CASO MORO: “L’inquietante segreto di Rudell riporta indietro nel tempo a quella tragica mattina di giovedì 16 marzo 1978 in Via Mario Fani – di Spartaco Praghesi

CASO MORO: “L’inquietante segreto di Rudell riporta indietro nel tempo a quella tragica mattina di giovedì 16 marzo 1978 in Via Mario Fani – di Spartaco Praghesi

L’INQUIETANTE SEGRETO DI RUDELL RIPORTA INDIETRO NEL TEMPO A QUELLA TRAGICA MATTINA DI GIOVEDÌ 16MARZO 1978 IN VIA MARIO FANI
di Spartaco Praghesi

 

«Lo avranno veramente sequestrato i compagni? Non può che essere così, non c’è altro gruppo di lotta armata che abbia la forza e il coraggio di affrontare un simile livello di scontro. L’ipotesi che possa trattarsi di una provocazione di qualche servizio segreto la scartiamo immediatamente, non per ragionamento politico, ma per la nausea che negli anni abbiamo acculato verso ragionamenti del tipo: a chi giova? Chi c’è dietro?»

Furono queste le considerazioni espresse sull’agguato di via Mario Fani dai capi storici delle Brigate rosse in quel momento sotto processo a Torino. I terroristi rimasero ammirati dal grado di efficienza militare dimostrata dal gruppo di fuoco che aveva trucidato la scorta del presidente della Democrazia cristiana la mattina del 16 marzo 1978, venendo colpiti in modo particolare dalle notevoli capacità organizzative di coloro i quali avevano portato a compimento la prima parte dell’operazione Moro.
Erano dunque stati soltanto i brigatisti i protagonisti di quell’azione criminale oppure vi avevano preso parte anche altri? Un dubbio, questo, che permase ancora a lungo.

In effetti, anche dopo la ricostruzione ufficiale non furono pochi gli aspetti fondamentali di quella drammatica vicenda a permanere oscuri, primi tra tutti quello relativo alla presenza nel gruppo di fuoco che agì in via Mario Fani di elementi estranei alle Brigate rosse e quello sulla reale ubicazione della prigione di Moro (o forse sarebbe meglio dire “delle prigioni di Moro”). Esaminiamoli brevemente uno per uno.

La meraviglia che nel marzo del 1978 assalì Curcio, Franceschini e gli altri brigatisti allora detenuti in carcere, risulta oltremodo comprensibile: quelli che avevano agito contro la scorta di Moro non erano terroristi qualsiasi, bensì gente fredda e bene addestrata all’uso delle armi, la dinamica stessa dell’agguato lo aveva dimostrato. Una considerazione tutto sommato elementare questa, visto che in occasione dell’effettuazione di un’azione incomparabilmente più semplice dal punto di vista militare come il sequestro del magistrato Mario Sossi, compiuta il 18 aprile di quattro anni prima a Genova, si era resa necessaria la partecipazione di ben 18 brigatisti; un sequestro quello – va sottolineato – che in termini operativi aveva rappresentato il salto di qualità della formazione terroristica. In effetti, quel tragico giovedì mattina si verificarono alcune coincidenze del tutto sospette.

Intanto chi organizzò l’agguato ebbe la certezza che la scorta di Moro avrebbe percorso proprio l’itinerario di via Fani e non un altro tra quelli potenzialmente alternativi. Questo lo si evince dal fatto che, proprio quel giorno lì, il fioraio che aveva il chiosco in quella stessa strada (all’angolo con via Stresa) venne allontanato per alcune ore dal suo luogo di lavoro a causa della foratura di tutti e quattro i pneumatici del suo furgone aveva parcheggiato sotto casa, un’operazione non ripetibile se non col rischio di ingenerare sospetti.

Un altro aspetto oscuro è poi quello della strana presenza sul luogo e nel momento dell’imboscata del colonnello Camillo Guglielmi, ufficiale in servizio al Sismi (il servizio segreto militare) e in precedenza addestratore nella base sarda di Capo Marrargiu, nota per aver ospitato i corsi dell’organizzazione Stay-Behind “Gladio”. Guglielmi era uno stretto collaboratore del capo del servizio, il generale piduista Giuseppe Santovito, che, come vedremo in seguito, nelle turbinose vicende seguite al sequestro dell’onorevole Moro, svolgerà un ruolo per nulla secondario. Tornando al colonnello Guglielmi, va rilevato che quando poi venne interrogato dal magistrato che indagava sul caso Moro egli fornì una giustificazione poco plausibile, dichiarando che era vero che si trovava sul luogo dell’agguato, ma che era lì perché avrebbe dovuto pranzare con un suo collega che abitava nei paraggi. In effetti egli si presentò davvero a casa di un ufficiale di sua conoscenza, ma con totale sorpresa di quest’ultimo, che in realtà non si aspettava affatto quella visita e, alle nove della mattina (dunque un po’ troppo presto) Guglielmi gli chiese candidamente: «Mi inviti a pranzo?». Con ogni probabilità la presenza in abiti borghesi in via Fani dell’ufficiale del Sismi era dovuta al fatto che il servizio segreto era venuto preventivamente a conoscenza di un’azione che sarebbe stata effettuata in quello specifico luogo, di risulta si era attivato inviando sul posto un suo qualificato osservatore, Guglielmi appunto. Ora, il problema è però se Forte Braschi fosse al corrente o meno della natura e dei protagonisti di quell’azione, perché, ovviamente, nel primo caso un’omissione del genere (cioè il non aver informato gli organi competenti al fine di prevenire l’agguato) si configurerebbe come una gravissima responsabilità.

Sta di fatto che la riuscita dell’imboscata, praticamente perfetta, si rese possibile grazie alla presenza all’interno del gruppo di fuoco di un elemento in possesso di particolare abilità nell’uso delle armi e di un grande autocontrollo. Fu lui a risolvere la situazione, sopperendo all’imperizia dei brigatisti e alla scarsa efficienza delle loro armi (si incepparono ben quattro pistole mitragliatrici e una di esse non esplose neppure un colpo). Ma allora quella mattina in Via Mario Fani chi c’era insieme ai terroristi?
Le prime testimonianze raccolte dagli investigatori fecero riferimento all’accento straniero di alcuni membri del commando, in seguito, nel corso della fase delle indagini sul caso Moro e negli anni dei numerosi processi celebrati nei tribunali, nella ridda di informazioni e disinformazioni, alcuni parlarono della presenza di un fantomatico “calabrese” all’interno del commando terrorista. A dichiararlo furono il senatore democristiano pugliese Giuseppe Giovanniello (amico personale di Aldo Moro), il controverso testimone Michele Ristuccia (personaggio legato ai servizi segreti) e il pentito di ‘ndrangheta Saverio Morabito. Venne anche formulata l’ipotesi che il “calabrese” di via Fani potesse essere un malavitoso di nome Giustino De Vuono, già tiratore scelto della Legione straniera francese successivamente espulso dal corpo per indegnità. Il volto di De Vuono venne associato da un testimone (un addetto alle pulizie dello stabile di via Gradoli 96) a quello di una persona che vestiva la tuta da spazzino che uscì dal medesimo stabile durante il periodo in cui Moro era sequestrato nella “prigione del popolo”. I rapporti di De Vuono con l’estrema sinistra extraparlamentare erano comprovati da sentenze giudiziarie, in quanto nel passato insieme a elementi dell’Autonomia aveva partecipato al sequestro dell’ingegner Carlo Saronio, deceduto poi a causa di una somministrazione eccessiva di narcotico. Per quel delitto aveva riportato una condanna, però in seguito era riuscito a evadere dal carcere facendo perdere definitivamente le proprie tracce. E questo era avvenuto proprio poco tempo prima del sequestro Moro. Era lui il misterioso infallibile killer di via Fani?

