ISIS: il punto sulla terza guerra mondiale dopo gli attentati di Parigi

ISIS: il punto sulla terza guerra mondiale dopo gli attentati di Parigi

ISIS:

IL PUNTO SULLA TERZA GUERRA MONDIALE DOPO GLI ATTENTATI DI PARIGI

(Pubblicato da “Le Rimesse”, articolo di Spartaco Praghesi) – È ancora la Francia a essere colpita a morte dall’odio jihadista. Come nel film di Gillo Pontecorvo, uomini armati sparano indiscriminatamente sulla folla inerme, ma stavolta a farlo non sono i laici indipendentisti algerini da un’ambulanza lanciata a folle corsa nelle vie dei quartieri francesi di Algeri, bensì terroristi esaltati facenti parte di piccoli gruppi di fuoco organizzati da IS (Islamic State), l’organizzazione jihadista fattasi governo che ormai da tempo controlla parte del territorio di quello che conoscevamo come Medio Oriente. Al-Baghdadi e i suoi hanno attivato i loro uomini in Francia in un momento per nulla casuale: Hassan Rouhani, presidente della Repubblica Islamica dell’Iran – potenza regionale che figura tra i principali nemici di Dawla – stava per iniziare la sua serie di visite ufficiali in Europa e la prima tappa avrebbe dovuto essere Roma, poi subito dopo Parigi. Visita annullata. Tutto questo proprio mentre sul campo di battaglia – soprattutto in Siria per merito dei combattenti curdi – le forze di al-Baghdadi stavano perdendo terreno. Una guerra per procura, come tante altre combattute in quella regione, che vede alcuni governi di Paesi del Golfo Persico diretti finanziatori (e anche sostenitori in termini di fornitura di armamenti) delle forze dell’IS impegnate sui vari fronti: Iraq e Siria in primo luogo, ma anche altrove, in zone molto più vicine all’Italia come il Maghreb. A caldo è possibile fare il punto della situazione considerando la situazione nel complesso e i vari attori impegnati sul terreno.

 

Intanto il terrore. Cieco. Che svuota le strade dei maggiori centri urbani francesi. Nelle strade di una città europea i jihadisti hanno sparato ancora sulla folla uccidendo a caso. Non si è trattato di cosiddetti “lupi solitari”, lone wolf come ci si è abituati a definirli negli ultimi tempi, cioè di esaltati che spinti dal fanatismo e dall’emarginazione hanno inteso emulare i loro modelli che si immolano in Siria o in Iraq. Al momento in cui viene redatto questo articolo le indagini degli inquirenti francesi non hanno ancora appurato identità e provenienza degli attentatori (addosso a due di essi sono stati rinvenuti passaporti siriani ed egiziani, mentre gli inquirenti sono risaliti a cinque persone –arrestate in Belgio – partecipanti o fiancheggiatrici del gruppo), in ogni caso i fatti parlano chiaro e pur senza esagerare sul livello di addestramento ricevuto, risulta ovvio che per portare a termine l’azione coordinata della sera di venerdì 14 novembre i tre comando di terroristi protagonisti degli eccidi compiuti nei pressi dello stadio e nel X e XI arrondissmant abbiano comunque beneficiato di forme di sostegno non indifferenti, se non altro nei termini della disponibilità di esplosivi e di armi (fucili d’assalto e, a quanto pare, anche ad anima liscia). La Francia, e in particolare Parigi e la sua cintura di banlieu, costituiscono certamente una realtà particolare all’interno della quale organizzazioni e soggetti del genere possono riuscire a trovare con relativa facilità sostegno e copertura. In non pochi quartieri delle degradate periferie cittadine francesi, abitati in massima parte da cittadini figli o nipoti di immigrati maghrebini, cellule jihadistiche di dimensioni più o meno ridotte formate (anche e soprattutto) da giovani autoctoni sono perfettamente in condizioni di muoversi integrandosi nel contesto circostante, magari sfruttando a proprio vantaggio il tessuto microcriminale locale di cui, non infrequentemente hanno fatto parte. L’Occidente dunque trema di fronte al pericolo che “il vicino di casa” – magari figlio di un immigrato giunto fin qui col barcone e si è successivamente integrato nella società ospite – possa mettere totalmente in discussione la sua sicurezza. In questo senso la politica di azione e comunicazione posta in essere da al-Baghdadi e dai suoi ha conseguito dei risultati. La formula è la stessa di sempre, teoricamente ai jihadisti basta poco, per loro (e questo dovrebbe essere – fortunatamente – ancora indice di scarse capacità sul piano militare) è sufficiente mirare al “bersaglio piccolo”. Non potendo colpire personalità di rilievo od obiettivi protetti dalle forze di sicurezza sono costretti ad agire come meglio possono contro obiettivi di ripiego evitando quelli dove il livello di allerta risulta elevato alla massima soglia.

