URANIO, PETROLIO E GAS NATURALE: LE NUOVE GUERRE DI PARIGI A SUD DEL MEDITERRANEO

URANIO, PETROLIO E GAS NATURALE: LE NUOVE GUERRE DI PARIGI A SUD DEL MEDITERRANEO

(Autore: redazione, maggio 2015) -

   Interventismo militare francese a sud del Mediterraneo: proiezioni e percezioni di Parigi nell’area. Le attuali minacce alla sicurezza sono transnazionali e data la loro natura non si manifestano più in un solo paese, ma assumono caratteristiche del tutto particolari: volatilità, asimmetria e, appunto, transnazionalità.

Oggi nessuna organizzazione regionale offre la possibilità di inglobare tutti i paesi di un continente (si pensi alla peculiare posizione del Marocco, condizionata dalle sue politiche nella regione del Polisario con l’annosa questione dell’indipendenza del popolo saharawi), di risulta si pone la necessità di fare riferimento a logiche orizzontali. I diversi attori impegnati nel contenimento di dette minacce, animati dal bisogno di tutelare i propri interessi nazionali, intervengono spesso nei cosiddetti “paesi emergenti”. È anche su questo terreno che Parigi deve misurarsi con i suoi concorrenti economici globali, primi tra tutti ovviamente gli Stati Uniti d’America, ma anche la Cina Popolare, sta penetrando sempre più profondamente queste zone sia mediante strumenti economici e finanziari (quali la Banca Asiatica per le Infrastrutture di recente costituzione) sia militari (Pechino è il secondo contributore di peacekeepers dell’Onu).

Per quanto concerne la Francia, a oggi il suo strumento militare è in grado di essere impiegato in non più di due operazioni. Quelle in atto hanno luogo in Mali, Centroafrica e Libano. A Parigi taluni analisti sottolineano che anche la risposta alle di varie crisi internazionali fornita dall’Armée sarebbe in fase di evoluzione e che l’interventismo militare francese andrebbe perciò relativizzato. Esistono, infatti, missioni di lunga durata (Unifil Libano va avanti ormai da venticinque anni) e missioni molto più brevi (come quelle nell’Africa subsahariana), quindi la logica di risposta andrebbe affrontata insieme agli alleati a partire dal primo gradino, rappresentato dalla ricostruzione delle istituzioni dei paesi oggetto di intervento (si pensi al Mali). Insomma, un burden sharing della sicurezza che comporterebbe la condivisione di oneri e impegni in chiave europea.  Ma la carenza di governance e l’insicurezza di quelle regioni non sono il frutto di esclusive responsabilità di attori esogeni, dato che la carenza di omogeneizzazione dello sviluppo tra il centro e la periferia è una condizione generata dall’effetto congiunto di vari fattori, ad esempio quelli climatici e quelli bellici. Il continente africano conta oggi circa un milione di abitanti e nel 2020 è previsto che ne avrà il doppio, questo, naturalmente, se il tasso di crescita della popolazione rimarrà attestato al 5-6%, ma esso potrebbe anche conoscere un incremento fino al 20%, con prevedibili effetti dirompenti sul piano demografico.

I francesi attualmente concentrano il loro focus strategico – dove si impegnano militarmente di più – nell’area delimitata dai tre lati immaginari del triangolo formato da Algeria, Niger e Mali, col primo paese che riveste un’estrema importanza nel quadro complessivo della stabilizzazione della regione saheliana. Per Parigi è in corso una fase di ripensamento del complesso dei rapporti di vicinato che dovrà superare il vecchio modello organizzativo impostato sulle politiche d’influenza sulle sue ex colonie di lingua francofona. Il nuovo modello da adottare sarà quello delle comunità economiche regionali basate sull’integrazione e lo sviluppo nell’ambito della cosiddetta “nuova corsa all’oro in Africa” (New Scramble for Africa). I limiti della Francia appaiono oltremodo evidenti: lo strumento militare non ce la fa più a sostenere tutte le proiezioni esterne dettate dalla strategia nazionale, quindi deve giocoforza coinvolgere altri partner nei progetti di intervento delle proprie aree di influenza. Ma l’interrogativo è se essa stessa si configuri davvero come un partner in grado di condividere le informazioni in suo possesso, e inoltre, se sono realmente possibili delle forme di vicinato strategico in Africa occidentale. In primo luogo va rilevato che il “subappalto” in materia di politica e di sicurezza ai paesi della sponda meridionale del Mediterraneo (Algeria, Marocco e Libia) ha sortito il non indifferente effetto collaterale di acuire le rivalità e la conflittualità intermaghrebina, oltretutto, per ottenere dei risultati concreti la Francia dovrebbe trovare un punto di condivisione strategica con l’Italia che la porrebbe nelle condizioni di trascinare il resto dell’Unione europea nelle proprie politiche, ad esempio nell’Africa lusofona – Angola e Mozambico – dove sia Parigi che Roma rinvengono grandi interessi. Ma è noto che in ambito europeo una visione strategica comune latiti, laddove invece si registra l’evidente prevalenza degli interessi nazionali: la ragione è che perseguendo uno sviluppo della periferia attraverso relazioni bilaterali con i paesi emergenti i vari membri dell’Unione europea riescono a mantenere elevati margini di capacità negoziale, che altrimenti, nell’ambito di un approccio multilateralistico, subirebbe una notevole riduzione. L’attacco militare alla Libia che ha portato alla deposizione di Gheddafi risulta quindi emblematico delle scarse capacità dei paesi europei di esprimersi con un’unica voce.