Alle ore nove circa di giovedì 16 marzo 1978, mentre si verifica un’insolita interruzione sulle comunicazioni telefoniche sulle linee della zona, in via Mario Fani entra in azione il commando: la scorta dell’onorevole Aldo Moro cade sotto il fuoco delle armi dei brigatisti. Venticinque minuti dopo viene diramato via radio l’ordine di allestimento dei primi posti di blocco, di conseguenza polizia e carabinieri si concentrano nella zona nord della capitale, in particolare nei quartieri di Primavalle, Monte Mario, Flaminio e nella zona di Ponte Milvio. Filtrando le direttrici di uscita dalla città nel segmento interno al Grande raccordo anulare compreso tra la via Cassia, via trionfale e via della Pineta Sacchetti, si tenta di intercettare i sequestratori di Moro con il loro ostaggio. Ma in quello stesso periodo, il tempo medio di percorrenza del tratto via Fani-centro storico era calcolato in meno di dieci minuti, quindi se i sequestratori di Moro avessero approfittato della pratica assenza di posti di blocco su quella direttrice interna alla città (ed è l’ipotesi formulata da coloro che indicano in via Montalcini il covo-prigione) i brigatisti avrebbero avuto tutto il tempo necessario per trasferire in condizioni di relativa sicurezza il prigioniero Moro. Comunque, subito dopo il sequestro le indagini finalizzate all’individuazione del covo vengono concentrate a nord di Roma, cioè sempre nei quartieri Balduina, Trionfale, Monte Mario e Belsito e in zone ancora più esterne, come via di Boccea e via Cassia. Ma qui insorgono i primi dubbi: e se Moro nell’immediatezza del suo sequestro (in attesa che in zona le acque si fossero calmate e che le forze dell’ordine avessero allentato il loro controllo sul settore nord della capitale) fosse stato segregato nelle vicinanze di via Fani? Non fu proprio il questore di Roma Emanuele De Francesco a dichiarare che il luogo dove Moro era detenuto non doveva essere molto lontano da via Licinio Calvo? Via Licinio Calvo è una strada che si trova alla Balduina, nei pressi di piazzale delle Medaglie d’Oro, ma allora potrebbe assumere un significato ben preciso anche l’altra coincidenza sospetta verificatasi in quei concitati minuti: l’insolita assenza della volante del commissariato Monte Mario, che in quei giorni veniva solitamente fatta stazionare in via Bitossi (non lontana né da via Fani né da via Licinio Calvo), ma che per un ordine ricevuto della centrale operativa del Viminale si era dovuta spostare in via Fani, questo proprio nel momento in cui i brigatisti andavano alla Balduina a recuperare il furgone Fiat 850 che avrebbero poi utilizzato per il trasporto di Moro dentro una cassa.

Conoscendo la reale ubicazione del covo-prigione di Moro è importante si comprenderebbe finalmente se le responsabilità di tutta l’operazione – agguato, sequestro dell’uomo politico e sua esecuzione – siano da ascrivere interamente ai terroristi delle Brigate rosse e ai loro fiancheggiatori oppure se, come probabile, siano stati coinvolti anche spezzoni di apparati deviati dello Stato italiano e centri di potere esteri. Al riguardo le ipotesi esplorate sono state varie, ma soltanto alcune hanno ricevuto la sanzione ufficiale di “verità” per mezzo di una sentenza giudiziaria. Una di queste è che Moro è stato tenuto prigioniero nel covo di via Gradoli. A quel tempo, numerosi appartamenti situati in alcuni palazzi che si affacciavano su questa stretta traversa della via Cassia erano stati locati a società fiduciarie del Sisde, il servizio segreto civile, un altro lato oscuro, l’ennesimo, di questa torbida vicenda. In via Gradoli Moro potrebbe esserci rimasto per un breve periodo, magari soltanto nella primissima fase del suo sequestro, una tappa della durata di un paio di giorni prima di un suo successivo trasferimento altrove. In passato molto si è insistito sulla permanenza di Moro per un periodo prolungato nel covo di via Montalcini, nel quartiere di Villa Bonelli, la collina che sovrasta la Magliana, addirittura c’è stato chi, di recente, ha asserito che il presidente della Democrazia cristiana in quel covo lì ci abbia trascorso l’intera prigionia. Cinquantacinque giorni. Difficile dirlo. Certamente la Renault 4 rossa rubata è stata nascosta dalla brigatista Anna Laura Braghetti nell’autorimessa della palazzina di via Montalcini dove c’era un covo dei terroristi, ma da qui ad affermare che Moro sia stato ucciso in quel garage e poi trasportato cadavere in via Michelangelo Caetani ce ne passa. È invece possibile che la stessa Braghetti la mattina dell’esecuzione di Moro sia uscita con la Renault 4 da quell’autorimessa per andare a caricare il cadavere del sequestrato in un altro luogo, molto più vicino a quello del suo ritrovamento. Infatti, con la città di Roma posta sotto stretto controllo dalle forze dell’ordine e dai militari dell’esercito sarebbe stato estremamente rischioso e stupido spostarsi in macchina con Moro morto nel cofano da Villa Bonelli fino in centro, a poche centinaia di metri dalle sedi della Democrazia cristiana e del Partito comunista italiano. Quindi si deve arguire che Moso è stato materialmente ucciso non lontano dal luogo del ritrovamento del suo cadavere? In questo senso depone una ricostruzione molto diversa da quella ufficiale prospettata da Alfredo Carlo Moro, fratello dell’uomo politico assassinato. Egli ha affermato che:

«L’unica ipotesi logica è che la Renault partì alle sette dal covo di via Montalcini, ove era stata ricoverata la sera precedente, ma senza Moro a bordo e che, perciò, non ci si preoccupò molto per l’eventuale incontro con condomini».

Riguardo al luogo dell’assassinio di suo fratello, Alfredo Carlo Moro aggiunse poi che la Renault 4 raggiunse la sede della vera prigione del presidente della Democrazia cristiana e che in quella sede venne infine eseguita l’uccisione. A quel punto la Renault tornò quindi a Roma arrivando in via Caetani verso mezzogiorno. Da queste parole si evincerebbe dunque che la materiale esecuzione di Aldo Moro sarebbe avvenuta fuori città, una ricostruzione che vide concorde anche il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ufficiale dei carabinieri che si era interessato molto al caso.

Fuori Roma? E dove? Probabilmente per dare delle risposte a questi inquietanti interrogativi bisogna ripartire dalle poche parole che composero il messaggio in codice diramato dal Viminale a oltre quattro giorni dal sequestro del presidente della Democrazia cristiana: Topazio slent si abroga. Questo fu il contrordine che bloccò l’operazione delle forze speciali della marina militare, pronte già da alcune ore al blitz che avrebbe dovuto portare alla liberazione di Moro, ritenuto segregato a nord della capitale.
Fu una giornata davvero movimentata quel martedì 21 marzo 1978, in quanto venne raggiunto l’apice della mobilitazione militare. Notizie confidenziali ritenute attendibili avevano dato origine a una vasta operazione di rastrellamento effettuata da carabinieri e da agenti di pubblica sicurezza nell’area del comune di Cerveteri, principalmente nelle frazioni di Sasso e di Furbara, alla ricerca della prigione del popolo dove si supponeva venisse segregato Moro, però nonostante il vasto dispiego di forze non si pervenne al risultato auspicato. In quelle ore tre elementi di vertice delle forze dell’ordine italiane fornivano tre diverse indicazioni (sebbene tutte e tre localizzate a nord della capitale) sulla possibile ubicazione di quel covo brigatista: il già citato generale Giuseppe Santovito – direttore del Sismi – riferì che una sua fonte attendibile aveva segnalato il covo in una zona adiacente al 47º chilometro della statale Aurelia in località Palo Laziale, il prefetto Giuseppe Parlato – capo della polizia – affermò di aver ricevuto una segnalazione relativa a “una casa a nord di Roma”, infine, il generale Raffaele Giudice – comandante generale della Guardia di Finanza – dichiarò che la presenza di Moro era stata invece segnalata in città, nella zona Trionfale-Balduina e l’ostaggio nei giorni successivi avrebbe potuto essere trasferito in un’altra località per essere poi processato dal “tribunale del popolo”.

Sempre nelle stesse ore il ministro dell’Interno Francesco Cossiga metteva segretamente in allarme il Gruppo operazioni speciali degli incursori della marina militare, cioè il Comsubin. Si trattò dell’abortita Operazione Smeraldo, che prese avvio con l’allertamento del GOS su disposizione di Cossiga mediante un messaggio in codice trasmesso per telescrivente alle ore sette del 21 marzo dal Viminale allo Stato Maggiore della Marina: “Alfa attuate interno smeraldo”. Gli specialisti del Comsubin, supportati nell’occasione da due ufficiali dello Special Air Service britannico (SAS), avrebbero dovuto effettuare l’intervento impiegando degli elicotteri. Un’ora e un quarto dopo, alle otto e quindici minuti, il comandante del GOS ammiraglio Oreste Tombolini comunicava attraverso la rete telefonica protetta la cosa al comandante dell’unità Vittorio Biasin:

«Al 50% ostaggio è in un casolare abbandonato zona Forte Boccea e Aurelia vicina Raccordo anulare. Alle 09:00 i carabinieri della Legione di Roma circonderanno zona. Condurranno loro operazione. Responsabile operazione maggiore Calcagile. Se BR sono in zona e spareranno i carabinieri risponderanno fuoco. Intendimento Governo è di portare a trattativa. Per ora noi solo allarme. Comandante GOS Tombolini».

