RISCHIO BIOLOGICO E BIOTERRORISMO: QUALI SONO ATTUALMENTE I RISCHI REALI CORRELATI A EVENTI DEL GENERE? A “ORA ZERO” parla il professor Giuliano Bertazzoni, ordinario di Scienze tecniche mediche all’Università La Sapienza/Policlinico Umberto Primo di Roma

RISCHIO BIOLOGICO E BIOTERRORISMO: QUALI SONO ATTUALMENTE I RISCHI REALI CORRELATI A EVENTI DEL GENERE? A “ORA ZERO” parla il professor Giuliano Bertazzoni, ordinario di Scienze tecniche mediche all’Università La Sapienza/Policlinico Umberto Primo di Roma

RISCHIO BIOLOGICO E BIOTERRORISMO: NEL CASO SI VERIFICASSE UN’EMERGENZA DA ATTACCO PORTATO CON AGENTI PATOGENI OPPURE PER UNA PANDEMIA LE STRUTTURE SANITARIE ITALIANE SAREBBERO IN GRADO DI FRONTEGGIARLO ADEGUATAMENTE? QUALI SONO ATTUALMENTE I RISCHI REALI CORRELATI A EVENTI DEL GENERE? A ORA ZERO PARLA IL PROFESSOR GIULIANO BERTAZZONI ORDINARIO DI SCIENZE TECNICHE MEDICHE ALL’UNIVERSITA’ LA SAPIENZA/POLICLINICO UMBERTO PRIMO DI ROMA.

 

(fonte: Radio Omega Sound – ORA ZERO, trasmissione del 6 Marzo 2008, di Gianluca Scagnetti)
«20 Settembre, ore 19:40: un trentaduenne maschio bianco si presenta con l’influenza. Questo è il secondo caso che mi capita questa sera. Il paziente lamenta l’insorgenza improvvisa di mialgie diffuse e brividi. Il suo esame obiettivo è indifferente, eccetto la temperatura corporea di 39°C. Niente naso che cola o starnuti, ma una certa difficoltà a respirare. Sembra strano vedere l’influenza in questo periodo dell’anno. Gli esami di laboratorio e la radiografia del torace non dicono nulla. Penso sia una malattia virale fuori stagione. Tutto ciò di cui dovrebbe avere bisogno sono un antinfiammatorio e antipiretici che prescrivo.
23 Settembre, ore 05:30: questa epidemia di influenza ci sta sfuggendo di mano; il pronto soccorso è sommerso. Ora gli ambulanzieri mi stanno portando dentro un paziente con una grave insufficienza respiratoria. Mentre mi preparo a intubarlo lo stomaco mi si stringe: è lo stesso “trentaduenne maschio bianco” che avevo visto due giorni fa. Ora si presenta con un’emottisi massiva e in stato di shock. Viene intubato, riceve assistenza ventilatoria, viene sostenuto il circolo e protetto con antibiotici ad ampio spettro. Niente. Due ore dopo il paziente è morto. Questo modello letale si ripete dall’inizio del turno e poi ancora e ancora…»
Questo testo drammatico è stato tratto da una descrizione riportata nel 2002 dalla rivista americana Emergency Medicine Practice, quando gli esperti di sicurezza occidentali avevano ormai da tempo iniziato a prendere sul serio la minaccia relativa a un attacco bioterroristico su larga scala, cioè di un’azione terroristica portata a termine mediante la diffusione di virus o batteri patogeni, agenti biologici che se diffusi su larga scala sono in grado