LIBIA E DINTORNI TRA RIMINISCENZE E PILLOLE DI DIETROLOGIA

LIBIA E DINTORNI TRA RIMINISCENZE E PILLOLE DI DIETROLOGIA

Pubblicato da “Le Rimesse” nel marzo 2011; autore: THX-11 38

   Dovrebbe essere noto a tutti che l’interesse è il motore del mondo e, quanto più grande è questo interesse, tanto più potente sarà il motore in grado di generare i mutamenti storici, sia in senso positivo che negativo. Al giorno d’oggi, indubbiamente, con una certa dose di eleganza utilizzando il termine “stake holder” gli analisti dei più prestigiosi think tank internazionali indicano comunemente i cosiddetti moderni portatori di interessi. Ma chi sono in concreto questi portatori di interessi? Proviamo un po’ ad affrontare sinteticamente questo argomento servendoci di alcuni esempi in parte risalenti al recente passato. La Itt, società multinazionale delle telecomunicazioni che, al tempo degli Stati Uniti d’America di Henry Kissinger e Richard Nixon, era particolarmente interessata al rame cileno non era forse anche lei uno stake holder?

   Gli interessi di questa grande corporation risultarono estranei alla decisione della CIA di implementare il corso degli eventi che portarono al colpo di stato di Santiago e alla conseguente assunzione del potere da parte della giunta militare del generale Augusto Pinochet?

   E ancora, la stessa Unione Sovietica, superpotenza priva di grandi capacità di sviluppo economico e di penetrazione commerciale, aveva dovuto necessariamente impostare la sua espansione in termini politico-militari, però, di fronte a crisi di un certo rilievo adeguò sempre le sue politiche alla normale pratica di un paese esportatore, legata più a considerazioni di mercato che a valutazioni politiche. Questa strategia di penetrazione faceva perno sull’influenza nel Terzo Mondo, che, secondo gli analisti e i vertici comunisti, era finalizzata a una “gestione completa” delle materie prime. La ragione era che le risorse che Mosca si assicurava attraverso i suoi rapporti con i Paesi in via di sviluppo venivano considerate non tanto per il rendimento immediato che erano in grado di offrire (seppure questo a volte si verificasse, come ad esempio nel caso dei guadagni marginali derivanti all’Urss nel 1980 quando tentò di condizionare il corso del prezzo del platino), quanto come strumento per acquisire posizioni di potere a livello internazionale, utilizzabili in seguito nell’eventualità di trattative o scontri con l’Occidente. Ebbene, quella nomenklatura che venne applicata dapprima nell’era della dottrina Brezhnev e, in seguito, ma senza eccessiva soluzione di continuità anche dal (vecchio) Politbüro di Yuri Andropov, non era forse un altro grande stake holder? Infine un esempio che dei nostri giorni: le ramificate organizzazioni mafiose albanesi (o quelle russe, georgiane, armene, eccetera…), nel complesso delle loro attività criminali, della loro pianificazione finanziaria e dei loro appetiti rivolti ai tessuti economici “sani” delle società dove purtroppo attecchiscono, non rappresentano forse anche loro dei (perniciosi) stake holder (altro non fosse per il peso che hanno sul volume complessivo del PIL mondiale)?
Ecco, appunto, l’interesse che muove il mondo in questi giorni sta animando gli istinti dei belligeranti (palesi e occulti) che dilaniano la Jamahiriya Araba Libica Socialista Popolare, cioè quello che rimane della Libia del colonnello Muhammar Gheddafi. Una guerra costa molto, ma in compenso genera profitti all’industria del settore armiero. Al riguardo basterà riflettere sul fatto che, in particolari fasi storiche, circa il 10% del PIL mondiale viene stanziato a vario titolo dagli stati per la funzione difesa (e non solo per quella). Un ritorno economico, inteso in termini complessivi, deve dunque necessariamente esistere, altrimenti un conflitto – qualora non risulti davvero strettamente necessario – non conviene né scatenarlo e neppure parteciparvi con dei propri contingenti di truppe. Ergo, in sede di pianificazione i profitti di varia natura potenzialmente derivanti da un impegno bellico, ovviamente, devono risultare maggiori dei costi, altrimenti non si otterrebbero né rendite politiche immediate né di posizione. Nell’attuale situazione libica sembrerebbe invece che una chiara e preordinata strategia di fondo non esista e che i protagonisti sulla scena del teatro nordafricano stiano invece inseguendo gli eventi e i mutamenti epocali in atto nella regione.

