Verso il Rapporto 2015 sull’economia globale e l’Italia A cura di Mario Deaglio Roma, Residenza di Ripetta, mercoledì 20 maggio 2015 Convegno promosso da: Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi Istituto Affari Internazionali UBI Banca

Verso il Rapporto 2015 sull’economia globale e l’Italia A cura di Mario Deaglio Roma, Residenza di Ripetta, mercoledì 20 maggio 2015 Convegno promosso da: Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi Istituto Affari Internazionali UBI Banca

UN DISPERATO BISOGNO DI CRESCERE
Verso il Rapporto 2015 sull’economia globale e l’Italia
A cura di Mario Deaglio
Roma, Residenza di Ripetta, mercoledì 20 maggio 2015

Convegno promosso da:
Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi
Istituto Affari Internazionali
UBI Banca
Benvenuti alla presentazione del rapporto Un disperato bisogno di crescere. Come sapete questa pubblicazione è curata dal Centro Einaudi, che organizza questa serata assieme a UBI Banca, ma vi do il benvenuto anche a nome dell’Istituto Affari Internazionali e ringrazio e saluto il vicepresidente dello IAI Fabrizio Saccomanni che poi parteciperà alla tavola rotonda e commenterà la presentazione del rapporto che ci farà Mario Deaglio assieme a Giuseppe Russo. E con lui, naturalmente, saluto anche gli altri relatori, Sandro Castellano che è l’amministratore delegato di SACE e Francesco Iorio che è il direttore generale di UBI Banca e che sostituisce – e per questo lo ringrazio – il dottor Massia che ha avuto un improvviso impegno piuttosto importante e quindi non ha potuto raggiungerci. UBI banca a molti anni ormai è partner di questa iniziativa e quindi a loro va un ringraziamento particolare proprio per l’amicizia e la fedeltà con la quale hanno continuato in questi anni a tenere viva questa iniziativa che ormai ha permesso di raccogliere una massa importante di dati, essendo arrivati alla XIX edizione del Rapporto. Saluto naturalmente Mario Deaglio, che è il curatore del Rapporto e che adesso ce lo illustrerà assieme a Giuseppe Russo. Il quale è direttore del Centro Einaudi e che ha contribuito egli stesso al Rapporto assieme a Giovanni Andornino, Giorgio Ahravas, Anna Caffarena, Anna Lo Prete, Paolo Migliavacca e Anna Paola Quaglia, che sono gli altri autori di questo rapporto che – lo voglio ricordare – è pubblicato dall’editore Guerini e Associati.
    Questo appuntamento romano è ormai un appuntamento tradizionale in quanto questa lunga serie di incontri con la quale presentiamo in giro per l’Italia questo Rapporto, quest’incontro romano, appunto, chiude questa lunga stagione che per noi inizia a metà novembre, quando il rapporto viene pubblicato e presentato a Milano e a Torino. Dunque per noi questo è un appuntamento particolarmente importante anzitutto per la città in cui ci troviamo, la capitale, e per la partnership con l’Istituto Affari Internazionali che, come ripeto, è molto importante, ma anche perché – visto che cade a circa un semestre dalla pubblicazione del rapporto – permette per così dire di fare una sorta di tagliando a quella che è l’analisi che viene presentata nel rapporto e che adesso ci sintetizzeranno Mario Deaglio e Giuseppe Russo. E, in qualche misura, questo appuntamento lancia anche un ponte verso la prossima edizione, che verrà pubblicata in autunno.
    Il titolo del rapporto del rapporto di quest’anno, “Un disperato bisogno di crescere”, non lasciava dubbi sulla priorità economica riconosciuta per il nostro Paese, cioè riprendere il processo di sviluppo, che ritengo sia l’unica autentica forma di equità generazionale che possiamo mettere in moto. Ma, naturalmente il mondo non aspetta. Non aspetta i tempi del Centro Einaudi e. dunque, i cambiamenti si moltiplicano, si aggiungono giorno dopo giorno. La situazione è già diversa rispetto a quella che era sei mesi fa e questi cambiamenti ovviamente condizionano l’obiettivo di far ripartire la crescita o attribuiscono delle valenze particolari a questo obiettivo. Voglio ricordare semplicemente due fenomeni che in questi ultimi sei mesi hanno contribuito e continuano a contribuire a cambiare i punti di riferimento anche del dibattito: innanzitutto il nuovo dibattito che si è sviluppato anche – e soprattutto – nel nostro Paese in questi mesi sul welfare; scuola e pensioni suono due temi importanti che hanno fatto comprendere all’opinione pubblica quanto sia centrale l’aspetto della riforma dello stato del benessere, della rete di protezione sociale, dei meccanismi di formazione del capitale umano. Un tema, questo del welfare, che a noi del Centro Einaudi è particolarmente caro, perché proprio sul secondo welfare, cioè sulle nuove forme di organizzazione dello stato del benessere stiamo dedicando molta attenzione e molta cura anche attraverso importanti ricerche in collaborazione con l’Unione europea. L’altro tema che, in qualche misura, ha cambiato i suoi connotati rispetto a qualche mese fa sono i populismi (antieuropeistici e non soltanto), che forse hanno avuto una battuta d’arresto, almeno a quanto sembrerebbe da alcuni risultati elettorali in paesi importanti come la Francia e la Gran Bretagna. Anche questo fenomeno dimostra che i processi politici sono in continuo cambiamento e se le società si stanno gradualmente distaccando da un modello rigidamente bipolare, esistono però certamente dei margini per opporsi ai populismi e per modificare quelle che sembravano delle semplificazioni brutali del dibattito politico alle quali forse c’è un rimedio che possiamo considerare, e il risultato delle elezioni inglesi va in qualche misura in questa direzione.
    Quindi, credo che questi cambiamenti – e altri dei quali ci parleranno gli autori – renderanno particolarmente significativa la presentazione che adesso faranno Mario Deaglio e Giuseppe Russo. Mario Deaglio nel suo capitolo introduttivo insiste su un aspetto, che è quello dell’unfriendship che dominerebbe il mondo, cioè il fatto che il mondo “diventa più cattivo” nel senso che diventa più complicato trovare delle formule di collaborazione, per esempio nel campo del commercio internazionale, e trovare delle forme anche di soluzione dei conflitti. Si tratta di uno degli aspetti sui quali certamente c’è da riflettere ed è un fenomeno che viene alimentato – sempre secondo Deaglio – dalla doppia rivoluzione (tecnologica e sociale) che sta sconvolgendo gli equilibri sociali sui quali le società occidentali per decenni si sono basate. Quindi dobbiamo studiare nuove forme di protezione sociale, di organizzazione politica e di organizzazione complessiva della società e delle modalità per formare il capitale umano. Infatti, Deaglio insiste nel secondo capitolo del libro sulla possibilità che il mondo possa imboccare, proprio grazie a queste nuove tecnologie, che peraltro stanno modificando radicalmente il nostro modo di ragionare, di lavorare e di comportarci e che possono anche avere degli aspetti positivi nel senso di diffondere dei servizi informativi, delle conoscenze che permettono di migliorare radicalmente il modo in cui le nostre società vengono gestite. Quindi società dominate dall’unfriendship, dalla “cattiveria”, ma che hanno al loro interno anche delle possibilità di ripresa.
    E qui veniamo al tema del Rapporto, quindi lascio la parola a Mario Deaglio e Giuseppe Russo.

 