Ma questo non deve trarre in inganno, perché tali obiettivi di ripiego (come ad esempio i passanti o gli avventori di un caffè a Parigi, oppure ancora i passeggeri di un treno ad alta velocità) costituiscono egualmente un risultato in termini psicologici e di propaganda, risultato ottenuto tutto sommato con mezzi ridotti. Infatti, la propaganda è un formidabile punto di forza di IS. I jihadisti di oggi utilizzano un linguaggio “occidentale” teso alla valorizzazione dello strumento principe della comunicazione: l’immagine attraverso il video. Raccontandosi alle opinioni pubbliche occidentali permettono a esse una migliore comprensione dei propri metodi, col risultato di inoculare anche una massiccia dose di paura tra la gente. Immagini sanguinarie reiterate ogni giorno. Per restare al caso francese, nei giorni degli attentati seguiti alla prima carneficina nella redazione del periodico satirico “Charlie Hebdo” tre jihadisti armati tennero sotto scacco l’intero sistema mediatico, che da quel momento fece guadagnare all’IS una platea globale. Per l’Occidente il rischio fu quello che l’informazione reagisse in modo contradditorio, con un riflesso condizionato che l’avrebbe potata a ritrasmettere tutto ciò che i jihadisti gli facevano pervenire. Gli operatori dell’informazione del “califfato” erano (e sono tuttora) perfettamente in grado di realizzare “prodotti” estremamente professionali dal punto di vista della capacità di impressionare gli spettatori occidentali, confezionando addosso a IS un epica dagli scopi ben precisi. La centralità dell’impiego dei media rappresenta una delle novità che caratterizzano l’organizzazione di al-Baghdadi, aspetto che in una certa misura deriva dalle altre novità rappresentate dal controllo (almeno teorico) di un territorio di estese dimensioni, fatto che comporta rapporti con le popolazioni locali in quanto viene esercitata un’attività di tipo statuale all’interno di quello stesso territorio, nonché dalla disponibilità di notevoli risorse finanziarie, infine dal messaggio simbolico potenzialmente fortissimo che diffondono all’interno della comunità islamica mondiale: il “califfato”. La narrativa contrappositiva permette all’organizzazione di vivere e proliferare, favorendo il proselitismo anche tra i musulmani dell’Occidente, la sua principale capacità di reclutamento individuale e, al tempo stesso, straordinario motore di franchising del jihad, risiederebbe nel web, dove circolano i suoi messaggi.