Ma alle tredici un nuovo messaggio in codice del Viminale, “Topazio slent si abroga”, revocò improvvisamente lo stato di allarme e il blitz che avrebbe dovuto portare alla liberazione di Aldo Moro misteriosamente non venne attuato. Perché?

Allo specifico riguardo il prefetto Vincenzo Parisi – che in anni successivi avrebbe ricoperto dapprima la carica di capo della polizia e poi quella di direttore del Sisde – avanzò l’inquietante ipotesi che un’operazione di quel genere, necessariamente decisa dai livelli apicali della sicurezza dello Stato, non potesse essere giunta in prossimità di una svolta senza che quegli stessi vertici non ne fossero informati, dunque, non sarebbe immaginabile un epilogo del genere, a meno che non vi fossero altri al di fuori di quei vertici a disporre.

Altri? Il prefetto Parisi si riferiva forse velatamente a Steve Pieczenik, l’esperto statunitense affiancato al Comitato tecnico-operativo di crisi che si riuniva quotidianamente al Viminale e che in quella fase era ormai già stabilmente presieduto dal sottosegretario all’Interno Nicola Lettieri? Del resto fu proprio Pieczenik a ingerirsi nei lavori dei vertici della sicurezza dello Stato italiano giungendo a essere l’ascoltato consigliere del titolare del dicastero ed esercitando a questo scopo pressioni affinché dall’organo di gestione di quella crisi la componente politico-decisionale (appunto Cossiga) venisse staccata da quella tecnico-operativa (il comitato che, in assenza di Cossiga, veniva presieduto da Lettieri).

E ancora. Le zone di Furbara e di Sasso distano una trentina di chilometri da quella comprensiva di Forte Boccea e quella della intersezione tra la statale Aurelia e il Grande raccordo anulare, cioè l’area indicata come luogo del mancato intervento del Comsubin. Tuttavia, l’ufficiale di marina Decimo Garau – al tempo in forza al reparto speciale e anche addestratore del personale transitante dalla base sarda di Capo Marrargiu – ascoltato nel giugno 1991 dal giudice istruttore Carlo Mastelloni dichiarò di aver partecipato all’abortita Operazione Smeraldo e, in quella stessa occasione, di avere ispezionato alcuni casolari nella zona della Tolfa, presso la frazione di Sasso, e di aver fatto base nella caserma del Raggruppamento Unità della Difesa (RUD) che è vicino a Cerveteri. Garau dichiarò anche che, contestualmente alle ricerche della prigione di Moro, con la sua squadra di incursori effettuò anche una esercitazione di esfiltrazione nel corso della quale venne simulato un trasporto del “rapito” chiudendo un militare della sua Sezione in una cassa di legno poi caricata a bordo di un furgone. Ebbene, Garau affermò che accadde che, in un particolare contesto come quello, a un posto di blocco allestito dai carabinieri sull’Aurelia il loro veicolo venne fermato per un controllo, ma la cassa non venne ispezionata. Esattamente lo stesso metodo col quale i brigatisti trasportarono Moro nel covo-prigione, ma questo lo si sarebbe appreso soltanto alcuni anni dopo dalle dichiarazioni rese dal brigatista rosso Valerio Morucci ai magistrati che lo interrogavano.

Infine un ultimo interrogativo: per quali ragioni i brigatisti si sono sempre dimostrati così reticenti riguardo all’ubicazione del covo-prigione di Moro e alle modalità del suo assassinio hanno sostenuto versioni contraddittorie e insostenibili? La prigionia e l’assassinio di Aldo Moro, cinquantacinque giorni avvolti nel mistero che nascondono comunque verità compromettenti e che dunque dovevano rimanere nascoste. Durante quei cinquantacinque giorni la prigione del presidente della Democrazia cristiana venne cercata dappertutto ma invano. In quel periodo si verificarono depistaggi clamorosi, negligenze imperdonabili, ma anche tentativi come quello delle “rivelazioni” dello spirito di Giorgio La Pira, che durante una seduta spiritica in casa dell’economista Alberto Clò, presente anche Romano Prodi, indicò il toponimo “Gradoli” (al riguardo va ricordato che in quella fase tra i “trattativisti” figuravano gli esponenti delle correnti democristiane dei fanfaniani e dei dorotei). La pratica medianica era stata organizzata allo scopo di far emergere una pista utile alla liberazione del presidente della Dc senza però rivelarne le fonti. Ma chi poteva avere interesse al fallimento dell’operazione Moro? Allora si parlò di elementi dell’Autonomia operaia bolognese e di soggetti dell’aera reggiana legati alle prime Brigate rosse, quelle di Curcio e Franceschini, che propugnavano la lotta armata sul modello sudamericano di Carlos Marighella, cioè quei “capi storici” delle Br che dopo il loro arresto erano stati soppiantati da Mario Moretti alla guida dell’organizzazione terroristica venendo così esclusi dalla pratica gestione. Una informazione, quella rivelata dallo spirito di Giorgio La Pira, la cui fonte in realtà sarebbe stata localizzata molto lontano dalla pianura reggiana, luogo di origine di Romano Prodi, bensì in Germania orientale, fatta successivamente “rimbalzare” a settori dei servizi segreti italiani dagli organi di intelligence della Cecoslovacchia comunista. È noto che quella pista così chiara e precisa non venne poi volutamente seguita dagli organi di sicurezza dello Stato italiano, che preferirono evitare accuratamente via Gradoli (ricordate? La stradina sulla Cassia dove in alcune palazzine coesistevano il covo brigatista di Mario Moretti e gli appartamenti affittati dal Sisde) e montare invece la megasceneggiata nel paesino di Gradoli in provincia di Viterbo.

Evidentemente non si voleva liberare Moro, però, ancora neppure eliminarlo fisicamente. Altre trattative segrete sarebbero state condotte da chi voleva davvero salvare quell’uomo politico democristiano, vennero esperiti tutti i possibili tentativi, compreso quello del riscatto da pagare ai terroristi in cambio della liberazione dell’ostaggio. La disperata azione di monsignor Cesare Curioni, Ispettore generale dei cappellani degli Istituti di prevenzione e pena, e del suo collaboratore più stretto, padre Fabio Fabbri, portò all’apertura di un canale. Le mazzette del danaro, miliardi di lire, erano pronti sul tavolo di papa Paolo VI per essere versati ai brigatisti in cambio della vita di Moro, ma non ci fu nulla da fare e anche quella trattativa non ebbe l’esito sperato: i soldi rimasero sul tavolo coperti da un drappo turchese e alla fine Moro venne ucciso.

A questo punto un interrogativo è d’obbligo: chi volle la morte di Moro? In questi casi il rischio di cadere nel facile complottismo è sempre in agguato, però, al riguardo non si può fare a meno di svolgere alcune considerazioni. Intanto, l’operazione Moro venne eterodiretta?

Alcuni affermano che tutte le responsabilità in ordine al sequestro e all’assassinio di Moro vadano ascritte alle Brigate rosse, essi sostengono che i processi hanno sentenziato la verità e che quindi oggi siamo in possesso di nomi e cognomi dei terroristi implicati, seppure questi stessi commentatori non escludano l’infiltrazione nella vicenda di forze più vaste e indefinite.

Un’altra accreditata interpretazione, diversa dalla prima, ritiene invece che le Brigate rosse (in modo particolare la colonna romana costituita e guidata da Mario Moretti allo scopo principale di effettuare l’operazione Moro) fossero eterodirette da centri di potere in parte interni e in parte esterni al Paese e che, dunque, i terroristi (in buona o cattiva fede) abbiano funto da strumento ultimo di tali centri di potere.

In questo senso, per comprendere meglio questo aspetto è utile inquadrare i fatti nel loro contesto storico: la morte di Moro costituì indubbiamente l’occasione per chiudere con un’ipotesi politica che, comunque la si voglia giudicare, avrebbe portato a un rinnovamento del ceto dirigente del Paese. Di risulta – come ha ripetutamente asserito il professor Giuseppe De Lutiis, esperto di intelligence e già coordinatore dei consulenti della Commissione parlamentare terrorismo e stragi presieduta dal senatore Pellegrino – l’uccisione nella culla del progetto di governo di unità nazionale assunse tutti i tratti di un colpo di stato. Più in generale, nell’ottica degli interessi nutriti dalle due superpotenze del tempo (Usa e Urss) un progetto del genere certamente non dava loro tranquillità. Gli americani, in particolare, temevano la partecipazione al governo del Partito comunista italiano, evenienza che avrebbe comportato per Washington e per la Nato un pericolo a causa dei segreti di natura militare e strategica cui sarebbero potuti venire a conoscenza i ministri dell’esecutivo espressi da Botteghe Oscure, una conoscenza del sistema difensivo atlantico che, data la loro vicinanza al Pcus avrebbero potuto “girare” a Mosca.