di provocare migliaia di vittime, agenti estremamente difficili da rilevare nell’ambiente in tempi rapidi attraverso le tecniche attualmente disponibili. Ci troviamo di fronte a minacce terroristiche relativamente nuove, dove nell’azione di contrasto la pura deterrenza si è dimostrata scarsamente efficace. Le attenzioni sono state dunque rivolte alla difesa preventiva, tenendo conto delle migliori tecnologie disponibili allo stato dell’arte, in attesa dello sviluppo di strumenti ancora più efficaci. I virus e gli agenti patogeni possono essere moltiplicati con facilità: per la loro produzione non sono necessarie attrezzature eccessivamente sofisticate e neppure conoscenze relativamente profonde della materia. Inoltre esistono collezioni di agenti patogeni in numerose strutture quali università, impianti farmaceutici, di vaccinazione e istituti di ricerca. Si tratta di siti vulnerabili, in quanto esposti al rischio di illegittime sottrazioni. Infine va ricordato che le conoscenze nel campo biologico possono venire trasmesse da “stati canaglia” sponsor del terrorismo alle organizzazioni che il terrorismo praticano sul campo. Va comunque rilevato che serie difficoltà di carattere tecnico si frappongono alla riuscita dei tentativi di realizzazione e di successiva diffusione nell’ambiente di agenti biologici da parte di eventuali attaccanti. In ogni caso gli organismi di prima risposta a questo genere di attacchi sono le forze di polizia, i vigili del fuoco, la protezione civile, le unità di difesa NBC delle forze armate e le strutture ospedaliere. Nel caso della prevenzione di un attacco portato mediante la diffusione di agenti patogeni l’attività di biosorveglianza assume un’importanza fondamentale. Infatti un attacco con antrace, vaiolo, peste o altri simili agenti potrebbe risultare evidente anche molti giorni dopo la sua esecuzione, quando ormai numerosi soggetti sarebbero colpiti, divenendo malati in difficili condizioni di trattamento oltreché potenziali veicoli di contagio. La strategia di difesa dal bioterrorismo orienta il suo processo di sviluppo in tre principali direzioni: la rivelazione, la biosorveglianza e la terapia. Nel primo caso si cerca di realizzare nuovi strumenti portatili che consentano l’identificazione degli agenti patogeni eventualmente presenti nell’ambiente; nel secondo caso gli sforzi sono tesi all’introduzione di nuovi sistemi di ricerca ed elaborazione dati al fine di rendere evidenti in tempi utili gli indicatori precoci di attacchi biologici; nel terzo caso si lavora al recupero e al miglioramento di protocolli e strumenti di intervento terapeutico. Ma nonostante tutto questo il patrimonio delle tecnologie non sarebbe adeguato alle necessità che verrebbero imposte da un eventuale attacco su larga scala.