Ma allora?

L’interesse di Parigi per la Libia è strettamente correlato alla sicurezza delle tre frontiere dello stesso paese nordafricano; se queste dovessero cedere completamente la situazione nella regione sub-sahariana si deteriorerebbe al punto che i francesi non sarebbero più in condizioni di tamponare l’emergenza manu militari. A tal proposito risulta ancor più evidente l’importanza della loro base avanzata di Madama, utilizzata per effettuare operazioni alla frontiera con il Niger (questo anche in ragione delle risultanze di bilancio, infatti il Libro Bianco della Difesa 2008 ha previsto non più di quattro operazioni contestuali). A Parigi vertici e analisti si aspettano che la prossima operazione a presidio delle frontiere libiche non sarà della Nato o dell’Unione europea, perché – affermano – dovrebbero prendervi parte attiva attori regionali che hanno in comune con la Libia migliaia di chilometri di frontiera. In primo luogo l’Egitto del generale al-Sisi, che non essendo in grado di contrastare l’insorgenza jihadista nella penisola del Sinai teme fortemente un incremento dell’instabilità interna anche in ragione del transito in corso (primavera 2015) di una quantità spropositata di armi leggere (si parla di un numero di 12.000 tra fucili e altre armi di squadra) dirette dalla Libia alla striscia di Gaza. I terroristi di oggi sono soggetti de-territorializzati che, all’occorrenza, si spostano attraversando le frontiere di vari paesi – come ad esempio è accaduto nel Mali – destabilizzando così le zone di passaggio e di insistenza. La risposta fornita alla minaccia da alcuni stati della regione che si sono trovati di fronte a questo difficile scenario – ad esempio l’Egitto – è stata quella di regionalizzare la propria crisi interna. La Francia conta molto sul Marocco per mantenere un’accettabile livello di stabilità nell’Africa nord-occidentale, il suo rapporto privilegiato con Rabat si scontra però con la posizione non neutrale dell’Algeria, conseguenza anche della rigidità manifestata dai marocchini sulla questione del Sahara occidentale, dove perseguono pervicacemente la loro politica di occupazione spingendo conseguentemente i giovani saharawi verso il jihad.