È esistita una “centrale” che ha deciso l’eliminazione di Moro?

Anche qui non ci sono prove giudiziarie, quindi si resta nel campo delle ipotesi, malgrado sia possibile pensare che nel cinquantennio della Guerra fredda, accanto a tutte le misure approntate dai blocchi contrapposti, quello occidentale e quello orientale, siano comunque esistite delle camere di compensazione all’interno delle quali operarono uomini vicini ai servizi segreti delle due superpotenze con il fine di smussare le eventuali cause di frizione. Si può ipotizzare che in quegli anni in Europa di questi luoghi ne siano esistiti diversi e che uno di essi sia stato la “scuola di lingue” Hypérion di Parigi (quella di Corrado Simioni e degli altri del suo superclan), che potrebbe avere svolto un ruolo importante nel frenaggio dell’esperimento del compromesso storico in Italia.

Ma allora, per dirla con Mino Pecorelli …fu Yalta a decidere via Mario Fani?

Il presidente della Democrazia cristiana venne abbandonato al suo tragico destino? Sotto la guida di Mario Moretti nelle Brigate rosse prevalse definitivamente la componente che agiva in funzione della stabilizzazione degli equilibri strategici e geopolitici esistenti al tempo?

Al netto della buona fede della stragrande maggioranza dei militanti brigatisti, in quel breve ma intenso periodo seguito agli arresti dei capi storici Curcio e Franceschini, dietro lo schermo di una presunta lotta rivoluzionaria la direzione strategica dell’organizzazione terroristica lavorò invece per conto dei centri di potere che si ponevano addirittura molto al di sopra dello Stato italiano e dei suoi settori di apparato deviati?

Se le cose andarono davvero così, alla luce delle sconvolgenti rivelazioni del “memoriale Rudell” oggi non potremmo non convenire con l’ipotesi sollevata dal direttore del periodico “OP” poco prima di essere assassinato.

 

***

Nel romanzo “L’inquietante segreto di Rudell”, che prende spunto dalla drammatica vicenda brevemente esaminata, indagando su un caso di omicidio il protagonista giunge inaspettatamente a un’altra verità sull’affaire Moro, l’ennesima. Una verità che rimette tutto in discussione. Infatti, quella che emerge dalle carte scritte di proprio pugno dal pregiudicato altoatesino trovato cadavere tra le montagne della Carnia è davvero sconcertante. Per arrivarci, però, il vicequestore aggiunto Andrea Zorzon e la squadra di investigatori della questura di Pordenone alle sue dipendenze, dovranno vincere paure e diffidenze degli abitanti di quella, fino a quel momento, tranquilla frazione sperduta fra i monti delle Prealpi carniche.

Dopo aver brillantemente risolto il difficile caso dell’omicidio del pensionato di Spilimbergo, adesso gli investigatori si trovano di fronte a un altro caso estremamente controverso. Una scia di sangue che affonda le radici nelle caligini del passato e bagna il Friuli. Dal cadavere di Hugo lo schützen, trovato in un impluvio presso il villaggio prealpino di Redona, l’indagine condurrà gradualmente i poliziotti in una dimensione del tutto diversa da quella apparentemente bucolica della Carnia. L’umanità che incontreranno lavorando al caso sarà la più varia: montanari sempliciotti e gente spregiudicata, persone totalmente incolori e uomini fuori dal comune che nella vita hanno scelto la strada del crimine, feroci esecutori.

Ma alla base della sanguinosa vicenda risiede una sola verità inconfessabile: l’inquietante segreto di Rudell.

L’INQUIETANTE SEGRETO DI RUDELL
ultimo romanzo noir di Gianluca Scagnetti

edizione in formato cartaceo (23X15), pagine 96, euro 14,00
edizione in formato ebook, euro 4,99
disponibile su richiesta nei punti vendita LaFeltrinelli, attraverso il sito www.ilmiolibro.it e inoltre presso i maggiori rivenditori di ebook

 

 

Di seguito è possibile leggere gratis i primi capitoli del romanzo “L’inquietante segreto di Rudell”

FRIULI ROSSO SANGUE
LE INCHIESTE DEL VICEQUESTORE AGGIUNTO ZORZON

 

L’INQUIETANTE SEGRETO DI RUDELL

di Gianluca Scagnetti

 

(in appendice: Naftalene nel Veneto Bianco)

 

 