   Guerra di liberazione o definitiva liberazione da Gheddafi? Nell’esasperata proteiformità della situazione è comunque possibile intravedere una costante: i reali obiettivi della coalizione internazionale – che va ricordato, nonostante le fughe in avanti del presidente francese Nicholas Sarkozy agisce in ogni caso su mandato dell’Onu – si vanno delineando con maggiore chiarezza: Gheddafi se ne deve andare via dal paese, vivo (al momento in cui vengono scritte queste righe l’Uganda si è offerto per ospitarlo in un eventuale esilio dorato) oppure morto. Questo mentre è calato il più totale silenzio sulla misteriosa vicenda del rimorchiatore d’altura Asso 22, imbarcazione noleggiata dall’Eni all’Agusta Off-Shore sequestrata (?) dalle autorità di Tripoli poco dopo l’inizio dell’attacco militare mentre navigava in acque territoriali libiche per ragioni che non sono del tutto chiare. È stata accampata un’ipotesi: i servizi segreti italiani potrebbero aver elaborato un piano per l’evacuazione del leader della Jamahiriya e di parte del suo clan dalla Libia e, allo scopo specifico scopo, l’Aise (erede del Sismi) avrebbe mantenuto i suoi contatti stabiliti in precedenza con alcuni membri della famiglia molto vicini al colonnello; il rimorchiatore italiano non sarebbe stato dunque sequestrato, al contrario, intenzionalmente inviato in Libia per salvare Gheddafi, quindi la sua posizione verrebbe continuamente monitorata via satellite dall’intelligence di Forte Braschi. È del tutto lecito presumere che da Roma i servizi segreti e la Presidenza del Consiglio dei Ministri abbiano mantenuto contatti con la cerchia ristretta del colonnello anche a guerra scatenata, questo in ragione del possibile futuro della presenza italiana in Libia o di ciò che di essa resterà nel caso si dovesse addivenire a una divisione in due del paese con un Gheddafi malconcio ma ancora al comando a Tripoli.
Fino a poco tempo fa l’oggetto della discussione verteva su chi dovesse comandare la missione militare alleata sulla Libia: Parigi non voleva che il comando andasse alla Nato per avere le mani maggiormente libere e quindi bombardare meglio non soltanto gli eventuali obiettivi indicati nella Risoluzione Onu 1973, ma complessivamente tutto il resto del dispositivo militare di Gheddafi, rendendo in questo modo la Coalizione di Bengasi soverchiante e, quindi, nelle condizioni di abbattere il leader di Tripoli. Un po’ come si fece in Kosovo con l’Uçk nel 1999, la variegata formazione armata indipendentista albanese che era impegnata in una guerriglia, ma che si trovava in difficoltà, in quanto fiaccata sul campo dall’offensiva militare sferrata alcuni mesi prima dalle forze jugoslave del presidente Slobodan Milošević, cioè quando la Nato divenne l’aviazione delle unità terrestri al comando dei vari Haradinaj e Thaçi. Oggi in Libia l’opposizione ha scatenato una rivolta violenta ma priva di controllo, che ha condotto a una guerra civile, nel corso della quale ad alcuni elementi di spicco in passato parte del vecchio gruppo dirigente del regime al potere (ad esempio l’ex ministro dell’interno) si sono in seguito aggiunti soggetti che ricoprivano ancora incarichi istituzionali, come l’ambasciatore libico all’Onu, che ha defezionato subito dopo l’inizio degli attacchi militari e, recentemente, l’ex ministro degli Esteri (responsabile, per altro, anche di una branca dei servizi segreti di Gheddafi), che poi ha trovato rifugio a Londra. Obiettivo dei ribelli e delle potenze che li sostengono è quello di smembrare la Libia al fine di consentire un migliore controllo dall’esterno di sue ampie porzioni di territorio. Sotto questa luce si comprendono meglio le ragioni che sottendono all’aggressiva politica di Sarkozy nei confronti di Gheddafi: i francesi vogliono mettere la mani sulle materie prime energetiche libiche, per loro necessarie in vista di un prossimo scenario nazionale che vedrà la percentuale di elettrogenerazione da fonti nucleari in via di riduzione. Sempre da questa ottica, l’embargo navale imposto con la Risoluzione Onu 1973, che prevede l’interdizione via mare del traffico di armi facente capo alla Libia, avrebbe lo scopo di fronteggiare la futura situazione che si creerà nel momento in cui il conflitto transiterà dall’attuale fase virulenta a quella di una insidiosa guerra di posizione e di destabilizzazione, flemmatizzando così le forze locali alleate delle potenze rivali di Parigi impegnate nella contesa per il controllo del paese nordafricano.

Ci hanno già provato a farlo fuori, ma non ci sono riusciti… Esistono dei bravi medici che nell’ambito della loro professione svolgono funzioni molto particolari: cercano di pervenire alla conoscenza delle condizioni fisiche di un dato soggetto tracciando di esso un profilo clinico che si avvicini il più possibile al suo stato di salute reale. Essi non visitano personalmente l’esaminato, infatti, spesso si trovano addirittura a migliaia di chilometri distanza da lui, però hanno la possibilità di fare affidamento su tutta una serie di informazioni ricevute da altri o ricavate da immagini (datate e recenti) del soggetto “attenzionato”. Da un particolare colore della pelle del viso, unito magari all’informazione che il soggetto assume farmaci a causa di una specifica patologia, i medici in questione sono in grado di approssimare il grado di avanzamento di una malattia, anche terminale, o le condizioni di stress fisico e psicologico dell’attenzionato. Altri professionisti, invece, (criminologi, psicologi, psichiatri, eccetera) ne analizzano i comportamenti, le testimonianze sulle relazioni interpersonali di cui sono venuti in possesso, il linguaggio del corpo e molti altri aspetti allo scopo di ricostruirne il profilo psicologico. In queste attività sono all’avanguardia molti servizi segreti di paesi avanzati, si pensi alla CIA o al Lohammah Psichlogit (Lap), la cellula di analisi del Mossad israeliano responsabile dell’elaborazione dei profili psicologici di nemici e interlocutori dello Stato ebraico. Questo genere di analisi a volte contribuiscono all’assunzione di decisioni importanti, dato che – ad esempio – per i vertici di uno stato conoscere le condizioni di salute di un possibile interlocutore (ad esempio in vista di una difficile e defatigante trattativa bilaterale) o di un avversario (prima di decidere o meno se sferrare un attacco militare a un paese nemico oppure attendere un possibile futuro cambio della guardia al suo vertice per intavolare delle trattative). Con ogni probabilità, in qualche stanza della sede CIA di Langley sono conservati interi faldoni di profili clinici e psicologici di Muhammar Gheddafi, nonostante quest’ultimo, secondo la moda in voga tra gli arabi di una certa età, si sia tinto i peli del suo pizzetto di nero corvino.