L’Africa subsahariana rappresenta per la Francia l’ultima frontiera economica. Oggi per le sue ex colonie – una ventina di paesi – Parigi non rappresenta più il partner principale, essa negli ultimi anni è stata soppiantata dagli Usa e dalla prorompente Cina. È dunque in questa regione che attualmente si confrontano i vari attori economici mondiali, che intervengono per facilitare la penetrazione in quei mercati delle loro imprese industriali e commerciali. Oggi in Europa la politica difensiva è frazionata e il fianco sud viene lasciato solo in prima linea. Non esiste una visione strategica unitaria. Però, nel frattempo l’Africa esplode e, in parallelo alle laceranti tensioni e alle altrettanto numerose crisi, a livello locale viene riscontrato il forte desiderio di passare anche alla trasformazione delle proprie materie prime, fino a oggi esportate nel nord del mondo in cambio di “aiuti allo sviluppo”. C’è chi è convinto che per il continente nero sia necessario promuovere una sorta di nuovo piano Marshall, superando definitivamente la logica del vecchio patto coloniale. L’Unione europea indirizza in africa il 60% del totale degli aiuti allo sviluppo erogati da tutto il mondo, ma, se in Africa giungono a vario titolo – e in varie mani – circa 60 miliardi di euro, altri 67 provengono invece dalle rimesse degli emigrati verso le loro famiglie rimaste nei paesi di origine.
Francia, Medio Oriente e Africa: scenari energetici, il nuovo mix energetico di Parigi. A seguito del grave incidente alla centrale nucleare giapponese di Fukushima, in Francia è stata avviata una profonda riflessione sulle politiche energetiche nazionali. Una rivisitazione del modello fino a quel momento adottato, che ha preso le sue mosse dal rifiuto dell’elettrogenerazione ottenuta mediante il nucleare, seppure meglio sarebbe parlare di una riduzione nei termini di circa il 25%, in quanto si pensa di passare dalla soglia del 75% dell’attuale soddisfazione dei fabbisogni energetici a quella del 50%. Secondo alcuni analisti francesi questo processo di riduzione di un terzo del nucleare presenterebbe notevoli complessità e, in ogni caso, una transizione energetica non significherebbe automaticamente la realizzazione di una contestuale politica energetica. Il mix energetico di Parigi, oltre a un 50% di nucleare, dovrà dunque derivare anche da altre fonti, obiettivo che i francesi dovranno cercare di conseguire tenendo comunque conto del limite prefissato per il 2030 che imporrà una riduzione del 30% dei consumi di combustibili fossili, principalmente petrolio, utilizzando comunque ancora una quota non irrilevante di gas. Si incrementerà la quota relativa alle fonti rinnovabili, tuttavia è evidente che parlare di una riduzione dei consumi di petrolio di questa portata è più facile facile quando il barile costa 120 dollari, molto meno quando la sua quotazione si abbassa a 50… Dunque le strade alternative percorribili sono quelle dell’efficienza energetica – ad esempio attraverso la promozione e il sostegno dei lavori di rinnovamento termico degli edifici – anche se, in concreto, una scelta del genere equivarrebbe a uno sforzo titanico, dato che i costi di intervento su una singola abitazione vengono stimati mediamente in 20.000 euro e se si vorrà perseguire realmente tale ambizioso obiettivo lo si dovrà fare ristrutturando 100.000 abitazioni all’anno per i prossimi venti o trenta anni.

Il fatto che la Francia si interroghi sul proprio modello energetico già da qualche tempo è anche il portato del “peso” delle varie fonti che compongono il suo mix, con la ben nota sensibile incidenza del nucleare, che – in tutti i sensi – impone tempi lunghi sia nella fase di progettazione sia della realizzazione degli impianti che in un eventuale passaggio ad altre fonti. Vanno poi considerati i costi: in generale, in Europa per ottenere una reale transizione nel settore energetico bisognerebbe stanziare 300 miliardi di euro all’anno alla voce “investimenti”, in sostanzcioè la stessa cifra messa in qualche maniera assieme per il cosiddetto piano Juncker recentemente varato in campo economico. Però, una riduzione del nucleare a Parigi inciderebbe anche sulla sensibilità energetica dei paesi vicini, in particolare sull’Italia, che con la Francia condivide importanti interconnessioni energetiche. Una delle future possibilità paventate è quella della collaborazione nei settori in cui l’Italia riveste attualmente posizioni di forza: si potrebbero realizzare assieme interconnessioni energetiche delle reti del gas e dell’elettricità, laddove oltralpe la prevista transizione presupporrà lo stanziamento di 20-25 miliardi di euro sul carbone (a cifre 2010), su complessivi 50 miliardi di euro.

 

La Francia e il petrolio: unica fonte non sostituibile. Il petrolio, almeno allo stato attuale delle tecnologie, permane l’unica fonte energetica insostituibile, dato che, praticamente, a esso non esistono  ancora alternative in grado di alimentare i motori a ciclo otto degli autoveicoli, i grandi propulsori delle navi, gli assetati reattori degli aeromobili, gli impianti di elettrogenerazione e quelli industriali in genere. C’è poco da fare: il greggio – più o meno sporco di zolfo o estratto in “aree calde” – continua a costituire una fonte energetica strategica al cui approvvigionamento i governi dei vari paesi dovranno necessariamente provvedere.