  Mario Deaglio - Questa per noi è una riunione importante perché è un po’ un consuntivo e un preventivo. Un consuntivo perché sono passati sei mesi dalla stesura del rapporto, abbiamo visto tutto, preventivo, su questa base, per che cosa dobbiamo fare sul rapporto prossimo, cercando come sempre di coniugare assieme il rigore e il tempismo, una cosa molto difficile soprattutto di questi tempi, nei quali gli sviluppi sono velocissimi.
Io ho l’abitudine di iniziare a definire le presentazioni con una raffigurazione, e quella che vi propongo quest’anno è esattamente la stessa che vi ho proposto l’anno scorso: l’economia è sulla retta via? Questa continua a essere una visione simbolica di quello che stiamo facendo. Probabilmente su questa strada stiamo andando avanti in maniera più lenta del previsto, e sto parlando soprattutto del mondo, non tanto dell’Italia che, in questo momento sta accelerando un po’ a partire da livelli abissali. Qualcuno comincia a parlare di stagnazione secolare, difatti di questo dovremo interessarci andando a osservare la demografia e altro per comprendere gli sviluppi a livello mondiale, come l’invecchiamento della Cina, che è una cosa terribilmente rapida, di popolazione giovane restano ancora quella indiana e quella africana, mentre tutto il resto ormai è in fase di invecchiamento avanzato. Quindi i dubbi permangono, la via tracciata rimane questa… speriamo di andare avanti.
Adesso ovviamente mi soffermo sulla spiegazione di questo titolo. Nel corso delle nostre presentazioni molte volte abbiamo ricevuto la richiesta di una spiegazione sul perché abbiamo inserito il termine “disperato”, beh, perché parlando con la gente, parlando con le banche, in particolare con UBI Banca, parlando con gli imprenditori, ci siamo resi conto che c’è la sensazione che se si perde questo treno, un altro potrà passare solo tra molto tempo: a ogni ripresa mancata c’è una parte di capitale produttivo che si distrugge, che non va più bene. Quindi non è che noi improvvisamente riaccendiamo l’interruttore e tutto va di nuovo come prima. Credo che le imprese se ne stiano rendendo conto adesso, che c’è una tendenza a ripartire, e devono prima ricostituire una macchina produttiva che è stata danneggiata. E poi, sempre nell’immagine, voi avete un innaffiatoio che innaffia una piantina in un vaso e il fiore della piantina rappresenta un’idea ed è raffigurato come una lampadina che si accende. Ma quale sarà il liquido misterioso che nutrendo la piantina farà poi accendere la lampadina?
Tutto sommato non lo sappiamo, ci troviamo divisi con tanti soldi stanziati sperando che facciano effetto, ma non sappiamo ancora se lo faranno o non lo faranno e gli economisti sono ormai molto incerti… una brutta figura dopo l’altra, insomma. Se si osserva il rapporto pubblicato ad aprile dal Fondo Monetario Internazionale si può notare come mai noi sbagliamo così tanto: sbagliamo così tanto perché l’economia non è più la stessa, perché i tre quarti di quello che si produce sono cose invisibili (la salute, l’istruzione, lo spettacolo, il turismo, eccetera), che fino a trent’anni fa erano il 30%, e queste cose invisibili incidono sulla produzione molto più nella fase di preparazione che in quella successiva della somministrazione del prodotto, essendo quest’ultimo, in effetti, che si acquista con un “click” come può essere in magazzino.
Perché la gente fa “click” o non fa “click”? Questo non lo sa nessuno. Il presidente Obama nei suoi finanziamenti alla ricerca ha destinato il 30% del totale alla scienza del cervello per capire, non solo le decisioni economiche naturalmente (una parte della ricerca economica è condotta da neuroscienziati) ma semplicemente perché ci troviamo nella condizione nella quale tutti i parametri normali non vanno più bene. La nostra metafora è stata quella del vortice del cambiamento, abbiamo individuato cinque tipi di cambiamento: le tecnologie, le società, i consumi, la finanza e la geografia. Li vediamo subito.
Le tecnologie. È un panorama in estremo movimento… ecco, qui se il professor Russo vuole spiegarci questa Internet delle cose, che ormai vediamo sempre sui titoli dei giornali ma di solito non approfondiamo. Ecco, noi lo segnaliamo come una delle cose che può cambiare di più la nostra vita in tempi normali.

 

   Giuseppe Russo – Grazie Mario. È una delle cose che può cambiare la nostra vita perché siamo di fronte a un’ondata di innovazioni di tipo radicale e questo è determinato dal fatto che la capacità computazionale delle macchine sta accelerando in modo impressionante. L’IBM ha da poco brevettato un neurochip con il quale costruirà la prima macchina in grado di replicare il cervello umano, questo vuol dire che capacità computazionali intelligenti si potranno introdurre all’interno degli oggetti. Ciò che sfugge dell’Internet delle cose è che non è la semplice connessione di un cellulare con un altro oggetto che determina il cambiamento, ma sarà il fatto che quest’oggetto e l’altro avranno delle capacità di comportamento “intelligente”, intendendo come intelligente qualcosa che non è uguale ma mima in qualche modo il comportamento umano razionale. Questo vuol dire che avremo automi in aiuto in tutti i campi e potremo fare cose che gli uomini non possono fare, come ad esempio attraverso dei robot effettuare interventi di microchirurgia che il chirurgo oggi non riesce a fare perché incontra dei limiti dettati dalla sua fisicità. Questo sta capitando, nel senso che le scoperte sono disponibili e le innovazioni si devono applicare, siamo di fronte a un salto paragonabile a quello della microelettronica dei primi anni Ottanta.

 

   Mario Deaglio – Ecco, qui vedete la previsione di Internet delle cose con le varie suddivisioni interne: il giallo sono le comunicazioni mobili, poi avete la parte grigia che è quella industriale. In sostanza, noi tuti avremo nelle nostre case in un periodo di pochi anni, immagino, degli elettrodomestici sempre più intelligenti e collegati tra di loro… speriamo che poi non decidano anche quello che dovremo mangiare perché questo sarebbe sgradevole e il problema dovrebbe essere affrontato adesso, prima che ci cada sulla testa. Cose di questo genere sono ad esempio la cosiddetta fotocopiatrice digitale, che quando ho incominciato a occuparmene, nella mia ingenuità pensavo che mettendosela in casa uno si sarebbe potuto produrre i piatti, dato che ci sono dei tubetti di sostanze strane, poi uno dà delle istruzioni alla macchina e viene fuori l’oggetto. Ma non è così, in quanto la fotocopiatrice digitale cambia la produzione industriale, cambia la linea di montaggio con conseguenze sul lavoro che nessuno ha ancora studiato ma delle quali comunque dobbiamo cominciare a occuparci.
Abbiamo questa innovazione sempre più veloce e sempre più vorace, qui l’esempio che abbiamo citato nel rapporto è il tablet che divora il netbook. Voi ricorderete sicuramente il netbook, questo piccolissimo computer nel quale bastava inserire una chiavetta per collegarsi alla rete, sembrava una grandissima cosa, l’invenzione del secolo, invece pochi mesi dopo è stato immesso sul mercato il tablet e di conseguenza le vendite di netbook sono colate a picco e adesso praticamente di netbook non ce ne sono più. Questo crea un problema, quello che non si fa in tempo ad ammortizzare e abbiamo una società che costruisce sempre più aspettative, per esempio nei titoli in borsa della “nuova economia”, e poi, di nuovo, dopo una decina d’anni abbiamo la nuova economia che crea qualche problema e che è legata a questo accavallarsi di cose.
Poi abbiamo tutta la tematica delle smart cities, cioè quelle città che usando un gran numero di dati possono prevedere il comportamento della gente e quindi prepararsi a gestire in maniera efficiente questo comportamento. Naturalmente questo è un elemento molto positivo, si pensi ad esempio alla regolazione del traffico nei grandi centri urbani, però potrebbe avere dei risvolti inquietanti. Al Centro Einaudi siamo interessati al tema della libertà e, dunque, vogliamo capire come l’uso di questi metadati possa venire messo in relazione con essa.
L’istruzione a distanza. Noi stiamo facendo una riforma dell’istruzione che ripete ancora molti degli schemi tradizionali: la classe, l’anno scolastico, gli esami svolti nel periodo più caldo dell’anno. Ma pensate che tra poco – soprattutto gli adulti, dato che per i ragazzi può andare ancora bene dato che è presente un elemento di socializzazione nell’istruzione – si potrà iniziare il corso quando si vuole, sostenere gli esami quando si vuole, seguire il corso su Skype. Tutte cose che esistono già, e le le università americane mettono a disposizione gratuitamente il materiale didattico del quale, però, lo studente non conosce l’uso, ma stanno sorgendo le aziendine degli ex studenti che glielo spiegheranno loro: dieci lezioni, due contatti Skype per fare i compiti, eccetera. Dunque questa è una cosa che muterà la nostra vita, come anche la medicina a distanza, che è destinata a progredire.
Andiamo al successivo cambiamento: i nostri consumi. Qui abbiamo un fattore che con l’Expo di Milano viene posto in evidenza, quello che non esiste alcuna garanzia che a fronte dell’attuale sviluppo della popolazione mondiale il cibo basti per tutti. In questo campo i progetti maggiormente avveniristici li stanno facendo gli americani e si basano sugli insetti – in fondo le formiche sono state mangiate per migliaia di anni e contengono molte vitamine, sembrano tutte cose da ridere ma in realtà non lo sono – e, inoltre, sui grattacieli dedicati esclusivamente alla produzione agricola, realizzazioni tese al miglioramento della produzione. Si tratta di progetti avveniristici ma non troppo.
Intanto, per il momento abbiamo la questione degli sprechi, in questo grafico la parte verde rappresenta gli sprechi che avvengono nel canale distributivo e l’Africa subsahariana e paesi poveri sono quelli dove lo spreco è maggiore; invece, mano a mano che ci si sposta verso sinistra la linea verde scura si riduce e aumenta la linea verde chiara, che rappresenta gli sprechi che facciamo noi nelle nostra case, su questi ultimi un poco di programmazione e di educazione alimentare potrebbe migliorare la situazione. In questo settore la linea dei prezzi dei cereali che sono poi il cardine della questione, parla da sola: a partire degli anni Duemila si registra una tendenza all’aumento, sia pure con le oscillazioni tipiche delle annate agricole, che presentano periodi buoni e periodi cattivi. È necessario dunque guardare seriamente a questo futuro di risorse alimentari.
Ma non c’è soltanto questo, perché sta anche mutando la struttura con cui si consuma: nei paesi emergenti crescono trasporti, informatica e telecomunicazioni, però crescono meno l’istruzione e la salute. C’è più gente in Africa collegata al telefonino che quanta ce ne sia sui libri, una delle distorsioni sulle quali è necessario riflettere. Nei paesi ricchi si è ormai diffuso uno stile di sobrietà alimentare all’insegna del bio e del local, quindi produzioni “a chilometri zero” mercatini degli agricoltori (che non abbiamo inventato noi italiani, bensì gli americani nel New England quindici anni fa).
Vediamo adesso il terremoto sociale che viene normalmente definito come il sorgere di una nuova classe media, ma attenzione all’uso dei termini, perché in questo caso il termine “classe” non ha nessun significato marxiano, dato che è una categoria statistica che si riferisce ai ceti medi. Questa classe media cresce nei suoi volumi di consumo e anche dal punto di vista del peso politico nei paesi emergenti, mentre in quelli più ricchi sembra piuttosto in trincea. Sul totale mondiale l’Europa passa dal 36% al 14% del totale, in Nord America dal 18% al 7%, le ragioni di questo calo vanno ricondotte al contestuale aumento della percentuale registrato in Asia. L’idea che l’Asia diventi classe media rappresenta una prospettiva importante per il nostro futuro verso la quale indirizzare le nostre strategie, proprio in questi mesi gli ultimi dati statistici sul commercio estero mostrano un aumento che non ci aspettavamo perché stiamo sfondando decisamente con la classe media asiatica. Analizzando la classe media per aree e consumi si rileva che Asia e Pacifico attestate al 23% nel 2009 si preveda raggiungano il 59% nel 2030.
È stato inoltre registrato un terremoto finanziario del quale ci parlerà adesso Beppe Russo.