   Quanto ancora lo lasceranno sopravvivere non è dato sapere. Di certo c’è che il padre della rivoluzione libica e autore della Terza teoria universale sta attraversando un brutto momento, anche se non è la prima volta che cercano di farlo fuori, perché ci hanno provato alla metà degli anni Ottanta, e anche in quel caso c’era lo zampino dei francesi.

   Per comprendere meglio quell’operazione è necessario seguire tutta una serie di triangolazioni: nel 1984, mentre in Ciad era in corso la guerra (che vide coinvolte le contrapposte fazioni armate del paese sub-sahariano, le truppe libiche sconfinate da nord attraverso il deserto e il dispositivo militare francese schierato permanentemente in Africa centrale), Parigi, di comune accordo con Washington e Baghdad, organizzò un tentativo di rovesciamento di Gheddafi. In quel momento l’Iraq di Saddam si trovava impantanato nel conflitto con l’Iran dell’ayatollah Khomeini, un’avventura militare, quella decisa dal dittatore iracheno, che dopo un iniziale parvenza di successo rivelò poi senza apparenti vie d’uscita. L’Occidente e i Paesi arabi “moderati” (Egitto di Mubarak e sauditi in testa) sostennero il regime baathista di Baghdad in una sorta di guerra per procura, fornendogli finanziamenti e massicci carichi di armi (anche relativamente sofisticate), ma, date le restrizioni derivanti dall’embargo internazionale precedentemente decretato dall’Onu nei confronti dei belligeranti del Golfo Persico, per rifornire Saddam si resero necessarie triangolazioni di vario genere. Usa, Gran Bretagna e Francia cooperarono attivamente con Saddam in campo militare ai danni dell’Iran, ma ci guadagnarono anche: Parigi fornì agli iracheni persino i reattori della centrale nucleare di Osirak, impianto che avrebbero poi distrutto gli israeliani con uno dei loro classici quanto micidiali raid aerei. Per i francesi la contropartita furono i lucrosi contratti per le imprese dei settori armiero e petrolifero (Total Elf Aquitaine in particolare). I sofisticati missili antinave Exocet lanciati dai moderni velivoli Super Etendard furono in seguito estremamente utili a Saddam per condurre devastanti attacchi alle petroliere che imbarcavano il greggio ai terminali petroliferi iraniani. Ma non solo, proprio con questi sistemi d’arma l’aviazione di Baghdad – che con i vecchi e malandati MiG che in passato gli avevano fornito i russi proprio non ce la faceva a piegare economicamente l’odiato nemico persiano – trasse degli enormi benefici dalle transazioni con Parigi, accordi che comprendevano “chiavi in mano” anche un certo numero di moderni semoventi di artiglieria Amx CGT e di sofisticati sistemi missilistici antiaerei mobili Roland. Agli iracheni arrivarono armi anche dall’Egitto, che le inviò attraverso il Sudan e la Somalia, mentre un importantissimo supporto a livello di intelligence venne fornito sia dagli storici alleati di Saddam (i servizi segreti sovietici del Gru e del Kgb) sia dagli americani, che passarono ai mukhabarat iracheni immagini satellitari rivelatisi essenziali per evitare un crollo del fronte. Una delle contropartite ottenute da Langley fu l’addestramento in Iraq degli oppositori libici di Gheddafi in vista di un regime change da attuare a Tripoli con la forza.

   Tutto questo avvenne mentre ai confini meridionali della Jamahiria continuava a consumarsi la ormai lunga guerra tra Gheddafi e la Francia, con i ripetuti tentativi di Tripoli di controllare e influenzare parte della regione sub-sahariana. Infine va ricordato l’attacco Usa al Golfo della Sirte dell’aprile 1986, quando il muscolare dispositivo aereonavale di Ronald Reagan – in ritorsione ad alcune azione terroristiche compiute ai danni di obiettivi americani la cui paternità era stata attribuita ai libici – bombardava le basi militari e i palazzi di Gheddafi. Tra le strutture colpite anche la nota caserma/residenza beduina del “padre della rivoluzione” a Bab al-Azizia oggi di nuovo nell’occhio del ciclone, dove, sotto le bombe degli F-111 dell’Usaf, trovò la morte una bambina figlia del colonnello. L’amministrazione Reagan optò per la Libia per la semplice ragione che colpire altri stati più importanti come Siria e Iran, anch’essi dichiarati sponsor del terrorismo, sarebbe stato più complicato sul piano militare e, soprattutto, avrebbe ingenerato problematiche crisi diplomatiche. Un quesito (retorico) sorse però immediato: ma, se tra i responsabili (non individuati) di quegli attentati terroristici che valsero da causa alla ritorsione armata statunitense ci fosse stato anche il gruppo di Abu Nidal, personaggio al tempo saldamente legato al regime iracheno – ufficialmente nemico di Israele, ma tatticamente alleato dell’Occidente e in guerra con l’Iran rivoluzionario di Khomeini – come si sarebbero dovuti comportare gli americani?

   Ma, sapete: il mondo cambia e le idee sono in movimento. Gheddafi ha sempre cercato di dipingere la sua immagine esterna come quella di un soggetto imprevedibile che ambiva alla leadership terzomondista, sempre pronto a imbarcarsi in battaglie a sostegno dei diseredati del mondo; dapprima al fianco dei palestinesi senza terra cacciati via dai sionisti, poi, a vario titolo e in vario modo, in Africa, soprattutto nella regione sub-sahariana, considerata un po’ come il proprio cortile di casa. Chissà se il colonnello in passato ha veramente creduto di poter assumere la guida dell’intero popolo arabo, scavalcando paesi guida come l’Egitto che, a un certo punto della loro storia, si erano collocati per convenienza accanto agli Usa. Quel mondo arabo in realtà non lo ha mai amato troppo, neppure quando sventolava con forza la bandiera del fronte del rifiuto contro Israele e gli americani. Al contrario, il più delle volte diffidava di lui.