Di rischio biologico e di bioterrorismo parliamo oggi a ORA ZERO con il professor Giuliano Bertazzoni, ordinario di scienze tecniche mediche all’Università La Sapienza/Policlinico Umberto I di Roma.

 

ORA ZERO – Professore, lei figura tra gli organizzatori di un recente convegno su questo tema: quali sono stati il senso e gli scopi di tale lavoro?
PROFESSOR GIULIANO BERTAZZONI - «Abbiamo ritenuto necessario richiamare l’attenzione dei medici ospedalieri sul problema del rischio biologico e del bioterrorismo. Sono ricordi recenti l’attacco all’antrace negli Stati uniti compiuto nel 2001 e l’esperienza negativa della globalizzazione con il corona virus responsabile della SARS. Sappiamo quanto temiamo una pandemia aviaria di cui siamo in attesa e, speriamo, non arrivi mai. In ogni caso gli ospedali devono essere preparati a eventi di carattere straordinario comne quelli che sono stati elencati. Ma non siamo preparati. Sul territorio nazionale le Forze armate, la Protezione civile, la Croce rossa e il servizio 118 svolgono un’azione preventiva e curativa nel caso di maxi eventi quali i disastri naturali e gli attacchi terroristici convenzionali, anche multipli e contemporanei come quelli recenti compiuti a Madrid e Londra, così come nel caso di attacchi chimici del tipo di quello compiuto con l’agente SARIN nella metropolitana di Tokio o quello al teatro Dubrovka di Mosca. Le strutture di sicurezza e sanitarie nei casi citati sono state in grado di circoscrivere l’area degli attentati risolvendo sul territorio il problema che si era posto in maniera improvvisa. Ma nel caso di un evento bioterroristico non siamo in grado di risalire al momento del suo inizio. Le patologie direttamente conseguenti a esso si manifestano in ogni luogo e a farne le spese sono gli ospedali, strutture deputate alla ricezione dei pazienti in grave stato di salute. La descrizione agghiacciante che lei ha fatto nell’apertura di questo servizio altro non è che il diario di un medico di pronto soccorso che potrebbe trovarsi di fronte a un attacco di bioterrorismo o a una pandemia esplosa senza che se ne abbia avuto conoscenza, ad esempio nel caso in cui il sistema veterinario nazionale o i servizi di intelligence non abbiano funzionato bene. In tali evenienze gli ospedali andrebbero incontro a un sovraccarico di vittime che richiederebbero un soccorso, vittime che però andrebbero a infettare tutti i soggetti presenti nella struttura sanitaria nella quale si trovano. Allora cosa occorre? A parte i due centri di eccellenza di riferimento presenti sul territorio nazionale, gli ospedali Sacco di Milano e Spallanzani di Roma, dove vengono ricoverati soggetti in grave stato di salute e altamente infettivi, se esplodesse un problema come quello precedentemente descritto tutti i dipartimenti di emergenza, soprattutto quelli delle metropoli di maggiori dimensioni, andrebbero in crisi e con loro andrebbero in crisi tutti gli ospedali».
Professore, possiamo descrivere meglio qual è attualmente in Italia lo stato del sistema di prevenzione da eventuali attacchi bioterroristici e da pandemie, con particolare riferimento alle aree dove è presente una più elevata concentrazione di popolazione?
«Non abbiamo dei veri piani di difesa. Forse qualche ospedale ha sviluppato forme di intervento, ma comunque nella gran parte dei casi non siamo in possesso di piani di difesa per queste emergenze. Piano di difesa significa che l’ospedale continua a funzionare secondo la sua quotidianità, tenendo nel frattempo testa all’emergenza separando i percorsi e duplicando le risorse. Non è infatti possibile che pazienti infettivi si trovino a stretto contatto con pazienti non infettati, dato che lo stato di promiscuità peggiorerebbe soltanto le normali patologie che affliggono questi ultimi, comportando un incremento del numero delle vittime mediante la propagazione dell’infezione agli altri soggetti ricoverati nonché agli operatori sanitari. Una volta diagnosticata una infezione a un ricoverato presso un pronto soccorso questi dovrà seguire un altro percorso, ovviamente ciò significa che dovranno essere presenti nella struttura ospedaliera un altro medico, altri infermieri, altri locali destinati a ospitare il soggetto veicolo di infezione. Tutto questo altro personale dovrà essere munito di dispositivi di protezione individuale in grado di preservarli dal rischio di infezione».
    Nel recente passato il caso è esploso in forma urgente l11 Settembre 2001, immediatamente dopo l’attacco alle Twin towers di New York. In Italia si è parlato del rischio infezione connesso all’attività di analisi compiuta all’interno dei laboratori e del rischio potenziale di divenire veicoli di infezione corso dai soggetti che in tali strutture prestano la loro opera. Le tecnologie attualmente disponibili sono in grado di garantire margini di sicurezza in questo senso? Quali sono gli sviluppi della ricerca nello specifico settore? Ad esempio si è parlato di una eventuale sostituzione dei processi di “coltura” dei batteri patogeni con l’impiego di sistemi di “analisi molecolare”…

 

