Siria: massacro e stallo. Arrivano i russi, ma il conflitto è destinato a durare ancora a lungo.

Siria: massacro e stallo. Arrivano i russi, ma il conflitto è destinato a durare ancora a lungo.

Britannici e australiani si accingono a bombardare gli obiettivi del cosiddetto Stato islamico in Siria, i francesi sono già attivi, questo mentre Washington avalla l’interventismo dei suoi alleati occidentali. Ma, nonostante le chiacchiere fatte circolare sulla stampa da un affannato Françoise Hollande e dai suoi soci, tutti sanno perfettamente che soltanto con l’air power i jihadisti del “califfato” non verranno certamente sconfitti.

 

(Redazione, 11 settembre 2015) – Isis non schiera una forza irresistibile, ma, al contrario, evidenzia dei propri limiti strutturali: in primo luogo deve mantenere il controllo del territori, quindi diviene più vulnerabile di una formazione terroristica sul piano dello scontro militare (che per forza di cose è notevolmente meno asimmetrico); poi, assumendo le forme e la sostanza di uno “stato” ha delle necessità finanziarie impellenti di molto superiori a quelle di un’organizzazione terroristica ”pura” (tipo al-Qa’eda per capirci), di risulta diviene possibile colpire le sue fonti di approvvigionamento, quali ad esempio quelle del contrabbando di petrolio (ceduto sul mercato nero a prezzi estremamente ribassati, anche fino a 20 dollari al barile); infine, il califfato per affermarsi sui campi di battaglia deve fare necessariamente affidamento sulla partecipazione di massa dei sunniti, aspetto che lo rende meno travolgente in quelle zone dove muta la componente etnica (cioè dove si registrano consistenti insediamenti diversi da quelli sunniti: gli sciiti presso Baghdad, i curdi in Iraq e in Siria, i cristiani ad Aleppo, gli alawiti a Damasco e lungo la fascia costiera siriana).

Per eliminare i miliziani di Daesh ci vogliono gli scarponi sul terreno e quelli, almeno per il momento, ce li hanno invece messi i soldati russi. In fondo nessuno si era mai illuso che il Cremlino potesse abbandonare una posizione a tal punto strategica per i suoi interessi nazionali: per Mosca, infatti, l’approdo nel Mediterraneo riveste una importanza fondamentale, soprattutto alla luce della spietata lotta per il controllo del suo “estero vicino”, la cui praticabilità ha rischiato di essere messa in discussione negli ultimi anni. Sottrarre queste regioni all’influenza russa allo scopo di esercitarne una propria è stato il principio che ha informato l’azione degli storici avversari della Russia, Usa e, a diverso titolo, Turchia e monarchie del Golfo persico. Adesso i fanti di marina delle Brigate autonome 810 e 336 sono sbarcati a Latakia e Tartus, aprendo un altro capitolo di questo lungo conflitto che parrebbe non lasciare intravedere spiragli di soluzione. Tutta la questione va ricondotta sul piano politico-diplomatico, ovviamente in parallelo a un concreto e risolutivo contrasto dell’Isis sul campo. Non esistono soluzioni alternative.