   Dopo l’undici settembre 2001 fiutò l’aria che tirava e comprese che si erano aperti degli spazi da occupare, quindi si allineò senza troppi problemi all’Occidente, assumendo le sembianze del dittatore “amico” pronto a contrastare il terrorismo jihadista. Questo cambiamento di posizione lo sdoganò, con tutto il corollario di benefici che questo comportava, soprattutto sul piano economico in virtù della cessazione dei vincoli imposti dalle sanzioni di Washington.

   Approfittando della War on terror di George W. Bush, si trovò nelle condizioni di fornire all’intelligence Usa un’enorme quantità di informazioni su al-Qaeda e gli altri gruppi del terrorismo islamista e gli americani si resero conto che le informazioni passate da Tripoli erano di considerevole utilità. In seguito – nell’ambito di una struttura complessiva sviluppata subito dopo l’attentato terroristico di Lockerbie compiuto nel 1988 – negoziò la propria piena cooperazione alle indagini sull’episodio e la disponibilità a sottoscrivere una serie di accordi per il controllo delle armi e la proliferazione in cambio della cancellazione delle sanzioni economiche e la possibilità di essere riammesso nella comunità internazionale.

   Ma CIA ed MI-6 (i servizi segreti britannici) si erano posti obiettivi più importanti: Washington voleva che la Libia preparasse il momento dell’annuncio del suo cambio di rotta per a Bush di ingenerare nell’opinione pubblica un collegamento tra la “resa” di Tripoli e la decisione americana di attaccare l’Iraq (Saddam nel frattempo, cessato l’estenuante conflitto con l’Iran, era divenuto nemico degli Usa). Collegando Libia e Iraq si sarebbe potuta instaurare una relazione tra le armi di distruzione di massa di Saddam e la decisione di procedere all’invasione del paese arabo, questo malgrado in Iraq non ne fossero state scoperte. I servizi segreti di Tony Blair elaborarono un piano ancora più ambizioso, cercando di trarre vantaggio dalla disponibilità della Libia alla cooperazione usandola per infiltrarsi nel network nucleare dello scienziato pakistano Abdul Qader Khan (il padre dell’atomica di Islamabad e l’industria pakistana del settore era da tempo coinvolta in traffici illeciti di tecnologie di arricchimento nucleare e progetti nucleari con “stati canaglia”) e, quindi, organizzare un’operazione a sorpresa destinata a cancellare una minaccia maggiore di quella costituita dagli antiquati programmi libici. Gheddafi contribuì a mettere allo scoperto il network del mercato nero nucleare pakistano. Il 19 dicembre 2003 il governo di Tripoli annunciò la sua decisione di eliminare tutti i materiali, le attrezzature e i programmi necessari a una produzione di armi proibite a livello internazionale, incluse quelle nucleari. Il comunicato ufficiale rese noto che:

   “La Jamahiria aveva lavorato per parecchi anni con CIA ed MI-6 per giungere a un accordo sull’abbandono del programma WMD”.

   L’annuncio precisò che la cooperazione in corso, che risaliva al marzo 2003, era stata formalizzata nel settembre di quello stesso anno e accennò anche che per molti anni la Libia aveva lavorato in perfetto accordo con i servizi di intelligence di Usa e Gran Bretagna. L’amministrazione Bush sfruttò questo annuncio a scopi propagandistici in vista dell’invasione dell’Iraq, ma qui si è giunti al “capolavoro” della diplomazia segreta, cioè l’importante contributo di disinformazione fornito allo scatenamento della guerra in Iraq nel 2003.
La verità è la prima vittima della guerra e la propaganda ha la funzione di manipolare le coscienze delle opinioni pubbliche. Il giorno del più recente attacco aereo alleato contro Gheddafi, i canali della televisione di stato della Jamahiria libica hanno trasmesso le immagini dell’invasione anglo-americana dell’Iraq del 2003 accompagnandole con un commento musicale di sottofondo fatto di canti patriottici e rivoluzionari. L’intento evidente del regime (Gheddafi e i suoi controllano tutte e quattro le emittenti televisive di stato del paese) era quello di paragonare l’attacco imperialista occidentale a Saddam (un paese arabo fratello) a quello in corso in Libia allo scopo di associarli idealmente nelle percezioni dell’opinione pubblica interna. Il messaggio era chiaro: ci troviamo tutti sotto attacco degli imperialisti nell’ambito di un complotto internazionale. Certo, alla luce dei trascorsi di Gheddafi la cosa apparve oltremodo paradossale, visto che proprio lui, quando era un sodale dell’Occidente imperialist – cioè di Bush, Blair, Aznar e Berlusconi – fornì un contributo fondamentale all’avvio delle operazioni militari in Iraq. Infatti fu proprio il leader libico a boicottare il vertice della Lega araba tenutosi a Sharm el-Sheikh il primo marzo 2003 facendolo fallire. In agenda c’era l’ultimo tentativo possibile di evitare un sanguinoso conflitto, accettando che il dittatore iracheno si recasse in esilio con la famiglia e i soldi per consentire degli sviluppi democratici in Iraq. Gheddafi quel giorno, approfittando della trasmissione in diretta dei lavori del vertice arabo, prese improvvisamente la parola e attaccò violentemente i sauditi apostrofandoli come “venduti” in quanto avevano concesso agli americani l’uso del sacro suolo d’Arabia. Da questa battuta nacque un durissimo scambio di insulti che condizionò a tal punto da stravolgerli i lavori del vertice arabo, con il risultato che la mozione sull’esilio di Saddam non venne discussa e le dirette trasmesse dalle emittenti satellitari al-Jazeera e al-Arabiya vennero interrotte. Nei fatti si trattò di un vero e proprio boicottaggio dell’unica alternativa concreata al conflitto. Di lì a pochi giorni l’amministrazione neocon di Bush, trovatasi con le mani libere da opzioni alternative a quella bellica, avrebbe ordinato l’attacco militare all’Iraq. I fatti sono stati ampiamente documentati, ma varrà la pena ripercorrerne brevemente i retroscena.