   Giuseppe Russo – Il terremoto finanziario equivale a vedere nei grafici delle principali variabili finanziarie delle variazioni che sono almeno tre deviazioni standard dalle variazioni normali, il che significa trovarsi di fronte a variazioni inattese che nel corso del 2014 hanno riguardato almeno quattro mercati. Il primo è stato quello della discesa dell’euro rispetto al dollaro fino a un minimo di 1,02, per poi risalire fino a 1,14, una svalutazione che, nel complesso, è maggiore di qualsiasi svalutazione della lira italiana nel periodo dello SME (Sistema monetario europeo). Cioè a dire che, mentre qualche anno fa si affermava che se fosse stato possibile svalutare la moneta l’economia avrebbe conosciuto netti miglioramenti, alla luce della svalutazione della moneta interna (l’euro) avvenuta l’anno scorso questo effetto benefico non si è però verificato. Nel grafico (illustrato in sala nel corso della presentazione del Rapporto) viene anche illustrata la variazione registrata un giovedì sul mercato dei cambi del rapporto di cambio tra il franco svizzero e il dollaro, un cambiamento di parità indotto dalla banca centrale elvetica risultato anomalo per diversi motivi. Uno di questi – avvenuto durante la settimana, ma poteva tranquillamente verificarsi nel fine settimana quando le posizioni degli operatori spesso sono state chiuse – ha determinato delle perdite importanti e impreviste per alcuni operatori ed è un segnale del fatto che anche nel settore finanziario, cioè in chi controlla il mercato dei cambi (quello svizzero è uno dei mercati dei cambi più importanti per la finanza mondiale) le cose non sono più come una volta, probabilmente in passato questo genere di operazioni sarebbero state concordate in modo da non determinare danni.
Il terzo grafico è relativo al petrolio, la cui quotazione sui mercati nel corso del 2014 scende da quasi 100 dollari a circa 50 per poi risalire lievemente e dunque nuovamente flettersi. Questo prezzo è sicuramente l’esito dell’incontro della domanda e dell’offerta sul mercato, ma anche di cambiamenti che sono avvenuti e che non ci aspettavamo. Tre anni fa si attendeva il peak oil, cioè il raggiungimento del picco di estrazioni possibili della materia prima energetica, che successivamente, in termini di estrazioni, avrebbe declinato facendo assumere ai prezzi andamenti di tipo parabolico. In realtà si verificato tutto l’opposto: non c’è stato il peak oil, il greggio è divenuto più abbondante grazie alla nuove tecnologie estrattive (fracking oil e shale oil) e inoltre, le strategie degli operatori che tendono a competere attraverso la produzione e la domanda (chi produce mediante le tecnologie tradizionali cerca di portare il prezzo a livelli non competitivi per chi produce utilizzando le nuove tecnologie), infine hanno inciso ulteriori fattori quali il risparmio energetico. La Cina, ma anche i Paesi europei, rispetto al recente passato sono molto meno energivori, oggi un’automobile moderna a parità di prestazioni consuma quasi la metà rispetto a una prodotta qualche anno fa. Al particolare riguardo esistono degli specifici requisiti, quindi il mondo tende a divenire molto più parsimonioso nei consumi e determina questo calo.
La discesa del tasso di interesse a trent’anni è molto particolare perché si tratta di un tasso enormemente basso che nessuno si sarebbe mai aspettato di vedere scendere fino all’1,2%, prestare denaro con una scadenza trentennale a questo tasso d’interesse era una cosa che non si pensava immaginabile, però tutto questo è accaduto.
Tutto questo fa sì che un paese come l’Italia – che non è più un grande paese come lo era venti anni or sono nell’ambito del contesto mondiale – non riesca più di tanto a influire su queste variabili, comunque potrebbe anche “goderne”. Per una volta tanto lo scenario finanziario (tassi d’interesse e prezzi petroliferi in discesa, euro svalutato nei confronti del dollaro) permette di intravedere un buon futuro, date le condizioni uniche rispetto agli ultimi trenta-quaranta anni per chi deve indebitarsi e investire. Quindi un terremoto in larga parte inatteso che gli economisti non avevano certamente previsto, ma che si riverbererà positivamente sulla nostra economia.

 

  Mario Deaglio – Ultimo terremoto che affronteremo – quest’oggi vi sottoponiamo una serie di terremoti, ma credo sia importante affrontare questi cambiamenti – è quello geografico. Se continuerà il global warming con l’aumento delle temperature diverrà praticabile la rotta che congiunge l’Europa all’Asia attraverso le acque a ridosso della costa russa (oggi impraticabili per buona parte dell’anno a causa della presenza del ghiaccio) fino al Giappone e alla Cina, una rotta tre volte più breve di quella attuale. Nel 2014 per quelle acque sono transitate una cinquantina di navi, se queste in dieci anni diventeranno cinquantamila molto muterà in termini di costi e di importanza dei paesi interessati dalle rotte. E ancora, sono in corso i lavori di raddoppio del canale di Panama, questo mentre i cinesi stanno realizzando un canale concorrente nel vicino Nicaragua; la nuova ferrovia transiberiana pone in collegamento la Cina con Duisburg, in Germania, consente il trasporto delle merci in sette dieci giorni a fronte delle tre settimane necessarie in precedenza, una relazione che verrà potenziata da una seconda linea ferroviaria da realizzare più o meno sullo stesso percorso; si lavora a un sistema di trasporti centrale nell’America Latina: oggi nel continente sudamericano le comunicazioni terrestri sono praticamente rimaste ai livelli del periodo coloniale, gli spostamenti avvengono principalmente per via marittima e non esiste una struttura centrale di comunicazioni terrestri adeguata, dunque la realizzazione di questo grande progetto potrebbe cambiare sostanzialmente la situazione; così come c’è tutto il sistema degli oleodotti e dei gasdotti è in rifacimento ma non sappiamo bene come. Abbiamo visto che nel caso gasdotto South Stream si è verificato uno spostamento del tracciato per volere dei russi, in questi casi oltre a quelle di natura economica intervengono anche considerazioni politico-strategiche.
Ebbene, questi cambiamenti sono in parte favorevoli e in parte no. In ogni caso ci troviamo di fronte alla sottile trasformazione di cui si accennava prima, che io chiamo “cattiveria” traducendo il termine inglese unfriendship, cioè mancanza di amicizia. Al riguardo si considerino anche le ultime decisioni (o non decisioni) assunte dall’Unione Europea in materia di immigrati, tutto avviene in maniera molto più acida, più scontrosa di quanto non avveniva qualche anno fa: si è costretti a collaborare ma non lo si fa con piacere, quindi, un sottile cambiamento di natura dei rapporti economici e politici. Anche il sistema finanziario non è più lo stesso, quest’episodio del franco svizzero devo dire che mi ha molto turbato: proprio gli svizzeri, che sono i fautori della correttezza monetaria, hanno abbattuto il valore della loro divisa in un mattino di un giovedì senza fare neanche una telefonata di preavviso agli altri banchieri centrali. Ormai ognuno va per la sua strada, muove i suoi tassi e ci si incontra sempre sulle Montagne rocciose in agosto una volta all’anno, occasione nella quale si pronunciano dei grandi discorsi ma poi nella realtà del quotidiano, giorno per giorno, non si incontrano mai.
La cooperazione, quindi, non c’è se non dove si rende strettamente necessaria e cito volentieri questa frase:
«L’economia globale è ben lontana da una crescita forte, sostenibile e bilanciata. Non abbiamo nulla di cui essere fieri».
Essa è tratta del comunicato finale del G20 finanziario che si è tenuto a Sidney nel febbraio del 2013, al termine di quella che mi è stata riferita essere stata una litigata spaventosa. Non abbiamo nulla di cui essere fieri, cioè, da questo punto di vista qui non venendo fuori niente di buono. La stessa cosa è stata sintetizzata in una copertina dell’Economist, dove è stato raffigurato un mondo fatto di città con delle mura medievali e, osservando bene, si notano dei piccoli convogli che giungono a queste porte chiuse, porte che si possono anche aprire consentendo l’accesso all’interno fatto di tutti grattacieli moderni. E il commento dell’Economist è:
«Non si è verificata una ripetizione degli anni Trenta, ma si registra un cambiamento più sottile: i paesi sono divenuti molto più attenti nella scelta dei loro partner commerciali, molto più cauti nel concedere agli investitori, alle banche e ai capitali di altri paesi l’accesso ai mercati. Non hanno costruito compartimenti stagni, ma stanno costruendo dei cancelli».
Viviamo in un mondo con dei cancelli, su questi cancelli poi si negozia, ma così stanno andando le cose. Ecco, adesso vediamo due o tre esempi di questo mondo.
Il primo naturalmente è quello rappresentato dagli Stati Uniti che abbiamo intitolato “L’America con meno sogni” e che ci illustrerà Beppe Russo.