Dunque il ponte aereo organizzato da Mosca per Assad prosegue. I velivoli decollano dalle piste della penisola della Crimea e dalle altre basi militari nel sud della Russia alla volta di Mezze e Jablah in Siria. È stato possibile farlo solo aggirando il tentativo di blocco aereo che Washington ha tentato di imporre a Putin esercitando pressioni sulla Bulgaria e sulla Grecia di Alexis Tsipras. Sono molti gli “occhi elettronici” che tracciano le rotte dei mastodontici Antonov: americani, israeliani, turchi, sauditi, francesi… I radar scrutano anche altri aerei recanti diversi identificativi alfanumerici sulle loro ali e fusoliere, velivoli che, però, sempre al tartassato e vacillante regime di Bashar Assad recano aiuti. Si tratta di iraniani. Per arrivare in Siria si deve necessariamente sorvolare l’Iraq, lo spiraglio di cielo rimasto ancora aperto ai turboelica di Putin. Obama non ha potuto tirare eccessivamente la corda con Rouhani, al momento c’è troppa carne al fuoco per alimentare inutilmente eccessive tensioni (si legga: il difficile accordo sul nucleare di Teheran). Fonti israeliane riferiscono che la contemporanea presenza di elementi dell’intelligence statunitense presenti e attivi in territorio iracheno – sostanzialmente impegnati nella direzione del fuoco contro gli obiettivi dell’Isis – nel guidare il fuoco contro i miliziani del califfato (droni e altro) potrebbero potenzialmente essere causa di collisioni in volo con gli apparecchi russi, di conseguenza Washington in queste ore avrebbe rallentato il volume dei suoi attacchi ai jihadisti. Per i russi l’estensione della rotta comporta un incremento in termini di costi e tempi di percorrenza: un velivolo da trasporto Antonov AN-124 per una trasvolata diretta sopra il bacino del Mediterraneo – lunga poco più di mille chilometri – impiega mediamente due ore, mentre per atterrare sugli stessi aeroporti siriani, però passando dal Caspio e, successivamente, attraverso gli spazi aere di Iran e Iraq – una rotta di quasi tremila chilometri – i tempi e i consumi risultano triplicati. Il blocco degli spazi aerei “decretato” dagli statunitensi non ha comunque sortito gli effetti che essi speravano. Al riguardo, nel primo pomeriggio di oggi Bloomberg ha poi fatto rimbalzare la notizia secondo la quale all’interno dell’amministrazione democratica al potere a Washington esisterebbero dei disaccordi sul come impedire ai velivoli russi di raggiungere la Siria. Il presidente – si afferma – non sarebbe stato a conoscenza delle pressioni esercitate dal Dipartimento di Stato sul governo della Bulgaria affinché questi negasse il suo spazio aereo a Putin. Barack Obama non avrebbe reagito bene alla rivelazione di due funzionari governativi e avrebbe cominciato a prendere in esame tutte le opzioni per superare questa fase critica. È ovvio che si tratta di un lancio di agenzia di stampa non casuale, un aspetto che conferma l’esistenza di diverse anime in seno al governo e alle agenzie statunitensi, che però altro non fa se non confermare la volontà di non precipitare la situazione in ambiti ancora più difficili. Fra le ipotesi sul tavolo del presidente ci sarebbero il confronto con la Russia sulla Siria e una cooperazione nell’ambito della lotta allo Stato islamico. Michael Morell, ex vicedirettore della Central Intelligence Agency (CIA), ha rivelato che Sofia aveva negato il suo spazio aereo alla Russia su pressione degli Usa, aggiungendo che gli Usa sono in grado di rispondere al tentativo russo di rafforzare la propria presenza in Siria tagliando le rotte aeree che il Paese utilizza per raggiungere il Medio Oriente.

«Una rotta importante era quella turca, ma le autorità di Ankara non hanno concesso l’autorizzazione – ha spiegato l’ex funzionario del servizio segreto, proseguendo che – l’altra rotta decisiva è quella che passa per la Bulgaria e la Grecia, ma gli Stati Uniti hanno aperto un dialogo con le autorità di Sofia alla fine hanno dato il loro assenso a non concedere il sorvolo ai russi».

Nel caso in cui la rivelazione di Bloomberg sia attendibile – e probabilmente lo è – si tratta di una sincerità parziale da parte del Presidente americano. La manifestato al mondo della debolezza politica interna dell’amministrazione in carica e, allo stesso tempo, una palese presa di posizione strumentale ai fini della sottrazione dalle gravi responsabilità in ordine alla tragedia siriana (e alle sue future conseguenze). Infatti, non è pensabile che alla Casa bianca non si abbia consapevolezza del numero di uomini delle forze statunitensi e dei servizi di sicurezza – con diversi compiti presenti in quello specifico teatro operativo – e delle azioni da loro poste in essere.