 Afa in pianura

«Dottore è ancora a Pordenone?»
Al telefonino la voce dell’ispettore Battaglia risuonò agitata.
«Meno male dottore, meno male! La prego, aspetti a partire perché su a Redona è successo un casino e c’è assoluto bisogno di lei».
Il capo della Squadra Mobile capì immediatamente che le sue ferie erano finite già prima di cominciare. Imprecò a denti stretti per un istante, poi tirò un calcio al copertone della sua autovettura già carica di bagagli. Era pronto a mettersi in viaggio per tornare a trascorrere un paio di settimane dai suoi genitori a Schio e, in previsione di un po’ di fondo, sul portapacchi aveva sistemato pure gli sci coi quali era intenzionato a fare sport sull’altopiano dei Sette Comuni. Però non poté fare proprio niente, perché all’improvviso era arrivata quella nuova rogna che aveva rovinato tutto. Nel rivolgersi al suo collaboratore più stretto cercò comunque di mantenersi calmo. Andrea Zorzon, vicequestore aggiunto che da qualche anno era a capo della Squadra mobile di Pordenone, era un tipo che aveva sempre dato l’impressione di uno che manteneva la calma anche in frangenti non certo piacevoli come quello, quindi fece buon viso a cattivo gioco.
«Ma che è successo? Perché mi avete chiamato …hanno ammazzato qualcuno?»
«Sì dottore, purtroppo c’è il morto».
«Beh, ma perché venite da me, che non lo sapete che da ieri sera sono in ferie!?! Non c’è il collega di turno?»
«Sì dottore, cioè no …insomma, ho ricevuto ordine di contattarla assolutamente. È stato il questore Giannarelli che me lo ha detto, la vuole assolutamente qua. È da questa mattina che la sta cercando e smadonna come un forsennato…»
«Putanazza de trojs… ma guarda che è veramente una gran rottura sai! Ma che sta succedendo in questa città!?! Cos’è, il caldo li ha fatti uscir fuori di testa a tutti?»
Dopo aver rassicurato l’ispettore Battaglia del fatto che lo avrebbe presto raggiunto sul posto, Zorzon provò a riorganizzare velocemente le idee. Lasciata l’automobile carica di bagagli nella piccola rimessa stracolma di robe nel seminterrato del suo palazzo pensò di farsi venire a prendere da qualcuno con una macchina di servizio. Poi però ci ripensò, forse sarebbe stato meglio chiudere dentro la macchina e raggiungere la questura a piedi. In quel modo ci avrebbe messo sicuramente di meno. Ma prima si peritò di chiamare Battaglia per parlare nuovamente con lui e ricevere altre informazioni importanti sul nuovo caso che si era appena aperto. Nella concitazione della telefonata precedente non gli aveva chiesto dove si trovava di preciso, non sapeva se fosse se in città oppure in qualche punto sperduto tra le Prealpi dell’Arzino.
«Senti un po’, ma tu adesso ti trovi lì? E a prima vista come è andata? A proposito, è già arrivato Vidussi?»
«È in itinere dottore – rispose l’ispettore – L’hanno chiamato al cellulare e si è incazzato pure lui perché doveva andare a Trieste da un suo collega per non so quale ragione, un seminario forse, e invece…»
«Cominciamo bene, così siamo in due ad averci i maroni girati. – Replicò il dirigente della Polstato – Senti: ora io faccio un salto qui in ufficio poi vi raggiungo subito su; se Vidussi e la Piemme arrivano e si sbrigano a trafficare col morto tu cerca di trattenerlo e non farlo andar via. Mi raccomando, non fartelo scappare che ci voglio parlare personalmente».
«Ricevuto dottore! Lo blocco qua in sua attesa».
In quella tarda mattina di mezzo luglio lo spettacolo che offriva Pordenone era di desolazione, il capoluogo della Destra Tagliamento era praticamente deserto. Dopo aver chiuso l’auto nella piccola rimessa Zorzon salì nel suo appartamento al secondo piano della palazzina di Via Gemona per recuperare alcuni effetti personali, quindi, dopo una decina di minuti riuscí nuovamente, ma stavolta non per recarsi sulle montagne del Veneto a trascorrere le ferie, bensì su quelle della Carnia per indagare su un caso di presunto omicidio.
Si incamminò a passo veloce verso la questura. Il semaforo all’angolo della strada lampeggiava giallo a intermittenza, proiettando la sua esile ombra allungata sull’asfalto rovente. In giro c’erano solo un paio di vecchietti usciti di casa per fare la spesa all’hard discount e qualche immigrato africano che se ne andava in bicicletta. A un certo punto, mentre stava per attraversare la strada sulle strisce pedonali, improvvisamente gli passò davanti veloce l’autobus diretto al capolinea di Piazzale Ellero, era semivuoto. Ma guarda tu se doveva succedere proprio oggi, non bastava tutto quanto il resto – pensò – e adesso? Chissà quando li recupererò i giorni di ferie. Poi, seppur sconsolato, gradualmente recuperò per intero la sua calma proverbiale e una volta tornato in sé iniziò con i suoi classici processi elucubrativi. Non sfuggiva mai al meccanismo che di fronte a casi come quello ogni volta si avviava automaticamente nel suo cervello. Zorzon era un cartesiano e perciò fu portato immediatamente a riflettere sull’anomalia rappresentata dal verificarsi di due casi così gravi in provincia di Pordenone, uno a ridosso dell’altro, che, almeno dal punto di vista statistico, alzavano troppo la media. Allora cercò conforto nel pensiero di Federico Enriquez, trovandovi un relativo sollievo nella massima da lui espressa nella quale definiva la statistica una scienza “quasi esatta”.
Ma era comunque perfettamente consapevole che la realtà era ben diversa dalla speculazione torica, in quanto del morto ritrovato su in montagna era arrivata praticamente insieme a quella dell’arresto di un pericoloso latitante accusato di omicidio, effettuato in città proprio il giorno precedente. Non poté fare a meno di ironizzare su quell’operazione davvero insolita, era stata l’ultima cosa di cui si era occupato prima di andare a casa a caricare la macchina di bagagli.
Questo proprio qua doveva farsi arrestare: prima ammazza a sprangate uno in Sicilia, poi che fa? Viene a Pordenone e si mette a rubare negli appartamenti di giorno davanti a tutti…
Era andata proprio in questo modo, perché si era trattato di un arresto davvero casuale: a chiamare il 113 era stata una vecchina che abitava vicino all’appartamento che i ladri avevano preso di mira.
«Pronto polizia? Venite in via delle Acque per piacere, perché ci dei tipi che a me non piacciono per niente: mi sa che voglion rubare nella casa dei miei vicini che in questo momento son fuori in vacanza; sono due e hanno un ferro e un gran borsone…»
Insospettita dalla presenza di quei due strani individui che armeggiavano nell’androne di quella palazzina in pieno centro, l’anziana donna non aveva esitato a telefonare alla Polizia e così era intervenuta subito una volante che aveva beccato due rumeni in flagranza di reato con un piede di porco in mano. Dopo l’effrazione della porta di ingresso dell’appartamento si erano introdotti al suo interno per rubare; i proprietari erano fuori, in vacanza all’estero, quindi non avevano incontrato ostacoli, se non quello per loro fatale costituito dalla presenza della zelante vecchietta che aveva chiamato in questura. Per quanto non avessero sottovalutato quella segnalazione, gli agenti pensarono a un ordinario caso di furto compiuto da “topi” d’appartamento – una tipologia di reato tutto sommato frequente nel periodo estivo, quando la città si svuota e i pordenonesi se ne vanno in villeggiatura al mare o sui monti – però mai si sarebbero immaginati di trovarsi di fronte all’uomo che due mesi prima aveva massacrato di botte una persona al punto di farla morire. Una volta identificato, quel trentenne di Calafat che alloggiava presso un suo connazionale a Udine risultò ricercato per omicidio volontario. Dopo un breve accertamento al computer, gli uomini della Squadra mobile si erano resi conto che l’uomo che avevano appena arrestato era stato precedentemente dichiarato irreperibile dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Gela quindi, con loro grande sorpresa, dai colleghi giù in Sicilia avevano poi appreso che si trattava di una soggetto ricercato per omicidio. Il passo successivo era stato quello di avvisare immediatamente il dirigente.
«Dottore si tenga forte: abbiamo beccato un assassino!»
Zorzon era riuscito a sbrigare la pratica nell’arco della giornata, poi in tarda serata era corso a casa per fare i bagagli. Ma adesso il profilarsi di quest’altro impegnativo caso allontanava sempre di più l’inizio della sua tanto agognata vacanza sull’Altopiano dei sette comuni. Gli tornò alla mente quel film dell’esordiente John Carpenter che aveva visto al cinema tanti anni prima quando era studente a Padova, un B-Movie nel quale un ispettore afro-americano della polizia di Los Angeles, alle prese con un picco estremo di criminalità sanguinaria nella sterminata periferia della metropoli californiana, attribuiva la causa dell’incremento esponenziale di quei comportamenti devianti all’effetto prodotto sull’uomo dalle tempeste solari, aveva sentito questa cosa alla radio mentre era in macchina. Stimolato da quel ricordo di celluloide Zorzon venne indotto a una riflessione apocalittica: stava succedendo lo stesso anche nella operosa e ordinata Pordenone?
Raggiunse piazza Palatucci dopo un quarto d’ora di cammino e di riflessioni. In questura, al piano terra, oltre al piantone di guardia all’ingresso notò soltanto alcune persone in attesa di fronte alla porta dell’ufficio passaporti, mentre un altro signore si aggirava come uno zombie nel corridoio deserto reso spettrale dalla penombra. Salito su, ritrovò la sua stanza così come l’aveva frettolosamente lasciata quarantotto ore prima, quando nel tardo pomeriggio aveva mollato tutto per andarsene in vacanza. Sulla scrivania giaceva inerte una pila di faldoni. Estrasse qualcosa dal cassetto e la ripose nel marsupio che portava allacciato stretto in vita, poi, per il fastidio che gli provocava l’aria viziata stagnante da due giorni all’interno di quell’ambiente, si diresse verso l’ampia finestra a doppi vetri incorniciata dagli infissi in alluminio anodizzato e l’aprì. Da lì gettò uno sguardo fugace sul panorama offerto da quello scorcio di periferia pordenonese asfissiata da un caldo umido opprimente. Doveva sbrigarsi, a Redona avevano bisogno di lui e Vidussi probabilmente era già arrivato sul posto. Una vettura di servizio con l’agente alla guida lo attendeva in cortile per mettersi in viaggio.

Capitolo I

Il villaggio di Redona era il centro abitato più vicino al luogo dove era stato rinvenuto il cadavere, una frazione del comune di Tramonti di Sopra che si affaccia su un laghetto artificiale creato dalla diga che imbriglia le acque del torrente Meduna prima che queste scendano a valle nel loro ampio letto ghiaioso. Non c’è un gran movimento in zona, soprattutto dopo la chiusura di alcuni sentieri di montagna, dato che a partire dagli anni Sessanta quei luoghi si sono andati spopolando. Nel piccolo centro abitato la vita sociale si svolge tutta attorno al bar pizzeria “Trota” e all’adiacente chiesetta, quest’ultima edificata dopo che quella originaria venne coperta quasi perennemente dalle acque dell’invaso. Per i pochi residenti il bar Trota rappresenta davvero l’ombelico del mondo, il locale è anche una locanda che ospita qualche raro turista di passaggio o gente del posto emigrata all’estero tanti anni prima che ritorna nella propria terra per trascorrevi dei brevi periodi di vacanza. Accade solitamente nel mese di agosto, ma sempre meno. In ogni caso la locanda non ha concorrenti, dato che l’altro affittacamere del villaggio, l’Albergo Cadorna, è chiuso ormai da anni. Lì intorno è tutto chiuso e il locale raccoglie quindi tutta la clientela del circondario. Non solo quelli di Redona, ma anche quelli che vengono dall’altra parte del lago, delle borgate di Chievolis e di Faidona. Montanari, cacciatori e pescatori vanno lì perché è l’unico posto dove possono bere qualcosa, altrimenti sarebbero costretti ad andare fino a Tramonti, dove oltre al bar c’è anche un piccolo spaccio che commercia un po’ di tutto. Alla sera li vedi bere e chiacchierare, qualcuno gioca a carte, altri si soffermano ad ammirare la trota marmorata imbalsamata esposta dal proprietario in una teca di cristallo, un pesce lungo oltre settanta centimetri (un vero e proprio record) che nel lago di fronte abboccò all’amo tanti anni fa.