   Una guerra utile al complesso militar-industriale americano avallata da Gheddafi (e Berlusconi). Il 19 febbraio 2003 il parlamento italiano votò a maggioranza assoluta la proposta presentata dai Radicali di Marco Pannella ed Emma Bonino, che impegnava il Governo della Repubblica a sostenere in tutte le sedi di organismi internazionali l’ipotesi dell’esilio del dittatore iracheno. Prima della guerra in Iraq si tennero due Consigli europei sulla situazione mediorientale, ma Roma non fece alcun accenno alla proposta votata dalla Camera dei Deputati, tradendone così il mandato.

   Il 22 febbraio 2003, secondo il documento reso pubblico dal Governo spagnolo – che riferiva dell’incontro al vertice avvenuto tra Bush e Aznar, con Blair e Berlusconi in collegamento telefonico – il presidente statunitense affermava:
«Esiste la possibilità che Saddam vada in esilio, sembra che abbia fatto sapere che è disposto ad accettare se gli permetteranno di portare con sé un miliardo di dollari. Gheddafi ha detto a Berlusconi che Saddam se ne vuole andare».
Alla successiva domanda rivolta dal premier spagnolo Aznar:
«Esilio con qualche garanzia?» Bush rispose:
«Nessuna garanzia. E’ un ladro, un terrorista».
Il 31 gennaio 2003 Bush incontrò Blair alla casa bianca. Nel “memo” dell’incontro redatto dal consigliere diplomatico del premier britannico David Manning si legge:
  C’è la possibilità che Saddam lasci l’Iraq di sua volontà, ma questo non può verificarsi a causa della tabella di marcia di Bush.
A questo punto Silvio Berlusconi sceglie Gheddafi come mediatore per espletare i tentativi di interlocuzione con Saddam, ma il primo marzo sarà proprio il libico a far saltare il tavolo della trattativa al vertice della Lega Araba di Sharm el-Sheikh insultando apertamente il principe saudita. In quella stessa sede il preseidente degli Emirati Arabi Uniti avrebbe dovuto annunciare che il dittatore iracheno era pronto ad accettare l’esilio. Gheddafi svolse dunque una funzione essenziale nello scatenamento della guerra in Iraq, quella guerra accuratamente preparata dal complesso militar-industriale americano che rinveniva in George W. Bush, Dick Cheney e Donald Rumsfeld i suoi principali referenti in seno all’amministrazione repubblicana. Il massiccio e costoso dispositivo militare statunitense era ormai completamente schierato ai confini iracheni, la macchina da guerra era già in moto, mancava solo l’innesto della prima marcia per avviarla e generare così massimi profitti per l’industria americana del settore armiero. L’esito di quel conflitto purtroppo è noto e il successo diplomatico di Gheddafi garantì in seguito l’elezione della Libia ai più prestigiosi incarichi all’Onu: dalla Commissione sui diritti umani al Consiglio di Sicurezza, passando per la presidenza dell’Assemblea generale. Il dittatore libico divenne – stavolta a tutti gli effetti – partner strategico dell’Occidente (definizione resa da Massimo D’Alema, parlamentare italiano dei Ds e attualmente presidente del Copasir).

   Il 30 agosto 2008 Italia e Libia siglarono un importante accordo per la collaborazione nel settore della difesa, sostenuto fortemente anche dall’amministrazione Bush, un fatto che non dovrebbe stupire se letto alla luce delle vicende sinteticamente ricordate in precedenza. A partire dal 2001 Gheddafi e il suo sanguinario regime dal rango di “stato canaglia” era divenuto un partner estremamente funzionale alla sicurezza dell’Occidente, questo grazie al recupero americano e al successivo mandato relativo alla sorveglianza dell’area settentrionale dell’Africa (Maghreb e Africa sub sahariana). Un nuovo ruolo per Gheddafi, destinato a rafforzarsi anche col nuovo presidente americano – stavolta democratico – Barak Hussein Obama. Il colonnello adesso era divenuto importantissimo per Washington: dopo essere stato lo strumento utilizzato per inceppare il programma nucleare iraniano (mediante la citata vicenda dell’infiltrazione del network nucleare di Abdul Qader Khan), il dittatore libico restava uno dei pochi partner su cui si poteva fare affidamento per tentare di instaurare un dialogo con Teheran sul delicato dossier dell’arma atomica.