«In realtà abbiamo avuto un rilevatore rapido per l’antrace perché è esploso il “caso antrace”, ma noi dovremmo essere in possesso di sistemi per il rilevamento rapido posti agli ingressi degli ospedali che consentano in modo immediato di capire se un paziente è infettivo o meno. Un sistema di rilevamento che dovrebbe essere utilizzato addirittura dall’infermiere di triage o dal medico di primo soccorso, in modo da bloccare il paziente all’ingresso dell’ospedale e attivare il percorso alternativo, onde evitare l’infezione dell’intera struttura e delle risorse umane che vi operano. Dato che da un punto di vista clinico i microrganismi, diffusi sia in caso di epidemie spontanee che attraverso atti di bioterrorismo, si manifestano mediante sintomi ben precisi (febbre, stato di malessere generale, mialgie, eccetera) unitamente a insufficienza respiratoria, stato di compromissione della coscienza associati a disturbi gastroenterici e a forme di eritema, una volta fissate queste sindromi cliniche, che possono derivare da tutti i germi, se si riuscisse a effettuare una rilevazione rapida attraverso piastrine o sensori direttamente all’ingresso degli ospedali, interessando di conseguenza un laboratorio di livello superiore per avvalorare l’ipotesi “infezione”, sarebbe dunque possibile separare i pazienti infetti dagli altri e comprendere qual è il microrganismo in causa. Si tratterebbe di una forma di cautela non soltanto nei confronti di eventuali attacchi bioterroristici di natura straordinaria ovvero di pandemie avvertite in paesi lontani (ad esempio sugli uccelli, frequente veicolo di trasmissione del contagio dei virus), ma anche delle cicliche epidemie influenzali che mietono vittime nei casi in cui il virus è particolarmente attivo, provocando in ogni caso problemi sociali e disservizi sanitari anche qualora si manifestino in forma blanda, intasando i sistemi di emergenza e con essi tutti gli ospedali. Si potrebbero invece attuare talli piani di prevenzione anche in questi casi al fine di ridurre gli effetti negativi di forme annunciate di sindromi influenzali».
In Italia esiste un sistema di statistica sanitaria in grado di “ponderare” i sospetti casi indice di allarme e di potenziale emergenza biologica o bioterroristica?
«Noi siamo in possesso di un sistema, e qui nel Lazio credo si sia all’avanguardia, un sistema di sorveglianza sindromica attuato attraverso l’Agenzia di sanità pubblica, organo intermedio dell’ente regione, che è in grado di rilevare direttamente dai pronto soccorso collegati in rete la presenza o meno di una certa sindrome tra quelle sintomatologicamente citate in precedenza. Si tratta del rilevamento in modo eccessivamente frequente di una stessa sindrome in un dato ospedale o negli ospedali di una determinata zona, fatto che fa scattare l’allarme qualora ci si trovi di fronte a segnali inequivocabili di infezione. Certo però che se non vengono approntati piani di difesa adeguati scatta l’allarme, sì, ma non siamo in condizioni di dare a esso una risposta».
  Professore, in conclusione, nel convegno che avete organizzato il 22 Febbraio scorso all’Aula I di Clinica medica del Policlinico Umberto I (RISCHIO BIOLOGICO E BIOTERRORISMO) sono state espresse delle chiare linee di indirizzo? Se sì, quali istituzioni e soggetti dovrebbero recepirle?
«In questo convegno abbiamo chiamato dei grandi esperti a parlare per linee generali dei sistemi di sorveglianza, delle sindromi emergenti, del bioterrorismo, dei sistemi di rilevamento e della formazione del personale riguardo alla materia. In una sessione di esso ha avuto luogo una tavola rotonda molto pratica: abbiamo riunito rappresentanti di diversi ospedali, principalmente della capitale, discutendo del rilevamento effettuato su otto strutture ospedaliere romane alle quali erano state somministrate delle interviste ai responsabili dei dipartimenti di emergenza. Esse erano tratte da una esperienza maturata negli Stati uniti dopo l’11 settembre 2001, dove veniva richiesto se gli ospedali avevano modificato i loro piani di difesa in seguito agli attacchi terroristici. Bene, è emerso che degli otto dipartimenti di primo e secondo livello intervistati qui a Roma in realtà sono stati approntati piani di difesa soltanto nell’eventualità di un disastro naturale o di un attacco terroristico convenzionale compiuto con esplosivi, mentre gli ospedali risultavano scarsamente preparati in caso di disastro nucleare o radiologico. Nel caso di rischio biologico, anche laddove qualche ospedale si trova in possesso di esperienze, si tratta comunque di esperienze soltanto parziali. E’ necessario quindi l’allestimento di piani di difesa ospedalieri ed è necessaria la preparazione del personale sanitario che si trova “in trincea”, in primo luogo al pronto soccorso».
    L’odierna trasmissione di ORA ZERO si conclude qui. Ringraziamo per la partecipazione il professor Giuliano Bertazzoni, ordinario di Scienze tecniche mediche all’Università La Sapienza/Policlinico Umberto I di Roma e, come di consueto, vi ricordiamo che ORA ZERO va in onda il giovedì alle ore 16:20 e, in replica, il lunedì alle ore 08:30;00 oltreché sulle frequenze di RADIO OMEGA SOUND, è anche possibile ascoltare la trasmissione in rete, connettendosi al sito www.radioomegasound.it tramite il vostro computer. Un cordiale buonasera da Gianluca Scagnetti.