, non c’è nemmeno la telefonata di cortesia che le preannuncia. Quindi, se non usciamo da questo avremo comunque degli effetti negativi.

Veniamo alle altre osservazioni di Saccomanni sull’Italia: la crescita dell’italia è inferiore alla media, aimè, e quell’effetto Mezzogiorno che abbiamo fatto vedere. In qualche misura, il problema della crescita del Paese nel lungo periodo si intreccia con il problema del Mezzogiorno. Quindi la politica industriale deve essere una politica di settore, ma poi c’è anche una politica di territorio che deve contemplare soprattutto il Mezzogiorno, perché il resto del territorio in qualchemodo se la cava da solo. È vero che c’è un’incertezza europea che si prolungherà fino al 2017, io penso però che se noi ci avviamo sulla nostra strada di crescita… intanto, sapete: se il nostro PIL cresce dell’1% e il nostro deficit rimane invariato in quantità il nostro deficit sul PIL diminuisce. Quello che credo abbia convinto l’Europa è proprio questo: l’Italia sta dimostrando una crescita autonoma sua, lasciamola fare e diamole questa flessibilità perché potrebbe quasi mettersi a posto da sola nel lungo periodo se continua questo movimento.

C’è un punto che non è stato toccato: noi parliamo tanto di banche italiane ma non parliamo tanto di banche di altri paesi europei – non vi dico quali perché tanto lo capite subito “quale” grande paese europeo ha di questi problemi – nei confronti delle quali quelle delle nostre sono veramente bruscolini. Se andiamo a vedere certe esposizioni di certe banche viene da sudare freddo. Quindi dobbiamo sperare che quest’Europa che di qui al 2017 non avrà una leadership politica almeno le banche e l’economia riescano a contenere e a ridurre questa enorme esposizione che si trovano di fronte.

La formazione di competenze su Internet è assolutamente importante. Pensate che noi abbiamo un numero di computer per studente (o meglio: di studenti per computer) che è superiore a quello della Malaysia, cioè, in Malaysia ci sono più computer per studenti di quanti ce ne siano in Italia, dalle elementari in poi. E la Malaysia non a caso è un paese che cresce. Dobbiamo cercare di capire questo, forse ai bambini bisognerebbe insegnare – questo io lo dico, ma non ci credo personalmente – a scrivere sui computer prima che sui quaderni, in Finlandia lo stanno facendo. Bisognerebbe capire questo cosa fa al cervello, non lo so… non prendo posizione, ma il tipo di problemi che dobbiamo affrontare è scomodo in questa maniera.

Noi abbiamo che le start-up stanno crescendo rapidamente, sono start-up di varia qualità, solo una parte è con dei canoni accettabili, ma forse quella è la strada che bisogna imboccare. Vi dirò un piccolo aneddoto: una volta che eravamo nolto sconfortati abbiamo chiesto di andare a vedere il Centro delle start-up del Politecnico di Torino e siamo venuti fuori dicendo che forse questo paese può anche farcela. Di 150 imprese non vedete nessuno che ha più di trent’anni e vedete dei ragazzi soddisfatti di quello che stanno facendo. Se poi gli chiedete se gli danno l’assistenza tecnica per quanto riguarda la contabilità, i registri e tutta quella roba lì o se gli chiedete cosa stanno facendo vi entusiasmate anche voi. Questa è una politica che, Vaccarono giustamente dice, non è un settore l’informatica,  ma è una cosa pervasiva di tutti i settori, questo è un altro punto che va portato avanti senza difficoltà.

Ci sarebbero ancora moltissime cose da vedere, ho notato l’importanza dell’economia digitale nello studio che avete fatto, spero che sia disponibile su Internet e vi ringrazio veramente per il contributo che è stato dato.

 

   Salvatore Carrubba - Ringraziamo tutti voi per la vostra attenzione e la vostra pazienza, ringrazio i partecipanti alla nostra tavola rotonda, Victor Massiah, Francesco Saccomanni e Fabio Vaccarono. Credo che il dibattito abbia confermato l’interesse e la validità di alcune riflessioni che questa XX edizione del Rapporto oggi ci ha consegnato e ci ha aperto anche degli stimoli per l’anno prossimo. Credo che per concludere, Mario se sei d’accordo, il punto interrogativo che domina il titolo si debba fare in un corpo più piccolino… anche Saccomanni sarebbe d’accordo. Grazie a tutti e una buona serata.