Come affermato, le cellule jihadiste europee sono state attivate in un momento per nulla casuale. Attualmente il califfato subisce le pressioni dei suoi avversari, che hanno portato ad alcuni minimi, seppure significativi, rovesci. La perdita della città di Sinjar per mano dei peshmerga curdi (lo ricordiamo, si tratta di un importante centro del nordovest dell’Iraq posto sulla fondamentale direttrice logistica che pone in relazione Mosul e Raqqa, le due capitali del “califfato”) e le controverse notizie dell’esecuzione mirata per mezzo di un drone (però non ancora confermata) di Jihadi John (al secolo Mohamed Emwazi, perito informatico britannico originario del Kuwait e residente a Londra dal 1988 universalmente noto dopo essere apparso in video mentre decapitava il giornalista americano James Foley), sono avvenimenti che in parte pongono in discussione l’irresistibilità della macchina militare dello Stato islamico. (¹)

Questo naturalmente non significa affatto che l’azione di contrasto dei jihadisti del “califfato” abbia finalmente raggiunto le forme di una coordinata strategia applicata sul campo da forze cooperanti. No: soprattutto in Siria ognuno colpisce a modo suo. Va de a sé, in ogni caso, che l’intervento dell’Armata russa ha in parte rimesso in discussione le cose, imponendo agli Usa e ai suoi alleati (nonché agli altri attori regionali) un diverso quadro della situazione che, tuttavia, non farebbe ancora sperare in un superamento delle rigidità nei confronti di Mosca in nome dell’interesse comune alla sconfitta dell’IS. (²)

Ma un altro protagonista del vasto conflitto attualmente in atto in Medio Oriente è l’Iran, coinvolto in varie forme, dirette e indirette, sui vari fronti bellici e diplomatici. Questo fa sì che i fatti di sangue di Parigi possano essere letti anche attraverso la lente del confronto tra il blocco di interessi facente capo agli arabi sunniti (capofila dei quali è per molti aspetti il Regno saudita) e gli sciiti iraniani, a loro volta alleati fondamentali del presidente siriano Bashar al-Assad (militarmente sostenuto dai russi), del governo iracheno (anche lì presenti e attivi con unità dei pasdaran) e del movimento sciita libanese Hezbollah (presente e spesso risolutivo sui campi di battaglia in Siria attraverso la sua milizia). (³)

Ebbene, uno degli effetti immediati della strage di Parigi è stato l’annullamanto della visita ufficiale in Europa (prime tappe Roma e Parigi) di Hassan Rouhani, presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, principale avversario dell’Arabia saudita nella regione. Questo, non a caso, a distanza di meno di due settimane dalla non risolutiva, ma certamente non per questo priva di importanza, Conferenza internazionale di Vienna sul futuro della Siria, che, tra gli altri partecipanti, aveva visto per la prima volta dopo molti anni allo stesso tavolo i rappresentanti dei governi di Teheran e di Riyadh partecipare a dei colloqui multilaterali per la stabilizazione della regione. L’Iran sta attraversando una fase estremamente delicata della sua storia, dalla quale potrebbe uscire finalmente sgravata dalle sanzioni internazionali che da anni l’asfissiano sul piano economico: il 15 dicembre è attesa la pubblicazione del rapporto AIEA sull’accordo realativo al nucleare, propedeutico, qualora positivo, all’eliminazione della prima tranche di sanzioni, prevista per il febbraio del prossimo anno, mentre sempre nello stesso mese avranno luogo nel Paese le elezioni parlamentari, che rinnoveranno i delegati al Majles, assemblea attualmente dominata dalla fazione dei conservatori.

I maggiori avversari di Teheran nella regione sono i sauditi. Salman, il nuovo sovrano, ha affidato i posti chiave dell’amministrazione a due uomini relativamente giovani, il principe ereditario Mohammed Bin Nayef (53 anni, ministro dell’Interno) e suo figlio Mohammed (34 anni ministro della Difesa). Essi detengono nelle l’agenda regionale del Regno, occupandosi delle operazioni militari nel confinante Yemen, nell’Iraq e della sicurezza nell’Arabia Saudita.