In passato, per oltre trenta anni la Siria baathista ha avuto un rapporto privilegiato con l’Unione sovietica, superpotenza che dalla metà degli anni Cinquanta divenne il punto di riferimento di quei paesi mediorientali appena affrancatisi dal dominio coloniale. La Siria, trovatasi a diretto contatto con Israele e stretta dalla nuova alleanza filo-occidentale tra Turchia e Iraq (il Patto di Baghdad stipulato nel 1955), cercò il sostegno dell’Egitto rivoluzionario di Nasser e nell’Urss di Kruscev. Nel 1957 venne siglato il primo trattato di cooperazione economica con Mosca e, in seguito, altri finanziamenti dal blocco comunista giunsero a Damasco al momento in cui Siria ed Egitto si fusero nella Repubblica araba unita, esperienza statuale che ebbe breve durata, dal 1958 al 1961. Con l’avvento al potere del partito Baath (avvenuto nel 1963) si accentuarono i legami con l’Est europeo: lo Stato siriano assorbì dai paesi comunisti l’impianto organizzativo del sistema di governo, burocraticamente accentrato, oltreché l’accentuata militarizzazione. A partire dal 1970 fu il pragmatico Hafez Assad (padre dell’attuale presidente Bashar) a implementare il canale politico con Mosca nel tentativo di far uscire il suo paese dall’isolamento internazionale nella speranza di recuperare i territori perduti nella guerra dei sei giorni del 1967 combattuta contro lo stato ebraico. Egli era consapevole che per i russi la Siria avrebbe potuto rappresentare un ottimale zona di sorveglianza e proiezione della forza, quindi accettò di fornirgli basi aeree e navali. La cooperazione militare bilaterale proseguì anche dopo la guerra dello yom kippur del 1973, subendo una battuta d’arresto nell’agosto del 1976, dopo che Assad intervenne in Libano contro le forze palestinesi dell’Olp. Ma la fase di crisi nei rapporti venne superata nel 1979 con la stipulazione del Trattato ventennale di amicizia e cooperazione tra i due paesi. Questo è il periodo in cui viene registrato un incremento esponenziale della presenza di consiglieri militari sovietici in Siria, 4.000 uomini ai quali si affiancarono altri 1.000 assistenti tecnici civili che vennero integrati nell’apparato pubblico. Nel 1980, nel pieno della rivolta islamista, consiglieri militari sovietici e agenti del Kgb addestrarono gli ufficiali di Assad fornendo loro le capacità di reprimere l’insurrezione. La Siria è stato uno dei maggiori destinatari di sistemi d’arma esportati dall’est comunista, principalmente da Urss e Cecoslovacchia.

Oggi la Russia interviene direttamente al fianco delle forze di Assad, un intervento ritenuto necessario a causa delle gravi difficoltà nelle quali si trova il regime, pressato dall’iniziativa nemica su diversi settori del fronte (Assad stesso ha ammesso che le sue forze armate non sono in condizioni di presidiare l’intero territorio siriano). Sono diverse le ragioni che portano il Cremlino a sostenere il suo alleato di Damasco: evitare che Bashar, una volta irrimediabilmente sconfitto sul campo di battaglia, venga costretto alla fuga abbandonando così ciò che resta del territorio del suo paese che ancora controlla; per Mosca, oltre all’influenza nella regione, questo vorrebbe anche dire perdere gli approdi navali nel Mediterraneo. Ed ecco allora il rischieramento delle unità militari della flotta nella fascia costiera siriana popolata prevalentemente da alawiti (la minoranza al potere nel paese – 11% del totale della popolazione – della quale fa parte anche il clan Assad e che controlla le forze armate, nonostante esse siano multiconfessionali e i servizi segreti) e il controllo di aeroporti come quello di Latakia, indispensabile a operazioni di trasferimento massivo di uomini e materiali. Mosca mira così ad assicurarsi la praticabilità di una porzione di territorio esteso dal confine con la Turchia a quello con il Libano, un luogo che in un futuro prossimo potrebbe anche divenire il luogo di un’eventuale “ridotta” per Bashar Assad e ciò che rimarrà del suo gruppo di potere qualora la stessa capitale Damasco dovesse cadere nelle mani dei suoi nemici. Dagli sviluppi di questi ultimi giorni si ricava in ogni caso la conferma di un aumento del ruolo internazionale di Mosca, che con il ponte aereo in Siria è riuscita a spostare almeno temporaneamente le attenzioni del mondo dal conflitto ucraino e dalle guerre congelate del Caucaso settentrionale.