   Ne uccide più il petrolio che l’orgoglio. Parafrasando una celebre canzone di Vasco Rossi in voga alcuni anni fa, si potrebbe candidamente affermare che nel caso della Libia (ma non solo) “ne uccide più il petrolio che l’orgoglio”. Già, perché le riserve di greggio presenti nel sottosuolo del Paese nordafricano, petrolio di buona qualità e di non difficilissima estrazione, ai livelli attuali dei consumi mondiali sarebbero sufficienti ad alimentare l’intero pianeta per circa un anno e mezzo, questo naturalmente senza contare le riserve di gas naturale, altra fondamentale materia prima energetica in possesso di Tripoli. Chi stipulò i contratti che in quel momento erano i più vantaggiosi, assicurandosi in questo modo diritti pluriennali per prospezioni ed estrazioni? L’Eni, cioè la società leader nel settore energetico partecipata al 30% dallo Stato italiano. Ma adesso, alla luce della crisi libica che ha isolato Gheddafi confinandolo nella sua “ridotta” della Tripolitania, cosa potrà succedere? Nel bel mezzo dei continui rivolgimenti di fronte, entrambi i belligeranti si sono affrettati a rassicurare Roma che una volta cessato il conflitto tutti avrebbero rispettato i contratti in essere precedentemente stipulati con Gheddafi (ovviamente i messaggi erano diretti soprattutto a Piazza Mattei), però non c’è certezza che questo accadrà per davvero. Sono molti gli interrogativi sulla futura correttezza – per ora soltanto dichiarata – sia del gruppo di potere facente capo al vacillante e tartassato colonnello di Tripoli che degli esponenti della Coalizione di Bengasi. Con ogni probabilità, chi si troverà a controllare le infrastrutture energetiche e i giacimenti imporrà una rinegoziazione dei contratti stipulati dalle imprese italiane. Ma stavolta non più da posizioni di forza derivanti dal rapporto privilegiato con Gheddafi e, quasi sicuramente, con dei concorrenti molto più agguerriti e introdotti nell’ambito dei nuovi padroni della Libia o di porzioni di essa.

   Coloro i quali hanno provveduto ad armare prima e a sostenere poi con l’air power i combattenti anti-Gheddafi della Cirenaica si accontenteranno esclusivamente della (per altro supposta) libertà dei libici e dell’incremento dei consensi politici interni in vista di future elezioni? Difficile, dato che sotto potrebbe esserci qualcosa d’altro, qualcosa in grado di mettere in moto tutta la macchina bellica …magari qualche altro consistente interesse manifestato da stake holders. A questo punto tutti sono naturalmente liberi di dilettarsi nell’esplorazione delle più varie ipotesi sul prossimo futuro, a breve e medio termine, anche con le più fosche previsioni. Come quella che preconizza la non remota possibilità di una stabilizzazione del fronte che porterebbe a una situazione di stallo, con la conduzione di una guerriglia di lunga durata combattuta su un territorio parzialmente riconquistato e posto sotto controllo da Gheddafi (o dai suoi figli e ciò che rimarrebbe del suo clan allargato). Un’ipotesi avvalorata dalle difficoltà di una uscita di scena dello stesso Gheddafi, perché la natura essenzialmente tribale della società libica di cui il colonnello è parte integrante lo rende una figura di riferimento, in sostanza: egli rappresenta ancora una parte consistente della popolazione che si identifica in lui. Gheddafi è stato per decenni l’elemento apicale di un sistema autocratico che non ha rinvenuto la propria base nella struttura statale, rapportandosi bensì con le varie tribù presenti sul territorio. In questo modo fino a oggi è riuscito a sopravvivere ai numerosi tentativi di abbattimento e di eliminazione fisica. Egli non ha mai ceduto il potere nel momento in cui, forse, avrebbe dovuto farlo, quindi oggi, violentando la logica, potrebbe essere indotto a pensare di potervisi arroccare ancora, con la conseguenza, però, di condurre la Libia verso il peggiore degli scenari delineati, quello disastroso di una guerra civile a bassa intensità che si protrarrebbe a tempo indefinito.

   Chi arma o ha precedentemente armato i ribelli? Ufficialmente alla fine del mese di marzo 2011 il presidente Usa Barak Obama ha fatto diffondere la notizia della sua autorizzazione fornita alla CIA e alle forze speciali statunitensi all’effettuazione di covered operations in territorio libico, missioni segrete di assistenza agli oppositori di Gheddafi. In realtà la CIA e le forze speciali britanniche e olandesi erano presenti e attive nel Paese nordafricano già da alcune settimane. Obama non ha parlato però di cessioni di armi, per altro di quelle laggiù ce ne sono in abbondanza e, comunque, i ribelli della Coalizione di Bengasi non sono neanche in grado di usarle come si deve. Questo fa sì che ogni volta che viene a mancare il supporto aereo della coalizione internazionale, le forze lealiste puntualmente si riorganizzano e sbaragliano i nemici riguadagnando parte del terreno precedentemente perduto. Dalla realtà sul campo di battaglia libico dipende parte della sicurezza energetica italiana, anche se per la verità l’amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni, interpellato sulla questione dalla Commissione parlamentare, ha negato dei collegamenti automatici tra la crisi e i potenziali rischi di mancati flussi di approvvigionamento per l’Italia.

   «La sicurezza energetica in Italia – ha affermato facendo chiaramente riferimento al 100% del mercato nazionale del gas del periodo in cui l’Eni era monopolista – non è comunque più dipendente dall’Eni, in quanto la quota di mercato di gas naturale italiano detenuta dal colosso di Piazza Mattei è oggi pari soltanto al 40% del totale».