 

   Giuseppe Russo – U6 è il totale dei disoccupati, cioè di coloro, gli scoraggiati, che lavorerebbero se avessero un’occupazione o coloro che lavorano ma lo fanno per un numero insufficiente di ore alla settimana. L’U6 misura quindi la disoccupazione reale, quindi non il tasso di disoccupazione che prende in considerazione soltanto coloro i quali non hanno un lavoro a tempo pieno o quasi pieno. Mettendola in questo modo, il tasso di disoccupazione ufficiale è un tasso di disoccupazione molto rassicurante, perché è sceso sotto il 6%, ma se, viceversa, consideriamo l’U6 ci attestiamo al livelli superiori a quelli registrati precedentemente alla crisi.
Che cosa è successo negli Usa? È successo che la ripresa del PIL è avvenuta. Va tenuto conto che, fatto pari a 100 il PIL americano prima della crisi, con la crisi si è scesi a 94 e attualmente si è attestati a 108, quindi 8 punti sopra il livello pre-crisi e 14 sopra il picco negativo, di questi 14 punti, però, ce ne sono almeno 8 che non sono stati distribuiti al lavoro, ma sono andati al capitale. Il tasso di profitto percentuale del PIL, che nella media secolare (dal 1946 in poi) è tra il 6 e il 7% del PIL, che da dopo la crisi è salita al 12%, quindi ha preso 7 punti, cioè a dire: dei 14 punti di recupero, 7 sette sono stati totalmente appropriati dai profitti, di risulta a disposizione dei salari sono rimasti soltanto gli altri 7, che sono più o meno quelli sufficienti a riportare il reddito distribuibile da lavoro ai livelli precedenti la crisi. In definitiva, se dovessimo considerare non il PIL, ma i redditi distribuibili da lavoro, il reddito degli americani oggi non sarebbe 8 punti sopra, bensì esattamente dove si trovava prima della crisi.     Naturalmente Wall Street si trova molto sopra i minimi ed è molto sopra anche i 1.500 punti di prima della crisi (dato che è a circa 2.100 punti) proprio perché Wall Street capitalizza gli utili, che in proporzione del PIL sono quasi il doppio di quelli che erano prima della crisi. Quindi, utili raddoppiati e salari reali fermi. Le considerazioni che si possono fare sugli Usa sono quelle di un’economia che ha una domanda interna che ha recuperato – anche in parte alla ri-espansione del credito, c’è stata una nuova espansione creditizia, in particolare nei crediti al consumo – in termini di redditi reali i livelli precedenti alla crisi, ma non è andata oltre, viceversa i profitti sono saliti e questo naturalmente ha fatto sì che abbiano mosso in modo significativo i mercati finanziari. La ripresa c’è stata, ma la sua distribuzione è diversa – né peggio né meglio – da quella che c’era prima della crisi in quanto è diversa la distribuzione del reddito rispetto a quella che c’è stata dal 1946 al 2007.

 

    Mario Deaglio - Il segno di queste diversità è visibile nel numero dei lavoratori è tornato ai livelli pre-crisi, ma l’ammontare dei contributi sociali ad aliquote invariate risulta inferiore del 20%, il che la dice lunga sul fatto che le paghe sono più basse. I motivi di questo risiedono nel fatto che venti anni fa i datori di lavoro erano IBM, Ford, eccetera, mentre oggi sono McDonald’s e Wallmart… Insomma, siamo di fronte a una distribuzione del reddito diseguale che rallenta la ripresa dei consumi delle famiglie e al tempo stesso i tagli ai bilanci pubblici rendono difficile anche solo distribuire i foods stamps, cioè i buoni alimentari che sono alla base del sistema di sicurezza sociale americano.
Ecco, questa è il quadro della situazione di un’America con meno sogni, questo mentre invece i cinesi provano a sognare. Entro il 2025 il loro PIL eguaglierà quello degli Usa, ovviamente se si tiene conto del conto del numero degli abitanti il livello pro capite risulta ancora bassissimo, ¼ di quello statunitense, il problema è però quello della concentrazione, elemento che in campo internazionale ha la sua importanza. Ma su questo aspetto, che potrebbe ingenerare entusiasmi, l’altro giorno è piombata la doccia fredda del primo ministro cinese che ha messo in guardia sulla cosiddetta trappola del reddito medio, cioè del rischio di raggiungere il livello del reddito medio ma poi di non crescere più ulteriormente e questo perché la Cina potrebbe diventare vecchia prima di diventare ricca. Dall’ultimo censimento effettuato nel paese si è rilevato che la popolazione è in realtà più vecchia di quello che si prevedeva e ormai la forza lavoro comincia a contrarsi, mentre contestualmente viene registrato un incremento delle persone che devono invece essere mantenute. In materia sono allo studio una serie di politiche ma non si ha idea se esse potranno essere risolutive del problema.
L’avanzo commerciale di Pechino è quasi scomparso proprio perché i settori che adesso vanno avanti (che sono quelli dei servizi) registrano minori esportazioni, inoltre si tenta di erogare la sanità pubblica a tutta la popolazione e all’interno della Cina esistono delle variazioni di reddito molto importanti di redditi per abitante. Da un lato ci sono variazioni sociali, dall’altro anche quelle geografiche, questo nel mondo in genere. In Europa questo aspetto è rilevabile con facilità, si pensi all’area di Londra, che ha un reddito superiore al resto della Gran Bretagna del 40% (fatto che spiega il perché del desiderio di autonomia espresso negli ultimi tempi dagli scozzesi e le parallele difficoltà incontrate dai vari partiti nazionali).
Due parole soltanto sull’Europa. Dall’eurobarometro noi vediamo che il pessimismo e l’ottimismo riguardo al Vecchio continente fino al 2012 erano molto vicini, adesso c’è un piccola nuova puntata dell’ottimismo che dovrebbe far guadagnare un po’ di tempo ai governi. Però, in ogni paese dove i governi cercano di attuare politiche razionali sono presenti movimenti di opposizione meno razionali. Esiste inoltre la questione relativa alla penuria di prestiti, alla quale il Quantitative easing dovrebbe porre rimedio, ma che potrebbe comunque anche non risultare una medicina miracolosa per l’economia. Ci vuole tempo, l’esperienza americana lo insegna.
Passiamo adesso all’Italia e qui cedo nuovamente il podio a Beppe Russo, che ha curato buona parte della monografia sull’economia malata.

 