Questo in una fase nella quale – a partire dalle primavere arabe – l’Arabia saudita ha assunto un importante ruolo nel quadro regionale, assumendo sempre più il ruolo attivo di potenza. Venuta praticamente meno la presenza diretta degli Usa e non potendo (e non volendo) l’Egitto del generale al-Sisi intervenire militarmente con proprie truppe per garantire in qualche modo la sicurezza dei paesi sunniti, ha costretto Riyadh ad attrezzarsi per non essere più dipendendente da attori esterni per la propria sicurezza. Indice di questo mutamento di paradigma è l’incremento da due anni a questa parte dei suoi acquisti di materiali di armamento sul mercato mondiale. I sauditi sono attualmente impegnati contemporaneamente in tre conflitti: in Iraq contro l’ISIS, in Siria sia contro l’ISIS che contro il regime di Bashar al-Assad e nello Yemen contro gli alleati locali dell’Iran, suo avversario regionale. Sul versante interno il principale rischio di destabilizzazione – seppure su tempi lunghi – proviene proprio dalle scelte fatte recentemente dal Salman, che ha radicalmente trasformato le regole preesistenti stabilendo che la designazione del prossimo sovrano saudita non risponderà all’automatismo del precedente meccanismo, bensì dalla scelta del monarca attualmente assiso sul trono, con il possibile disappunto di almeno una parte dei circa 7.000 membri maschi dei vari rami della dinastia regnante, che ci si aspetta possano opporsi a questo mutamento delle modalità di successione. Inoltre, dopo il fallimento delle cosiddette primavere le proteste per ottenere dei cambiamenti della realtà locale sono quasi sempre provenute dai settori più oscurantisti e religiosi della società, maggiori di quanto non lo sia la monarchia al potere. I sauditi (e a modo loro anche gli israeliani) temono che la trattativa in corso sul nucleare tra Usa e Iran pori a un riavvicinamento e a una ripresa dei rapporti tra la Repubblica Islamica fondata degli ayatollah e il “grande satana”. Qui il dubbio amletico di Riyadh deriva dalla convenienza relativa a una eventuale perdita del primato nei legami con Washington derivante da un acuirsi dei contrasti sul negoziato a fronte di un Iran ancora più più isolato e nemico che, peraltro, potrebbe venire presto in possesso dell’arma nucleare.

Sciiti, sunniti, guerre di religione, fanatismo, terrorismo, proselitismo ed esaltazione: tutto coerente in un quadro dove però a muovere le pedine e a determinare le dinamiche sono gli interessi dei gruppi di potere. Le diverse milizie salafiste che combattono e fanno esplodere bombe umane ricevono il sostegno dall’Arabia Saudita, dal Qatar e da altri stati del Golfo Persico, che erogano loro i finanziamenti, fornendogli allo stesso tempo materiali d’armamento facendoli pervenire attraverso vari canali e triangolazioni. Le ragioni alla base dell’alimentazione del terrorismo ci sono tutte, mentre una lettura attenta delle agende internazionali dei vari attori sovrapposta alla mappa che riporta gli sviluppi sul terreno nelle aree di crisi è in grado di fornire anche una collimatura degli eventi con le strategie. È andata così anche a Parigi nella tragica serata di ieri.

 