    Nella medesima sede, Scaroni illustrava il quadro della situazione confermando che attualmente l’Eni acquisisce quote sui mercati europei attraverso investimenti di natura strategica in funzione proprio della penetrazione all’interno di questi ultimi. L’Eni è la maggiore impresa italiana investitrice in Libia, nel 2009 ha estratto una media di 244.000 barili di greggio al giorno, una quantità che ne fa il primo produttore di materie prime energetiche del paese nordafricano e che, al livello dei consumi attuali, attraverso le sue riserve potrebbe garantire l’approvvigionamento energetico su scala mondiale per un periodo di un anno e mezzo. L’amministratore delegato precisava infine che il suo ente si interfaccia esclusivamente alla Noc (National Oil Company), la compagnia petrolifera di stato libica e non al governo di Tripoli. Nel 2008 l’Eni aveva sottoscritto con la Noc sei contratti relativi ad attività esplorative ed estrattive, intese che avevano esteso la durata dei suoi titoli minerari fino all’anno 2042 per le produzioni di petrolio e al 2047 per quelle di gas naturale. Permangono delle attività residuali ancora condotte in Libia dopo l’esplosione della guerra civile, tra queste quella di maggiore importanza è la produzione di gas naturale destinato al mercato interno del paese nordafricano, in particolare per l’alimentazione delle centrali di elettrogenerazione. Con il gas estratto dall’Eni viene prodotto oltre il 50% dell’energia elettrica consumata in Libia, ed è opinione dello stesso Scaroni questa specifica attività potrebbe essere esentata dal novero dalle sanzioni decretate a livello internazionale mantenendola legittima, dato che altrimenti l’embargo andrebbe a colpire esclusivamente la popolazione civile. Al momento Eni non starebbe perseguendo investimenti in Libia. Il 18 marzo 2011 è stato evacuato il personale italiano dipendente ancora presente sul territorio della Jamahiria, ma con il blocco delle estrazioni di greggio dai pozzi petroliferi potrebbero verificarsi dei danneggiamenti a causa della scarsa pressione derivante dall’inattività. L’Eni è uno di quegli enti partecipati dal Ministero del Tesoro che attende un rinnovo dei propri vertici e nel confronto sulla prossima nomina si scontrano due contrapposti blocchi di interessi: uno facente capo a Gianni Letta, Bisignani e Geronzi, che vorrebbe imporre la conferma dell’attuale amministratore delegato, l’altro che fa capo al banchiere Profumo, a Tremonti, Bossi, Maroni e Giorgetti, che è invece contrario a questa scelta.

   Adesso un po’ di sana dietrologia sui cugini d’oltralpe. Non ci sarebbe da stupirsi se risultasse corrispondente a verità il fatto che i servizi segreti di Parigi (o qualche altra occulta emanazione di gruppi di potere) abbiano giocato sporco dietro le quinte libiche per favorire l’eliminazione di Gheddafi – anche fisica, qualora si renda possibile – e mettere magari le mani sulle materie prime energetiche facendo fuori i fastidiosi concorrenti dell’Eni. Negli anni passati le politiche francesi in Africa sono state espresse anche attraverso il duro scontro con Tripoli, però, gratta gratta scava scava, in controluce (volendolo) si potrebbe anche intravedere la filigrana di precedenti orditi, diciamo così non eccessivamente ortodossi dei cugini d’oltralpe. Eh già, perché il vizietto di intervenire a gamba tesa laddove nutrono interessi perseguibili i francesi non lo hanno mica perduto. Essi infatti (soltanto a puro titolo di esempio) hanno ritenuto utile agire in modo draconiano per risolvere problemi costituiti da presidenti di stati esteri ostili ai loro campioni nazionali di settori economici strategici, o magari da scomodi concorrenti esteri di un settore della loro industria nazionale.

   Con un piccolo sforzo mnemonico è possibile risalire alla fine degli anni Ottanta, quando il Gabon veniva sconvolto della turbolenze che poi sfociarono nel colpo di stato che portò alla deposizione del presidente Omar Bango e al successivo intervento dell’Armée de terre e dell’aviazione militare di Parigi: c’era dimezzo in qualche modo anche la Total?

   Un poco più indietro nel tempo, invece, a cavallo tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, è possibile collocare un altro oscuro episodio dagli inquietanti profili che riguardò direttamente l’Italia a causa dell’ambiguità di rapporti tra gli estremisti e i terroristi italiani (sia di destra che di sinistra) e gli uomini vicini alle strutture riservate francesi. Allora, alcuni magistrati impegnati in indagini sulle Brigate rosse giunsero alla conclusione che il cosiddetto “Partito guerriglia”, la colonna delle BR-PCC guidata da Giovanni Senzani, era stato infiltrato dai servizi segreti francesi, e che lo stesso Senzani avrebbe rivestito un ruolo centrale in qualità di agente d’influenza per l’intelligence di Parigi. Nel dicembre del 1993 il faccendiere Francesco Pazienza riferì personalmente al giudice Domenico Sica che la Colonna Senzani era l’unica organizzazione terroristica infiltrata da servizi segreti esteri, quelli francesi. Questa oscura attività sarebbe stata dettata dall’interesse di alcune industrie automobilistiche d’oltralpe in concorrenza con la Fiat a destabilizzare il gruppo torinese attraverso il sequestro del suo amministratore delegato Cesare Romiti, operazione che proprio la Colonna Senzani avrebbe dovuto portare a termine. È rilevante che, al momento del suo arresto nel 1982, Senzani stesse ancora cercando di organizzare il sequestro di Romiti a Roma. In quel periodo il terrorista era in rapporti con Jean Louis Baudet, elemento definito dal giudice Mastelloni come organico e funzionale a branche dei servizi di sicurezza francesi nonché dell’OLP. I contatti tra Senzani e Baudet sarebbero stati finalizzati al compimento dei progettati attentati contro la sede nazionale della Democrazia cristiana dell’Eur (con la conseguente decimazione del partito di maggioranza relativa al governo in Italia) e contro il Ministero di Grazia e Giustizia. Allo specifico scopo i due effettuarono anche dei sopralluoghi presso gli obiettivi. Jean Louis Baudet aveva a sua volta contatti con François De Grossouvre – ambiguo personaggio morto suicida all’interno del suo ufficio all’Eliseo – a capo della cellula antiterrorismo francese, dal 1981 consigliere per le operazioni segrete del Presidente della Repubblica francese (socialista) François Mitterrand. A completamento del quadro va inoltre ricordato che Senzani in gioventù beneficiò di una borsa di studio concessagli dall’Usis (United States Information Service, istituzione americana che durante la Guerra fredda oltre alle attività culturali svolse anche quelle di spionaggio), con la quale frequentò i corsi tenuti all’Università di Berkeley (California) occupandosi dei disagi e delle devianze giovanili.