   Un posto tranquillo dunque, almeno fino a quel caldo giorno di mezzo luglio. A trovare il cadavere era stato un fungaiolo, un tipo che da anni, dal mese di marzo a quello ottobre, in quella zona andava a porcini, chiodini e spugnole, era stato lui a chiamare la polizia. Mentre se ne andava tranquillo su per un sentiero poco battuto il suo setter, avvicinatosi a una catasta di rami e foglie in un impluvio che convoglia le sue acque nel torrente Silisa, non lontano dalla borgata di Faidona, aveva trovato il cadavere. L’uomo in un primo momento non si era accorto della presenza dei resti mortali, in quel punto il sottobosco era talmente fitto da coprire tutto, aveva quindi richiamato indietro il cane, ma la bestia era rimasta ad aggirarsi lì attorno. Soltanto una volta avvicinatosi di più aveva notato una mano scheletrica fuoriuscire dalle foglie marce depositatesi a terra nei mesi precedenti.
Raggiunte le Prealpi Carniche il capo della Mobile recuperò un po’ del buonumore che aveva perduto assieme alle sue ferie: anche lui era un montanaro, nato a Schio e praticamente cresciuto sull’Altopiano dei sette comuni. Ma appena sceso dalla Panda a trazione integrale lo assalì una preoccupazione: parcheggiata nel punto dove attaccava il sentiero c’era una vettura dei Carabinieri; anche i militi dell’Arma si erano portati sul posto e adesso stavano osservando la scena. Uno di loro prendeva nota. Come prima cosa, allora, Zorzon con discrezione si avvicinò a Battaglia per chiedergli se anche stavolta si fosse dovuto andare “in doppia” come nel caso dell’omicidio verificatosi l’anno precedente a Spilimbergo.

   Già, perché lui quel caso se lo ricordava molto bene: Nevio Calegaro, quel pensionato apparentemente tranquillo con però l’eccessiva passione per le donne, uno che si era infilato in una brutta storia prendendo parte ai traffici illeciti di una banda di malavitosi croati che alla fine lo avevano ammazzato brutalmente sul greto del Meduna. A bassa voce Battaglia rassicurò subito il suo dirigente.
«No dottore, i colleghi sono arrivati dalla stazione di Meduno che è competente per territorio».
In mezzo agli uomini della scientifica che stavano raccogliendo elementi scorse anche Enore Vidussi, il medico necropata solitamente incaricato dalla Procura della Repubblica in casi del genere. Terminato il sopralluogo sul cadavere, il professionista era in quel momento intento a trascrivere su un taccuino le prime impressioni derivategli dai primi rilievi. Fu sempre Battaglia a mettere sull’avviso il vicequestore aggiunto dell’umore nero che animava il patologo forense.
«Dottore “occhio”, perché Vidussi è incazzato nero: oggi avrebbe dovuto essere Trieste per un simposio con un collega amico suo dai tempi dell’università e invece…»
Zorzon approfittò della situazione per stuzzicare l’amico.
«Aaah, ma è presente anche la classe medica… allora qua siamo proprio al completo: ‘sti necropati lavorano davvero troppo, bisogna che qualcuno lo faccia presente giù a Roma al Ministero».
Vidussi alzò gli occhi dal taccuino dalla ribalta rivestita di cuoio nero e voltò il suo sguardo severo in direzione del punto da dove era provenuta quella infelice battuta.
«Cosa dici!?! Sì sì, ridi tu… guarda che a me mancano solo due anni e poi vado in pensione, e quel giorno qui sui monti mi ci rivedrete solo a fare l’escursionista. Eppoi tu lo sai che ancora aspetto che il Ministero di Grazia e Giustizia mi paghi gli arretrati delle perizie che gli ho fatto due anni fa? Se giù a Roma continuano in questo modo io nei flaconi dei reperti al posto della formaldeide ci metto l’acqua oligominerale!»
Il capo della Mobile scese con cautela il ripido dirupo per raggiungere il medico e soltanto quando fu vicino a quei miseri resti umani poté rendersi conto del loro pessimo stato. Il cadavere era prono, in parte scheletrizzato e in parte mummificato, le foglie degli alberi cadute nel corso di mesi e poi marcite lo avevano ricoperto, mentre alcune radici di flora del sottobosco gli si erano addirittura avvinghiate agli arti. Quest’ultimo aspetto consentì a Vidussi di stimare la data del decesso: quel corpo di sesso maschile dall’apparente età di cinquant’anni con ogni probabilità giaceva in quell’impluvio dall’inverno precedente. Non era rimasto molto neppure degli indumenti che aveva addosso, seppure alcuni resti dei capi di vestiario in fibra sintetica avessero resistito all’azione distruttrice delle intemperie: un paio di pantaloni di velluto scuri, un pullover di lana a righe orizzontali gialle e rosse e ai piedi un paio di scarpe da ginnastica.    I poliziotti effettuarono un sopralluogo molto accurato tutt’attorno, cercando di rinvenire elementi od oggetti che potessero essere finiti sotto le foglie o l’humus, ma non rinvennero nulla. Neppure addosso gli trovarono nulla: né l’orologio e neppure un telefono cellulare, niente di niente.
«Sacramento! Ma qua non c’è rimasto più nulla… – esclamò Zorzon – ma cosa han fatto: gli hanno strappato via la carne?»
«Eeeh… possibile, possibile – affermò Vidussi senza distogliere minimamente l’attenzione dal taccuino sul quale ancora stava scrivendo – sai caro, potrebbero essere stati gli animali selvatici a mangiucchiarselo un po’. A prima vista questo è qui da almeno sette-nove mesi e chissà durante l’inverno quante bestie affamate saranno passate da queste parti».
Vidussi fece dunque risalire il decesso dell’uomo a circa sette-nove mesi prima, ma non fu ancora in grado di pronunciarsi riguardo al luogo della sua morte; sulle cause, invece, giunse subito a una conclusione.
«Ovviamente dovrò rivederlo meglio sul tavolo settorio – affermò con fare sicuro – in ogni caso questo tizio ha un gran bel buco nel cranio. È come se qualcuno glielo avesse fracassato a martellate, o comunque avesse inferto i colpi con un corpo contundente».
«Omicidio?»
Chiese Zorzon, nonostante avesse già sentore che non ci fossero dubbi sulla natura violenta di quel decesso.
«Sembrerebbe proprio di sì – gli rispose Vidussi, che indicò col dito indice la nuca del morto – quella frattura è eccessivamente vistosa, troppo netta per essere compatibile con una caduta accidentale dall’altezza di tre metri in un dirupo dal fondo tappezzato da foglie fradice come questo».
«Quindi devo arguire che qua dentro ce lo ha buttato qualcuno?» – Chiese allora il capo della Mobile.