Nella sua storia ormai secolare , una data, quella dell’esplosione della Prima guerra mondiale, rappresenta il momento in cui assunse primaria importanza divenendo la fonte fossile assolutamente necessaria per il funzionamento degli eserciti di massa impegnati nel conflitto. La consapevolezza che il petrolio si sarebbe imposto sullo scenario industriale dopo la conclusione degli eventi bellici era ben chiara a tutti già prima della capitolazione austro-tedesca del 1918. Naturalmente anche i francesi si interessarono a esso, constatando però, loro malgrado, che gli americani se ne erano già assicurati il controllo. Fu soltanto nel secondo dopoguerra – quando nel mix energetico nazionale le fonti vennero gradualmente sostituite nei termini delle quantità consumate – che il petrolio divenne l’elemento dominante. Era il periodo in cui Parigi, al pari delle altre potenze alleate vincitrici, cercava di perseguire il disegno strategico della costituzione di un proprio spazio energetico nei territori dei paesi suoi “amici”. A quel tempo l’egemonia statunitense nel settore collimava con lo strapotere esercitato dalle cosiddette “sette sorelle”, una situazione che indusse i francesi a non affidarsi completamente al mercato per gli approvvigionamenti, spingendoli invece ad agire per il tramite di una compagnia petrolifera nazionale appositamente costituita con capitali sia pubblici che privati. Negli anni Cinquanta e Sessanta la Elf stipulò accordi commerciali con Gabon, Congo e Camerun, ma non con l’Algeria, che nel frattempo aveva ottenuto l’indipendenza facendo perdere “tre preziosi dipartimenti territoriali” proprio alla Francia. Se nel passato la Edf aveva stabilito quale politica elettrica avesse dovuto perseguire il paese, ora la Total (compagnia a capitali misti) poteva fare altrettanto per il petrolio. Così, seppure in diversa misura, le imprese industriali determinarono la politica estera del Quai d’Orsay: la Elf poté quindi radicarsi nell’Africa francofona, dove esplorò, estrasse e trasportò il greggio con il supporto del governo di Parigi.

Al giorno d’oggi si ritiene spesso che la situazione sia ancora la medesima, ma in realtà non è così a causa della totale liberalizzazione dei mercati e dei prezzi avvenuta negli anni Ottanta e Novanta, nonostante il sistema petrolifero rimanga tuttora sotto il controllo e l’organizzazione degli statunitensi. Sono due gli assi fondamentali attraverso i quali Washington si assicura il mantenimento di questa posizione dominante: uno è il controllo del settore energetico da parte di attori privati, che perseguono a livello globale il massimo profitto imponendo le liberalizzazioni agli altri paesi (negli Usa, infatti, non esistono compagnie petrolifere pubbliche); l’altra è la dimensione militare, che è in grado di assicurare il controllo sull’80% dei flussi mondiali di petrolio. Quest’ultimo aspetto spiega anche perché gli americani non si interessano eccessivamente al momento della produzione, essi – mediante il sea power della US Navy – controllano gli oceani dove avvengono i flussi e, di risulta, hanno la certezza che il petrolio prodotto arriverà comunque sui mercati di cui loro hanno il controllo.

Oggi la Francia avrebbe dunque rinunciato all’approvvigionamento autonomo di petrolio, ma questo non significa che non abbia impellenti urgenze in materia di sicurezza energetica. Attualmente, le importazioni di questa materia prima dai suoi partner non superano il 15% del totale, mentre contorni diversi assumono però quelle di gas naturale, dove Russia e Algeria pesano in maniera rilevante sulla bilancia commerciale. La diversificazione degli approvvigionamenti garantisce in ogni caso una relativa sicurezza al paese, infatti, attraverso il ricorso alle scorte stoccate è possibile soddisfare ¼ del fabbisogno annuale francese, una necessità emersa soltanto durante la crisi russo-ucraina del 2009, quando Parigi si è vista costretta ad attingere gas naturale dai propri stoccaggi. Per altro, negli ultimi anni i rapporti con Mosca sono andati deteriorandosi, e alle relazioni diplomatiche hanno dovuto supplire quelle precedentemente stabilite dalle imprese industriali dei due paesi. La domanda di gas naturale è stagnante, di conseguenza le strutture dedicate – gasdotti e terminali – risultano sottoutilizzate rispetto alla loro massima capacità produttiva fino a quote del 30%, e i flussi energetici che prima raggiungevano l’Europa adesso si indirizzano principalmente verso l’Asia.

 

Nucleare francese e uranio africano. Per il funzionamento delle sue numerose centrali nucleari Parigi deve garantirsi l’uranio necessario, quindi paesi produttori come il Niger assumono per lei una vitale importanza. Ecco allora spiegato il suo recente attivismo militare in Africa, in particolare l’intervento nel Mali, con tutte le conseguenze del caso, come il problema costituito dall’insorgenza dei tuaregh.