   Giuseppe Russo – Grazie. Veniamo dunque all’Italia e il primo chat è quello di una ricostruzione di lungo termine del PIL. Partendo col tasso di variazione dal 1992 per giungere fino all’altro ieri, si nota come la recessione nel 1992 sia stata una recessione mite e come, sostanzialmente, negli anni Novanta la crescita media si sia attestata intorno al 2%, dunque una crescita non molto rilevante. Nel decennio successivo (anni Duemila) la crescita media, coi suoi alti e bassi, si è attestata invece intorno all’1%, cioè, nel decennio in cui avendo già l’euro avremmo dovuto capitalizzarne i benefici, in realtà la crescita è stata molto al di sotto delle nostre aspettative. E poi abbiamo avuto la profonda recessione del 2009 e la successiva ricaduta del 2012.
Che cosa si può dire di questa ricaduta? Che nel passato eravamo abituati a riprese abbastanza rapide per effetto del cosiddetto elastico, dato che le crisi erano di breve durata le aspettative non subivano cambiamenti di natura strutturale, quindi dopo un periodo di incertezza i consumi e gli investimenti riprendevano come prima. Questo perché non erano trascorsi gli anni sufficienti a un cambiamento dei livelli di consumo della popolazione tale da indurre un mutamento negli stili di vita e nei bilanci familiari. Inoltre esisteva un sistema di ammortizzazione nel mercato del lavoro che permetteva il riassorbimento degli esuberi di mano d’opera nel settore industriale e nel settore terziario più o meno nel mentre che si verificava l’elastico, cioè quando avveniva il rimbalzo. La crisi del 2007-2012 si è differenziata per la mancata ripartenza dei consumi. Questa volta la crisi ha colpito tutti i settori – sia quello industriale che il terziario – con gravi ricadute sull’occupazione e, quindi, senza offrire la possibilità di un rapido recupero da un settore all’altro. Inoltre, il secondo elemento che ha inciso sul PIL è stato quello della scarsa (quindi insufficiente) forza trainante delle esportazioni, che in assenza di domanda (dovuta al calo dei consumi interni strettamente correlati al calo dell’occupazione) e dei redditi in tutti i settori, oltreché all’assenza di investimenti, si è verificata la ricaduta. Se avessimo avuto gli investimenti assieme alle esportazioni probabilmente ce l’avremmo fatta, invece la ricaduta è avvenuta perché da sole le esportazioni non ce l’hanno fatta.
Infatti, i comportamenti degli italiani sono stati realmente diversi rispetto a quelli degli altri europei. Se si considera pari a 100 il PIL prima della crisi del 2009, si registra una piccola salita fino al 2007 e poi la crisi e la successiva ripresa: gli Usa raggiungono il livello 110, la Germania 108 e l’Italia a 92. L’Italia non si è dunque ripresa come gli altri, rappresenta un caso particolare, che è il portato della globalizzazione sommato alle debolezze italiane.
Cosa vuol dire un portato della globalizzazione? Se il medesimo grafico fosse stato realizzato prendendo in esame una crisi degli anni Settanta avrebbe evidenziato un serpentone che rappresentava una situazione nella quale tutte le economie entravano in crisi in modo concorde per poi uscirne tutte più o meno insieme, con un po’ di ritardi, ma più o meno insieme. Invece questa volta il comportamento è stato del tutto differente. Il vuoto principale da cui tutto è derivato da tutte le componenti della domanda aggregata, delle quali nel grafico abbiamo cumulato le variazioni percentuali dal 2007 a oggi: quella relativa alle esportazioni registra oggi un 2% in più rispetto a prima della crisi, le esportazioni erano scese violentemente perché nel 2009 il calo di domanda mondiale era stato molto forte, poi sono comunque riprese assumendo una traiettoria di confortevole salita; i consumi sono scesi di 7 punti mentre il PIL è sceso di 9, quindi un po’ hanno tenuto, ma più di tanto non si poteva fare, dato che a fronte di un reddito che scende di 9 punti un calo dei consumi di 7 punti rappresentano un dato tutto sommato normale; ma ciò che veramente ha determinato la differenza del caso italiano è stato il drammatico calo degli investimenti, che fino al 2014 incluso hanno continuato a scendere e che rispetto a prima della crisi in quello stesso anno sono stati il 31% in meno. Si prenda in esame l’investimento netto, cioè il totale di ciò che si investe al netto dell’ammortamento per mantenere lo stock di capitale: quando l’investimento netto è superiore a zero vuol dire che il patrimonio del paese (capacità produttiva e di reddito) sta crescendo, quando è inferiore a zero significa invece che la cilindrata del motore sta diminuendo e ciò che a tecnologia invariata potrà produrre sarà ovviamente di meno. Quello che è successo è stato che il tasso dell’investimento netto sul PIL, che normalmente in Italia è rimasto attestato al 6%, è gradualmente sceso fino al -1% del 2013, quindi si è addirittura disinvestito, un calo che vale circa 100 miliardi.
Ma cosa ne è stato di quei 100 miliardi? Circa 50 di essi sono rinvenibili negli investimenti diretti esteri effettuati dalle imprese italiane, questo vuol dire che il sistema italiano è sì competitivo, ma quando si tratta di competere si muove sullo scacchiere mondiale e va cercarsi le opportunità di investimento laddove sono rinvenibili. Gli altri 50 miliardi sono invece costituiti da investimenti mancati nel settore degli impianti ma anche dell’edilizia, che è stata particolarmente mortificata da questa crisi. Un andamento che spiega anche il risparmio netto sul PIL, data la diretta relazione tra risparmi e mancati investimenti. Quando si investe troppo poco e lo si fa per un periodo troppo lungo gli effetti sono non soltanto un calo della cilindrata del motore del sistema – che di risulta non potrà più sviluppare l’energia che sviluppava in precedenza e quindi il PIL non potrà più crescere come lo faceva prima – ma anche una mancanza di opportunità per i giovani. I seguenti numeri indici illustrano per zona geografica la quantità di persone cancellatesi dall’anagrafe italiana perché residenti all’estero, essi sono estremamente significativi in quanto, rispetto al periodo precedente alla crisi, registrano un incremento delle emigrazioni di due volte e mezzo nel nordovest e di due volte rispetto alla media nazionale. Se viene presa in considerazione esclusivamente la popolazione giovane si registrano 106.000 cancellazioni all’anno, una quota equivalente a circa il 18% delle generazioni nate venticinque anni fa, in genere persone maggiormente istruite e preparate. Questo significa che se un paese riduce l’investimento interno la conseguenza è che perde anche i suoi migliori lavoratori, e se perde insieme sia il capitale che il lavoro il reddito stagna.
Questa – va rilevato – è la radiografia di un’economia malata, quella dell’Italia fino all’anno scorso, da cui però il Paese deve cercare di guarire. La debolezza deriva da alcune cause, una è che gli investimenti sono guidati dal cash flow e dai tassi di profitto, e in Italia i tassi di profitto sono scesi a livelli molto bassi, tali da disincentivare l’attività di investimento, inoltre anche il cash flow delle imprese, che sono libere di investire, sono risultati molto bassi. Poi per un certo periodo ha inciso anche una restrizione bancaria che ha sicuramente penalizzato gli investimenti. La seconda cosa da osservare con attenzione è che quando si investe bisogna fare riferimento ai risparmi, ma durante la crisi non è vero che il risparmio si è ampliato, bensì si è consumato, seppure sia stato fatto un po’ di risparmio sul lato pubblico. Naturalmente questo tema è superato in larga parte dal Quantitative easing e dai tassi che sono normalmente bassi, cioè se la situazione di liquidità fosse stata normale e il risparmio abbondante non ci sarebbe stato il bisogno di una manovra eccezionale, viceversa, la manovra eccezionale riporta linfa finanziaria nei canali del sistema monetario e finanziario e quindi riduce i vincoli finanziari all’investimento (e quindi alla crescita produttiva nel Paese) che certamente ci sono stati, in particolare tra il 2009 e il 2012.
Cosa fare per cambiare le cose? Una delle cose fondamentali ci sembra che sia quella di riprogettare il settore pubblico attorno al bisogno del cittadino aumentando il tasso di innovazione. Questa, che sembrerebbe un’affermazione programmatica, in realtà non è così, perché quello che noi vediamo è che l’innovazione disponibile sta crescendo largamente e che, in parte, questa innovazione non potrà entrare in tutti i beni di consumo, ma certamente deve entrare nei sistemi di governo pubblico e nei sistemi di produzione dei servizi pubblici. Lì c’è una grande area su cui bisogna puntare, il Governo ad esempio ha puntato molto sull’agenda digitale e si sta puntando sulle infrastrutture digitali, e questo è necessario. La seconda cosa è aumentare l’area del mercato, bisogna immaginare che nel mondo che si globalizza si deve avere un mercato il più possibile competitivo e seriamente aperto, e dal nostro punto di vista l’Italia è un po’ indietro in termini di privatizzazioni e liberalizzazioni, mentre la terza cosa che si può fare, nelle politiche di lungo periodo, è investire di più sul territorio, che potrebbe essere utilizzato meglio.
Ci sembra che l’economia stia muovendosi meglio, per accelerare la ripresa probabilmente bisognerebbe lasciare un po’ più di denaro nelle mani dei giovani, cioè trovare dei modi per aiutare quella classe sia di lavoratori che di consumatori, perché hanno una propensione al consumo maggiore e devono essere incentivati a restare (in Italia) piuttosto che ad andarsene. Inoltre immaginiamo che gli investimenti, che molto hanno latitato negli anni passati, devono essere incentivati il più possibile: l’investimento è il nostro amico e bisogna per questo immaginare che senza investimenti noi non prenderemo nessuna delle onde favorevoli e delle innovazioni radicali e tecnologiche che abbiamo visto all’inizio. Siamo nuovamente in un’epoca, come nel 1982-83, nella quale sta cambiando il paradigma tecnologico e dobbiamo cercare di approfittarne.
L’ultima cosa che voglio affermare è che l’edilizia è stata eccessivamente sacrificata, normalmente nelle riprese è l’ultimo dei settori che parte perché ha bisogno che si generi un polmone di risparmio da potersi investire, quindi l’edilizia dovrebbe essere più incentivata.
Ecco, ora qualche numero favorevole: questo è l’indice della produzione industriale che finalmente sta puntando all’insù, si tratta di piccolissimi movimenti, ma sono pur sempre movimenti che ci sono.

 

   Mario Deaglio – Per non farci prendere dall’entusiasmo basterà guardare la scala a sinistra: siamo ai livelli del 1992, quando il 100, se non sbaglio, era il 2008…

 

Giuseppe Russo – L’indicatore anticipatore di Banca d’Italia che interpreta la congiuntura dell’eurozona sembrerebbe puntare anche lui al rialzo, quindi i segni della primavere in qualche modo ci sono, ma…

 

   Mario Deaglio – …ma, chiudiamo così, dato che non riusciamo a sciogliere la prognosi. Sulla base dei dati il malato è sfebbrato, mette i piedi giù dal letto e gira per la stanza, però non si avventura ancora fuori di casa. Bisogna che facciamo altre verifiche e passerà ancora del tempo.

 

   Vi posso assicurare che questa è la conclusione più serena che abbia ascoltato in queste presentazioni quest’anno. Ci sono molti elementi sui quali adesso possiamo discutere con i nostri ospiti che ancora ringrazio. Molti degli aspetti che sono stati toccati riguardano proprio i loro ambiti professionali, quello che fanno, quello he hanno fatto e quello che potranno contribuire a fare nei prossimi mesi, quindi sentiamo la loro reazione. Cominciamo col dottor Castellano amministratore delegato della SACE.