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(¹) In giugno le due città siriane di Kobane e Telabyad, entrambe a maggioranza curda e situate ai confini con la Turchia, sono venute alla ribalta per i duri combattimenti che hanno visto opposte le milizie islamiste dell’IS e i combattenti curdi del PKK (Partiya Karkerén Kurdistan, Partito dei Lavoratori del Kurdistan). La prima è stata oggetto di un duro e prolungato assedio da parte dei jihadisti di al-Baghdadi, mentre la seconda è stata liberata dai combattenti curdi (uomini e donne) dei Gruppi di Unità di Protezione. Da tre anni questo settore del Kurdistan siriano si trovava sotto assedio; da un lato, chiuso dalla frontiera turca, dall’altro pressato dai miliziani di al-Baghdadi, subendo inoltre l’ostruzione opposta dagli stessi curdi (gli iracheni della fazione di Barzani). Il successo conseguito sul campo di battaglia ha consentito l’apertura di un corridoio ingrado di porre in comunicazione il cantone di Kobane con quello di Jazeera. Si è trattato di un grande successo strategico dei curdi siriani, che hanno avuto il merito di arrestare l’avanzata del “califfato” anche grazie ai bombardamenti aerei effettuati dai velivoli della coalizione internazionale oltreché al sostegno ricevuto dal “Battaglione 15” dell’Esercito Libero Siriano e della galassia di gruppi che lo appoggiano (cioè dal raggruppamento denominato “Vulcano dell’Eufrate”). La liberazione di Telabyad e del territorio circostante è risultata particolarmente complessa a causa della presenza di numerosi villaggi a maggioranza araba, la cui popolazione temeva l’avanzata delle formazioni armate curdo-siriane. L’apertura di questo corridoio ha permesso per la prima volta un rafforzamento dei gruppi curdi del Kurdistan meridionale (quello siriano) dopo la grande affermazione elettorale del Partito Democratico Curdo in Turchia, aggregazione politica che ha fornito il proprio sostegno ai gruppi affiliati al PKK impegnati nei combattimenti contro i jihadisti. Telabyad è importante perché – oltre a rendere ai curdi siriani la continuitàterritoriale che avevano perso da tre anni – gli ha permesso di riunificare la regione della Rojava (formata dai tre cantoni siriani di Efrine, di Kobane e di Jazeera), rendendo conseguentemente più difficile per i gruppi armati jihadisti il raggiungimento (e quindi anche il costante rifornimento) della città di Rakka, capoluogo provinciale dove questi ultimi hanno insediato il loro quartier generale. Un rivolgimento sul campo di battaglia che ha gradualmente stretto le forze di al-Baghdadi ai margini della regione della Rojava (seppure esse continuino a occupare la zona di Rakka) e, sull’altra sponda del fiume Eufrate, a quella di Efrine.
Nel confinante Iraq i peshmerga riuscivano a reggere la linea del fronte, seppure in una fase della guerra nella quale le attività militari dell’IS registravano una riduzione dell’intensità, consentendo comunque al “califfato” di mantenere le proprie posizioni. A differenza della Siria, in Iraq a combattere più efficacemente l’IS sono soprattutto le milizie sciite, mentre quelle curde generalmente non si impegnano al di fuori del loro territorio di stanziamento per sacrificarsi a beneficio di sunniti e sciiti.

(²) Le prime incursioni dell’aviazione russa contro le postazioni jihadiste in Siria sono state effettuate alla fine del settembre 2015. Da allora, i velivoli inviati da Vladimir Putin hanno agito principalmente i gruppi armati islamisti attivi nelle zone alawite al confine con il Libano, martellandoli incessantemente allo scopo di aprire spazi di agibilità alle forze di Bashar al-Assad e al contingente di truppe Hezbollah loro alleate. L’eliminazione della resistenza islamista in questo settore risulta fondamentale alla sopravvivenza stessa del regime di Damasco (nel mese seguente lo stesso Assad era poi volato a Mosca per compiere una visita non prevista). Non vi è ombra di dubbio che con il suo intervento militare in Siria la Russia abbia riempito un vuoto precedentemente creatosi con la progressiva ritirata delle forze di Assad, una presenza che Washington vorrebbe però interdire. Nonostante questo intervento militare diretto, però, la sul campo la situazione è rimasta di stallo e nessuno dei belligeranti si trova attualmente nelle condizioni di prevalere. L’azione di Mosca ha comunque rimesso in discussione alcuni aspetti della vicenda, ponendo così le premesse per l’apertura di un tavolo di trattative a livello internazionale.

(³) Il 7 ottobre 2015 il generale del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione (pasdaran) Hossein Hamadani, alto ufficiale responsabile dell’unità Quds, reduce della lunga “guerra dimenticata” tra Iran e Iraq (1980-88) e inviato in supporto alle forze militari del governo di Damasco, perdeva la vita a causa di un attentato compiuto nella zona di Aleppo.