«Caro amico mio – replicò con una sottile vena d’ironia il necropata – agli augusti inquirenti il privilegio della risoluzione dell’arcano… in comunque sono dell’avviso che sia andata proprio così: l’assassino, o gli assassini, potrebbero averlo colpito con violenza quando era sul ciglio del sentiero facendolo poi rovinare giù nell’impluvio».
Quello lì era un luogo isolato, frequentato quasi esclusivamente da cacciatori e cercatori di funghi, che per altro d’inverno veniva puntualmente coperto dalla neve. Dunque l’omicida in seguito aveva coperto con della vegetazione il cadavere allo scopo di occultarlo alla vista ritardandone al massimo il ritrovamento. Forse chi aveva commesso il delitto era uno del posto, oppure uno che conosceva bene quei luoghi. In ogni caso era un bel problema, perché in quel luogo era praticamente impossibile risalire a tracce di tipo “digitale” che aiutassero almeno a ricostruire identità e spostamenti della vittima. Quando poterono spostarlo di lato, un agente della scientifica si rese conto che nella tasca interna del giaccone c’era un fazzoletto sporco di sangue. Il poliziotto lo estrasse con cautela descrivendo ad alta voce l’oggetto e la presenza su di esso di tacce ematiche, rendendo così possibile al collega che lo stava riprendendo con la videocamera di registrare tutto con meticolosità. Nell’attesa che da Pordenone sopraggiungesse il pubblico ministero titolare dell’inchiesta gli uomini della giudiziaria seguirono la procedura del sopralluogo parlato, un’attività “ripetibile” prevista dal Codice di procedura penale quando ci si trova in assenza del magistrato. A quel corpo sarebbe stato difficile associare un’identità. Se quell’uomo in precedenza aveva bazzicato da quelle parti si sarebbe potuto sapere qualcosa sul suo conto dalla gente del villaggio e dei dintorni, diversamente, se era uno di fuori che era solo di passaggio le cose si sarebbero complicate ancora di più.
«Eccone un altro buono per il Registro nazionale cadaveri non identificati». Affermò laconico Vidussi rivolto all’ispettore Battaglia prima di risalire su per l’impluvio. Ma proprio in quel momento sopraggiunse sul posto il pubblico ministero Rosalba Catalano.
«Dottore, la prego: vorrei parlarle un attimo».
Prima di autorizzare la rimozione del cadavere la titolare dell’inchiesta volle consultarsi personalmente col perito. Si avvicinò alla scarpata e gettò dall’alto un’occhiata sul cadavere constatandone il pessimo stato.
«Mamma mia! Questo ‘sta proprio combinato male: ma com’è che è ridotto così? È normale una cosa del genere?»
«A ridurlo in quel modo hanno contribuito gli animali necrofagi». Cercò di spiegare Vidussi, però Zorzon lo interruppe facendosi scappare una battuta infelice.
«Ecco …non bastavano i necropati, adesso abbiamo pure i necrofagi!»
Il professionista di Cordenons non raccolse quello spunto e proseguì nella sua esposizione. Lui, che era sempre stato un amante della natura, un “camminatore nato” che fin da fanciullo praticava i sentieri di montagna, ebbe l’occasione di soffermarsi su quell’aspetto a beneficio dei presenti.
«Vedete, qui in montagna vivono numerose specie di animali selvatici – disse guardando Zorzon con severità – una fauna variegata che a volte si nutre delle carcasse di mammiferi, specialmente d’inverno quando fa freddo».
«Selvatici dottore? – Domandò interessata la Catalano – Che genere di animali selvatici?»
«Piccoli roditori come i topi, ma anche volpi o alcuni uccelli; non va dimenticato che quassù, soltanto a pochi chilometri in linea d’aria, c’è il carnaio del parco del Cornino dove hanno ripopolato i grifoni, uccelli che sconfinano frequentemente dal loro territorio di ricerca e arrivano fin qua a papparsi gli ungulati selvatici che trovano morti nei boschi».
A complicare le cose ci si erano messi anche i grifoni, che spinti dalla fame erano partiti dalla loro voliera sfruttando le correnti d’aria ascensionali e, senza eccessivo dispendio di energie, col loro volo planato erano giunti fino al Redona e avevano fatto scempio pure di quel cadavere.
«E adesso come facciamo a dargli un nome? – Chiese ancora il magistrato – Perché in assenza un minimo elemento di raffronto l’esame del DNA non ci serve a niente…»
«Dottoressa lo vede anche lei – commentò in risposta un desolato Vidussi – purtroppo qui siamo ai piedi di Pilato: tessuti molli sui polpastrelli non ce ne sono più, il che significa che non abbiamo nessuna possibilità di evidenziare le impronte digitali. Ovviamente sarà nostra premura effettuare un prelievo di midollo osseo e dei denti dal corpo della vittima per un eventuale futuro confronto, non si sa mai. Certo, se in Procura ci consentissero di fare un’autopsia virtuale a mezzo TAC sul corpo prima della sua dissezione, oltre a tutta una serie di importanti informazioni, dalla ricostruzione computerizzata del volto intanto saremmo in grado di stuzzicare la memoria di terzi. Dottoressa Catalano, come lei ben sa la tecnica radiologico-forense è più rapida e costa dieci volte di meno dell’esame del DNA, però a palazzo di giustizia non ho trovato molte voci concordi….»
La Catalano fece cadere lì il discorso e si rivolse quindi al capo della Mobile.
«Zorzon, e lei invece cosa mi dice?»
«Che Vidussi non ha tutti i torti, comunque noialtri i primi passi per collegare un nome a questo cadavere li compiremo qua sotto, nella frazione di Redona, chiedendo alla gente del luogo se conosce qualcuno di lì che non si vede più dallo scorso inverno. A breve saremo in grado di mostrare in giro le fotografie dei vestiti del morto nella speranza che qualcuno riconosca da qualche particolare l’uomo che li indossava. In fondo si tratta di un piccolo villaggio popolato da poche persone, magari qualcuno ci potrà aiutare».
Alla fine il magistrato autorizzò la rimozione del cadavere e, dopo necropati e necrofagi, in quel luogo ameno giunsero anche i necrofori dell’impresa esternalizzata incaricata dell’operazione.
«Un altro bel viaggetto eh!?! – Disse scherzosamente Zorzon mentre quelli si apprestavano a caricare la cassa in vetroresina sul furgone – Che fate? Lo portate a Santa Maria degli Angeli?»
«Affermativo dottore! – Gli rispose sorridendo il più corpulento dei becchini – Come sempre il meglio del servizio, dritto dritto alle celle frigorifere del grand hotel…»