 

   Alessandro Castellano – Buonasera a tutti e grazie naturalmente per l’invito. Giusto per restare nel campo delle buone notizie, io sono stato iscritto all’AIRE (Albo Italiano Residenti all’Estero) per credo quindici anni, però sono da un po’ di anni sono tra quegli italiani che hanno lasciato l’AIRE e sono nuovo residente italiano, quindi c’è qualcuno che fa all’inverso il percorso. Mi fa piacere rivedere Deaglio, del quale ascolto da anni con interesse i suoi Rapporti e ho ascoltato con interesse le considerazioni che espresso in questa sede.
Oggi io posso contribuire dicendo quello che noi facciamo, io non sono un’economista, vengo dalla parte dei “cattivi” perché ho lavorato per tutta la mia vita in banca, per cui oggi faccio un lavoro che praticamente è ancora un lavoro bancario, in quanto prendiamo rischio contro parte e, comunque, tutti i rischi che prende una banca. Vi darò quale è il nostro punto di vista, per dare forse un po’ di ottimismo, almeno da quanto noi registriamo in più di quanto fino a oggi non abbiamo avuto la percezione.
Avete investigato i primi tre mesi, che se non ricordo male indicano oltre il 3% di crescita sull’export e, un’altra indicazione importante che noi abbiamo registrato lo scorso anno e che va ascritta tutta al merito delle nostre aziende, è che per la prima volta c’è stato un sorpasso, cioè che il numero di merci e servizi, quella che noi chiamiamo internazionalizzazione attiva, che secondo me per certi versi è un concetto vecchio, ha superato la zona UE, cioè il quantitativo in termini di valore di merci esportate e di investimenti che l’Italia ha fatto nei paesi emergenti è stato superiore, anche se di poco, di quelli della zona UE.
L’altro aspetto che va colto è che ci vede abbastanza tranquilli è che è cambiato completamente il paradigma negli ultimi anni. Le due condizioni di paradigma cambiate sono: primo, le tipologie di business tipo il nostro, in pratica se qualcuno fa degli investimenti, spedisce delle merci o fa dei servizi l’80% di quello che gira nel mondo è credito, per cui noi abbiamo due mondi che copriamo, quello dei beni di consumo, che vede tutte le nostre aziende (che producono vestiti, medicinali, pasta o quello che sia) essere pagate all’interno dell’anno, normalmente tra i 90 e 120 giorni – e noi compriamo questo tipo di rischio indennizzandole nel caso di mancato pagamento – e poi tutto quello che riguarda il mondo dei macchinari e degli impianti, ricordando che l’Italia rimane il secondo paese manifatturiero d’Europa, siamo infatti il famoso secondo motore dopo la Germania. Su questo tipo di attività i finanziamenti o le garanzie che noi diamo vanno a coprire, naturalmente secondo la tipologia e la dimensione dell’operazione, anche periodi che vanno fino a dodici anni. Due paradigmi importanti che sono cambiati in maniera importante negli ultimi dieci anni sono, uno: per quelli che si ricordano della SACE prima, noi non abbiamo praticamente più rischi politici, cioè il rischio geopolitico di cui si parla molto per noi è un rischio assente, dato che l’unico vero default avuto negli ultimi anni è stato quello dell’Argentina mentre per il resto non c’è stato nulla, per cui, come direbbe l’amministratore delegato di una nota fabbrica automobilistica, è molto meglio avere un rischio in Egitto per una fabbrica di parafanghi che fa flusso di cassa che avere la stessa fabbrica in Francia che fallisce, il tema per noi oggi è l’analisi economico-reddituale del rischio che andiamo a prendere. I rischi politici, Ucraina incluso, hanno comportato qualche volta situazioni dalle problematiche specifiche, ma ritorno al tema principale per noi che è il flusso di cassa: un’azienda che produce soldi – anche con un nuovo governo, anche con una rivoluzione, salvo che non ci siano casi estremi, ne vediamo alcuni ma abbastanza localizzati – poi ricomincia a produrre e pertanto noi in qualche modo questo rischio riusciamo a gestirlo. Primo paradigma: i rischi non li possiamo evitare, e questo è un problema europeo rispetto all’America se guardiamo i tassi di crescita, ma dobbiamo imparare a gestirli. È impossibile poter affrontare una qualsiasi attività imprenditoriale se uno non è disponibile a prendersi dei rischi.
Il secondo punto del paradigma che è cambiato fortemente è la problematica della liquidità. Noi oggi vediamo che rispetto al 2008-2009, mentre prima se facevamo 100 il prezzo di un’operazione l’80% era rischio contro parte, cioè il rischio che prendevamo in relazione a quello che era il non pagamento e il 20% era il prezzo della liquidità, se andiamo a vedere oggi si è invertito completamente il rapporto: oggi l’80% è la liquidità e il rimanente è il rischio contro parte. Da qui la necessità per noi di muovere verso operazioni di mercati di capitali e da qui un altro paradigma europeo dove non credo – ma sentirò poi il commento del mio collega della banca – che si possa fare un’impostazione di crescita esclusivamente sul bilancio delle banche, quindi dovremo attivare fonti alternative di finanziamento. Non mi piace l’espressione mini bond, ma comunque tutto quello che attiva questo tipo di strumenti. E lì, di nuovo, un pochino di provocazione si può fare perché questo è un paese dove ricorrentemente i governatori della Banca d’Italia che si sono succeduti nelle loro relazioni hanno affermato che bisogna ampliare questo mercato, ma questo mercato poi si è ampliato molto poco. Rispetto all’America non c’è paragone, ma anche in relazione ad altri mercati europei il nostro tasso è molto minore.
Diciamo quindi che ci sono rischi-opportunità, ma io ritengo che la parte “opportunità” in questo nuovo mondo possa di gran lunga superare la parte “rischi”, perché se siamo riusciti noi a gestire in modo discreto il nostro bilancio producendo degli utili molto significativi negli ultimi otto anni, vuol dire che anche un’azienda lo può fare.
L’aspetto che, contrariamente al passato, ci pone in una situazione diversa è quello che oggi il nostro primo rischio, singolo, è che una società americana basata a Miami, per cui, di fatto, vi fa capire perfettamente come è cambiato totalmente lo schema del nostro tipo di attività. Cioè, richiamavo prima il paradigma: oggi quello che è importante è fare valutazione di rischi che sono rischi privati, poi si può discutere quali società sono private o pubbliche, comunque di base quello è tendenzialmente il nostro tipo di attività.
Cos’altro si può aggiungere, diciamo che secondo noi abbiamo un problema europeo ancora oggi, per cui secondo me bisogna cercare di prendere alcuni provvedimenti che siano a livello europeo perché in molte situazioni in Italia siamo ancora un po’ sub-scale, cioè abbiamo una scala che non ci consente di avere una dimensione per poter fare una crescita importante. Vi do qualche elemento, di nuovo, io non sono un’economista, ma sono stati elaborati dal nostro ufficio studi e li presenteremo a Milano la prossima settimana. Abbiamo provato a mettere insieme una filiera importante italiana nel settore alimentare, abbiamo fatto una prova. Intanto il settore alimentare non è soltanto il settore che produce come “alimento”, ma è un settore dove ci possiamo aggregare tutta una serie di situazioni dove siamo molto bravi, se pensiamo al packaging, alla vetrificazione, ai macchinari agricoli o, più in generale, ala nostra agricoltura. Abbiamo guardato a questo settore come a una filiera complessiva e abbiamo notato tre cose: la prima è che nel mondo ci sono tre trilioni di questo tipo di attività che girano, quindi un numero chiaramente immenso, e che noi di questi tre trilioni ne prendiamo quaranta miliardi, cioè annualmente questa filiera ha questo tipo di numero, quindi un numero relativamente molto basso rispetto all’opportunità; ci sono poi tutta una serie di indicatori che andrebbero tirati fuori, perché anche la comunicazione a volte gioca negli stati emotivi complessivi. Per esempio avete visto, e noi tutti abbiamo sofferto, che sulle problematiche geopolitiche, in particolare, la cosa che più ci ha danneggiato sono le sanzioni, non tanto le problematiche, perché poi, quando le sanzioni vengono disegnate a Bruxelles, sono sanzioni che non tengono conto di quello che effettivamente succede e quindi se ci sanzionano una certa controparte nei confronti della quale un’azienda italiana si trova impegnata nella realizzazione di un progetto, nelle more della realizzazione se non si chiarisce bene se sarà possibile realizzarla, chiaramente questa non passa.
Però, sempre per dare dei cenni sulle diversità e sulle sensibilità che spesso abbiamo, la Polonia, paese che non credo evochi in nessuno di voi delle eccitazioni particolari, è in pratica superiore in termini di export a quello che facciamo nei confronti della Russia. Di fatto, anche alcune notizie e la loro gestione, vanno scontato guardando effettivamente quali sono poi i numeri: se oggi il nostro numero per il 2014 sconta un 20% di riduzione di export verso la Russia, probabilmente – ed è la domanda che ho rivolto al mio ufficio studi – se l’avessimo guardato prima della crisi avremmo avuto la Russia che era leggermente superiore alla Polonia. Comunque, di fatto, il nostro “percepito” sulla problematica russa è stata una problematica molto forte, di difficoltà per tutta una serie di ragioni.
Chiudo dicendo che noi speriamo di ampliare la nostra attività, c’è un programma che dovrebbe vederci poter dare – come fanno molte società che fanno questo tipo di attività, oltre alle garanzie anche il credito diretto – anche lì, diciamo, il Paese sulla concorrenza qualche volta stenta a trovare delle coincidenze, perché ne abbiamo parlato molto di questo schema, però abbiamo visto che c’è anche chi non vorrebbe che noi facessimo questo perché ci vede concorrenti con altri. Noi riteniamo che questa concorrenza non ci sia, in quanto il modo in cui abbiamo cambiato il nostro modello di business ci vede dare oggi garanzie al 100% di copertura, per motivi di vincolo di bilancio spesso gli istituti di credito su operazioni di medio-lungo termine, per cui è naturale che se garantiamo il 100% possiamo andare noi a fare un funding e a farlo più competitivo rispetto a quella che oggi è la struttura storica.
Per cambiare le cose, perché il malato possa guarire, noi possiamo ancora, l’ho imparato da un signore che si chiamava Ossola, che ha fatto l’impianto che ancora supporta la nostra tipologia di attività negli ultimi anni Sessanta. Per cui, cinquant’anni dopo è cambiato parecchio, però il Paese resiste ostinatamente ai cambiamenti, quindi dare qualche vitamina a coloro i quali si oppongono ai cambiamenti potrebbe essere una soluzione.

