Aspettando (se verrà) una nuova strategia europea di respiro globale, ma per il momento l’Europa si affanna nel gestire le crisi in atto

Aspettando (se verrà) una nuova strategia europea di respiro globale, ma per il momento l’Europa si affanna nel gestire le crisi in atto

Aspettando (se verrà) una nuova strategia europea di respiro globale,

ma per il momento l’Europa si affanna nel gestire le crisi in atto

 

(Redazione FS) – Uscito temporaneamente al di fuori dell’attenzione del grosso dell’opinione pubblica italiana (in questi ultimi giorni distratta da altri avvenimenti che hanno ricevuto un maggiore risalto mediatico) prosegue però ininterrotto verso l’Europa il disordinato flusso dei profughi delle guerra del Levante, che in questa particolare fase storica incrementa di molto quello dei cosiddetti migranti economici. Di fronte a questo dramma epocale i Paesi del vecchio continente hanno dato conferma delle loro profonde divisioni, mettendo ancor più in difficoltà – come se non fossero bastate le vicende frutto della grave crisi economico-finanziaria che ha prostrato una non indifferente parte della popolazione europea, la più povera e meno garantita – l’edificio comunitario basato sull’euro. Se fino a pochissimo tempo fa si parlava di Grecia solo ed esclusivamente a causa della sua situazione politica e della possibilità che non ripagasse completamente il suo debito e uscisse dall’euro, adesso se ne parla soltanto per l’emergenza profughi sulle isolette dell’Egeo e per la brutalità con la quale la polizia del governo Tsipras cerca disperatamente di gestire l’emergenza immigrazione. Proprio in Grecia, e anche in Italia, si dovranno aprire i tanto reclamati (soprattutto a Bruxelles e Berlino) hot-spot, nuovi centri destinati all’identificazione di quell’umanità di disperati che riuscirà in qualche modo a raggiungere le frontiere esterne meridionali dell’Unione europea. Ma, poi, questi poveri disgraziati quanto ce li terranno dentro questi hot-spot per identificarli? Un anno? Due anni? Questi centri assumeranno quindi le forme di nuove “Malagrotta”? E dopo? Cosa dovremo fare di costoro, rimandarli indietro al loro paese di origine? Ma come?

Le soluzioni apparentemente semplici a problemi come questi attengono all’inesauribile universo della demagogia, facile, appunto, e pagante nel breve periodo per quei politici arruffapopoli che – come usa affermare gergalmente di questi tempi – parlano alla pancia della gente indirizzando a essa messaggi semplici e categorici. In realtà, problemi come quello dei flussi migratori di massa sono destinati a complicarsi ulteriormente e, nel prossimo futuro, l’Europa dovrà attendersi spinte di diseredati di volumi molto maggiori. Ma, sarà in grado di sopravvivere a queste crisi l’Unione Europea oppure si frantumerà definitivamente?

Un interrogativo che è stato posto anche in occasione della presentazione di EU Crisis Management After Lisbon, ultimo libro di Nicoletta Pirozzi (responsabile di ricerca dell’area Europa dello IAI, Istituto Affari Internazionali), che ha avuto luogo il 29 settembre scorso alla Rappresentanza della Commissione europea a Roma e alla quale hanno partecipato, oltre all’autrice, Agostino Miozzo (del Dipartimento della Protezione Civile), Nicola Latorre (Presidente della Commissione Parlamentare Difesa), Alessandro Azzoni (Capo Unità PESC/PSDC, MAECI), Gianni Bonvicini (Vicepresidente vicario dello IAI) e Alberto Negri (giornalista, inviato speciale del “Il Sole 24 Ore”).

Per trattare questo spinoso argomento è utile riagganciarsi alla risposta semplicistica ma inefficace fornita dai non pochi demagoghi attivi sulla scena politica e mediatica italiana: aiutiamo gli extracomunitari che fuggono a casa loro allo scopo di ridurre questi flussi di persone disperate. Ma farlo è certamente più complicato che dirlo, in ogni caso l’Unione europea fino a oggi si è imbarcata in 21 missioni civili, 11 militari e una mista. Al giorno d’oggi, però, rispetto al passato le cose sono molto cambiate, in tutti i sensi, sarebbe infatti impensabile soltanto concepire un intervento sul modello di quelli nei Balcani degli anni Novanta, nei quali alla fine i peacekeeper delle missioni multinazionali riuscivano a garantire cornici di sicurezza al personale che operava nell’assistenza alle popolazioni e al nation-building. Al riguardo, però, si dovrebbe ricordare che per rendere “stabili e democratici” paesi delle dimensioni del Molise si dovettero impiegare decine di migliaia di militari pesantemente armati ed equipaggiati che, in non pochi casi, non avrebbero potuto operare efficacemente se non avessero ricevuto il supporto tecnologico statunitense. Tuttavia, a quel tempo si trattò di far fronte alle esigenze del momento, fu infatti anche per questo che l’Unione europea sviluppò una propria capacità militare di risposta alle crisi, che venne in seguito implementata soprattutto dopo il 2003 – prima con l’approvazione dell’European Security Strategy di Solana e, successivamente, dal Trattato di Lisbona – quando si registrò un graduale incremento quantitativo degli impegni assunti.