   Infine, si potrebbe anche ripensare con maggiore lucidità al ruolo svolto dal governo e dai servizi segreti francesi nel recente “caso Battisti”, con i potenziali riflessi negativi sui contratti ormai già stipulati col Brasile per l’esportazione di sistemi d’arma prodotti da imprese italiane, contratti che la crisi dei rapporti bilaterali con il Paese sudamericano ha messo in discussione. Si dirà: ma si tratta di un commercio infame, le armi equivalgono a morte… Certo, tuttavia qui è l’approccio complessivo di Parigi che va valutato, e tale valutazione va fatta con estremo pragmatismo, dato che aiuta a comprendere meccanismi alla base di vicende dai profili apparenti del tutto diversi da quelli reali. Cesare Battisti venne catturato in Brasile dopo essere fuggito dalla Francia alla vigilia della sua estradizione in Italia, paese dove era ricercato perché condannato per omicidio. Il rifiuto della sua consegna opposto dalle autorità brasiliane ha fatto esplodere un caso internazionale e una crisi delle relazioni tra Roma e Brasilia. Una delle minacce di ritorsione ventilate dal governo Berlusconi è stata quella del “ritardo” della ratifica del trattato di cooperazione bilaterale in materia di sicurezza e difesa, stipulato nel 2008 e successivamente ratificato dal Senato della Repubblica ma non ancora dalla Camera dei Deputati. Una scelta maldestra, se inquadrata nell’ottica delle esportazioni italiane di sistemi d’arma,Senato della Repubblica infatti essa lancerebbe sicuramente un segnale politico ai brasiliani, però renderebbe l’accordo “ostaggio” della vicenda Battisti, che qualora si incancrenisse potrebbe indurre il governo brasiliano a rivolgersi ad altri per approvvigionare le proprie forze armate. Ora, per i francesi – che hanno già ceduto a Lula sottomarini convenzionali e nucleari ed elicotteri, e offrono sul mercato anche i velivoli Rafale – si profilerebbe l’opportunità di inserirsi nella fessura apertasi nel mercato della difesa brasiliano per proporre al Brasile delle unità navali del tutto simili a quelle classe Fremm (ironia della sorte si tratta infatti proprio di navi militari sviluppate insieme a Finmeccanica e Fincantieri). Anche in questo caso assume quindi una luce del tutto diversa l’impegno della premiére dame Carla Bruni in Sarkozy e dello stesso inquilino dell’Eliseo. In Africa settentrionale i servizi di informazione francesi (e anche quelli italiani) hanno preso una grande cantonata, non riuscendo a prevedere il crollo dei regimi autoritari “moderati” alleati dell’Occidente, di conseguenza non sono riusciti a gestire in maniera ottimale l’azione di tutela dei propri interessi nazionali. Ma la sostanziale differenza tra Parigi e Roma, frutto anche delle diverse modalità di rapporti stabiliti con i paesi della sponda meridionale del Mediterraneo infiammati dalle rivolte, risiede nella tempestività di Sarkozy di cambiare registro alla sua politica estera, liquidando immediatamente il suo ministro degli esteri che era profondamente colluso con il clan tunisino di Ben Ali, e intraprendendo una politica aggressiva contro il libico Gheddafi, precorrendo così i tempi e anticipando anche i suoi concorrenti.

   Adesso Parigi continua a fare shopping di società industriali in Italia, nonostante il temporaneo stop derivante dal decreto antifrancese emanato dal ministro Giulio Tremonti, per Actalis presto sarà dinuovo possibile riprendere la “scalata” a Parmalat. In fondo la Francia è stata molto chiara in merito a queste faccende: il suo ultimo documento ufficiale relativo ai settori economici strategici parla di interessi fondamentali nella difesa, nell’energia – ma qui, Libia a parte, gli affari con gli italiani i francesi li continuano a fare, basti pensare alla spartizione di Edison da parte di Edf e A2A, quest’ultimo soggetto risultante dalla fusione delle aziende municipalizzate del settore di Milano e Brescia – e nel gioco d’azzardo. Quindi apparentemente niente paura per il settore agroalimentare italiano: Danone, la multinazionale francese sarebbe estremamente attiva soltanto perché possiede alcune partecipazioni nei capitali di alcuni casinò…

   Conclusioni. E’ paradossale l’ipocrisia della politica estera, non soltanto italiana: si porta la democrazia sulla punta delle baionette in Iraq combinando disastri che permarranno ingestibili per decenni, poi però, quando la libertà viene richiesta (e in parte ottenuta) spontaneamente dal popolo, come è avvenuto ad esempio in Egitto, nel nome della realpolitik tale istanza viene rigettata e fatta affogare nel sangue delle repressione di dittatori e autocrati della risma di Gheddafi e Mubarak. Esiste un insormontabile contrasto tra gli interessi economici e l’autodeterminazione dei popoli. Per quanto riguarda i governi italiani – tutti, a prescindere dal loro orientamento politico – va rilevato che hanno intrattenuto strette relazioni con gli stessi regimi che ora contribuiscono ad abbattere, nonché con i numerosi altri di natura autoritaria o dittatoriale ancora al potere. Si contestano i dittatori solo quando stanno per venire abbattuti, mai mentre sono alla guida dei loro paesi e reprimono il dissenso interno indisturbati.