 

F   rancesco Iorio – Io devo dire che rispetto a un anno fa indubbiamente vedo una situazione più favorevole. Il professor Deaglio si ricorda quale era la mia posizione al riguardo, un po’ più negativa sulle prospettive di breve periodo del Paese.
Perché c’è una situazione più favorevole? Sicuramente ha influito il Quantitative easing e questo indubbiamente è un fatto positivo, poi approfondirò sull’efficienza allocativa anche rispetto a questa liquidità che è a disposizione; ci sono tassi bassi, c’è un cambio favorevole e questo ovviamente ha un effetto positivo sull’export, le borse sono andate un po’ su, quindi le attività finanziarie nelle tasche degli italiani in questi anni sono migliorate un po’ e quindi c’è un po’ più di confidenza verso i consumi e una testimonianza di questo è nel PIL del primo quadrimestre, che almeno nelle stime segna un dato positivo. Questi sono gli aspetti favorevoli, però da un punto di vista strutturale io non credo che sia cambiato molto, perché restiamo sempre un paese con cui è difficile fare affari e quindi attrarre investimenti e capitali dall’estero, siamo dal 50º al 70º posto nelle diverse sfaccettature, dalla parte fiscale, dei trasporti, della certezza del contenzioso legale e via dicendo; non c’è un’espansione dei redditi, ma se non c’è reddito non c’è neanche risparmio e neppure confidenza nei consumi, quindi manca il driver interno per la ripresa del PIL, c’è una disoccupazione che resta ancora alta, quindi un mercato del lavoro freddo, c’è una produttività (costo del lavoro per unità prodotta) molto bassa, quindi permane un problema strutturale di produttività del paese, c’è una capacità produttiva interna che si è ridotta dall’inizio della crisi del 25%, vuoi perché abbiamo delocalizzato vuoi perché delle aziende hanno chiuso a causa della crisi. Questa è una riduzione della cilindrata del motore del paese su cui c’è poco da discutere, se prima avevamo un 3.000 adesso abbiamo un 2.500 e con un 2.500 c’è meno ripresa, c’è meno abbrivio, c’è meno velocità e questo è qualcosa su cui ragionare in otica prospettica. Da un lato credo siano state fatte delle cose importanti per agevolare in qualche modo la ripresa, ma dall’altro ritengo che ci sia ancora molto da fare in un’ottica strutturale perché questa ripresa sia duratura e di lungo periodo.

 