Lisbona appunto, è proprio lì che venne rinvenuto un fondamento giuridico sulla base del quale si delineava il principio della possibilità di creare delle aggregazioni volontarie di Paesi europei all’interno dell’Unione allo scopo di effettuare missioni militari. Ma i meccanismi istituzionali che da allora sottendono e precedono l’invio in aree di crisi di missioni civili e/o militari si sono dimostrati inadeguati. Intanto per la loro approvazione queste missioni necessitano dell’approvazione all’unanimità del Consiglio europeo – cosa non facile dati i contrastanti interessi dei vari Paesi membri, soprattutto dopo gli ultimi allargamenti a est – inoltre, una notevole mole di complicazioni derivano dalla farraginosità della burocrazia europea, complessa di per sé e incapace di fornire risposte in tempi rapidi. Nonostante questo fino al 2012 pochissime missioni comunitarie si bloccano, seppure a partire dal 2008 la crisi economico-finanziaria avesse provocato tra i suoi effetti anche l’assestamento del Trattato di Lisbona.
E quando i conflitti iniziano a lambire l’intero arco di crisi dell’Unione europea i limiti emergono con sempre maggiore evidenza: gli interessi nazionali diretti nutriti nelle specifiche aree di crisi dalle varie leadership dei Paesi membri vanno a incidere sempre di più sulle decisioni e sulle modalità di intervento; tutti cercano di evitare missioni ad elevata intensità di rischio (è oltremodo ovvio: se non ci sono interessi diretti quale governo rischierebbe a cuor leggero di esporsi agli occhi della propria opinione pubblica logorandosi in termini di consenso a causa di perdite umane in teatri bellici di scarso interesse); i costi delle missioni militari e/o civili comportano dei non indifferenti oneri finanziari in capo ai Paesi partecipanti; infine, ma non meno importante, molto spesso senza il sostegno americano o della Nato non si va da nessuna parte.

Ma, allora, nel 2015 quale governo europeo rischiererebbe la vita di migliaia di soldati per pacificare la Siria o la Libia? Oggi il clima è enormemente mutato e il vecchio modello di missione militare maturato e perfezionato in contesti quale quello balcanico a partire dagli anni Novanta è divenuto quindi inadeguato. Attualmente si assiste a un nuovo corso politico, i Paesi dell’Unione europea rinazionalizzano le loro politiche di difesa, questo mentre divengono sempre più aspri i confronti su varie questioni di importanza cruciale tra i vari membri (al riguardo si pensi all’esempio fornito dalle divisioni sul problema dei rifugiati tra i Paesi dell’Est e quelli dell’Europa meridionale); insomma, le sfide poste sono sempre più grandi e, conseguentemente, la situazione si fa maggiormente critica.
Un altro esempio sul quale riflettere: il cosiddetto “califfato” è ormai a ridosso delle frontiere meridionali dell’Ue, ma non solo, ha anche colpito più volte in territorio europeo. Ebbene, senza un accordo internazionale tale problema non troverà concreta soluzione, ma, ammesso e non concesso che l’Ue abbia una strategia, essa è adeguata all’attuale difficile contesto?

Esistono gli strumenti normativi per agire, abbiamo visto essere in vigore il Trattato di Lisbona, però l’Europa è di fronte a un drammatico vuoto politico, nel senso che non ha – e di risulta neppure esprime – una visione politica comune. Le classi dirigenti europee non sono all’altezza della situazione? Questo è certamente un altro interessante interrogativo, che va ad aggiungersi a quello sulle politiche di vicinato, altro fallimento. Ma esiste davvero un “vicinato” oppure risulta impensabile (e per alcuni anche stupido) pensare di tenere insieme una quantità di paesi diversi e di interessi diversi all’interno di un’unica idea di politica di vicinato?

C’è chi afferma che va comunque recuperata una visione strategica comune, ma sarebbe egualmente velleitario affermare che per il solo fatto che ci sia una convergenza su una politica comune metta l’Unione europea nelle condizioni di risolvere i problemi, e – in ogni caso – per cercare di trovare una soluzione resta imprescindibile un accordo tra le grandi potenze, Russia e Usa. Nicoletta Pirozzi, autrice del saggio presentato, con gli strumenti che la Ue ha adesso in mano qualcosa si potrebbe ancora fare.
«È vero che c’è una carenza di strategie – ha affermato – però i meccanismi e le istituzioni europee possono venirci incontro anche al di là dell’unanimità mediante l’impiego di strumenti alternativi, come l’iniziativa assunta da alcuni paesi. Ben venga un approccio inclusivo – ha concluso la Pirozzi – anche per distinguersi da altri attori che si muovono nel vicinato».