Capitolo II

«Anche voi siete venuti dalla città per via del morto?» Chiese Gino Michelut, il titolare del bar Trota che in quel momento si trovava dietro al bancone ad asciugare alcune caraffe. Alla sua voce si sovrappose poi quella di sua madre Nives, una vecchietta con gli occhi azzurro intenso che conferivano ancor più profondità al suo sguardo.
«Sembra di esser tornati al tempo della guerra – commentò la vecchina – qui tutte queste guardie non si erano mai viste prima d’ora».
In effetti il trambusto generato dal ritrovamento del cadavere aveva gettato la tranquilla frazione di montagna nello scompiglio, se non addirittura nell’agitazione. Zorzon e Battaglia avevano fatto ingresso nel locale per agganciare qualcuno degli avventori con l’intenzione di farli parlare un po’, però non era ancora sera e nel bar non c’era nessuno, eccezion fatta ovviamente per il titolare e sua madre.
«Ma che è accaduto su al torrente? – Domandò ancora Michelut – È vero che hanno ammazzato uno?»
Tra la gente si era già sparsa la voce e Zorzon ne volle approfittare per stimolare ulteriormente la curiosità dell’interlocutore, invogliandolo a descrivere quel luogo e i suoi abitanti.
«Abbiamo trovato uno che era lì da mesi, ma non siamo riusciti a identificarlo. Lei è per caso al corrente della scomparsa di qualcuno di queste parti, qualcuno di circa cinquant’anni che non si vede in giro grossomodo da quest’inverno?»
Michelut sbiancò in volto.
«Da quest’inverno dite?  Qui c’era uno che poi all’improvviso è scomparso, ma non era uno di queste parti, veniva da fuori. Non vedendolo più abbiamo tutti pensato che se ne fosse tornato al suo paese».
«Da fuori dice? E da dove veniva? Era uno straniero? Extracomunitario? Magari uno dell’est Europa?»
«No, no… straniero no, anche se poi alla fine l’era pur sempre un mucs».
«Come un mucs, un tedesco vuole dire?»
L’oste si spiegò con maggiore chiarezza.
«Ma sì, come dire, era uno che veniva dall’Alto Adige, un sudtirolese. Però parlava perfettamente l’italiano, un povero diavolo che viveva su alla malga con la Lisa e il Zuan. Si chiamava Ugo».
«Eeeh, i mucs… – si intromise allora l’anziana donna – noi qua in Carnia li abbiamo conosciuti bene durante la guerra, mica andavano per il sottile quelli sa!?! Pensi che volevano dare queste montagne ai cosacchi che si erano portati dietro dalla Russia!»
«Par plase, mame! E piantala una buona volta con ‘ste storie – la rimproverò bonariamente il figlio nel tentativo di farla tacere – son robe vecchie ormai, cosa vuoi che interessino a questi signori!»
Nonostante i rimbrotti l’anziana montanara si mostrò pervicace e non desistette, raccontando dunque ai due poliziotti saliti fin lassù da Pordenone una storia assolutamente priva di importanza ai fini dell’indagine, un episodio come tanti del quale era stata testimone durante la guerra. Malgrado tutto, le parole della vecchia catturarono egualmente l’attenzione dei due investigatori.
«Una notte i cosacchi bussarono alla porta di casa nostra… gente da far paura, mi credano. Puzzavan da morir, però alla fine erano della brava gente. Insomma, bussarono alla porta e chiesero al mio papà di accompagnarli alla pesa pubblica che si trovava giù in città, perché dovevano assolutamente pesare il fieno requisito che gli avevano dato i tedeschi per far mangiare le loro bestie. I mucs erano precisi al centesimo e dunque pretendevano la ricevuta, così quegli altri son venuti da noi. Ma si rendono conto? Di notte, al freddo e coi partigiani qua intorno sulle montagne, mio padre dovette montare sul loro carro e accompagnarli fino a Pordenone alla pesa perché quelli non conoscevano la strada».
Terminato il racconto la vecchia se ne tornò nella cucina della locanda lasciando i due poliziotti ai loro pensieri. Un altoatesino di nome Ugo aveva gravitato per un certo periodo di tempo nella zona di Redona abitando in una malga, luogo isolato, con altre due persone. Agli investigatori non ci volle molto per venire a conoscenza di altri interessanti particolari sul conto di quel misterioso individuo, soprattutto dal momento in cui fece la sua comparsa all’interno del locale un tale di nome Elvio, che lì però tutti chiamavano “il bracconiere”.
«Dai Michelut, tire un taj!» Disse all’oste per ordinare del vino. Poi, apparentemente incurante della presenza dei due forestieri, si sedette in disparte a bere facendo finta di leggere un giornale che il barista aveva lasciato su uno dei tavolini a disposizione della clientela, in realtà ascoltando bene ciò che dicevano gli altri. Elvio era un individuo che si presentava davvero malissimo, sempre trasandato e con delle unghie lunate e spesse che andavano a formare le appendici cornee delle sue dita tozze e ingiallite dalla nicotina. Egli era noto per essere un personaggio alquanto spregevole, un tipo ambiguo che in passato non aveva esitato ad avvisare la Guardia Forestale denunciando i bracconieri suoi concorrenti togliendoseli così di torno, una pratica ricorrente in quegli ambienti al limite della legge dove la gente era adusa a commettere piccole infrazioni. Una zona, quella di Redona e del circondario, che non aveva mai creato concreti problemi alle forze dell’ordine se non in tempi molto lontani, quando, negli Cinquanta, si erano verificati dei contrasti familiari di scarso rilievo causati da ripetuti furti di legname e di animali da pascolo.
«Ascolta un po’ Elvio – gli disse Michelut coinvolgendolo nella conversazione – i signori vengono da Pordenone e sono della polizia, mi stavano chiedendo di quell’amico del Zuan …te lo ricordi tu quello che viveva assieme a lui e alla Lisa? Cosa sarà stato, da prima di natale che è sparito dalla circolazione? Mi pare che accadde poco prima che Zuan ebbe l’incidente, o sbaglio?»
«Io non ne so nulla – replicò seccato all’oste – al Zuan mica lo frequentavo, quelli come lui era meglio evitarli».
In un primo momento il bracconiere mantenne un atteggiamento di chiusura, mostrando di non gradire che volessero indurlo a fare confidenze, fossero o no dei poliziotti. Poi, però, quando gli altri iniziarono a parlare della donna gli si sciolse la lingua e cominciò a riferirsi a lei con epiteti e volgarità. Quell’uomo, a prima vista riservato e indisponente, nel volgere di un attimo divenne una fonte inesauribile di informazioni. Parlò di tutto: degli abitanti della frazione, di quelli di Tramonti, della gente che da lì nel passato era emigrata in Canada e, soprattutto, di quello strano e chiacchierato menage a trois consumatosi su alla malga.
«Ah, la Lisa – esordì – buona quella: ai volin in doi par montale dute!»
Zorzon capì che era il momento di prendere con decisione l’iniziativa. Ordinò un bottiglia di nero e chiese di accomodarsi al suo tavolo. Il bracconiere lo guardò negli occhi con timore misto a sospetto, mostrandosi dapprima guardingo per poi acconsentire. Il capo della Mobile versò il vino in entrambi i bicchieri cercando così di guadagnare la fiducia dell’interlocutore, del quale utilizzò lo stesso linguaggio, non esitando minimamente a scivolare nella trivialità.
«Ah sì, e dimmi un po’ il perché: che Zuan e Ugo se la ripassavano entrambi alla Lisa?»
«No guardi – replicò a quel punto Elvio cercando di riprendere in qualche modo le distanze – non mi faccia dire queste cose, non son mica una malalingua io… anche se qua lo sapevano tutti che vivevano tutti e tre assieme. A un tratto è arrivato il tedesco e da quel momento hanno brigato in combutta fino a quando il Zuan non si è andato a copâr con la macchina. E adesso viene fuori che anche quell’altro è morto… mah, cosa vuole che le dica».
L’uomo si rese conto di aver parlato troppo. Comprese che sarebbe stato meglio se fosse rimasto zitto. Avrebbe dovuto stare più attento, in fondo lo sapeva bene che quando beveva poi straparlava, gli scivolava sempre il piede sul pedale della frizione e si infilava nei casini. Non avrebbe voluto dire certe cose a quel poliziotto, cercò quindi di svincolarsi da quella imbarazzante e scomoda situazione togliendo il disturbo. Si alzò dal tavolino e uscì dal locale. Per Zorzon e Battaglia era venuto il momento di parlare a quattr’occhi col gestore del bar locanda, con lui ormai avevano stabilito un certo livello di confidenza. Michelut, che era un tipo sveglio, anticipò le loro domande. Si avvicinò per non farsi sentire dalla madre e dagli altri avventori che nel frattempo avevano popolato il locale e a bassa voce rivelò ai due investigatori che Elvio era sempre stato innamorato di Lisa, fin dai tempi della gioventù, ma che però i suoi sentimenti non erano mai stati ricambiati da quella donna povera e sfortunata che, invece, era caduta letteralmente ai piedi di Zuan non appena lo aveva conosciuto, innamorandosi a tal punto di lui da divenirne succube. Per questo Elvio aveva iniziato a detestarla, nutrendo inoltre un odio profondo per quello che gliel’aveva portata via. Però non aveva mai avuto il coraggio di affrontarlo a brutto muso, dato che Zuan era un violento, noto per essere uno che passava alle vie di fatto senza pensarci sopra due volte; ma non solo: il cimoliano era pure un avanzo di galera, uno col quale era meglio non scherzare.
«Mi dica, questo Zuan è perito in un incidente stradale: com’è successo?»
Chiese Zorzon prima di lasciare il bar Trota.
«Come è successo non glielo lo so proprio dire – rispose l’oste – questo dovete chiederlo alla Lina, lei sicuramente ne saprà di più».
Dopo la tappa al bar Trota fu la volta del sopralluogo alla malga dove abitava Lisa, però alla vecchia casa fatta con i ciottoli carbonati delle Prealpi non trovarono nessuno. Bussarono ripetutamente e fecero il giro dell’edificio, ma senza risultato.

 

***

 

Di quanti morti si sarebbe dovuta occupare quell’indagine a scoppio ritardato: uno o due? Adesso anche quella di Zuan si configurava come una strana scomparsa su cui si sarebbe dovuto scavare a fondo. Alla luce delle prime testimonianze raccolte al villaggio la sua scomparsa coincideva col periodo all’interno del quale il dottor Vidussi aveva datato, seppure approssimativamente, il decesso del cadavere rinvenuto nell’impluvio. Agli occhi di Zorzon quel piccolo insediamento della Carnia diveniva sempre più interessante, era come se assumesse le forme di uno scrigno custode di odî e di contrasti. Il capo della Mobile pensò che sarebbe stato utile insistere col bracconiere cercando di spremerlo, quello strano individuo che di colpo aveva vomitato fuori dallo stomaco tutto il suo livore nei confronti di Lisa e di Zuan.
Quando fecero ritorno a Pordenone era ormai pomeriggio inoltrato. Durante tutto il viaggio rimasero silenti, lasciate le Prealpi raggiunsero la pedemontana e lì il caldo aumentò sensibilmente nonostante l’aria condizionata continuasse a mantenere relativamente refrigerato l’abitacolo della loro autovettura. Adesso avevano tre nomi, tre illustri sconosciuti, ma uno di questi era quello di un pregiudicato. Poi c’era l’altoatesino, che forse era il morto trovato nell’impluvio con la testa fracassata: ma perché era arrivato fin lassù in Carnia e cosa aveva a che fare con gli altri due?
Quando furono alla rotonda della statale Pontebbana le parole di Battaglia ruppero il silenzio.
«Dottore, adesso in ufficio oltre al morto ammazzato facciamo uno screening pure agli altri due…»
«Sì, certamente. Di sicuro a questo Ugo per primo – puntualizzò Zorzon – poi dopo penseremo al pregiudicato di qua e alla sua donna; inoltre dobbiamo anche capire meglio chi è quel bracconiere da strapazzo, vedremo se c’è qualcosa di interessante pure su di lui».
La macchina guidata dall’ispettore capo imboccò la statale e si diresse verso la questura. Si annunciava una serataccia per tutta la squadra, l’avrebbero trascorsa fino a tardi cercando di assemblare quei primi elementi di cui erano venuti in possesso.

A questo punto per Andrea Zorzon la vacanza sull’Altopiano dei Sette Comuni era andata definitivamente in mona.