   Fabrizio Saccomanni – Grazie, sono lieto di essere qui ancora una volta alla presentazione del Rapporto del Centro Einaudi, mi ricordo di essere venuto una volta, forse un paio di anni fa, quando il titolo del Rapporto era La crisi che non finisce, il “mai” era forse trattenuto nella penna, comunque mi sembrava implicito nella presentazione. Oggi abbiamo questa ricerca disperata, quindi c’è un po’ un filone pessimistico, però, chiaramente, il quadro è meno negativo.
Io mi limiterò a fare alcune sottolineature sui punti del Rapporto, che nella sua interezza è del tutto condivisibile, che secondo me giustamente, dal punto di vista dell’Istituto Affari Internazionali, comincia parlando dello scenario globale che certamente ci condiziona molto. Mi piace sottolineare questo aspetto degli sconvolgimenti e dei sommovimenti o dei terremoti che colpiscono vari aspetti del funzionamento dei sistemi economici, io stesso in un viaggio negli Stati Uniti l’anno scorso rimasi colpito dalla frequenza con cui mi veniva detto che la prospettiva dell’impatto delle tecnologie sul lavoro, sui sistemi produttivi e sulla finanza si poteva riassumere con la parola disruption, che non è proprio una parola positiva, non è il sommovimento creativo di cui parlava Schumpeter in passato. È un fatto che ha degli aspetti positivi e degli aspetti negativi, per altro l’impatto immediato era quello dei rischio di cancellazione di milioni di posti di lavoro per effetto delle nuove tecnologie che poi possono dar luogo a nuove opportunità di lavoro, ma appunto con il rischio che è stato ben sottolineato da Mario Deaglio che si creino nuovi posti di lavoro che però producano redditi più bassi di quelli che si sono persi. In realtà le nuove tecnologie pagano molto bene giovani con grandi capacità di analisi e di ricerca e inventività, però poi li circondano di lavori più umili di accompagnamento a questi centri affascinanti che pullulano nella Silicon Valley.
Visto che qui ci sono dei banchieri e, certamente, essendo io stato per tanti anni alla Banca d’Italia, devo dire che l’attività finanziaria è quella che rischia di più per effetto delle nuove tecnologie, perché le attività tradizionali delle banche sono oggi un po’ parcellizzate in settori, o svolte da imprese, che non sono delle banche. Quindi c’è uno sviluppo enorme dell’attività di trasferimento nel sistema di pagamenti che viene gestito oggi in forma elettronica da società che non sono banche. Il fatto che il sistema di pagamenti trasmigri dalla banca tradizionale in un telefonino, come sta succedendo in Africa, dove appunto essendo arrivati per ultimi saltano i passaggi intermedi che noi abbiamo fatto e vanno direttamente a quello più tecnologicamente avanzato. Ma lo stesso sta avvenendo per un’altra delle funzioni tradizionali della banca che è la valutazione del rischio della clientela, una volta si diceva della banca che la sua funzione era quella di valutare il rischio e di conoscere il cliente, oggi attraverso la gestione dell’informazione, attraverso il cloud computing e altre diavolerie che non saprei nemmeno bene come descrivere, resta il fatto che ci sono delle società che fanno la valutazione del rischio, ma la fanno istantaneamente aggiornandola minuto per minuto e la vendono poi a delle società anch’esse non bancarie che poi erogano prestiti mettendo in contatto degli investitori e venture capitalist direttamente alle imprese senza passare per le banche. Quindi, diciamo, un problema di non poco momento che pone questioni non solo alle banche ma anche alle autorità di regolamentazione e di sorveglianza, un punto dunque che va attentamente valutato.
L’altro aspetto che mi interessava era il riferimento al fatto che gli economisti sono sotto accusa perché non hanno visto da quando la regina Elisabetta II, ricevuta con onori regali alla London School of Economics affermò in maniera molto brusca: «Ma come, siete tanto bravi ma nessuno di voi ha previsto questa catastrofe?», generando così una serie di sommovimenti per lo meno nell’attività di autoriflessione svolta dagli economisti. Infatti, se si effettua una ricerca sul web site alla voce “ri-thinking economics” fuoriesce una enorme lista di contributi in quanto c’è effettivamente in atto un’attività di ripensamento non da poco. Per altro, io sono stato di recente auna conferenza a Washington che si chiamava appunto “ri-thinking le politiche macroeconomiche” e, alla fine, il capo economista del Fondo Monetario Internazionale ha detto che c’è stato un grande lavorio di ripensamento, ma che finora non si era capito bene quale sarebbe stato il punto di arrivo di questo riesame delle politiche macroeconomiche, monetarie e fiscali o di altre innovazioni come le politiche cosiddette macroprudenziali, che dovrebbero garantire la stabilità finanziaria internazionale. Anche qui lavorio intenso con risultati però non clamorosi.
Mi è piaciuta anche la definizione della “cattiveria” nelle relazioni internazionali perché credo che sia effettivamente un problema col quale dobbiamo fare i conti. Esiste per effetto della crisi un ripiegamento su posizioni di tipo nazionalistico da parte di tutti quanti, questo lo si vede chiaramente nella spaccatura che c’è tra i vari paesi sul modo in cui intendono gestire il dopo-crisi e sul come cercare di uscirne. I paesi industrializzati – che per brevità definiamo del G7, tra i quali c’è anche l’Italia – quando si riuniscono concordano sostanzialmente su una linea di mantenimento dell’approccio tradizionale, che prevede la massima attenzione al risanamento degli squilibri interni, fluttuazione dei tassi di cambio, libertà dei movimenti di capitale, e questo dovrebbe provocare l’aggiustamento degli squilibri. Invece i paesi emergenti, in primis la Cina, sono fautori di un approccio completamente diverso che prevede degli interventi sui mercati dei cambi, controlli sui movimenti di capitali, accumulazione di fondi di riserva per gestire situazioni di crisi. Quindi, complessivamente da questa divergenza di approcci è chiaro che emerge un quadro dove le tensioni protezionistiche e la frammentazione dei sistemi finanziari stanno facendo progressi. Un fattore sgradevole, perché poi dal protezionismo viene fuori una crescita insufficiente del commercio mondiale e, di risulta, una crescita insufficiente del reddito e dell’occupazione, soprattutto con riferimento a una situazione nella quale, non soltanto in Europa e i Italia, cominciano a pesare problemi strutturali come l’invecchiamento della popolazione e l’insufficiente crescita del reddito potenziale, con la necessità di fare dunque un riesame molto profondo delle strategie fin qui perseguite. Ora, è vero che la cooperazione internazionale si è affievolita e si guarda con una certa attenzione al fatto che, non tanto quest’anno che la presidenza del Gruppo dei 20 (che è il centro della cooperazione internazionale) spetta alla Turchia, ma l’anno prossimo spetterà alla Cina, e i cinesi – in parte in reazione al fatto che gli Usa hanno bloccato una riforma del FMI che avrebbe accresciuto il peso dei paesi emergenti – hanno lanciato una serie di iniziative al di fuori dei canali tradizionali della cooperazione internazionale, che si sono concretizzati appunto in questa banca per gli investimenti infrastrutturali, banca dei paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), questo grande progetto di investimenti sulla Via della seta, che dovrà costituire una dorsale degli investimenti infrastrutturali (trasporti, telecomunicazioni, eccetera) che va dalla Cina fino a Venezia, dove tradizionalmente la vecchia Via della seta terminava.
Questo, devo dire, si ricollega a cose che stiamo ripensando anche in Europa, cioè il programma di investimenti lanciato dal piano Juncker, sul quale si sta ancora lavorando ma che riflette la convinzione che si debba veramente riprendere in mano tutti quanti nel mondo intero il rilancio degli investimenti nelle nuove tecnologie e nelle infrastrutture, perché la crisi ha fatto sì che gli investimenti venissero sacrificati compromettendo così le prospettive di crescita futura. C’è oggi a livello internazionale una maggiore consapevolezza di fare uno sforzo maggiore in questo campo proprio per sconfiggere quel rischio di stagnazione secolare e di deflazione che qualcuno ha sollevato.
E veniamo adesso quindi all’Italia. Io credo che le analisi del rapporto siano completamente condivisibili, vorrei sottolineare solo un paio di cose. La prima è che questo drammatico crollo degli investimenti che c’è stato in Italia riflette anche la frammentarietà e le ridotte dimensioni del sistema manifatturiero del paese, che ha sofferto molto – se vogliamo guardarla da un punto storico – prima per l’apertura del Mercato Europeo e poi per la globalizzazione. Quindi tante imprese italiane si sono rivelate incapaci di competere perché non hanno fatto gli investimenti in nuove tecnologie e in innovazione, che però dopo le ha trascinate in un circolo vizioso, perché se non stanno più sul mercato certamente non investono è più. E credo che il dato preoccupante sia stato che il calo degli investimenti in Italia ha rappresentato un fenomeno che, per certi versi, non era nemmeno prevedibile, perché non sono stati nemmeno fatti quegli investimenti naturali di rimpiazzo dei macchinari divenuti obsoleti che, in qualsiasi ciclo economico precedente, a un certo momento – data la struttura del capitale e degli impianti – venivano rimpiazzati, invece questa volta non è successo neanche questo, dunque siamo di fronte a una sorta di pessimismo che non lo ha consentito.
Il problema di affrontare il tema della piccola dimensione delle nostre imprese è fondamentale, in quanto le imprese sono quelle che creano lavoro, che producono e che competono sui mercati. È un problema che – io ho affermato già prima di diventare ministro dell’Economia e ho ripetuto anche dopo – che richiede un’azione congiunta da parte del governo, che credo debba creare le condizioni per facilitare la crescita dimensionale, la fusione, l’investimento in capitale da parte delle imprese. Ma richiede anche l’intervento delle banche, che a loro volta devono imparare ad aiutare le imprese a crescere nella loro dimensione: l’atteggiamento di erogare finanziamenti soltanto a breve termine alla fine risulta penalizzante per tutti quanti, quindi forse anche le banche devono fare una riflessione anche in relazione alla disruption di cui parlavo prima, che a mio avviso impone un ripensamento. Infine anche alle imprese: il “piccolo è bello”, cioè la bandiera che abbiamo sventolato tante volte nei confronti internazionali. Sì, è vero, siamo il secondo produttore di manufatti dell’Europa, ma poi abbiamo i problemi che lo stesso dottor Castellano citava prima, inoltre abbiamo anche una quota modesta invece dei settori dove dovremmo primeggiare.
Questo è un punto importante, naturalmente anche l’importanza dell’investimento nel capitale umano oltreché nel capitale industriale e manifatturiero e su questo evidentemente non ho bisogno di soffermarmi. Ecco, io credo che un altro fattore che andrebbe analizzato un po’ meglio è quello del ruolo dell’instabilità politica in Italia e dei suoi riflessi sulle scelte degli investitori, dei finanziatori e dei consumatori, perché, in effetti, leggevo in un punto dove si dice: ma, nella seconda metà del 2013 si era creato un clima di moderato ottimismo che poi però è andato deluso; ecco, tra i fattori che hanno poi deluso secondo me c’è stato il fatto che – non per una valutazione di carattere politico, ma proprio per il fatto in sé che sia caduto il governo – si è riaperto un altro periodo che è sembrato breve, ma che non è breve, durante il quale si sono rimesse in discussione le priorità e certe iniziative, per carità: del tutto legittimo… però essendo l’Italia un grande paese con un’economia complessa, non si può permettere di gestire una crisi di queste proporzioni avendoci governi che durano dieci mesi, intervallati poi da periodi di quattro-cinque mesi, come dire, di ripensamento politico, perché queste cose poi che la gente, le imprese e gli investitori si domandano cosa farà il nuovo governo, se imporrà nuove imposte, se intraprenderà nuove iniziative come affronterà il problema del debito pubblico e via discorrendo. Sono quindi anche atteggiamenti cautelativi che non vanno stigmatizzati, sono dei fatti naturali, quindi l’importante è che la stabilità politica – della quale ne abbiamo avuta poca negli ultimi tre-quattro anni – possa ritornare. Anche perché – è stato affermato in maniera molto chiara – la congiuntura è migliorata per i fattori che sono stati menzionati, però i problemi strutturali sono ancora aperti, quindi è solo in un ottica di stabilità politica di medio termine che le politiche che, onestamente, dal Governo Monti in poi si sta seguendo la stessa strada: riforme strutturali, sostegno alla crescita, attività di mantenimento delle finanze pubbliche. Quindi, in linea con i dettami europei, una linea politica che deve poter continuare perché la congiuntura economica offre una buona occasione per affrontare questi problemi, che non deve essere sprecata pensando di poter fare a meno di assumere delle decisioni.
Ecco, queste erano le cose che mi hanno ispirato il Rapporto, un lavoro molto ben fatto e molto interessante, ora aspettiamo la versione finale. Grazie.

 

   Grazie anche per aver introdotto questo tema della politica, che in fondo mi colpiva non ne avessimo parlato per nulla, ma il professor Saccomanni è stato abbastanza chiaro nel sottolineare quelli che sono gli impegni che la politica si deve assumere in questa situazione. Allora, io chiederei a Mario Deaglio di concludere: il professor saccomanni a un certo punto ha citato Schumpeter a proposito della disruption, ma anche voi avete evocato Schumpeter nel Rapporto.

 

  Mario Deaglio – Ma, direi solo molto telegraficamente grazie al dottor Castellano per la puntualizzazione con esempi concreti sostanzialmente di ciò che dicevamo: una cosa è immaginarseli a tavolino e trovare dei riscontri nei mezzi di informazione, un’altra è saperli dal vivo, e vedere che le cose vanno nello stesso senso ci conforta. Grazie al dottor Iorio per aver puntualizzato la differenza di un movimento all’insù dell’economia quando la struttura rimane invariata e quando invece la struttura cambia. Il primo noi lo chiamiamo “rimbalzo”, e noi adesso stiamo vivendo un rimbalzo, e abbiamo ancora da rimbalzare parecchio.
La ripresa. La ripresa va pensata, ed è il rimbalzo che si stabilizza e che diventa sostenibile, quindi deve cambiare qualcosa nel meccanismo stesso. Grazie al dottor Saccomanni per una serie importante di osservazioni, per esempio quel suo accenno alla finanza e al rischio delle nuove tecnologie è precisamente un argomento che stiamo considerando di inserire nel prossimo Rapporto, questo rischio di scardinare il concetto di banca come l’abbiamo vissuto per molto tempo, e abbiamo poi anche tutte queste monete virtuali che girano su Internet che iniziano a costituire un problema. Quindi veramente un mondo che cambia in maniera molto rapida, per questo le nostre previsioni sono abbastanza sbagliate, però bisogna vedere se si riesce a fare di meglio e, al riguardo, la prima cosa che farò una volta rientrato in ufficio sarà di andare a a vedere il sito “rithinking economics”. Grazie.

 

   Una previsione sicura è che ci vedremo l’anno prossimo per la XX edizione del Rapporto sull’economia globale e l’Italia. Arrivederci.