Per la responsabile di ricerca dell’area Europa dello IAI bisogna guardare non solo alla crisi di per sé, bensì in un’ottica di lungo periodo senza temere eventuali effetti “del dopo intervento” (l’allusione era chiaramente in primo luogo ai teatri libico e siriano), in quanto tali timori non dovrebbero impedire l’azione europea, prima di tutto nel vicinato e poi a livello internazionale.

In cauda veneenum, due paroline sul nostro dirimpettaio mediterraneo: che fare con la Libia? Anche qui gli interrogativi non sono pochi. La situazione nel Paese nordafricano è drammatica, in questa sede non staremo a ricordare né la condizione di stato fallito del Paese nordafricano, né la sua frammentazione (che ha portato a una polverizzazione dei referenti sul terreno) e neppure le responsabilità in ordine al crollo del regime di Gheddafi che ha dato la stura a tutto il resto. Come è noto adesso è in svolgimento una missione navale. Dopo la prima fase di raccolta delle informazioni di intelligence si è passati a quella (navale) di contrasto degli scafisti, ma sul terreno – se vengono eccettuate strane attività che assomigliano molto ad “eliminazioni mirate” poste in essere da oscuri personaggi (uomini dei corpi speciali coadiuvati da agenti dei servizi segreti?), vedasi la strana morte del boss degli scafisti di Zuwara – sul terreno (boots on ground per capirci) nessuno vuole però andarci, e comunque – in ogni caso – una missione del genere necessiterebbe di un pronunciamento preventivo del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, impensabile in questo momento. Chi si occuperà di Tripolitania, Cirenaica e Fezzan? L’Italia, già potenza coloniale e alleata del dittatore Gheddafi?

Al momento, ovviamente, intelligence e diplomazia sotterranea sono attive nella ricerca di un accordo, o per lo meno di un cessate il fuoco, tra le maggiori fazioni impegnate nel perdurante conflitto in atto nell’ormai definitivamente frammentato Paese nordafricano. Come accennato grande è la confusione sotto il cielo, ma di eccellente in questo caso c’è solo il numero di morti che rimangono per terra e i riflessi in termini negativi per l’intera regione. Scontiamo tutti le conseguenze dell’attivismo militare francese, faccia oscura del declino strategico di Parigi, che non è stato accompagnato – come invece avrebbe dovuto essere – da forme di guida della transizione post-Gheddafi. Oggi si parla molto della guerra di Sarkozy ma meno del suo dopoguerra. Si afferma che se in Libia fosse stato speso 1/10 di ciò che a suo tempo venne stanziato per la transizione dei länder già appartenenti alla DDR e degli altri Paesi dell’Europa dell’Est i risultati forse sarebbero stati ben diversi. Invece con la Libia l’Unione europea ha nuovamente “giocato”, lo testimonia tra l’altro il vergognoso fallimento della missione EUBAM Libya (EU Border Assistance Mission in Libya), 50 milioni di euro gettati al vento per inviare sul posto alcuni consiglieri presto ritirati e ospitati in un albergo a cinque stelle di Malta perché in Libia non sussistevano le condizioni di sicurezza per la loro permanenza. Sarà difficile far cessare il fenomeno dell’antipirateria con le politiche attuali, un’azione antipirateria efficace in un paese come quello non può basarsi solo sull’arresto di alcuni scafisti, perché le comunità locali vivono su questo business. Ora la situazione è quella che è: i “governi” in carica sono due (Tripoli e Tobruk), in Cirenaica il generale Aftar – sostenuto direttamente dall’Egitto – è ancora impegnato nell’azione militare, ma con scarsi risultati pratici, di risulta l’intelligence italiana si trova a dover lavorare su alcuni gruppi libici, gruppi sui quali, se si deciderà di puntare, andranno finanziati e appoggiati. Per quanto riguarda la coesione europea e le sue politiche, beh… siamo lontani da quella che potremo definire una strategia comune per il Nord Africa e il Medio Oriente. La storia recente impietosamente ce lo ricorda, basta tornare al 2003, quando per gli Usa si profilò l’opportunità per attaccare militarmente le forze di Assad: allora quattro Paesi aderenti all’Unione europea avevano mantenuto le loro delegazioni diplomatiche a Damasco, mentre, negli stessi giorni altri due Paesi Ue erano invece pronti ad attaccare i siriani al fianco degli americani…